giovedì 24 agosto 2023

Due anni!



Oggi sono due anni senza Charlie! ❤️❤️❤️

Annuncio



Potrebbe sembrare un annuncio pubblicitario, uno dei tanti… ma guardando bene questo rettangolino apparso sulla Hachney Gazzette, nasconde un tesoro maestoso. Leggendo infatti tra le righe si scoprono parole molto accostabili alla leggenda del Rock: Satisfaction, Gimme Shelter, Shattered… e poi guardate il puntino sulla “i” che è una lingua…eh sì, direi che ci siamo! Hackney Diamonds il nuovo album della band più grande! Se non sapete chi sono, siete dei Donzelli! Vamos!

Belpaese


Una lunga storia di tagli e favori ai
privati. Un quarto della spesa fuori dal
pubblico

di Chiara Giorgi

Bandiera bianca. Così è stato stravolto il modello della riforma del 1979
La sanità pubblica italiana attraversa un momento molto difficile. La riduzione della spesa
sanitaria in termini reali, la delega fiscale del governo, i tagli al Pnrr, le mani avanti del
ministro Giorgetti in vista della legge di bilancio, il progetto di autonomia regionale
differenziata stanno minando alcuni principi costitutivi del Servizio sanitario nazionale,
mettendone a rischio attività e tenuta. Da tempo la sanità pubblica subisce tagli alla spesa
(in particolare dopo il 2011), riduzioni di personale e servizi, ridimensionamento delle
attività di prevenzione, dell’assistenza territoriale, mentre cresce di continuo lo spazio
lasciato alla sanità privata.
La riforma sanitaria del 1978 segnò il momento di maggior rinnovamento del welfare
italiano, creando un servizio pubblico con universalità di copertura, equità di accesso e
uguaglianza di trattamento, globalità dell’intervento sanitario, uniformità territoriale,
partecipazione democratica, finanziato tramite la fiscalità generale progressiva. Da almeno
trent’anni assistiamo a un’inversione di rotta rispetto alle origini del Servizio sanitario
nazionale che non è sfuggito alla riorganizzazione del capitalismo in chiave neoliberale.
La pandemia da Covid-19 ha portato alla luce le conseguenze più gravi: la carenza di
personale, il depotenziamento della medicina generale e territoriale, la subalternità alle
imprese farmaceutiche nella ricerca e nella produzione di farmaci e vaccini. Tuttavia,
proprio la pandemia sembrava aver riportato al centro dell’attenzione pubblica il diritto alla
salute, fisica e psichica, individuale e collettiva e, con esso, la necessità di un rinnovamento
del welfare socio-sanitario. Poteva essere l’occasione per rafforzare l’assetto sanitario del
paese a partire dalle cure primarie.
NELLA GESTIONE del Covid-19 e nelle politiche successive la direzione presa è stata
tutt’altra. La fotografia più recente è venuta dai nuovi dati Ocse, che mostrano come in
Italia la spesa sanitaria per abitante (pubblica e privata) nel 2022 è stata pari a 4.290
dollari, poco più della metà di quanto si è speso in Germania (oltre ottomila dollari), mentre
in Francia la spesa è stata di 6.500 dollari. Le previsioni per la sanità pubblica per il 2025
prevedono una spesa del 6,2% del Pil, un dato al di sotto dei livelli pre-covid in Italia e
molto inferiore alla spesa dei maggiori paesi europei.
Il governo Meloni ha portato a una grave accelerazione di questi processi. Il piano di riforma
fiscale, che abolisce l’Irap (finora destinata a finanziare la sanità), estende la flat tax contro
il principio della progressività, aumenta le agevolazioni per le assicurazioni private, avrà un
effetto immediato di riduzione delle risorse pubbliche per la salute. Si registra una grave
carenza di medici e infermieri: l’ultimo Rapporto Crea-sanità calcola, con riferimento alla
popolazione anziana, una carenza di 30mila medici e di circa 220mila infermieri (che
salirebbero a 320mila in riferimento alla popolazione over 75).
E tuttavia, vengono mantenuti i tetti di spesa per il personale sanitario che vive condizionidi lavoro sempre più difficili, con diffusi contratti precari e la crescente tentazione di fuga,
soprattutto dai settori più usuranti, verso strutture private o verso altri paesi, mentre
aumentano il ricorso e gli incentivi ai costosissimi medici a gettone. Il risultato è una
riduzione dei servizi, lunghissime liste d’attesa, ricorso alle prestazioni dei medici che
lavorano intramoenia nelle strutture pubbliche, crescenti divari tra le regioni nella qualità e
quantità dei servizi forniti, espansione della sanità privata.
E POI C’È IL PNRR, che non prevedeva sin dagli inizi gli aumenti di spesa corrente
necessari a far funzionare le nuove strutture previste, le Case e gli Ospedali di comunità,
che peraltro rischiano un ridimensionamento con le recenti proposte di revisione del
governo.
Il processo di privatizzazione marcia dunque velocemente attraverso il definanziamento del
servizio sanitario nazionale e il dirottamento di risorse pubbliche verso la sanità privata.
Crescono l’affidamento di servizi a privati accreditati e le esternalizzazioni; attraverso
convenzioni e contratti, viene trasferita la responsabilità parziale o totale della fornitura di
servizi clinici o non clinici al privato. In Italia la quota della spesa sanitaria pubblica
destinata a operatori privati per i servizi svolti è arrivata al 22%, con Lazio e Lombardia che
raggiungono il 30%.
In questo contesto, si registra un progressivo incremento della spesa sanitaria sostenuta
direttamente dai cittadini per l’acquisto di servizi sanitari privati out of pocket, che
rappresenta più del 20% della spesa sanitaria complessiva. Queste risorse si traducono in
nuova domanda per ospedali e centri diagnostici privati e per le aziende farmaceutiche,
così come cresce il ruolo delle società di assicurazione che forniscono servizi in campo
sanitario, favorite dagli incentivi offerti al welfare aziendale con la defiscalizzazione dei
contributi pagati dalle imprese. È un settore in rapida trasformazione, con processi di
concentrazione e l’affermarsi di multinazionali straniere in campo diagnostico, assicurativo
e farmaceutico.

