giovedì 12 ottobre 2023

Grande Mimmo!

 

Con Mimmo Lucano è assolto il Sud
di Francesco Merlo
La sentenza d’appello condanna gli accusatori dell’ex sindaco. Lui dice: “La Calabria offre due modelli all’Italia: la mia Riace e la loro Cutro”
Con Mimmo Lucano hanno assolto Ignazio Silone e Carlo Levi. E sarebbe stato più giusto se l’avessero completamente liberato, anche dalle piccole accuse. Ma già così, sostituendo l’enormità dei 13 anni e due mesi con l’esiguità di un anno e 6 mesi, questa condanna - non è un paradosso - assolve l’imputato e condanna i suoi accusatori, gli sceriffi di Sherwood, i giustizieri della Calabria Saudita.
Alla fine di un processo impossibile, senza reato, il mistero della mortificazione della calabresità di cui parlava Corrado Alvaro, sono dunque loro, tutti quelli che si erano inventati peculati e truffe e associazioni a delinquere, una “troppità” insostenibile per un rustico, disordinato ma lucido povero in canna, il sindaco della pietà, l’erede di Danilo Dolci e degli uomini neri che odoravano di zolfo, dei salinari, dei contadini di Li Causi e di Pio La Torre, una faccia tonda e ruvida nella quale si rivedono in controluce tutte le facce di quella corda pazza del Sud d’Italia, dove, è vero, anche la legalità può non essere legalità.
Ma Mimmo Lucano, no. Mimmo non è mai stato il fuorilegge costretto al delitto per bontà, come lo avevano mascariato i più furbi dei suoi nemici. Mimmo non somiglia a Robin Hood, semmai al frate Tuck, non quello gaudente di Walt Disney, ma il frate Tuck di Ridley Scott, quello con la smorfia dolente, che a Riace, nelle bellissima Calabria, è il dolore della questione meridionale.
Davvero hanno assolto con lui il Sud più generoso e popolare, le serate attorno a una tovaglia di plastica piena di molliche, il poverocristo che supera Eboli dove “lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte”, l’eroe moderno e al tempo stesso antico dell’accoglienza e soprattutto dell’integrazione, che è la grande sfida dell’umanità al mondo occidentale e che a Riace aveva finalmente trovato il suo modello vincente.
E bisogna averlo visto e frequentato quel paese che aveva incantato il mondo ed era persino finito al Moma di New York, il paese che era stato resuscitato dalla fiaba degli immigrati che arrivano dal mare. Invece di annientarlo con “la colonna infame” di un teorema giudiziario avrebbero dovuto riprodurlo nelle terre abbandonate, nelle campagne arse, e forse ci vorrebbe ora un’altra riforma agraria, intestata a Lucano e ridisegnata sugli immigrati.
“A quel tempo – racconta Lucano - lo Stato versava 35 euro al giorno a immigrato, ma solo a Riace con quei soldi abbiamo creato il frantoio, i laboratori artigiani, vetro, ricamo, carta, gli aquiloni di Hert, i vasi di Kabul… e un asilo nido plurietnico, una scuola, presidi medici, un ristorante, le borse-lavoro. E il paese diventò albergo diffuso per accogliere il turismo equosolidale…”.
I sereni giudici d’appello, che hanno assolto tutti i suoi 17 “complici”, non se la sono purtroppo sentita di assolverlo e risarcirlo anche per quelle irregolarità che pure ha commesso e forse persino ammesso, ma che il codice penale attenua per “l’alto valore morale e sociale” e cancella per “la particolare tenuità del fatto”.
Povero Mimmo, mentre lo soffocavano di baci e gli arrivavano le mille telefonate di entusiasmo e si moltiplicavano i mimìlucanisti d’Italia, ha pure imparato, e in una sola sera, che la sconfitta è solitaria e la vittoria affollata. Lo avevano infatti dimenticato anche quelli che, ai tempi della gloria, gli avevano offerto la candidatura europea che aveva rifiutato. Di sé dice: “Mi hanno reso importante, proprio io che dico tante cazzate, io che sono una testa di minchia. Ti dico una cosa che non devi fraintendere. Ricordi padre Puglisi, il prete santo? Quando a Palermo i mafiosi l’hanno ucciso, in realtà gli hanno dato la vita”. E adesso? “Hanno tentato di cancellare la storia di Riace, di farla scomparire dentro la sua geografia, in fondo alla montagna calabrese. L’avevo detto che sarebbe successo il contrario. Ora tutti capiscono che Riace non è mai stata così viva. E la Calabria offre all’Italia due modelli: la mia Riace e la loro Cutro”.

