martedì 10 ottobre 2023

Al solito perfetto!

 

Dagli amici li guardi Iddio
di Marco Travaglio
Chi ama Israele perché è l’unica democrazia del Medio Oriente, per quanto sfigurata da 16 anni di governi Netanyahu (salvo brevi intervalli), dovrebbe leggere i suoi principali quotidiani e prendere esempio. Da quelli conservatori a quelli progressisti, dal Jerusalem Post ad Haaretz al Time of Israel, sono unanimi nel puntare il dito sull’unico vero responsabile politico della débâcle che ha regalato ad Hamas una vittoria insperata quanto inedita: “Bibi”, il premier più corrotto e più incapace, ma anche più longevo della storia dello Stato ebraico. Il “Mister Security” che non ha saputo garantire la sicurezza del suo Paese e del suo popolo, mettendo la firma sulla più cocente sconfitta dai tempi delle due guerre in Libano. Forse che la stampa israeliana se la fa con i terroristi di Hamas? O non sa distinguere fra aggressore e aggredito? O è al soldo dell’Iran? No, assolve semplicemente al primo dovere dell’informazione libera: raccontare, analizzare e commentare i fatti senza sconti per nessuno. E i fatti dicono che Israele ha tutto il diritto di esistere nei confini tracciati dall’Onu nel 1948; ha tutto il diritto di difendersi dalle aggressioni; merita tutta la solidarietà per le stragi e i sequestri di innocenti subiti nell’attacco terroristico di sabato. Ma oggi, trent’anni dopo gli accordi di Oslo fra Rabin e Arafat, non regge più la giustificazione dei territori occupati in attesa di restituirli in cambio del riconoscimento dai Paesi arabi, come Begin fece con Sadat a Camp David nel 1978. Anche perché, diversamente da allora, nessun vicino di Israele può (anche se volesse) distruggerlo. E della causa palestinese i Paesi arabi si sono sempre bellamente infischiati.
Persino un falco e un eroe di guerra come Ariel Sharon si era rassegnato all’idea dei due Stati, ritirandosi da Gaza e iniziando a farlo dalla Cisgiordania, e poi mollando la destra del Likud col fido Olmert per fondare il partito centrista Kadima. Non per bontà, filantropia o irenismo, ma per pragmatismo: non puoi convivere a lungo con milioni di palestinesi che ti odiano in casa tua o alla tua porta, reprimendoli dalla culla alla tomba e violando le risoluzioni Onu. I dati demografici sono impietosi: Israele ha 10 milioni di abitanti, di cui 7,5 ebrei, 2 palestinesi e il resto di altre etnie (tutti cittadini con diritto di voto); in Cisgiordania i palestinesi sono 3,5 milioni e a Gaza altri 2. Ebrei e palestinesi ormai si equivalgono e, siccome i primi fanno molti più figli dei secondi, il sorpasso è vicino. Annettere la Cisgiordania significherebbe consegnare in pochi anni parlamento e governo ai rappresentanti degli arabi: la fine dello Stato ebraico. Sharon e Olmert l’avevano capito vent’anni fa. Netanyahu neppure oggi.
E non potendo risolvere il problema annettendo i territori o deportandone gli abitanti, l’ha rimosso. Tutto tattica e niente strategia, ha ripreso le colonizzazioni, mandando in partibus infidelium centinaia di esaltati, che poi necessitano di sforzi immani di sicurezza per proteggerli dalle rappresaglie dei palestinesi espropriati in Giudea e Samaria. Infatti è lì a Nord che stazionano ben 26 battaglioni dell’esercito, lasciando senza bussola i servizi segreti (un tempo i migliori del mondo) e sguarnito il fronte Sud: quello di Gaza, presidiato da due compagnie di reclute e dalla polizia locale, subito uccise o catturate da Hamas. I veri nemici di Bibi erano ben altri che Hamas, usata con cinismo e finta furbizia contro Abu Mazen e gli altri leader “moderati” dell’Autorità palestinese che cogestisce con Israele la Cisgiordania. Una miopia folle e scollegata dalla realtà che il premier aveva persino rivendicato dinanzi alla polizia che lo interrogava in uno dei suoi tre processi per corruzione: “Abbiamo dei vicini che sono nostri acerrimi nemici… Io mando loro messaggi in continuazione, li inganno, li destabilizzo e li colpisco in testa… È impossibile raggiungere un accordo con loro… ma noi controlliamo l’altezza delle fiamme”. Sabato le fiamme, com’era ovvio dopo 56 anni di occupazione, non hanno bruciato solo Netanyahu, ma centinaia di vite innocenti. E ora bruceranno quelle di tanti riservisti che finora manifestavano contro la sua guerra privata ai giudici e la sua milizia privata voluta dal truce ministro Ben Gvir, e ora partono per il fronte della vera guerra. Intanto Bibi, prima dell’ultimo capolinea, dovrà trattare anche ufficialmente con Hamas per riavere gli ostaggi.
Questi purtroppo sono i fatti, anche se il coro degli ultrà delle opposte tifoserie cerca di oscurare la metà sgradita con la stessa tecnica di moralismo selettivo seguito per la guerra fra Russia e Ucraina: lo schema fumettistico dei “buoni” e dei “cattivi” che pretende di cancellare la complessità di grovigli storici, politici, etnici e religiosi pluridecennali. L’ironia della storia è che chi negava la “complessità” della questione russo-ucraina ora la riscopre per quella israelo-palestinese. Per costoro la “pace giusta” in Ucraina scatta in automatico col ritiro delle truppe dai territori occupati. Ma su Israele la formula magica non vale: è tutto più “complesso”. E lo è (infatti compriamo il gas dai migliori amici di Hamas). Ma lo è anche per l’Ucraina. Dopo decenni di conflitti latenti o guerreggiati, chi vuole fermare la guerra mondiale a rate deve porsi il problema della sicurezza di tutti, non di qualcuno a scapito degli altri. E la sicurezza non si ottiene scomunicando, bombardando e bulleggiando, ma ragionando, parlando e trattando compromessi.

