venerdì 30 giugno 2023

L'Amaca

 

Vecchi e inamovibili
DI MICHELE SERRA
L’ipotesi che Joe Biden davvero si ricandidi — come ha già annunciato — per le presidenziali del ’24, per giunta avendo per probabile sfidante Donald Trump, è per metà surreale e per metà angosciante. Biden avrà 82 anni, Trump 78, si tratterebbe della sfida tra due vecchi. Non ho niente contro i vecchi, sono anche io sulla soglia di quell’età che è piena di risorse, di esperienza, di pacificazione con se stessi e con gli altri, di pensiero libero — finalmente libero dall’ansia di dover dimostrare qualcosa. Ma santo cielo, con quale energia, quale rapporto con il futuro, quale conoscenza delle nuove “forme di vita” (tali sono i ventenni per chi ne ha ottanta), quale affidabilità fisica e mentale quei due signori pensano per davvero di potersi e anzi doversi ricandidare?
Ho sempre pensato che riflettere su quale sia il momento giusto di levarsi dai piedi e dedicarsi alla pesca o al biliardo o all’acquerello, avendo nel frattempo provveduto alla propria successione — in tutti i sensi — sia un dovere tra i più importanti per chiunque, e specialmente per chi ha un ruolo di potere.
Nelle monarchie semplificava le cose l’idea, stramba ma efficace, che il potere fosse trasmissibile per via dinastica, come i bilocali e i Bot. Ma in democrazia?
Possibile che il non freschissimo Biden e l’apoplettico Trump (con quei capelli!) non abbiano pensato che nessuno è indispensabile, che gli anni passano, che l’artrosi impedisce di camminare bene di fronte ai picchetti d’onore, e infine che il futuro non appartiene a loro, ma ai giovani, che nel decrepito Occidente ormai sono quelli al di sotto dei cinquant’anni?

Demaniale

 


Proprietà e popolo Cosa dice la Carta e cosa fanno i governi

IL DISASTRO DELLE PRIVATIZZAZIONI - Il patrimonio dello Stato. L’articolo 42 della Costituzione assegna il Demanio alla “totalità” dei cittadini, perciò non dovrebbe esser dato in “gestione” ai privati

di Paolo Maddalena 

La situazione economica italiana è in continuo peggioramento. Solo per fare qualche esempio, può ricordarsi che, secondo le statistiche ufficiali del 2022, i “poveri assoluti” sono circa cinque milioni e seicentomila persone, mentre sempre più carenti sono i servizi pubblici essenziali, specie quelli della sanità e della pubblica istruzione. Di questo si parla poco nei media, i cui programmi riguardano, di solito, ben altre cose, e soprattutto se ne parla poco tra la gente.

La causa di questo oscuramento delle coscienze è da ricercare, a mio sommesso avviso, nel predominio del pensiero economico unico dominante del neoliberismo, diffusosi in tutto il mondo occidentale attraverso una continua e battente propaganda, che ha indotto le menti di ciascuno a considerare l’economia del libero mercato come un dato di fatto irrefutabile e irrinunciabile, al quale non resta che assoggettarsi passivamente. È invero un pensiero balordo, poiché, come è da sempre noto, in economia il pesce grosso mangia il pesce piccolo, e avventurarsi in un mercato senza nessuna protezione di salvataggio, è pura follia. Lo si è sempre saputo e non si può fare a meno di ricordare che Gaio, giurista romano del secondo secolo dopo Cristo, pone come presupposto dell’esistenza di una sana economia la necessità della divisio tra le res extra commercium in proprietà pubblica del Popolo romano (e pertanto, inalienabili e inusucapibili, in quanto destinate all’uso gratuito di tutti), e le res in commercio, che potevano essere liberamente gestite da ciascuno. Questo perché Roma, sostanzialmente come la nostra Repubblica, era una “comunità” a fini generali, nella quale la ricchezza prodotta dal “territorio” doveva essere messa a disposizione del Popolo in modo da assicurare il miglior livello possibile di vita.