Quadro chiaro

 

Non ci caschiamo
di Marco Travaglio
Per non farci capire e ragionare sulla nuova guerra, il Pensiero Unico sfodera un prontuario di slogan che all’apparenza non ammettono replica e costringono tutti a intrupparsi nella curva ultrà. È il giochino già sperimentato con gli obblighi vaccinali e la guerra russo-ucraina: il famoso pensiero “binario” (o di qua o di là, o con i buoni o con i cattivi), che in realtà è una monorotaia (o stai di qua o sei no vax, putiniano e pure terrorista).
1) “Hamas è come l’Isis”. Biden e le sue cheerleader nostrane depistano. Hamas è anche un gruppo terroristico, ma purtroppo non solo: è pure un esercito che, quando colpisce obiettivi militari, resiste legittimamente agli occupanti; e una forza politico-sociale che raccoglie consensi reali per aver portato nei territori occupati scuole, ospedali e altri servizi, oltreché per la corruzione dell’establishment palestinese (da Arafat ad Abu Mazen) e per la miopia israeliana. Hamas e Isis hanno tre soli punti in comune: l’appartenenza sunnita (pur col sostegno dell’Iran sciita); le mattanze di civili, inclusi donne e bambini; e i sostegni dagli attuali nemici. Se l’Isis la crearono Usa&C. buttando giù i sunniti di Saddam in Iraq per metter su gli sciiti, Hamas lo finanziano i nostri amici turchi, algerini, qatarini e sauditi (i “buoni” che ci vendono gas e petrolio contro il cattivo Putin); e l’ha foraggiato pure Netanyahu in funzione anti-Anp: l’ha ammesso lui stesso con la polizia e l’ha confermato Amihai Ayalon, ex capo dello Shin Bet. Tanto per cambiare, i “buoni” si sparano sui piedi.
2) “Sotto attacco sono tutte le democrazie”. Non potendo mettere anche Hamas sul conto di Putin (ci ha provato Zelensky, subito smentito da Israele), gli atlantisti de noantri sommano pere e patate per legittimare la “guerra di civiltà” contro Islam, Russia e Cina. Ma qui non ci sono democrazie da una parte e autocrazie dall’altra: è tutto mischiato. E Hamas è forte e attacca non perché Israele è l’unica democrazia mediorientale (e lo è: basta leggere i suoi giornali, molto più liberi dei nostri), ma perché in 16 anni di Era Netanyahu ha raso al suolo la formula “2 popoli 2 Stati”. La sola rispettosa del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli (dai palestinesi al Donbass). Ora gli israeliani hanno tutto il diritto di entrare a Gaza e neutralizzare l’ala militare di Hamas colpevole della mattanza (sempreché sia rimasta lì ad aspettarli). Ma non di affamare e bombardare due milioni di civili. Lo dice Ayalon: “Prima di attaccare dovremmo dire che intendiamo dialogare con i palestinesi che vogliano discutere con noi dei due Stati. Se no la violenza aumenterà”. Almeno a questo dovrebbe servire il nuovo governo di unità nazionale: a non ritrovarsi presto in casa qualcosa di peggio persino di Hamas.

mercoledì 11 ottobre 2023

Ah la Natura!



Per chi brindi? Per Mimmo Lucano che è stato liberato dal fango? Lui almeno 49 milioni non li deve restituire, voi si! Ma la Natura alle tue spalle ci dice chi realmente sei, anche se non serviva!

