martedì 5 settembre 2023

TuttoLollo

 

Lollo Palmiro
di Marco Travaglio
Potevamo stupirvi con Giorgetti che, poverino, ha il “mal di pancia” perché “col Superbonus hanno mangiato tutti e noi paghiamo il conto” e non s’è accorto di essere ministro da due anni e mezzo in due governi che hanno cambiato le regole una quindicina di volte ma non hanno mai abolito la misura, anche perché la Lega aveva promesso di estenderla per “mangiarci” ancor di più, quindi non si capisce chi sarebbero quei “noi” che “paghiamo il conto”. Potevamo stupirvi con lo Statista di Rignano che si candida in Europa “col brand Il Centro”: non con un partito (li ha distrutti tutti, almeno i suoi) o una lista, ma col famoso brand che crea un’atmosfera come il Vecchia Romagna etichetta nera, dimenticando che un senatore non può essere eurodeputato e un eurodeputato non può farsi pagare da bin Salman, ma tanto il problema neppure si porrà. Potevamo stupirvi con Amato, che sta perdendo la memoria breve (s’è scordato di avere 85 anni) e sviluppando quella lunga (s’è ricordato di sapere qualcosa di Ustica, ma non ha ancora ben chiaro cosa e soprattutto perché). Invece no. Ci tocca tornare sul nostro adorato Francesco Lollobrigida detto Gino, che respinge sdegnato l’accusa di familismo col decisivo argomento che lo praticano pure gli altri: “Non mi pare si sia detto nulla su coppie come Togliatti e Iotti, o più recentemente Franceschini e la compagna, Fratoianni e la moglie, o Fassino e la sua”. A parte il fatto che quelle coppie non hanno mai cumulato le cariche di ministro e capo-segreteria del partito, nessuno dei suddetti era stato nominato dal premier in qualità di cognato e sorella. Ammesso che Lollo sia il nuovo Togliatti (non a caso “il Migliore”) e Arianna la nuova Iotti, chi sarebbe Giorgia?
Però LolloPalmiro ce la sta mettendo tutta per scrollarsi di dosso la taccia di raccomandato delle sorelle Meloni: sta scivolando verso l’opposizione con una tecnica infallibile di riposizionamento progressivo, impercettibile a occhio umano (la stessa adottata da Giambruno, l’altro franco tiratore di famiglia, che però s’è fatto subito sgamare e ora gira con la museruola): sparare una minchiata quotidiana per rosicchiare alla premier-cognata un pezzettino di consenso al giorno. Se lo lasciano fare, capace che fra qualche anno ce lo troviamo segretario del Pd: in dieci mesi ha fatto più danni alla destra lui che il centrosinistra in vent’anni. Nell’attesa, Giorgia dovrebbe leggersi La Napoli di Bellavista, l’antologia delle migliori foto di Luciano De Crescenzo. La più famosa ritrae un mendicante sdraiato sulle scale di un vicolo che porta ancora i segni della passata agiatezza: Borsalino sul capo, cappotto e scarpe di buon taglio. Il cartello accanto al piattino recita: “Ridotto in questo stato dal cognato”.

L'Amaca

 

