sabato 2 dicembre 2023

L'Amaca

 

Solo un pezzo di palinsesto
DI MICHELE SERRA
Per piacere, basta con Filippo Turetta. Ne sappiamo quanto basta per capire come è andata, purtroppo. Un Paese intero è insorto contro quel delitto. Perché dunque, a caso chiuso, trasformare una ragazza e il suo assassino nei protagonisti di una serie noir ,dilungandosi (da settimane) sui dettagli macabri, sulla vita privata delle due famiglie (con tanto di indicazioni stradali: abitano qui!), su una cronologia della violenza che ha un evidente interesse per i vari periti e per chi dovrà giudicare, e che potrà magari fare la gioia dei patiti di questo genere di show, ma per noi è solamente un peso, un accanimento inutile, uno strascico sadico?
Che senso ha rivedere ogni trenta secondi le immagini di lei, che tutto avrebbe desiderato tranne diventare l’icona del martirio quotidiano di migliaia di donne? Non si usava dire, rispettosamente, “riposi in pace”? Forse che la morte violenta rende impossibile averne diritto, alla pace e al rispetto? E che senso ha tracciare una specie di mappa ossessiva dell’estradizione, degli interrogatori, dei colloqui di lui con genitori e avvocati, come per riempire le puntate che mancano al nuovo picco di ascolti, che sarà il processo?
Poi alla fine tutto diventa una specie di rito stravisto, strasentito e indistinto, l’inviato del tigì davanti al carcere o alla procura o a qualunque delle anonime facciate della burocrazia giudiziaria, che cuce qualche parola attorno al nulla purché il filo della trama, anche se è ormai esilissimo, rimanga integro. E si cambia canale, questo è il risultato: il delitto più simbolico e più doloroso dell’anno torna a essere un pezzo di palinsesto risaputo, identico agli altri.

Testimonianza estrema

 

So quanto è faticoso tenere a bada il mostro

DI MICHELA MARZANO

Com’è possibile spegnersi così, senza nessun problema economico, professionale o sentimentale? Giorgio Perinetti non si dà pace. Ha perso sua figlia, Emanuela. Che aveva 34 anni, era una manager dello sport e, apparentemente, aveva tutto. Apparentemente, appunto. Visto che soffriva di anoressia e, quando si scivola nella spirale infernale dei Dca ,non c’è ragione che tenga, non c’è motivo razionale, non ci sono spiegazioni né giustificazioni né colpe né vergogne. Non c’è niente di niente cui appigliarsi: non serve invocare la crisi dei valori o il trionfo della perfezione, l’oggettività della riuscita o la forza di volontà. C’è un mostro dentro che divora e che obbliga ad affamarsi – se mangi ti anniento! urla il mostro, sebbene sia lui ad annientare; la fame non perdona, la fame consuma, la fame uccide. Chi soffre di anoressia muore di fame, sì, anche se il cibo è lì, a disposizione, basterebbe aprire la bocca e inghiottire, ma come si fa a buttare giù quella roba se dentro c’è una voce che intima di non farlo: dai, forza, resisti, ce la puoi fare, ancora uno sforzo, l’ultimo, domani, forse! anche se domani è di nuovo la stessa identica storia.

Non. Puoi. Anzi, peggio: non devi .Ma perché non devo? Si chiede chi precipita nell’abisso dell’anoressia. Peccato che le risposte tardino e che, pure quando arrivano, siano parziali, bucate, fallaci, approssimative. Poi, per carità, ci sono mille strade che si possono seguire per guarire, come si dice oggi, sebbene non sia affatto chiaro cosa significhi guarire. Quand’è che si guarisce? quando si riprende peso? quando papà e mamma smettono di soffrire per causa nostra? quando si riesce a ricominciare a studiare o lavorare? quando ci si fidanza o ci sposa? quando si diventa madri? Per carità, c’è la psicoterapia, c’è la psicanalisi, ci sono gli approcci integrati, cura del corpo e cura dell’anima, ci sono i gruppi di auto-mutuo-aiuto, ci sono i percorsi spirituali, e chi più ne ha più ne metta, ma si guarisce davvero? Una volta per tutte? Per sempre? E non venitemi a dire che sono disfattista, che tolgo la speranza, che non so, non conosco, non ho il diritto di scrivere o dire certe cose. Perché sono anni che, con quel mostro, ci convivo.
Sì, per carità, ho scritto che ne sono uscita, che dopo vent’anni di psicanalisi l’anoressia l’ho sconfitta, ed è pure vero. Ma. Chi ne esce davvero del tutto, completamente, perfettamente? Chi smette di fare i conti con le calorie? Il cibo resta comunque una dannazione o una ricompensa, un pericolo o un regalo: quanto hai prodotto oggi? te lo sei guadagnato il pane quotidiano? te lo meriti? Certo, sono viva, ho cinquantatré anni, non sono più stata ricoverata, ho un lavoro bello, scrivo, faccio conferenze, salgo in cattedra o su un palcoscenico e mi diverto pure, e divento rossa quando mi dicono: brava. Ma sono davvero brava oppure? Lui, il mostro, resta dentro. E talvolta rimette in discussione tutto, persino il senso della mia esistenza. Valgo?

