mercoledì 28 giugno 2023

L'Amaca


Gli inciampi della storia
DI MICHELE SERRA
Circola un video (ulteriore) delle milizie cecene che presidiano un ponte con barbe lunghissime e occhi fiammeggianti. Si presta a ogni genere di parodia satirica (ridateci i Monty Python!) ma è purtroppo di bruciante evidenza: ci dice che non è tanto la democrazia, è la modernità a essere messa a repentaglio.
Molte delle notizie di questa guerra rimandano a tempi che precedono non dico i Lumi, ma gli Stati Nazionali. Ci sono i capitani di ventura, gli eserciti mercenari, gli oligarchi che si intestano (quattro amici al bar) la Siberia e il Cremlino, i pope che maledicono il nemico corrotto, i pope dirimpettai che ricambiano. C’è il favoloso Prigozhin, che viaggia con forzieri di banconote e usa lo smartphone come un mitra. E l’opaco Putin, dallo sguardo inesistente, che incarna con perfezione cinematografica l’impassibilità millenaria del potere, che si nutre di carne da cannone, di carceri piene e delle bugie della propaganda: tutto il resto è solo vuoto e morte.
Tutti maschi guerrieri (forse anche Zelensky, che è un attore, è sedotto dal copione), per trovare una donna bisogna aspettare i telegiornali con la speaker che elogia, commossa e patriottica, gli uomini in uniforme, la guerra è, tecnicamente prima che ideologicamente, il gioco del maschio. Le barbe cecene ne sono l’icona, come le stelle filanti a Carnevale.

Non si sa come ne usciranno, non si sa come ne usciremo. Può darsi che la democrazia e la modernità siano state solo l’illusione di un paio di secoli, al massimo tre. Può darsi invece che le milizie cecene saranno sconfitte dai Monty Python: ma è un’ipotesi molto ottimista. Fossi lo sceneggiatore, la scena madre sarebbe che i guerrieri, durante l’assalto, inciampano nelle loro barbe.

martedì 27 giugno 2023

Consigli

 


Nell'abisso

 

Circondato da Maalox e Citrosodina, ieri sera ho guardato la puntata del fantastico Report, una delle poche trasmissioni che onorano la tv, incentrata sullo scandalo autostrade: un coacervo di nefandezze, di sciacalli infami, di marchettari, tutti dediti alla ricerca di un sempre più gigantesco lucro. 

Venire a sapere che Castellucci, l'uomo della Famigliola che fa pure i maglioni - boicottatela! Non comprateci più una mazza, portatevi i caffè nel thermos e non entrate dentro i loro autogrill! Sfanculate la famiglia veneta che il giorno dopo il crollo del ponte, festeggiava il Ferragosto nella villona di Cortina!! - prese un premio risultato nell'anno in cui crollò il ponte di Genova, per un importo di 3.700.000 euro, uno schiaffo alla dignità nazionale, e che normalmente riceveva uno stipendio che gli faceva agguantare 14mila euro al giorno, 400mila al mese, 4,8 milioni all'anno, e che quando terminò il rapporto questo ribaldo venne congedato da Autostrade con una buonuscita di 13.125.000 euro, mi fa venire voglia di far minzione ad ogni casello che incontrerò urlando "Benetton vaffanculo!" 

E c'è pure dell'altro: i Benetton dal 2010 in poi hanno guadagnato da Autostrade circa 6 miliardi! Sei miliardi gli abbiamo dato, grazie alla concessione aperta da Prodi e blindata dal Mausoleante Disastro Nazionale, che promulgò durante uno dei suoi sciagurati governi una leggina, unica nel suo genere, in cui veniva messo nero su bianco il fatto che nel caso vi fosse stata un'inadempienza contrattuale, anche grave, e la concessione fosse stata annullata, lo stato avrebbe dovuto risarcire i Benetton per tutti gli anni della durata della stessa, che sarebbe scaduta nel 2038! 

E per finire ecco arrivare il tanto vituperato Toninelli che molti dileggiarono all'inverosimile: ebbene, fu l'unico a intraprendere la strada per buttare fuori i balordi dalle autostrade; avrebbe voluto annullare la leggina del Pregiudicato in Mausoleo, ed era intenzionato a farlo; solo che cadde il Conte 1 e nel Conte 2 il Bibitaro non chiamò più Toninelli e l'abrogazione delle norma rimase nel cassetto. Così oggi i Benetton hanno ricevuto da Cassa Depositi e Prestiti ben 8,18 miliardi di euro per uscire da Autostrade! Quindi ricapitolando: dopo non aver speso un cazzo in manutenzione grazie a quel ribaldo di Castellucci, ben sapendo che il ponte Morandi era a rischio grave di crollo, dopo essersi rimpinzati allegramente di nostri miliardi di euro, ne hanno presi otto per uscire dalla società Autostrade! 