Contro questo dato innegabile, e facendo leva sull’oscuro concetto di “globalizzazione” (che i recenti eventi bellici sembrano porre in discussione), Milton Friedman della Scuola di Chicago, nel 1960, pubblicò un libro dal titolo Storia della moneta americana dal 1867 al 1960, che fece il giro del mondo, arrecando dappertutto danni immensi, con il quale affermò che: “L’essenza dell’ordine del mercato non sta nello scambio, ma nella concorrenza”; il suo obiettivo non è soddisfare i “bisogni individuali”, ma “il massimo profitto” del singolo; la ricetta per raggiungere detti fini è la seguente: a) deregulation; b) privatizzazione; c) riduzione delle spese sociali. Come agevolmente si può capire, una rovina per il popolo intero.

A questa teoria si ispirò Mario Draghi, il quale, dopo che già nel 1990 erano state privatizzate tutte le nostre banche pubbliche, il 2 giugno 1992, sul panfilo Britannia, con a bordo cento delegati della City londinese, chiese un forte aiuto politico per privatizzare l’intero complesso industriale e commerciale italiano, facendo in modo che i governi che si susseguirono da quella data privatizzassero i nostri Enti pubblici economici e le relative Aziende pubbliche. “Oggi, oltre 30 anni dopo, abbiamo il record di debito pubblico: 2.755 miliardi; l’Ocse certifica che l’Italia ha dal 2001 la più bassa produttività assoluta tra i Paesi industrializzati (secondo Eurostat in 20 anni di euro la produttività italiana è calata del 5%) con i redditi reali diminuiti del 3,8% a fronte di un aumento del 50% della Germania, e i salari più bassi dell’Ocse. Infine, secondo Bloomberg, tra il 1985 e il 2001, il Pil italiano è cresciuto del 44%, pari a 482 miliardi di euro. Nei successivi 20 anni – fatte le privatizzazioni – la crescita è stata del 2%, per 31 miliardi”. E si potrebbe continuare.

Un rimedio tuttavia esiste e riguarda sia i giuristi, sia i politici. Per quanto riguarda i giuristi, dico subito che, in generale, essi, nel passaggio dallo Statuto albertino alla Costituzione repubblicana, non si sono accorti che la “forma di Stato” era cambiata, per cui si era passati da uno Stato “soggetto singolo”, la Persona giuridica Stato, a uno Stato “soggetto plurimo”, lo Stato Comunità e cioè il Popolo. Per cui sono mutate anche le forme di appartenenza, che nel primo caso, trattandosi di un soggetto individuale”, era la “proprietà privata” (anche se talvolta era chiamata “pubblica” per la natura pubblica del proprietario), mentre nel secondo caso, trattandosi di un “soggetto plurimo”, la forma di appartenenza è diventata quella della “proprietà pubblica”, come molto chiaramente si legge nell’art. 42 Cost., comma 1, primo alinea, secondo il quale “la proprietà è pubblica o privata”, intendendo la prima originaria e illimitata, e soggetta a limiti intrinseci ed estrinseci la seconda.

Si è trattato di un errore grave. Infatti, nel cogliere la reazione popolare contro le privatizzazioni (si ricordi il referendum contro la privatizzazione dell’acqua del 2011), la Commissione Rodotà, che tanto ha parlato dei “beni comuni”, ha finito per concepire questi come oggetto anche di “proprietà privata”, addirittura proponendo, nel disegno di legge delega appositamente preparato, l’abrogazione del “Demanio”, proprio di quell’istituto che l’Imperatore Federico II aveva creato con il Liber Constitutionum, emanato a Melfi nel 1231, per contrastare l’appropriazione privata e riportare nel suo dominium eminens quei beni di rilevante interesse pubblico, come le strade (diventate a pagamento), i fiumi, i porti, le rade, le spiagge, i palazzi di gran valore, ecc., che erano caduti, nel corso dei secoli, nel dominium utile dei singoli, e sottratti all’uso pubblico, che l’Imperatore riuscì a ristabilire.