Altro che!

 


Dolore e sgomento

 



Chi meglio di Pino?

 

Spinaus “il contabile”, silenzioso guardiano di olgettine (e balle)
DI PINO CORRIAS
Ruby al telefono: “Se passo me li dai 5.000? Sono nella merda”. Nelle ultime 40 stagioni della Grande Abbuffata berlusconiana, non era il cuoco Michele a preparare i pasti migliori nel serraglio di Arcore, ma Giuseppe Spinelli, detto il Contabile, quello che maneggia la carne cruda del contante da dare in pasto ai grandi carnivori – Marcello Dell’Utri, Fedele Confalonieri, Giancarlo Foscale, il fratello Paolo – e a lanciare le frattaglie alle faine che nei dopocena eleganti assaltavano i divani del sultano – Ruby, Iris, Aris, Marysthell, Barbara, Nicole, Raissa, Ioana – tutte armate di tacchi a spillo e telefonino, tutte affamate di proteine al sangue (Iris al telefono con Aris: “Cazzo devo andare da Spinaus, non c’ho più un euro, amo’”; Aris: “A chi lo dici, anch’io, devo chiamare Spin, cazzo!”) che Spinelli distribuiva in forma di banconote da 500 euro, 4 per una cena, 10 per la nanna con doccia, 5 al mese per stare buone. Tariffe stabilite dall’anziano regnante, Silvio B. che alla mamma, alle mogli, ai figli e agli elettori diceva “Non ho mai pagato una donna in vita mia”. Gli hanno creduto tutti. Tranne uno. Tranne Spin, Spinaus, il Contabile, che quei soldi li faceva cantare tra il pollice e il dito medio.
La storia di Giuseppe Spinelli – guardiano immobile del Forziere – fa piangere e insieme fa ridere. Intorno a lui accadono l’alfa e l’omega della recente storia italiana, si fanno e si disfano i governi della Repubblica, compaiono mafiosi, mignotte, faccendieri, banchieri, agenti segreti, si dilapidano fortune e se ne accumulano altrettante, si moltiplicano leggi su misura, spuntano oligarchi russi, rais libici, trafficanti di gas, ville imperiali per le mogli da salvaguardare e appartamentini a schiera per le escort da buttare. I bilocali della celebre via Olgettina, gestiti da Nicole Minetti, “Ah, che zoccolame questa casa! – dirà Iris al telefono – Questo condominio è diventato un puttanaio, cazzo!”.
Spinelli è la perfetta funzione e finzione del Ragioniere di Famiglia. Il ragiunatt con occhiali da miope, onestà da chierichetto, fedeltà da erbivoro. Obbedisce senza chiedere. Paga senza sapere. Esegue senza capire. O almeno è così che la racconta. È lui che rifornisce di contanti l’animale più pericoloso del serraglio, il palermitano Marcello Dell’Utri, attraverso la moglie Miranda, 32,7 milioni di euro in dieci anni, tra il 2011 e il 2021, più la villa sul Lago di Como ricomprata per 21 milioni, più 30mila euro mensili, nell’ultimo anno, più le parcelle per gli avvocati negli anni dei processi, fino alla condanna per mafia a sette anni di carcere passati come tutta la vita in quel silenzio funzionale che i magistrati di Palermo e di Milano hanno provato invano a dissigillare.
Oggi ci prova l’indagine fiorentina sulle stragi e gli attentati del 1993, le bombe a Firenze, Milano, Roma, che secondo i magistrati vedrebbero coinvolti i fratelli Graviano nei panni degli esecutori e la coppia Berlusconi-Dell’Utri in quella degli ispiratori, per tornaconto politico elettorale.