E poi ci vengono a rompere i coglioni se non paghiamo in tempo multe o spazzatura! E ci ammaliano, stordendoci, con nenie e filastrocche sul senso dello Stato, sui doveri del cittadino, su promesse di riduzioni di tasse! Ma vaffanculo! 

Nel privato una gestione così miserrima provocherebbe una gragnuola di calci in culo e la riduzione in povertà degli idioti che per ipotesi commettessero una serie così ignobile di pacchianate ai danni della collettività. 

Nel pubblico questi gnomi dell'umanità continuano a vivere alla grande alla faccia nostra, e in molti casi sono agevolati all'incensazione quali ottimi governanti. 

Aborro l'idea di dimenticare! E spero che Castellucci sia condannato a una grave pena che lo porti in galera per il resto della sua vita di per sé già indecorosa. Ma come in tutte le tragedie nazionali, gli azzeccagarbugli che attualmente sta foraggiando, lo salveranno dalla cella. E chissà che non ce lo ritroveremo prima o poi in politica. Non mi stupirei più di tanto, visto l'andazzo mefitico. Una nazione che non protegge i propri martiri, come quella quarantina assassinata dal crollo del ponte, non è una nazione seria. Né sana.  

Daje!

 

Il cheerleader
di Marco Travaglio
Il pover’ometto che è passato in nove anni dal 40,8 al 2% ha partorito, con comprensibili sforzi, un pensierino: “Chiederemo in Vigilanza di sapere se chi va in tv a difendere Putin (i personaggi alla Orsini/Travaglio) sono mai stati pagati da Carta Bianca e dalle altre trasmissioni del servizio pubblico. Se l’invasore deve essere difeso dagli invasati, va bene, ma non con i nostri soldi”. A parte il fatto che, nella lingua italiana (non sappiamo in quella saudita), a un soggetto singolare – “chi va in tv” – non dovrebbe seguire un verbo al plurale – “sono mai stati pagati” – e che nelle democrazie è buon uso retribuire chi lavora (non sappiamo in Arabia Saudita), né io né Orsini abbiamo mai difeso Putin. Se però il tapino volesse dedicarsi a un cheerleader di Putin, gli suggeriamo un certo M.R.. Sotto il suo governo, la dipendenza italiana dal gas della Russia (sotto sanzioni dal 2014 per aver invaso la Crimea) aumentò a dismisura. E così le esportazioni d’armi a Mosca: fu lui ad autorizzare la vendita di 94 blindati Lince Iveco per 25 milioni in barba all’embargo. Il 5 marzo 2015 incontrò Putin a Mosca: “La cooperazione Russia-Italia prosegue attivamente nonostante il contesto difficile” (era il suo modo di non nominare l’invasione della Crimea). E disse alla Tass che l’Ucraina doveva concedere l’autonomia al Donbass come l’Italia all’Alto Adige. Il giorno prima aveva visto a Kiev il presidente ucraino Poroshenko, che gli aveva chiesto di affrontare con Putin il caso di una pilota detenuta a Mosca, ma invano. Il quotidiano russo Vedomosti scrisse che la sua visita aveva rotto “l’isolamento internazionale di Putin”.
Il 10.6.2015 il nostro eroe ricevette Putin all’Expo di Milano: “Grazie di essere qui, la accolgo con grande gioia… Lavoreremo insieme per ripartire dalla tradizionale amicizia Italia-Russia” per “un futuro ricco di energia per il pianeta e per la vita”. Il 17.11.’15, alla domanda “Possiamo fidarci di Putin?”, rispose: “Faccio una risposta da twitter: sì. Nessuno nella comunità internazionale può pensare di costruire l’identità europea contro il vicino di casa più grande considerandolo nemico… Sarebbe assurdo alzare una cortina di ferro tra Europa e Russia”. Il 17.6.’16 rivide Putin al Forum Economico di San Pietroburgo e chiese alla Ue di ridiscutere le sanzioni: “Russia ed Europa condividono gli stessi valori”. Gran finale: “Avete notato? Oggi il presidente Putin è stato più europeista di me! Spasiba!”. Putin ricambiò: “Complimenti, lei è un grande oratore. L’Italia può andare fiera di un premier così”. E gli diede un passaggio sulla sua auto blindata. Ora noi non sappiamo se il cheerleader di Putin percepisse la giusta mercede per i suoi servizietti. Ma temiamo che, eccezionalmente, lavorasse gratis.