L'Amaca

 

Lo slogan sovversivo
DI MICHELE SERRA
In merito alla molto commentata vicenda della giudice Apostolico, già detto da molti (me compreso) che per un magistrato sarebbe consigliabile un profilo pubblico non troppo esposto, merita di essere sottolineato non una, ma cento volte, lo slogan sovversivo che Apostolico, con un manipolo di manifestanti, gridava su quel molo nel 2018. Tenetevi forte: lo slogan era “siamo tutti antifascisti”. Prova provata, secondo la campagna scatenata contro la giudice, del suo parteggiare per “la sinistra estrema”.
Impressiona profondamente — anche se non sorprende — che esponenti dell’attuale governo considerino provocatoria, nonché indegna di un rappresentante dello Stato, quella che è la condizione di partenza della Costituzione e della democrazia: l’antifascismo. Antifascisti, almeno in teoria, dovrebbero essere anche i membri di questo governo, che hanno giurato sulla Carta — a meno che lo spergiuro sia considerato parte del loro mandato. Antifascista è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che con la “sinistra estrema” e i centri sociali non sembra avere rapporti stretti.
Il fatto che loro, leghisti e meloniani, antifascisti non siano, è arcinoto. Ma dovrebbe essere un problema loro, una anomalia che appartiene alla loro storia, alla loro etica personale, alla loro sensibilità politica, ai loro giornali di riferimento. Che se la prendano con chi invece osa professarsi antifascista addirittura in una pubblica manifestazione è il segno del micidiale stravolgimento politico che stiamo vivendo. Sono gli antifascisti che devono prepararsi a sentirsi stranieri in quella che dovrebbe essere, sulla carta, casa loro.

lunedì 9 ottobre 2023

L'Amaca

 