Un altro disegno di legge, comunque, è intervenuto in proposito, quello presentato in Senato il 12 maggio 2022, n. 2610, dalla senatrice Paola Nugnes e altri, che fa luce sui “beni comuni”, giustamente considerandoli in “proprietà pubblica demaniale”, alla pari degli altri “beni pubblici” (del resto, anche l’aggettivo “comune” induce a ragionare in questo senso) . Ed è da sottolineare che la “proprietà pubblica”, appartenendo, per disposizione costituzionale (art. 42 Cost.), al popolo nella sua “totalità”, non può essere concessa in “gestione” a singoli, poiché ciò comporterebbe una “scissione” tra “titolarità astratta” del diritto e “contenuto concreto” del diritto stesso, come avviene per la proprietà privata, quando il proprietario riserva a sé la “nuda proprietà” e conferisce ad altri “l’usufrutto”. Dunque, la “gestione” di “beni pubblici” non può che essere affidata a “soggetti pubblici”, idonei a perseguire realmente interessi pubblici. E altrettanto vale per i “servizi pubblici essenziali” e le “attività” relative a “fonti di energia” o a “situazioni di monopolio, che l’art. 43 Cost. considera “proprietà pubblica” o di “comunità di lavoratori o di utenti”.

Insomma, come si nota, i confini del “demanio civilistico” appaiono nettamente superati ed è arrivato il momento di parlare di un nuovo e aggiornato “demanio costituzionale”.

giovedì 29 giugno 2023

Nano

 


Vive nel suo mondo dorato, si vanta di essere un imprenditore, di stipendiare centinaia di persone. Gli piace da morire questo mondo malevolo con un'inaudita forbice sociale che arricchente sempre di più pochi a scapito della maggioranza degli umani. Questa società che arranca per arrivare a fine mese ma che convive con riccastri che si possono permettere di stappare bottiglie da migliaia di euro nei suoi locali. 

Università che orrore! Lo studio infatti molte volte apre la mente. E come si potrebbe vivere come lui vorrebbe se molti si svegliassero? 

Chi apparecchierebbe al Billionaire? La sua amichetta del cuore Garnero in Santa(de)chè?  

Eccezione

 


Per bastardi come Bellini, responsabile della strage alla stazione di Bologna, fascista della malora, ammetto che farei un'eccezione sulla democratica convinzione che la pena di morte debba essere abolita ovunque. Un'eccezione non guasterebbe il concetto. 

La Strada



Il Cardinale Zuppi in Russia sulla strada che scorre lontana dai clamori dei potenti, dalle convinzioni dell’aggredito che crede di vincere una guerra impari, dalle violenze di chi continua a fornire armi, dalla schizofrenia di un assassino che possiede migliaia di testate nucleari. La strada di Zuppi fu già derisa due millenni fa dai filosofi, appare fuffa per gli intellettualoni, per i pensatori dell’aria fritta che anelano al gettone di presenza, per gli anchormen convinti che valga solo armare l’aggredito per ottenere la pace.  
La strada di Zuppi si corrobora col silenzio e l’ascolto. L’icona lo testimonia.

Su Santadeché

 

Pochi amici e trappole la trincea della ministra che odia le domande e si prepara a resistere

DI STEFANO CAPPELLINI

Nei giorni successivi alla nomina a ministra del Turismo, lo scorso autunno, Daniela Santanchè era raggiante. Ai suoi collaboratori ripeteva convinta di essere decisa a cambiare, se non proprio vita, almeno immagine: «Non vedrete più la vecchia Santanchè, basta vestiti esuberanti, basta tv, ora sobrietà, sobrietà, sobrietà». Si dice ci siano sempre un centinaio di imprevisti capaci di mandare all’aria anche il piano o il proposito meglio congegnato e che bisogna essere un genio per prevederne al massimo il venti per cento: difficile dire quanti ne avesse messi in conto Santanchè ma ne sono spuntati parecchi.
All’inizio della legislatura, in effetti, la ministra ha quasi smesso di andare nei talk show né ha più scomodato dagli armadi gli abiti compresi nello spettro cromatico, poco armo, dal fucsia al verde. Poi, però, è scoppiata la polemica per la campagna pubblicitaria “Open to meraviglia”, quella con la Venere del Botticelli influencer, e già lì è venuto meno il fioretto sulle apparizioni televisive, poi sono cominciati gli sfottò ed è saltata la continenza istituzionale, infine Report ha rimesso in fila impicci e imbrogli delle aziende di famiglia ed è quasi crollato tutto. Ora il mantra della ministra è un altro: resistere, resistere, resistere. Resisterà?