Si scherza eh!






Canaglie!

 


Bentornata!

 


Robecchi!

 

Conflitti. Nell’esaltazione del “sangue contro sangue” dominano gli estremi
di Alessandro Robecchi
La guerra bisogna vederla dal basso, dalla parte di chi la subisce. Perlopiù ce la raccontano dall’alto, dalla parte di chi la fa: tattiche, strategie, azioni militari, con parole antichissime (assedio) e nuove (droni, cyber war), si tende a guardare tutto dalla parte di chi tiene il fucile e non da quella di chi guarda il buco nero della canna rivolta verso di lui. Vale per tutti i civili, ovviamente, da qualunque parte, in qualunque guerra. Vale per gli ucraini, per gli armeni costretti a scappare, per gli israeliani ammazzati in casa o al rave party, per i due milioni di abitanti di Gaza a cui ora si chiudono luce, gas, acqua, approvvigionamenti di cibo, mentre li si bombarda indiscriminatamente, ospedali, moschee, case, nella febbre della rappresaglia, nell’esaltazione del “sangue contro sangue”: comandano gli estremi.
In questa tenaglia finiscono i civili, quelli che non c’entrano, che semplicemente stanno lì. Succede che la valvola della pentola a pressione salti, che la fiammata ammazzi qualcuno, quasi sempre qualcuno che non c’entra, gli innocenti, quella “povera gente”, per citare Bertolt Brecht, che in seguito alle guerre farà la fame, da vinti e da vincitori.
La questione palestinese se ne sta lì da molto più di mezzo secolo, a volte assopita, a volte clamorosamente scottante, un bubbone aperto che si spera non erutterà – figurarsi – con un Paese governato da una destra estrema, con ministri fanatici, con insediamenti illegali che rosicchiano terre e case al nemico, con esercito e servizi fino a ieri considerati efficientissimi; e un’altra popolazione prigioniera, che dipende in tutto e per tutto dall’occupante. Quello che succede oggi è figlio di una storia complessa, intrecciata in anni e anni di ingiustizie, tormenti, risoluzioni Onu mai rispettate, repressione, apartheid, formazioni terroristiche. Ma è figlio anche di uno schema che è andato precisandosi e affinandosi, che la guerra in Ucraina ha affilato come una lama, che viene imposto nella narrazione corrente, reso obbligatorio: il buono e il cattivo. Se perde il buono perderemo tutti, è l’assunto che rafforza la tesi, una tesi che la famosa Europa sembra sposare sempre in modo meccanico e acritico, si veda la favola bella che armiamo fino ai denti l’Ucraina per difendere Berlino, Roma, Parigi, l’Occidente, eccetera eccetera. Balle, come gran parte dell’opinione pubblica sa da tempo. E guai a dire che il buono non è così buono come lo si descrive, perché il sistema binario è subito applicato con rigore chirurgico: dopo il retorico “sei putiniano”, aspettiamoci il più risibile e ridicolo “sei terrorista”. Un sistema binario che è esso stesso guerra, che serve ad alimentare lo scontro, non a fermarlo.
Così oggi quello che la narrazione corrente chiede – una vera chiamata alle armi – non è di capire o di fermare il massacro, o di ragionare, ma di schierarsi senza se e senza ma. Eppure, a dispetto della propaganda, no, noi non siamo Israele, e naturalmente no, noi non siamo Hamas (tocca dirlo, purtroppo, anche se pare assurdo, per prevenire i propagandisti), e questo chiederci di essere questo o quello – senza sfumature, senza dubbi – non è che un ennesimo portato della guerra, un arruolamento forzato delle coscienze. È un altro modo – da qui, dal divano – di fare la guerra, mentre il contrario – fermarsi, ragionare, accettare le differenze, lavorare sulle cause, rimuovere le ingiustizie, isolare gli estremi – è l’unico modo, invece, per fare la pace. Non succederà. Non ora, almeno. Ed è un altro crimine.