L'Amaca

 

La crocifissione della realtà

DI MICHELE SERRA

Come si fa a scatenare una polemica contro una cosa mai detta? Non sto parlando di una frase decontestualizzata (sui social la decontestualizzazione è materia prima di molte polemiche), né della distorsione malevola di una cosa davvero detta. Sto parlando di una cosa mai detta, eppure spacciata per detta.
I fatti. In un convegno all’Università Cattolica un vescovo, monsignor Sanchez, citando il Papa, dice che usare la croce come simbolo identitario significa banalizzarla. Dunque è meglio non erigere nuove croci sulle vette alpine. È presente il direttore editoriale del Club Alpino, Marco Albino Ferrari, che si dice d’accordo. È proprio il Cai che ha cura delle croci di vetta e si occupa della loro manutenzione perché “rappresentano un elemento culturale delle nostre montagne che va preservato”. Ma è giusto non aggiungerne altre, in sintonia con l’orientamento della Chiesa.
Come sia possibile che da questo scambio di opinioni sia sortito, su un quotidiano di destra, il titolo “Il Cai è contro le croci”, è un mistero. Ma il peggio è che questo titolo, e altri simili, abbiano indotto un vicepresidente del Consiglio e un ministro a rilasciare le seguenti dichiarazioni. Salvini: “Dovrete passare sul mio corpo per togliere un solo crocifisso da una vetta alpina”.
Santanchè: “Resto basita dalla decisione del Cai di togliere le croci dalle vette delle montagne senza aver comunicato nulla al ministero”.
Da ridere, ma anche da piangere. Non hanno, Salvini e Santanchè, portavoce e addetti alla comunicazione che li assistano, e li proteggano da se stessi? E più in generale, come accidenti funziona il sistema politico-mediatico italiano?

Normale essere geni!

 

Il progetto di Università di Pisa e Normale
La batteria quantistica che si ricarica all’istante Così una start up ha reinventato la pila

DI RICCARDO LUNA

Questa è una storia che ci porta in un futuro che non abbiamo ancora neanche immaginato: “Nella terra dei qubit”. Un luogo in cui le batterie si caricano quasi istantaneamente. Ed anzi, più sono grandi e prima si caricano. Sono batterie quantistiche che prenderanno il posto di quelle chimiche, consegnando l’invenzione della mitica pila di Alessandro Volta ad un glorioso passato remoto. Questa è anche la storia di una goliardica rivalità che ha improvvisamente cessato di esistere: quella fra i ricercatori di due università pisane, la statale e la Normale, che hanno scelto di unire le forze — in questo caso i cervelli — per provare a cambiare il mondo. Ed è una storia che non sarebbe stata possibile se l’Italia sul fronte dell’innovazione non avesse finalmente battuto un colpo creando gli strumenti — e quindi l’ecosistema — che hanno reso possibile la nascita di una startup che dieci anni fa sarebbe rimasta in un cassetto e invece oggi è una azienda con due milioni e settecentomila euro di investimento appena incassati per realizzare il prototipo che può cambiare tutto.

Questa è la storia di Planckian, un nome che è un chiaro omaggio a Max Planck, uno dei padri della meccanica quantistica; ma “planckiani” sono detti anche alcuni metalli con proprietà che ancora non riusciamo a spiegare. Ecco, diciamolo subito: non vi sentite in colpa se di questa storia non capirete proprio tutto. Del resto un fisico da Nobel come Richard Feynman una volta disse: «Penso si possa tranquillamente affermare che nessuno capisce davvero la meccanica quantistica». Siamo perdonati.
Ma la forza di questa storia invece la capiscono tutti. L’inizio è il marzo 2018, quando sulla più autorevole rivista scientifica di settore, Physical Review Letters , vengono pubblicati i risultati di una ricerca sulle batterie quantistiche. Tra gli autori c’è Marco Polini, rientrato all’università di Pisa, dove aveva studiato, dopo impegni negli Stati Uniti e in Inghilterra. Un cervello di ritorno, lo chiameremmo oggi. L’idea fondamentale, l’intuizione da cui tutto è partito, è questa: «L’invenzione della pila da parte di AlessandroVolta, che ha posto le fondamenta dell’era elettrica, gestisce l’energia sulla base di principi elettrochimici che hanno dei limiti. Il primo è l’esaurimento, in forza del processo di decadimento degli elementi chimici che la compongono. Allo stesso modo, il processo di carica è, in termini assoluti, “lento”, perché vincolato al tempo necessario per lo svolgimento delle reazioni elettrochimiche». Con la fisica quantistica, tutto potrebbe cambiare.