Sono importante? Merito di vivere? Il mostro, oggi, ha una voce più flebile, talvolta tace, ma altre volte torna all’attacco, e allora è tutto un gioco di compromessi: dai, lasciami stare! dai, zitto! dai, in fondo, anch’io ho diritto di riposarmi, coccolarmi, lasciarmi andare, perdere tempo. Ma. Sfido chiunque abbia sofferto di anoressia a dirmi che quel mostro non l’ha mai più sentito, sfido chiunque a dirmi che non si è più sentito in colpa per aver detto (o non detto) e fatto (o non fatto) qualcosa – anche se con il cibo le cose vanno bene, mi giuri che hai smesso di controllare il resto: la pulizia della casa, i conti, il numero di passi, le vasche in piscina, gli articoli che scrivi, le mail cui rispondi, le parole, i pensieri, le opere o le omissioni?

Vorrei consolare papà Giorgio, ma faccio fatica. È come se avessi di fronte mio padre che, in fondo, non l’ha mai capito come fosse possibile che la sua bambina, che aveva tutto, avesse tutto tranne la gioia di vivere. Dall’esterno non si capisce. E anche dall’interno, ve l’assicuro, non è facile. Perché razionalmente quel tutto c’è. Ma il mostro pretende il contrario. E quella bambina indifesa e triste che sono stata, talvolta cede ancora al mostro e crede a lui, piuttosto che all’oggettività delle cose e a sé stessa, nonostante abbia pian piano (e faticosamente) imparato ad ascoltarmi.

Inizio




Comicità


Nuovi talenti comici 

di Marco Travaglio 

Uno dei tratti distintivi di questo governo è l’assoluta impermeabilità al ridicolo. La Meloni si vanta perché le agenzie di rating, dipinte per anni come la Spectre finanziaria, l’hanno promossa e non si accorge che l’hanno promossa proprio perché ha sposato la peggiore austerità della Spectre finanziaria. Intanto i suoi si vantano perché l’autorevole sito Politico le dà del “camaleonte”, cioè della voltagabbana, come se fosse un complimento. Crosetto accusa una corrente della magistratura di complottare contro il governo durante il suo congresso nazionale alla presenza di Conte, Schlein e pure La Russa (primo caso di congiura in luogo pubblico); poi dice in Parlamento non si sa bene a chi che “questo scontro fra politica e magistratura deve finire”, anziché confidarselo allo specchio o mandarsi un vocale. Lamenta anche un “plotone di esecuzione” contro di lui: deve trattarsi di quelle due o tre voci che hanno osato criticarlo per ciò che ha detto. Nulla di paragonabile ai veri plotoni d’esecuzione montati negli ultimi trent’anni, quando chiunque desse noia ai centrodestri veniva puntualmente accusato di ciò che non aveva fatto: dal pool di Milano a quello di Palermo, da Di Pietro a Prodi, dalla Raggi a Conte. Intanto il centrodestra giustifica le schiforme della giustizia con lo scandalo Palamara, ma contemporaneamente promuove Palamara da trafficante di nomine a bocca della verità e a supertestimone che denuncia impavido il suo stesso scandalo (ma solo dopo che il trojan aveva scoperto tutto) e premia tutti i giudici dello scandalo, da Ferri in giù. Notevole anche la passione dei centrodestri per la “terzietà” dei giudici, piuttosto bizzarra per chi fino all’altroieri pendeva dalle labbra di B. e Previti, che i giudici li compravano un tanto al chilo. Ma anche per chi attacca il gup che non copia il pm e respinge l’archiviazione di Delmastro.
Poi c’è Nordio, che resta il nostro preferito ex aequo con Lollo, perché sembra nato apposta per farci divertire. Tutto si può dire delle sue schiforme, eccetto che non siano spiritose. Quella che impone ai giudici di avvertire chi vogliono arrestare con cinque giorni d’anticipo, come le interrogazioni programmate a scuola, fosse un colpo di genio ineguagliabile (si arresteranno solo i paralitici). Invece ora arriva il tetto massimo annuo al budget per le intercettazioni in ogni Procura. Così, se verso novembre un procuratore esaurisce i fondi a causa di un surplus di reati, stacca tutti gli ascolti e chiude bottega fino a Capodanno: ottima notizia per i criminali, che sposteranno il grosso dell’attività in Avvento. Se poi continueranno a farsi arrestare e intercettare malgrado il preavviso, la seminfermità mentale non gliela leverà nessuno.