Ne sa niente Spinelli? Ma figuriamoci. I soldi che passano per le sue mani sono fuochi di artificio che si illuminano per un solo istante, quando li preleva dal Monte dei Paschi di Siena, filiale di Segrete, e si spengono nel villone di Arcore.
Dichiara: “Prelevavo circa 250-300mila euro al mese. A volte anche due volte al mese”. Negli anni delle escort, il 2009 e 2010, “ho portato ad Arcore circa 20 milioni di euro”. Negli anni di Dell’Utri, pure il doppio. Ma lui che ne sa per quali fini? “Lavoro da 43 anni per il dottor Berlusconi. Facevo tutto su sua disposizione. Non ho mai preso soldi di mia iniziativa”.
Qualcuno (però) lo ha guadagnato dal fortunatissimo giorno in cui Silvio B. lo ha assunto alla Edilnord, anno 1978, quando dal nulla sono spuntati i miliardi di lire necessari per costruire l’intero quartiere di Milano Due. Da allora Spinelli, ragionier Giuseppe, nato nell’anno 1941 a Settala, provincia di Milano, cattolico fervente, la messa ogni domenica, risulta amministratore in almeno otto holding dell’impero Fininvest. Gestisce gli immobili della Idra e della Dolcedrago. È consigliere in 13 società del gruppo. Oltre che depositario di immensi giacimenti di segreti che gli dormono accanto nell’appartamento che abita, all’ottavo piano di un palazzone a Bresso, insieme con la moglie Anna.
Mai è cambiato il suo ufficio, dietro gli specchi della Residenza Parco di Milano Due, che per tanti anni, durante le inchieste per corruzione, frodi fiscali, fondi neri, movimenti bancari sospetti, è sempre risultato “di pertinenza dell’Ufficio politico di Silvio B”, dunque inviolabile per gli investigatori che ogni tanto provavano a scavalcare le disposizioni parlamentari e l’inflessibile Contabile che sulla soglia li respingeva con il suo gentilissimo sorriso dedicato non agli intrusi, ma alla manzoniana provvidenza.
Una sola interferenza – nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2012 – ha movimentato la sua vita in grigio. Quando una banda di rapitori, un italiano, due albanesi, gli entrarono in casa, alle nove di sera, offrendo “registrazioni segrete contro il nemico De Benedetti” in cambio di 35 milioni di euro. Restano tutta la notte, sonnecchiando armati sul divano di casa, mentre lui e la moglie vengono chiusi nella camera da letto. Alle 7:30, Spinaus prima prepara il caffè per tutti, poi telefona al Dottore ad Arcore. Il quale non chiama i carabinieri – mica si fida dello Stato che gestisce da una ventina d’anni – ma l’avvocato Ghedini. Che a sua volta chiede maggiori ragguagli sui fantomatici documenti. Dalla nebbia delle ricostruzioni risulta che i rapitori a metà mattina se ne vanno, forse hanno concordato un riscatto di 8 milioni, forse nulla. Solo a quel punto vengono chiamati polizia e magistratura. Toccherà a Ilda Boccassini arrestare la banda dopo un mese di indagini. Tutti confessano il sequestro, nessuno il movente. Berlusconi e Ghedini muovono i burattini in scena. Il sipario del tempo archivia anche loro. Ma non il Contabile, che ancora presidia il bancomat delle meraviglie terrene. C’è da saldare l’ultima rata da 30 milioni a Marcello. I 100 milioni a Marta, la finta moglie. I 90 di debiti ai vivi morenti di Forza Italia. Per poi correre ogni domenica in chiesa a espiare i molti peccati dei carnivori ricchi, con qualche spicciolo ai poveri.