Polini inizia a lavorarci con Vittorio Giovannetti, un collega della Scuola Normale Superiore, anch’egli rientrato in patria dopo un periodo al Mit di Boston. A ottobre del 2018 arriva il secondo paper scientifico sul trasferimento di energia nelle batterie quantistiche. Per noi profani lo spiegano così: «La batteria quantistica è un dispositivo costituito da qubit. I qubit sono particelle fisiche nelle quali è possibile separare due stati caratterizzati da differenti livelli di energia. Se i qubit sono “arrangiati” in una specifica architettura, è possibile controllarne il comportamento. Questo processo dinamico rende possibile caricare la batteria in un tempo che si riduce via via che aumenta il numero dei qubit». Lasciate per un attimo da parte lo sforzo di immaginare cosa sono i qubit: qui stiamo parlando di creare batterie che si caricano in un tempo infinitamente inferiore. Una rivoluzione, se avrà successo.

La fortuna di Polini e Giovannetti è che in quei mesi ha iniziato a operare Enea Tech, una fondazione che ha la missione di scovare nei laboratori tecnologie dirompenti in grado di dar vita ad aziende “disruptive”. Siamo nel mondo del deep tech , tecnologie complesse che nascono in ambito universitario; e del tech transfer , il processo che le porta a diventare imprese. Enea Tech è guidata dal suo ideatore, Salvo Mizzi, uno dei padri dell’ecosistema delle startup nostrane. Un giorno nel radar di Mizzi finisce uno dei massimi esperti di meccanica quantistica, Simone Severini, capo del progetto del computer quantistico di Amazon a Seattle. «Mi ha detto: la cosa più fulminante che ho visto sta a Pisa». Mizzi si entusiasma e coinvolge due donne di peso: prima Anna Amati, che guida Eureka!, un fondo di venture capital specializzato in deep tech; e poi Claudia Pingue, che da poco è approdata a Cdp Ventures per creare la rete del tech transfer nostrano. Nel frattempo un governo decide inopinatamente di sbarazzarsi di Mizzi e ridurre Enea Tech a ben poca cosa, ma ormai la macchina è partita. Per la nascita di Planckian, nel 2021, manca solo un ingrediente: un amministratore delegato, da Enea Tech arriva Michele Dallari, anch’egli tornato in Italia dopo un’esperienza con le Nazioni Unite in Africa. E arriviamo al round di oggi, sottoscritto anche da Exor Ventures oltre che da un gruppetto di business angels che per primi hanno messo pochi, fondamentali soldi per far arrivare la startup fin qui.
Ora parte la costruzione del prototipo. Ci vorranno due anni per la prima batteria quantistica. Se funziona cambierà il mondo.

Rumiz e il Pronto

 

Sdraiato su un letto al pronto soccorso ho visto il lato bello della sanità pubblica
Da una barella è più facile apprezzare i pregi di un sistema solidale e democratico sempre più minacciato
DI PAOLO RUMIZ

Per mettere a fuoco un oggetto, a volte è sufficiente cambiare inquadratura. Per capire fino in fondo la trappola del liberismo spinto, basta assumere la posizione supina; lasciare per qualche giorno la tribù dei Verticali ed entrare in barella in un pronto soccorso. In un ingorgo di lettighe in attesa, aspettando il mio turno nell’ospedale di Trieste, ho assistito torcendo il collo allo spettacolo di un esercito di medici, infermieri e personale sanitario sfinito dai turni e travolto da una perenne emergenza, che, nonostante tutto, non mi faceva sentire un numero, si preoccupava di me, mi chiamava per nome senza conoscermi. Una confraternita dell’accoglienza davanti alla quale non ero un cliente ma venivo investito del rango di cittadino avente diritto.

