martedì 26 settembre 2023

Raggiunto!



A Gaspà visto che sei lì dicci che c’è al centro della Terra!

Controcorrente

 


Come si fa?

 

Viva il nazi (se è ucraino)
di Marco Travaglio
Non ha commesso errori né gaffe il presidente della Camera canadese Anthony Rota, quando venerdì ha chiesto la standing ovation per “l’eroe ucraino e canadese della Seconda guerra mondiale che combatté per l’indipendenza dell’Ucraina contro i russi” Yaroslav Hunka, 98 anni, che sedeva sugli spalti per applaudire Zelensky. Né lui, né i deputati che si sono alzati ad applaudirlo, né Zelensky che non ha detto una parola. Nessuno poteva sapere che Hunka“prestò servizio nella 14ª divisione Waffen Grenadier delle SS naziste i cui crimini contro l’umanità durante l’Olocausto sono ben documentati” (come han reso noto gli Amici del Centro Wiesenthal). Ma chiunque avesse letto un Bignami della Seconda guerra mondiale sa che chi combatteva in Ucraina contro i russi stava con i nazisti. Lo sanno gli ucraini, che venerano come eroe nazionale il collaborazionista delle SS Stepan Bandera, eleggono partiti neonazisti in Parlamento e vantano milizie neonaziste nelle forze armate. E lo sanno i canadesi, che dichiararono guerra alla Germania 26 mesi prima degli Usa e combatterono i nazisti al fianco dell’Urss (che ci rimise circa 27 milioni di morti).
Quello che è accaduto al Parlamento di Ottawa durante la visita di Zelensky è l’ultima tappa dello strisciante sdoganamento del neonazismo ucraino iniziato il 24 febbraio ’22 con l’invasione russa. Fino ad allora media e politici occidentali, Onu, Osce e Amnesty denunciavano i partiti neonazisti in Ucraina e i crimini delle loro milizie in Donbass. Poi è scattata la sordina e infine la beatificazione degli “eroi” del battaglione Azov con le rune stilizzate e le svastiche tatuate. Un pietoso velo sul paradosso di un presidente ebreo che loda le milizie neonazi e arringa il Parlamento greco in tandem con un figuro dell’Azov, fra le proteste di governo e opposizione. L’ha notato, rara avis, il Pulitzer Glenn Greenwald: “È incredibile che la stampa occidentale, dopo un decennio passato a chiamare gli Azov fanatici neonazisti, ora ne parli con ammirazione e dica che il loro nazismo è propaganda russa”. A furia di lasciar correre per carità di patria (ucraina), un anno fa l’ambasciatore di Kiev a Berlino celebrò come “combattente per la libertà” Bandera, criminale di guerra coinvolto nella deportazione e uccisione di migliaia di ebrei. E il 4 novembre l’Onu approvò l’annuale risoluzione russa per la “lotta alla glorificazione del nazismo, del neonazismo e di altre pratiche che alimentano razzismo e xenofobia”. Ma con soli 106 Sì (contro i 121 dell’anno precedente), incluso quello di Israele. Contrari, come sempre, Usa e Ucraina; e, per la prima volta, tutti i Paesi Nato e alleati, esclusa la Turchia e inclusa l’Italia. Gli antinazisti, com’è noto, sono dei fottuti putiniani.

L'Amaca

 

Chi è il più nero del reame?
DI MICHELE SERRA
Sottopongo all’Albo dei Politologhi il seguente quesito: come è possibile che il partito italiano più a destra non sia Fratelli d’Italia, che ha la fiamma di Almirante nel simbolo,ma la Lega del Salvini?
Gli episodi di cronaca che certificano questa mia affermazione sono davvero tanti. L’ultimo arriva da Grosseto, dove i meloniani avrebbero negato il patrocinio del Comune alla presentazione del libro del generale Vannacci (at-tenti! Avanti march!), caldamente perorato da un consigliere leghista proveniente da CasaPound. Una ricerca interessante, intanto, sarebbe: quanti, di CasaPound e Forza Nuova, si sono accasati con Salvini, quanti con Meloni? La risposta aiuterebbe a certificare “scientificamente” il tasso di fascismo nei due partiti. È una bella gara, e il vincitore potrebbe essere una sorpresa. Così, a naso, scommetterei sulla vittoria della Lega ex Nord, fatta nera in pochi anni dal Salvini e più ancora dal silenzio imbarazzante dei cosiddetti “moderati”, tipo Giorgetti e Zaia, che sarebbe meglio chiamare, come corrente, “gli ignavi”.
Tornando alla storiella di Grosseto, se ne deduce che Vannacci imbarazza, almeno un poco, il partito della premier Meloni; non imbarazza per nulla i leghisti. Corollario comico, i numerosi incontri pubblici di Vannacci, che è in tournée come i Pooh, hanno per titolo “basta con la censura”. I censurati di tutto il mondo, zittiti o in galera per le loro idee, sono autorizzati a chiedere i danni per truffa ideologica.

lunedì 25 settembre 2023

Non è vero?







Enfasi



Ecco la notizia che non avremmo mai voluto leggere… nel senso che bastava un insignificante trafiletto in dodicesima pagina. Invece vengono esaltate le gesta di quest’assassino, la sua granitica fermezza a non pentirsi, e via andare. Giusto che lo Stato lo abbia curato, sbagliato invece dare evidenza della scomparsa. A quando una fiction sulla sua vita?