Un buon principio liberale
DI MICHELE SERRA
La casa editrice “Il cerchio” fa benissimo a pubblicare il libro del generale Vannacci, che grazie al soccorso di un editore di professione potrà almeno giovarsi di un lavoro di editing e correzione di bozze, così da digrezzare la prosa di un militare non avvezzo alle insidie e alle sfumature della lingua. Prendendola più alla larga: è un bene che la cultura di destra emerga nella sua natura sostanziale, che è la conferma della norma e del pregiudizio.
Che “non esistano neri italiani” e i gay siano “anormali” è opinione molto diffusa, forse prevalente, tra gli elettori del Salvini e della premier Meloni.
Insomma: è opinione di governo.
È, nei suoi presupposti, una cultura conformista, incapace di cogliere i cambiamenti del sociale e dell’umano. E ha tutto il diritto di esserlo senza che si gridi allo scandalo. Scandalosa, da sempre, è la novità, scandalosa la verità, scandalosa l’idea stessa dell’uguaglianza. Si lasci dunque al Vannacci e al suo editore la libertà di sostenere che il mondo è una vecchia cosa, e tale deve rimanere. Si fosse fatto meno rumore, attorno a questo testo che rimpasta il risaputo, sarebbe stato molto meglio.
L’intolleranza dei virtuosi che si ergono a giudici di tutto e di tutti sta diventando un problema, qui in Occidente. E sta diventando controproducente: fa perdere smalto e fascino a ottime idee (per esempio la libertà delle scelte sessuali) che, ergendosi a Nuovo Dogma, risultano ottuse e opprimenti. Ha detto tutto, con magistrale saggezza, Pier Luigi Bersani: “Se nel bar Italia è possibile dare dell’anormale a un omosessuale, è possibile anche dare del coglione a un generale?”. Non bastava questo buon principio liberale, a liberarci dal Vannacci?

lunedì 4 settembre 2023

Incredibilmente



Un roboante fatto ha scosso ieri la penisola, un po’ come se il Vaticano ammettesse la liceità della bestemmia nel caso in cui uno sventurato, alzandosi di buon mattino, colpisca in pieno col mignolo del piede il comodino; così a Cernobbio ieri “lor signori” hanno certificato che occorre introdurre il salario minimo! Snobbati dalla Ducetta che dopo aver accampato scuse familiari si è presentata al Gran Premio d’Italia - forse che Giambru sia patito di F1? - gli imprenditori hanno fatto proprio un pensiero del grande Karl: se paghi poco il lavoratore chi minkia acquisterà i manufatti industriali? Ecco quindi la svolta sfanculante il Bomba e soci! E chissà che sotto sotto non vi sia pure la consapevolezza di aver tirato troppo la corda… Chissà!

Come dargli torto?


La “nuova” cultura egemone: il puerile “italiani brava gente”

“COMANDANTE” A VENEZIA 80 - Il film celebra giustamente il salvataggio dei naufraghi belgi, ma occulta il contesto di una guerra atroce scatenata dai regimi totalitari come l’Italia fascista

di Tomaso Montanari 

E così, per festeggiare il primo governo di matrice fascista della storia della Repubblica, la Mostra del Cinema di Venezia apre con un film che (basta leggere la rassegna stampa) ha trasmesso al Paese questi due messaggi: il fascismo ha fatto anche cose buone, gli italiani sono brava gente. Al di là delle circostanze casuali (il ben altro film di Luca Guadagnino bloccato da cause di forza maggiore), e delle intenzioni di regista, sceneggiatore, attori di Comandante (che abbiamo finora saputo antitetiche ad ogni revisionismo), la forza del dato di fatto è impressionante. Ed è prova di una egemonia culturale che, se non è ancora fascista, certo non è più antifascista.

Nessun dubbio sull’esemplarità del gesto del comandante Salvatore Todaro, che salva i naufraghi del mercantile belga (che ha silurato perché trasportava materiale bellico) violando i regolamenti, e obbedendo a quella legge del mare e dell’umanità che (suggeriscono a ragione gli autori) è del tutto ignota a chi oggi ci governa, come mille Cutro dimostrano. Ma nessun dubbio anche sul fatto che il film occulti il contesto di quel beau geste. E il contesto è una guerra atroce, scatenata da regimi totalitari. Salvatore Todaro era, e rimase per sempre, fascista (e il fascismo non è “dolore”, come dice uno dei personaggi: ma violenza, odio, morte). Era uno che combatteva insieme ai nazisti: per le stesse cause, che includevano il più violento razzismo mai visto nella storia, e l’Olocausto tutto intero. In Germania, la Berlinale si potrebbe aprire con l’apologia di un nazista buono? Se da noi è potuto accadere è perché ci siamo convinti che ci fosse una gran differenza tra il tedesco nazista (cattivo) e l’italiano fascista (bravo): ma una intera stagione storiografica (esemplari, tra tanti, gli studi di Filippo Focardi) ha dimostrato esattamente il contrario. Eppure, l’autoassoluzione collettiva (che inizia ancor prima della Liberazione, con un cedimento significativo del fronte antifascista, comprensibilmente preoccupato che l’Italia non venisse trattata come la Germania), l’idea crociana del fascismo “parentesi” in una storia italiana virtuosa, continuano a farci brutti scherzi. E così dimentichiamo la realtà: che “il nazismo in Germania è stato una metastasi di un tumore che era in Italia” (Primo Levi).