L’algoritmo dei miei sogni
DI MICHELE SERRA
Alla luce dei prodigiosi passi in avanti della tecnologia digitale, mi domando se non sia disponibile un algoritmo, molto personalizzato, al quale ognuno di noi possa affidare il compito di oscurare, in via permanente e su qualunque medium del quale si è clienti, tutte le notizie su alcuni specifici argomenti. Io per esempio, nella mia “cancel list”, metterei al primo posto ogni ulteriore informazione sui Rolex di Totti e Ilary e ogni aggiornamento sulla lite della coppia di Torino che doveva sposarsi ma poi non si è sposata, con pubblico annuncio dei tradimenti di lei (quanta eleganza!) e lite successiva sui rispettivi redditi (doppia eleganza!).
Dal momento che ognuno di noi è schedato dai propri clic, non ditemi che questa minuziosa identificazione dei nostri gusti, fonte inesauribile del bombardamento pubblicitario ad personam, non potrebbe funzionare anche al contrario. Una cosa tipo: sappiamo chi sei, quanti anni hai, dove abiti, dove vai, che cosa compri, che cosa guardi, che cosa leggi, di che cosa parli nelle tue conversazioni; ma prendiamo atto che ne hai le scatole piene dei Rolex dei Totti e della coppia torinese in rotta. Sarebbe equo, no?
Mi arrendo al pedinamento commerciale e sono perfino disposto a comperare una dentiera e un montascale anche se ho tutti i denti e salgo le scale due a due. In cambio, per cortesia, oscurate in via definitiva alcuni argomenti che mi fanno venire l’orticaria.
Fate che finiscano automaticamente nello spam. So che è molto improbabile che questo accada. Perché il nostro mondo funziona sempre per aggiunta, mai per sottrazione. E non c’è nessuna pietà per chi vorrebbe levare, dal suo cammino, almeno un poco di zavorra.

Oplà!

 


domenica 8 ottobre 2023

D'accordo con Orsini?

 

Un brutale dittatore

di Alessandro Orsini
Ecco che cosa rivela l'osservazione emotivamente distaccata della realtà empirica. Questa non è la rivolta di Hamas contro Israele. Questa è la rivolta del popolo palestinese contro la dittatura che Netanyahu esercita su di loro nei loro territori. Donne, anziani, bambini e uomini palestinesi, sono tutti con Hamas, soprattutto in queste ore in cui Netanyahu bombarda i civili palestinesi indiscriminatamente distruggendo le loro case, le loro strade e uccidendo i loro bambini. Come potete pensare che i palestinesi non siano schierati con Hamas? Quale limite mentale, difetto logico o pregiudizio culturale vi impedisce di vedere ciò che è autoevidente?
Il blocco occidentale ha creato un grande odio in Palestina lasciando che le ingiustizie di Netanyahu si accumulassero anno dopo anno. L'odio è una causa del mutamento storico-sociale e dei processi insurrezionali. Fomentare l'odio, come ha fatto l'Occidente in Palestina sostenendo tutte le malefatte di un brutale dittatore, significa creare cause.

E stasera tutti a guardar REPORT!!!

 