L'Elefante

 

Parliamo dell’elefante
di Marco Travaglio
Se fosse padrona di giornali e tv come la Buonanima, la Meloni ordinerebbe loro di descriverla esattamente come la rappresentano senza bisogno di ordini. E detterebbe loro la stessa agenda che spontaneamente sciorinano ogni giorno. È in difficoltà sul salario minimo, che spopola anche fra i suoi elettori grazie a una delle poche mosse azzeccate dall’opposizione unita? Parliamo del generale Vannacci e del suo libercolo di scemenze, con l’effetto collaterale di fargli vendere un sacco di copie e di lanciare la sua campagna elettorale prossima ventura. Lascia soli (o col generale Figliuolo, che è pure peggio) i terremotati della Romagna e fa incazzare i sindaci, anche di centrodestra, per gli sbarchi incontrollati di migranti che aveva promesso di fermare col blocco navale e l’inseguimento degli scafisti in tutto l’orbe terracqueo? Parliamo delle sparate sulla strage di Bologna del portavoce del Lazio De Angelis, di cui ora si scopre pure una canzone antisemita del lontano 1978. S’infila nel vicolo cieco delle accise sulla benzina che aveva giurato di abolire o di tagliare, mentre l’unica cosa che ha tagliato è il taglietto di Draghi? Parliamo di Salvini che ricicla la vecchia supercazzola della castrazione chimica per gli stupratori (salvo i figli dei membri, parlando con pardon, della maggioranza). Fa uno spottone all’Albania che si prende i nostri turisti in fuga dal caro-prezzi, caro-benzina, caro-mutui, caro-tutto? Parliamo del sovranismo della destra al potere, senza specificare che è a sovranità limitata, appaltato ora a Tirana, ora a Washington, ora a Bruxelles. Non riesce a spiegare perché preleva un grammo di extraprofitti delle banche, ma risparmia industrie di armamenti, case farmaceutiche e assicurazioni? Parliamo delle povere banche affamate dalla destra populista. Si ritrova in brache di tela sulla guerra in Ucraina dopo avere sposato il più ottuso atlantismo, mentre l’annunciata vittoria dell’amico Zelensky si allontana e le auto-sanzioni distruggono l’economia italiana ed europea? Applausi e incoraggiamenti a perseverare nell’errore anche contro la Cina, rovinando i nostri commerci con l’uscita dalla Via della Seta. Abiura alla destra legalitaria e anti-casta con le uscite alcoliche di Nordio, la nostalgia di Salvini per le Province e quella di FI per il finanziamento pubblico? Parliamo di un suo vecchio libro scritto con Meluzzi sulla popolarissima mafia nigeriana.
Funziona così: le rare volte che ne azzecca una, la si critica. Tutte le volte che pesta una cacca, si parla d’altro: possibilmente non di fatti che incidono sulla vita dei cittadini, ma di parole e sparate che non fregano niente a nessuno. Se domattina i grandi giornali e le tv sparissero, lei dopodomani li rifarebbe tali e quali.