Da un cinema autonomo, libero, culturalmente solido mi aspetterei oggi film su Matteotti, i Rosselli, Emilio Lussu, la Resistenza delle donne…: non su un buon fascista! E, visto il terribile amore per la guerra che è tornato a dominare il discorso pubblico occidentale, amerei film su storie di diserzione, di rifiuto delle armi: non l’apologia di un sacerdote della guerra, senza macchia e senza paura. Quanti morti ha fatto Salvatore Todaro nelle sue campagne? E al servizio di quali ideali? Nessuno, ha scritto Hannah Arendt, aveva il diritto di obbedire: e la marginale disobbedienza di Todaro non gli impedì certo di ricevere le sue medaglie dal regime.

Non lasciò mai gli ideali di morte (come fece invece uno Schindler, per intendersi): quell’atto esemplare rimane un punto bianco in una vita nera. Anzi, volle finire la carriera (e di fatto la vita) tra i fanatici della morte della X Mas, di lì a poco rivelatasi un branco di criminali di guerra. Come ha scritto Cristina Piccino in una splendida stroncatura del film uscita giovedì scorso sul Manifesto, il comandante interpretato da Pierfrancesco Favino, “come ogni vero uomo ama, l’arte della guerra: un po’ dannunziano, un po’ nietzschiano, un po’ uomo e macchina di marinettiana memoria, oltre a quel bagaglio, tipico del fascistello, di filosofie orientali, cabale, esoterismi”.

“Un mito duro a morire” è la seconda parte del titolo del libro con cui Angelo del Boca ha dimostrato che gli italiani non sono stati affatto “brava gente”. E quando Todaro risponde che ha fatto quello che ha fatto perché è italiano, questo suona come un’oscena assoluzione, collettiva e a prescindere, di un popolo che i conti col fascismo non è mai riuscito a farli davvero (tanto che oggi ci risiamo), e che, per dire, non è nemmeno stato capace di istituire una giornata di pentimento e memoria per l’oltre mezzo milione di morti che abbiamo fatto in Africa nelle nostre guerre coloniali (liberali e fasciste), commettendo crimini di guerra che in certi casi assumono i tratti di un tentato genocidio. E poi: davvero la bontà si può legare ad un’appartenenza nazionale? Ma non è propria questa la bestialità che il governo Meloni ripete fino alla nausea, esaltando l’identità italiana?

E non è forse una triste prova di subalternità culturale fondarci un film? Capisco che mancherebbero siluri e divise, ma quanto vorrei vedere un film sui dodici professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo, perdendo cattedra e stipendio: non dissero “no” perché italiani (lo era anche il 90% che giurò…), ma perché liberi, con la schiena diritta, consapevoli. Virtù poco diffuse nell’Italia dell’anno primo dell’Era Neofascista.

Sì parlare...