Da Paternò a Milano, la rete di La Russa tra affari e clientele. Ombre sui suoi soci
di Antonio Fraschilla
Inchiesta di Report si concentra sul paese di origine del presidente
del Senato fino a risalire alle “fortune” politiche del padre Nino. Dubbi
su un collaboratore che avrebbe chiesto aiuto alla ‘ndrangheta
ROMA — Una rete sull’asse Paternò-Milano tra clientele politiche, strani soci e affari in call center ma non solo. Una rete che ha al centro il presidente del Senato Ignazio La Russa. A ricostruirla una inchiesta di Report, che andrà in onda oggi alle 21 su Rai Tre e che inizia con le “promozioni” di professionisti e politici amici di La Russa, e tutti originari di Paternò, nelle istituzioni: dal Csm al Senato.
Alla Camera è stato eletto Francesco Cincitto che dice: «Sono il dentista di La Russa, milito in FdI da 30 anni». Poi, sempre dal cerchio magico di Paternò targato La Russa, Giuseppe Failla, ex sindaco, è stato scelto come componente della commissione paritetica della Conferenza Stato-Regione e fa parte anche della Commissione contenzioso del Senato. La collega di studio di Failla, l’avvocata Rosanna Natoli, candidata alla Camera non è stata eletta: adesso il Parlamento l’ha eletta membro laico del Csm. Per una città di 48 mila abitanti non male. Report ricostruisce anche le «fortune» politiche e societarie del padre del presidente del Senato, Nino La Russa, prima con il discusso finanziere che amava giocare in Borsa Michelangelo Virgillito e le sue aziende, dove investì anche Michele Sindona, e poi con l’ingegner Salvatore Ligresti. Report intervista l’ex colonnello dei carabinieri Michele Riccio che ha raccolto le ultime confessioni di Luigi Ilardo, un collaboratore di giustizia ucciso dalla mafia, secondo il quale nel 1994 Cosa nostra in Sicilia orientale avrebbe sostenuto Nino La Russa: il presidente del Senato ha già annunciato querela per diffamazione per queste affermazioni in un video che andrà in onda durante la puntata.
Ma Report solleva soprattutto il caso delle avventure societarie di La Russa e dei suoi familiari. A partire dell’apertura a Paternò di un call center che lavora per la sanità lombarda da diversi anni. Report intervista una ex assessora della Regione Lombardia ai tempi del governatore Roberto Formigoni: Monica Rizzi. Secondo quest’ultima sarebbe stato Romano La Russa, fratello di Ignazio, che «in prima persona avrebbe spinto per l’apertura del call center». Dice Report: «L’operazione viene gestita da Giovanni Catanzaro, che sedeva accanto a Nino La Russa nei cda di Sai e Richard Ginori ed è entrato in società con Ignazio, Vincenzo e Romano nella Idrosan». Catanzaro apre a Paternò anche un altro call center: si chiama Midica e in questa società ha una partecipazione anche Gaetano Raspagliesi, cognato di Ignazio La Russa. Oltre 300 le assunzioni. Il call center però entra in crisi e allora arriva un imprenditore a investire: Patrizio Argenterio, che intervistato da Report sostiene di aver ricevuto un invito ad investire da Ligresti e avrebbe incontrato anche La Russa allora ministro della Difesa (siamo nel 2008). Argenterio, che finirà col patteggiare un anno per bancarotta per questa avventura, aggiunge: «Quel giorno mi dice “ah guarda noi stiamo facendo un progetto che si chiamerà “Difesa”, perché vogliamo informatizzare polizia, carabinieri, finanza e quindi ve ne faremo fare un bel pezzo”». La Russa non fa riferimento all’investimento nel call center del cognato, ma avrebbe parlato di cento milioni di investimenti della Difesa. Del progetto ministeriale non se ne farà nulla. Il giornalista Giorgio Mottola chiede all’imprenditore se questo colloquio ha avuto un ruolo nella scelta di investire 3 milioni in una azienda decotta. La risposta di Argenterio è netta: «Certo».
C’è infine un socio attuale di La Russa in una srl immobiliare con delle ombre di non poco conto. Si chiama Sergio Conti. Un imprenditore che ad un certo punto si sarebbe rivolto ad esponenti della cosca di ‘ndrangheta di Pepè Onorato per recuperare un credito. Da questa vicenda nasce un processo che dopo due condanne finisce con l’assoluzione di Conti in Cassazione: perché il reato viene riqualificato da estorsione in esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza. Fattispecie che richiede una querela di parte. Ma la vittima non presenta denuncia. Davanti ai microfoni di Report Conti, che ancora oggi è socio e amministratore dell’azienda di La Russa, conferma di essersi rivolto agli ‘ndranghetisti per avere i soldi indietro. Conclude Report: «È opportuno che il presidente del Senato abbia come socio un imprenditore che si è rivolto alla ndrangheta?».

Strana Ragogna