Tomaso il Greco

 

I fascio-leghisti contro Greco: perché apre l’Egizio al mondo
TORINO, GLI ATTACCHI AL DIRETTORE - Nelle sale del Museo si inizia a intravedere che una società multiculturale è più bella, umana e ricca di una astratta e asfittica celebrazione dell’identità italiana
DI TOMASO MONTANARI
L’assalto dell’estrema destra al direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco mette in luce due diversi problemi. Il primo è fin troppo evidente: il gene di Neanderthal non spiega (forse) solo la mortalità lombarda da Covid, ma anche il livello cavernicolo dei leghisti e dei fratellitalioti che odiano un direttore che prova (con successo) a decolonizzare un museo che nacque sottraendo all’Egitto, e a tutto il continente africano, un patrimonio capitale. Le aperture del museo alla comunità egiziana piemontese, e più in generale a quella arabofona in Italia, sono passi preziosi di un percorso che dovrebbe portare i musei italiani ad aprirsi “a tutti”, come la Costituzione dice della scuola. Il terrore dei fascio-cavernicoli è evidente: in quelle sale si comincia a intravedere che una società multiculturale è non solo possibile, ma perfino più bella, umana, ricca e aperta al futuro di una asfittica e astratta celebrazione dell’identità italiana usata come una clava (per di più usata da un personale politico che ha serie difficoltà perfino con la lingua italiana). Si capisce che Greco non sia il tipo ideale di direttore, per questa destra orribile: che a Firenze medita di candidare a sindaco il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, appena sorpreso a mettere in cattedra un terrorista nero (affidandogli una conferenza su Caravaggio, la legge e l’onore…). Difendendo Greco, molti osservatori democratici hanno aggiunto che le pretese della destra sarebbero anche inattuabili perché l’Egizio è un ente di diritto privato. Ma questo non è vero: e anzi qua sta il secondo problema.
Alle 11.30 del 6 ottobre 2004 il Museo Egizio di Torino fu “il primo grande museo italiano a diventare Fondazione: una scelta – esultò il ministro Giuliano Urbani, governo Berlusconi II – che renderà possibile una gestione più efficiente e moderna”. La Fondazione a cui è stato conferito quell’inestimabile patrimonio pubblico per la durata di trent’anni è composta da Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Piemonte, Provincia di Torino, Città di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino. Il primo consiglio di amministrazione assunse il direttore del museo senza nemmeno consultare il Comitato Scientifico, composto da egittologi illustri. Ma ciò che rese subito ben chiaro cosa significasse il passaggio da museo dello Stato a museo di una fondazione di diritto privato fu il nome del presidente, che non fu quello di un serio egittologo ignoto al grande pubblico (benché il regolamento di Urbani sancisse che egli avrebbe presieduto anche il comitato scientifico), bensì quello di un membro della famiglia Agnelli, e padre dell’allora vicepresidente della Fiat: lo stazzonato Alain Elkann, poi divenuto famoso come nemico mortale dei nuovi lanzichenecchi. Finito, nel 2012, il memorabile mandato di quest’ultimo, il posto è toccato ad Evelina Christillin. Naturalmente la scelta cadde su un’altra componente dell’oligarchia torinese (in una regressione dei musei pubblici verso l’antico regime), ma bisogna riconoscere che Christillin ha guidato la fondazione con saggezza, riuscendo ad assicurarle un direttore di prim’ordine come Greco: sotto la loro guida l’Egizio è tornato a svolgere, e assai bene, un servizio pubblico intellettuale (per usare un’espressione di Antonio Gramsci). Basta questo breve sunto della storia recente del museo per far capire quale sia il problema: tutto dipende dalla personalità del presidente, e dalle decisioni del consiglio d’amministrazione.
Se MiC e regione Piemonte volessero cacciare il direttore, anche contro il parere del Comune, con chi si schiererebbero i rappresentanti in cda delle fondazioni bancarie? È davvero difficile immaginare una ferma opposizione di queste ultime al potere esecutivo, e dunque alla fine sarà comunque la politica a decidere se fermarsi o se andare fino in fondo. E non basta. La riforma dei musei di Dario Franceschini (celebrata quasi da tutti coloro che oggi giustamente insorgono a favore di Greco) ha preso a modello proprio la fondazione dell’Egizio: affidando anche agli enti locali i cda e i consigli scientifici dei grandi musei nazionali, e mettendo saldamente nelle mani del ministro stesso la nomina dei direttori dei musei di fascia A, scelti da una terna preparata da una commissione in cui il ministro ha sempre avuto suoi autorevoli emissari. In questo modo, si è passati dal concorso pubblico (garanzia di oggettività, e di indipendenza) a una soggezione diretta dei musei al potere politico, con esiti clamorosamente grotteschi, come per esempio la trasformazione di Pompei in una specie di sala stampa del governo Renzi, e oggi di quello Meloni.
È dunque giusto, e necessario, difendere oggi Greco e il Museo Egizio, e lottare perché i nipotini del duce si accontentino della mummia di Predappio: ma se vogliamo essere credibili, e onesti, dobbiamo anche denunciare i disastri della (non)sinistra che ha privatizzato il patrimonio, e lo ha utilizzato come strumento di propaganda.