 

Io so che tu sai che io so
di Marco Travaglio
Dopo le non-rivelazioni di Amato su Ustica, ecco quelle di un altro dinosauro di tutte le Repubbliche: Luigi Zanda, ex portavoce di Cossiga, ex Mose, ex Lottomatica, ex Giubileo, ex De Benedetti, ex capogruppo Pd, ex tutto: anche lui dice e non dice, ricorda e non ricorda. Nel doppiofondo della politica c’è un esercito di vegliardi che conservano segreti indicibili e ogni tanto ne distillano una goccia per ricordare a chi di dovere che sanno tutto: è il loro elisir di lunga vita, ma soprattutto carriera. Infatti non vanno mai in pensione. Come gli ex capi dei Servizi, che appena messi a riposo collezionano cariche nelle partecipate e nessuno riesce a levarceli di torno tranne il cassamortaro. Si spiega così un fatto unico in Occidente: non c’è mistero d’Italia o delitto eccellente di cui si sappia tutto e che si possa mandare in archivio. Ora Amato e Zanda, che stavano l’uno nella pochette di Craxi e l’altro di Cossiga, pretendono chiarezza su Ustica da Macron, che quel giorno aveva 2 anni e mezzo. Inutile domandarsi come si possa convivere per 43 anni con dentro tutti quei vermi, lutti e liquami senza un ruttino. Beata ingenuità: chi ha il paraflu nelle vene, un frigo al posto dello stomaco, un freezer al posto del fegato e un registratore di cassa al posto del cuore, sopravvive solo così. Più sai, meno parli, più campi. Quando la leggendaria commissione Telekom Serbia promosse Igor Marini a supertestimone delle tangenti miliardarie di Milosevic a Prodi, Dini e Fassino sui conti Mortadella, Ranocchio e Cicogna, ai pm torinesi bastò domandargli che mestiere facesse. Rispose che scaricava frutta e verdura ai mercati generali di Brescia. E si capì che non poteva sapere nulla di vero, altrimenti sarebbe stato perlomeno ministro. Invece, quando Massimo Ciancimino, con vari pentiti di mafia, raccontò la trattativa del padre col Ros, i vari Mori, Martelli, Ferraro, Violante, Scalfaro, Napolitano, Conso, Mancino, Amato e altri si ricordarono (chi bene, chi male) cose taciute per 20 anni: e si capì che la trattativa c’era stata eccome, anche se poi vari giudici si arrampicarono sui vetri per negarne prima la rilevanza penale, poi l’esistenza e l’evidenza.
Perciò l’intervista di Gherardo Colombo del 1998 a Peppe D’Avanzo sulla Bicamerale “figlia dei ricatti” su Tangentopoli rimane il miglior referto della politica dell’“una mano (sporca) lava l’altra”. E il tetto ai mandati parlamentari (2 o 3 cambia poco, purchè poi finiscano), ideato da Grillo e Casaleggio sr., ne è l’unico antidoto. Ma andrebbe estesa a tutti gli incarichi pubblici, non solo a quelli elettivi. Non importa cos’hai fatto e cosa sai: quando vai a casa, ci resti.

domenica 3 settembre 2023

Trame ignoranti




TRAME IGNORANTI 
OPPENHEIMER

1) Fratelli Vanzina
Oppenheimer, con la scusa di dover costruire la bomba atomica, organizza un viaggio con l'amante. La moglie li becca insieme trovando lei "con le zinne de fori" e si vendica andando a letto con il Presidente Truman. Oppenheimer chiede consiglio ad Albert Einstein che risponde con un rutto. 

2) Gabriele Muccino
Oppenheimer costruisce la bomba atomica e urla; altri scienziati lo aiutano urlando anche loro; la bomba quando esplode invece di fare "boom" urla anch'essa. Oppenheimer si rivolge ad Einstein urlando e lui di tutta risposta gli urla E=mc2.

3) Paolo Sorrentino
Oppenheimer (interpretato da Tony Servillo) gira di notte per le strade di Roma con la bomba atomica in mano. Ad un certo punto incontra un canguro e gli fa un monologo su come lui non voleva solo partecipare alla guerra, ma voleva avere il potere di farla finire. 