La difesa di Palazzo Chigi non è parsa granitica.
Nel nervosismo che Giorgia Meloni ha mostrato nelle ultime occasioni pubbliche il caso Santanchè ha una robusta quota di causalità. Meloni sa bene che un conto è blindare Donzelli e Delmastro in un vicenda, come il caso Cospito, nel quale tre quarti degli italiani facevano fatica a comprendere anche la materia del contendere, altro è legarsi mani e piedi alla tutela di una ministra in una storia dove, in attesa di eventuali sviluppi giudiziari, le questioni sono elementari: aziende spolpate e sull’orlo del fallimento, azionisti lasciati in braghe di tela, fornitori non pagati e messi in ginocchio, lavoratori licenziati e ancora in attesa del tfr. Pure gli alleati della maggioranza non paiono schierati a testuggine. Ieri la Camera ha approvato un ordine del giorno del Pd, su cui ha dato parere favorevole il governo, che chiede sanzioni per le aziende che hanno usato in modo fraudolento la cassa integrazione Covid, citando proprio la Visibilia di proprietà della ministra. Santanchè ha fatto buon viso sul parere del governo («Giusto così»), ma i fatti parlano chiaro: nessuno vuole incatenarsi per “Daniela”. Certo non il vicesegretario della Lega Andrea Crippa: «Sono curioso diascoltarla, se poi dovessero evidenziarsi irregolarità o illeciti, è giusto che si prenda le sue responsabilità». Questi sono gli amici. A Santanchè resta il supporto del concittadino cuneese Guido Crosetto, che in una intervista alCorriere della sera ha evocato lo spettro del dossieraggio generalizzato («C’è un dossier su tutti in Italia », le inquietanti parole del ministro della Difesa), la benevolenza di Matteo Renzi, che non vede problemi (Visibilia è concessionaria pubblicitaria del Riformista diretto dall’ex presidente del Consiglio), e soprattutto l’appoggio incondizionato di Ignazio La Russa,nella doppia veste di storico mentore e di attore per ora non protagonista della vicenda, dato che c’è la firma del presidente del Senato, in veste di avvocato di Santanchè imprenditrice, in un paio di documenti che riguardano le traversie delle società in questione. Bello scudo, in teoria. In pratica, negli spifferi parlamentari c’è chi ipotizza che proprio il coinvolgimento di La Russa potrebbe essere il peggiore degli affari per Santanchè, se le sue dimissioni dovessero rendersi necessarie per evitare che il caso si allarghi fino a creare imbarazzi alla seconda carica dello Stato. Poi resta lo staff di Santanchè al ministero, senza più la portavoce Nicoletta Santucci, ex di Lorenzo Guerini alla Difesa, che ha lasciato dopo appena tre mesi di lavoro e non per il caso Report. A guidare la squadra c’è il capo di gabinetto Erika Guerri, magistrato della Corte dei conti, quasi una ministra ombra, quindi il consigliere per i rapporti istituzionali Gianluca Caramanna, plenipotenziario di FdI sul turismo, e l’altra consigliera Luciana Scalzi, uscita dalla scuola di formazione di Denis Verdini. Dalla bolla del suo entourage la ministra trae sempre grande ottimismo: difficile che qualcuno le muova obiezioni.

