giovedì 23 novembre 2023

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Premier danielata

 

Patriarcato: “il” premier meloni finge di non capire
DI DANIELA RANIERI
Meloni non strumentalizza le tragedie, infatti poco prima di diventare PdC pubblicava su Twitter il video di uno stupro a opera di un africano. Ora, dopo un femminicidio orribile, si adonta se Lilli Gruber parla del rapporto della destra al governo col patriarcato.
La furba Meloni non si è affatto offesa per l’espressione, piuttosto l’ha cavalcata: non dice che è femminista (perderebbe i voti dei fascistoni e dei tradizionalisti ruspanti anti-radical chic), ma pubblica una foto con nonna, mamma e figlia, fornendo prova di discendenza matrilineare; ma il matriarcato non ha niente a che fare col patriarcato odierno, che vuol dire dominio maschile sociale, domestico e professionale. La foto significa “ce l’ho fatta senza l’aiuto degli uomini” (a parte essere stata ministro di Berlusconi a 31 anni) e “vi sembro una che non si fa rispettare dagli uomini?”. A noi sembra una che si fa rispettare perché è potente, non perché è donna. Dalle sue parti hanno valore le gerarchie: a difenderla dall’accusa di mentalità patriarcale, Mollicone, il Savonarola di Peppa Pig, Lollobrigida, l’uomo che fermava i treni (“lei non sa di chi sono cognato”) e Santanchè, la Simone de Beauvoir degli stabilimenti balneari. Meloni sottintende che le fisime della sinistra circa l’oppressione delle donne non sono applicabili al suo caso e dunque all’intera popolazione femminile; ma questa è una fallacia. La sua emancipazione è del tutto individualistica, mentre il femminismo è collettivo. La cultura dello stupro non è di casa Meloni (anche se il suo ex Giambruno redarguì in Tv le ragazze stuprate perché si ubriacano), ma sociale. Meloni sa comandare come un uomo (si fa chiamare al maschile per essere più credibile), ma si guarda bene dal mutare i rapporti di forza. Anzi: il suo governo conferma tutti gli assetti tossici della nostra società, dove chi è ricco deve arricchirsi vieppiù, chi è povero soccombe e chi è donna ha due opzioni: affermarsi “con le palle” o diventare madre, possibilmente di prole numerosa per godere dei bonus del governo, che altrove si chiamano diritti.

Lollo no!


Freccialollo
di Marco Travaglio
Girano brutte voci su Francesco Lollobrigida, in arte Marchese del Lollo. No, non quelle sul Frecciarossa Roma-Salerno trasformato in Frecciablu, un Freccialollo che ferma a Ciampino a gentile richiesta: questa per lui è routine. Ma quelle sull’intenzione della cognata premier di candidarlo alle Europee per paracadutarlo a Bruxelles e levarselo dai piedi. A parte il fatto che l’Europa – pur con tutte le sue colpe – non merita tanto, a noi chi ci pensa? Già ci hanno privati di Giambruno da un giorno all’altro, a tradimento, senza preavviso né un sostituto all’altezza. E ora vogliono portarci via pure l’altro caratterista che allietava le nostre giornate, l’ultima ragione che rendeva sopportabile questo governo. Dove sono gli artisti, gli intellettuali, i lanciatori di appelli e contrappelli su ogni tema dello scibile umano? Armiamoci di carta, penna e calamaio (o calamaro, come direbbe lui, noto studioso di granchi blu): “Nessuno tocchi Lollo”. Sì, ci resterebbero Mezzolitro Nordio e Maria Elisabetta Casellati Alberti Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, ma da un po’ di tempo appaiono dimessi, senza verve, fuori forma e senza il Marchese Cognato potrebbero perdere vieppiù ispirazione. E la sua prematura dipartita sarebbe un brutto colpo anche per noi. Quando le notizie dal Palazzo scarseggiano, basta mettergli un microfono sotto il naso e lui dà la svolta alla giornata.
Nel pieno delle polemiche sul cognatismo meloniano, se la prende coi giovani disoccupati che poltriscono “sul divano anziché coltivare i campi” (o, in subordine, sposare la sorella della premier e diventare ministri). Il governo anti-migranti riesce a raddoppiare gli sbarchi di migranti? Lui grida alla “sostituzione etnica” fra le ola del Ku Klux Klan, poi sfodera la classica toppa peggiore del buco: “Non sono razzista, sono ignorante” (che è una bella soddisfazione). Il governo abolisce il Reddito di cittadinanza levando di bocca ai poveri anche l’ultimo tozzo di pane? Lui spiega: “Da noi i poveri mangiano meglio dei ricchi: cercando dal produttore l’acquisto a basso costo, spesso comprano qualità” (infatti alla Caritas non si trova un tavolo manco a prenotare e la Guida Michelin assegna due o tre stelle ai cassonetti più frequentati dai famosi barboni gourmet). Girano voci sulle scappatelle di un big di FdI con la deputata neomamma che ha fatto il test di gravidanza? Lui avverte subito i cronisti, come la prima gallina che ha fatto l’uovo: “Vi siete chiesti perché il nome non l’ha ancora fatto nessuno? Voglio vedere chi è il primo che lo scrive!”. Quando serve una minchiata, lui c’è sempre e non tradisce mai. Un altro così dove lo troviamo? Fatelo pure scendere da tutti i treni che vuole, ma dal governo mai. Resti a bordo, cazzo.

L'Amaca

 

Un uomo di potere
DI MICHELE SERRA
Capita, a volte, che esista un rapporto di causa-effetto tra i propri comportamenti e le loro conseguenze, e questo rinfranca: significa che nel caos apparente, nella baraonda post-ideologicanella quale tutto si tiene e niente ha davvero peso, la traccia dei meriti e dei demeriti, delle cose giuste e delle cose sbagliate, è ancora leggibile. Almeno ogni tanto.
Quando Meloni scelse di farsi chiamare “il presidente”, pur essendo con ogni evidenza una presidente, non poteva certo immaginare che quella decisione, per lei leggera e sprezzante, segnale di indifferenza e forse di dileggio per le istanze femministe e per l’intera (gigantesca) discussione sul “genere”, le sarebbe stata giustamente rinfacciata nel pieno di una clamorosa e dolorosa vicenda, la morte violenta di Giulia Cecchettin.
Meritatamente, oggi, Meloni è tirata in ballo a proposito di quel suo stupido puntiglio, del tutto evitabile. Glielo abbiamo rinfacciato in tanti, oltre a Gruber, perché è impossibile non farlo.
Perché nel momento in cui il maschile e il femminile sono, necessariamente, ragione di dibattito per moltissimi italiani, diventa impossibile non sottolineare che la prima donna entrata a Palazzo Chigi scelse, per sé, una definizione al maschile (potere? maschio!). Ora, excusatio non petita, si affanna a postare foto di donne della sua famiglia (come se le donne non potessero e non volessero essere maschiliste: possono esserlo, e Meloni ne è la riprova).
La presidente del Consiglio ha torto. Ma siamo già certi che non lo ammetterà mai — proprio come fanno gli uomini di potere.