4)  Sidney Sibilia
Oppenheimer e i suoi due fratelli scienziati, si arrangiano come possono per vivere. Poi ad uno di loro viene l'idea di costruire una bomba atomica e fanno un sacco di soldi. 

5) Sergio Leone
Stacco sugli occhi di Oppenheimer, stacco sugli occhi di Einstein, stacco sugli occhi di un giapponese di Nagasaki; Oppenheimer fa esplodere la bomba atomica, ma Clint Eastwood spara con il fucile e la neutralizza. 

6) Vittorio De Sica
Oppenheimer va a presentare il progetto della bomba atomica al Presidente, ma gli rubano la bicicletta; allora chiede aiuto ad Einstein il quale tira fuori la lingua e gli fa un pernacchio. 

7) Nanni Moretti
Oppenheimer non sa se sia meglio costruire una bomba atomica e non farla esplodere oppure farla esplodere per mettere fine alla guerra (non fa niente che distruggerà due città). Quindi chiede consiglio ad Einstein che gli dice di non preoccuparsi, ma specificando che si chiama <<bomba a fissione nucleare>> e che le parole sono importanti. 

8) Stefano Sollima
Oppenheimer fa esplodere la bomba. Si confronta con altri scienziati e fa esplodere un'altra bomba. Parla con Einstein, fa esplodere un'altra bomba. Parla con il Presidente degli Stati Uniti, fa esplodere un'altra bomba. Il tutto in un unico piano sequenza. 

9) Alessandro Siani
Un ragazzo disoccupato che vive ancora con i genitori sta lavorando al progetto di una bomba; la ragazza più bella della città, che prima lo schifava, se ne innamora. Lui per amore non la fa esplodere, Albert Einstein gli chiede "ma sta bomba 'a state facendo o 'a state cercando?".

10) René Ferretti 
Oppenheimer costruisce (così de botto senza senso) la bomba atomica, ma risulta essere un po' troppo italiana, da quel momento la chiama "la cagna maledetta" e pentendosi esclama "mammamia la monnezza che ho fatto".


È normale!


Visto che nessuno pare assumersi la responsabilità di restare in guardiania sul pensiero comune, assistiamo ad uno straboccante inquinamento dello stesso, babbaneamente associato alla normalità: è divenuto infatti “normale” chiacchierare di fascismo, rigurgitare assassini infami già spudoratamente in libertà (nessuno tocchi Caino ‘na fava!) come Mambro e Fioravanti il cui destino avrebbe dovuto collimare quello di Francis Clifford Smith, 98 anni di cui 80 passati in prigione, se non altro per il rispetto degli ottanta e più morti della stazione di Bologna; è normalità continuare a vedere ministro un’imprenditrice ingannatrice e plasticata, che si permette pure di prenderci per il culo; e rientra nella norma un presidente del Senato, seconda carica dello stato, il cui secondo nome è Benito, che scorrazza allegramente sul confine dell’incostituzionalità, col figlio indiano accostato ad un probabile stupro e con una visione storica che prima o poi ci porterà a ricordare Graziani come uomo dabbene; è “normale” che grazie a frescacce belligere, i cosiddetti imprenditori (di sta fava) aumentino profitti e lucro sulle spalle del popolino oramai disorientato ed assopito dal continuo lancio di brioches della tanto amata Ducetta Caciottara, il cui compagno è attivissimo nel sdoganare malefici pensieri tramutandoli in pensiero comune; è normalità non avere più spicci e lasciar che gli innumerevoli Alì Babà ci rubino un centinaio di miliardi l’anno; è normale che vi siano pensionati da 10mila euro e altri da 780 mensili, e se devi sgraffignare qualcosa lo fai a quest’ultimi;  è pensiero comune festeggiare il giorno in cui la benzina scenderà a 1,4 al litro, costerà pochissimo vero?, e che dire poi di lor signori in ferie da oltre un mese che a breve rientreranno per la classica fiaba autunnale? È normale!