venerdì 1 dicembre 2023

Lollamente

 

I Blues Cognati
di Marco Travaglio
Fedele al detto romano “Co’ le cazzate ce mannano avanti li treni”, Gino Lollobrigida ha arricchito in Senato il già pregevole scusario sulla fermata per uso personale del Frecciarossa a Ciampino. Ha ribadito di averla chiesta “senza la pretesa di un trattamento di favore”, fingendo di non capire che il favore non è quello che lui chiede – peraltro chiamando l’ad di Trenitalia, il cui cellulare notoriamente è stampato su tutti i biglietti ferroviari – ma quello dell’altro che risponde di sì. Ha ripetuto che “tutti i passeggeri hanno avuto la possibilità di scendere a Ciampino”, anche se curiosamente nessuno ha voluto coglierla, non sapevano che minchia fare nell’amena località suddetta e non essendosi premurati di convocare sul posto le rispettive auto blu. Poi il colpo di genio, una rivisitazione dei Blues Brothers dove John Belushi si giustifica con la fidanzata per un ritardo sospetto: “Ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, e poi le cavallette! Non è stata colpa mia, lo giuro su Dio!”. Fra i vari alibi, il Blues Cognato (Blues brother in law) ha optato per l’inondazione: “Ho evitato gravi conseguenze ai tanti cittadini che sostavano all’aperto a Caivano in una giornata di allerta meteo”. Ha salvato quei poveri bambini dalla pioggia, che poi peraltro non è caduta.
Freccialollo aveva appena finito di parlare e nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, luogo sacro dei gesuiti, andava in scena il rito più profano e pacchiano mai visto dalla cacciata dei mercanti dal tempio per mano di Gesù e del sacco di Roma a opera dei lanzichenecchi: la presentazione del libro di Cazzullo sugli antichi romani. Dinanzi all’altare barocco, che non risulta sconsacrato (non ancora almeno), alla presenza di 500 fedeli più o meno vip a mani giunte nei banchi, erano assisi su tronetti dorati e damascati i due celebranti, il Cazzullo e Mario Draghi, e la concelebrante Nancy Brilli, chiamata a declamare non le Sacre Scritture, ma brani scelti dell’opera cazzulliana. Roba da far invidia a Vespa, che di presentazioni cafonal-libresche è maestro da secoli, ma non aveva mai sospettato di poterle officiare in chiesa fra un rosario e un funerale. Per fortuna nessuno domanderà a Draghi, l’uomo a cui non si deve chiedere mai, né ai gesuiti se le chiese siano aperte alle presentazioni di tutti i libri o se – Dio e Sant’Ignazio non vogliano – si tratti un privilegio ecclesiastico riservato a lui e ai suoi amici. Sennò dovrebbero attingere dal repertorio di Lollo. Noi comunque ci prenotiamo per la riedizione del libro su B.. Che s’intitola Il Santo, mica pizza e fichi.

L'Amaca

 

L’algoritmo Fantozzi
DI MICHELE SERRA
In un video nel quale dimostra sedici anni, la ministra Santanchè si pronuncia severamente contro l’idea di cambiare nome a Cervinia tornando al vero nome valdostano, Le Breuil. Lo fa con un argomento assai grave, così testualmente espresso: “ma voi lo sapete quanto tempo ci vuole a costruire una destination, e una brand reputation?”.
L’evoluzione del fantozzismo da “vadi” e “venghi” alla “brand reputation” purtroppo non ha potuto essere raccontata a dovere, stante la scomparsa del maestro Villaggio che non ha fatto in tempo a completare la cronaca del disastro. Ma Santanchè che invoca la “brand reputation” degli skilift e della polenta concia è un capolavoro che meriterebbe almeno un film postumo, “L’ultima destination di Fantozzi”, o “L’ultima tragica convention”, o “Fantozzi perde la reputation”. Poche cose hanno una resa comica paragonabile al tristo inglese aziendale, adoperato per simulare competenza e prestanza in riunioni il cui solo scopo è arrivare ancora svegli al rinfresco, sperando che i salatini non siano troppo scadenti (lo sono quasi sempre).
Il fascismo tentò, vanamente, di italianizzare Val d’Aosta e Sud Tirolo, con esiti ridicoli poi giustamente spazzati via.
Cervinia, che io sappia, è l’unico intervento ri-nominativo che sia rimasto in piedi, e va bene così, il nome non è neanche male, meglio che Porta Littoria (roba da matti) per La Thuile. Nessuno invece riuscirà a contrastare il trionfo del nuovo Pensiero Mondiale Aziendalista: l’umanità intera è governata da una specie di unico, immenso, invincibile Algoritmo Fantozzi.
Questa è la nostra destination, e così finirà la nostra reputation: con un breve discorso, anzi uno speach, di Santanchè.

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