Santanchè spera di trovare un alleato involontario in Roberto Gualtieri, che da ministro dell’Economia del Conte 2 fu autore della norma che prescrive all’Agenzia delle entrate di evitare il fallimento di aziende in debito con il fisco se e quando ciò crea un danno ai lavoratori (in questo caso, però, quasi tutti già licenziati). Sono giorni complicati all’Agenzia, perché qualsiasi decisione sarà presa sulla proposta di spalmare il debito di Visibilia si presta a strumentalizzazioni e accuse di conflitto di interessi. Un sì, che coinvolge inevitabilmente anche il Mef di Giancarlo Giorgetti, può passare per un favore politico. Un no per un atto ostile al governo, ragione sufficiente a causare le dimissioni della ministra.
Mercoledì prossimo è prevista l’audizione di Santanchè, non a caso in Senato e nella forma più protetta possibile, niente question time, solo un’informativa. Così ha deciso a maggioranza la capigruppo di Palazzo Madama. «È lo strumento più adatto per consentire alla ministra di spiegare. Il question time è strutturato in maniera tale che l’interrogato è sempre subalterno a chi interroga», spiega il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. Insomma, Santanchè si sente più a suo agio se non c’è nessuno che le fa domande.

Mieli travagliato

 

Esami di riparazione
di Marco Travaglio
Chiuse le scuole dell’obbligo, aprono quelle facoltative. Almeno per noi del Fatto, che riceviamo ogni giorno autorevoli lezioni su come fare il giornale. Cioè possibilmente come gli altri: senza notizie né domande per non disturbare il manovratore. E niente vignette o battute, sennò il prof di turno non le capisce e bisogna spiegargliele con un disegnino (o con un’altra vignetta). Se poi andiamo in tv, è meglio se non esageriamo e soprattutto lavoriamo gratis, sennò Bin Rignan e il suo harem se ne hanno a male. Sabato alcuni malati di mente che si fanno chiamare “atlantisti”, mentre la Russia rischiava il colpo di Stato, la guerra civile, il bagno di sangue e il mondo tratteneva il fiato all’idea che 6-7mila testate nucleari cadessero nelle mani fatate di Prigozhin, si bagnavano tutti per la marcia trionfale del noto messaggero di pace e di verità. Ma soltanto perché la vittoria del gentiluomo, improvvisamente promosso da “macellaio” a “chef” stellato, avrebbe “sbugiardato” i “sostenitori dell’invincibilità di Putin”: cioè i “pacifinti” e i “putiniani” del Fatto. I quali naturalmente non hanno mai sostenuto l’invincibilità di Putin e comunque non sono stati sbugiardati da nulla e da nessuno, visto che (almeno mentre scriviamo, domani vedremo) Prigozhin è scappato e Putin è ancora lì.
Ieri al corpo insegnante s’è aggiunto un cattedratico di chiara fama: Paolo Mieli, figura mitologica che unisce il giornalista e lo storico, ma sempre per insufficienza di prove. Indovinate di che parlava su La7? Del Fatto. Speravamo che avesse finalmente le prove di ciò che disse tempo fa su La7 in nostra presenza: “Quando è arrivato Draghi, ha trovato che Conte e Arcuri avevano acquistato mascherine per 763 settimane, cioè per 14 anni e mezzo, da qui al 2035!… Sarebbe legittimo qualche dubbio, ove mai fosse vero che Draghi e Figliuolo han trovato nei loro magazzini 14 anni e mezzo di mascherine? Un giorno faremo i conti”. Ma purtroppo quel giorno non arriva mai: neppure ieri Mieli ha voluto svelare dove siano stoccate tutte quelle mascherine, che dovrebbero occupare l’intero Molise. Il giornalista e storico ce l’aveva col Fatto perché si permette di scoprire notizie sulla ministra Santanchè (da lui morbidamente intervistata in una rassegna diuretica a Capri) e financo di pubblicarle in prima pagina: “Leggo i giornali stranieri. E siamo l’unico Paese al mondo in cui c’è un giornale, il Fatto, che invece di aprire con la Russia, apre con Santanchè. È bizzarro”. Ma tu guarda: un giornale italiano, dopo aver aperto sul fallito golpe in Russia finché c’erano fatti degni di nota, si permette di dare notizie che tutti gli altri riprendono su una ministra del governo italiano. Notizie che, fra l’altro, sono pure vere. Dove andremo a finire.