Da orizzontale, avvertivo la miracolosa tensione positiva che quel caos infernale riusciva non so come a esprimere. In un momento in cui l’Europa lasciava morire in mare migliaia di innocenti e tirava attorno a sé linee di filo spinato, sentivo di essere approdato a un porto protetto che non andava mai in vacanza, funzionava 24 ore su 24, 365 giorni all’anno e non poteva respingere nessuno. Il monumento a un sistema solidale, universalistico, che non fa distinzione di reddito, razza e provenienza. La negazione della cultura dello scarto.
È solo quando ti scopri inerme che capisci. Nel primo camice bianco, verde o azzurro che ti si avvicina, vedi lo Stato nella sua massima espressione, la società di diritto che ci è costata tante battaglie. E quella sera, in pronto soccorso, mentre la presidente del consiglio parlava delle tasse come «pizzo di stato», sentivo crescere in me l’orgoglio patriottico di tenere in piedi, pagando quelle tasse, sistemi che garantivano la civiltà del mio Paese — scuola, strade, sicurezza, ospedali — e la voglia di lottare per difenderli. Ero spiaggiato su una battigia dove la tempesta spingeva centinaia di vite, ma a differenza di un migrante mi sentivo accolto da un presidio di umanità, libertà, equità, solidarietà. Una trincea di resistenza alla liquidazione del welfare, oltre che alla mercificazione della vita.

Era appena arrivata la notizia che la Regione Friuli-Venezia Giulia, dopo aver annunciato un forte incremento di spesa in favore della sanità privata, bloccava le assunzioni del personale socio- sanitario pubblico e il turn-over per decine di amministrativi del settore a Trieste e Gorizia. Mi chiedevo: chi avrebbe fatto il loro lavoro? I medici? Gli infermieri? Come coniugare, in quelle condizioni, l’assistenza, la tecnologia e l’umanizzazione delle cure? Come meravigliarsi che i tempi di attesa per gli esami di malattie anche gravi si stiano allungando a dismisura, favorendo il privato e abbandonando al loro destino i malati non abbienti?
Dalla mia postazione distesa pensavo: come possiamo essere complici di un simile smantellamento? In poche ore ero stato preso in cura da un affascinante sistema complesso: un laboratorio di analisi che aveva lavorato con controlli di qualità, la Radiologia, l’ortopedico, l’anestesista, il chirurgo, gli infermieri di reparto, quelli di sala operatoria e quelli della recovery room, poi di nuovo il reparto, i fisioterapisti, gli operatori socio-sanitari, gli addetti alla pulizia. Decine di professionisti, spesso mal pagati, talvolta demotivati, che il settore privato convenzionato è pronto a portarsi via in qualsiasi momento offrendo talvolta stipendi migliori.
Ero appena tornato dalla Germania con una pessima sensazione. Ore di ritardi dei treni, coincidenze saltate, aeroporti in tilt: avevo vissuto il crollo di un mito, quello di un sistema trasportistico modello nel cuore del Continente. Amici francesi nel frattempo si lamentavano con me per lettera del collasso di un sistema sanitario pubblico disumanizzato («En France il vaut mieux ne pas tomber malade»), mentre mail sconsolate da Madrid descrivevano scuole a pezzi, con insegnanti aggrediti da genitori o allievi fuori di testa. Il sistema Thatcher, che aveva portato l’Inghilterra alla rovina, trionfava e faceva danni ovunque.

Spinto da un barelliere, viaggiavo per corridoi e stanze illuminate al neon, seguendo una lineaa zigzag di soffitti, non di pavimenti, mentre camici di diverso colore si affacciavano nel mio campo visivo dall’alto, come dall’orlo di un pozzo. Eppure, quanto più lucidamente vedevo il mondo da quella posizione svantaggiata. Sentivo che l’Europa tutta, distratta dagli eventi in Russia e Ucraina, era sotto attacco nelle sue conquiste più sacre, mentre la gente non votava più o, peggio, votava proprio gli smantellatori del welfare. Nelle insonnie d’ospedale, sentivo nel buio il sordo rosicare di un tarlo che corrodeva le fondamenta di quel mondo. Tutto appariva chiaro: bastava star lontani per un attimo da un bombardamento mediatico ormai governato dai like e non del peso reale dei fatti, dove tutto — persino la canonizzazione di Berlusconi o il crepuscolo di Putin — assumeva contorni di tragicommedia e dove la mobilitazione per salvare cinque turisti ricchi in cerca del Titanic surclassava scandalosamente quella per i 700 naufragati nell’Egeo.

Emergenza immigrazione, non si parla d’altro. Ma senza stranieri la macchina sanitaria si ferma. Anche questo appare più evidente al malato che al sano. In Ortopedia incontri sanitari serbi, caraibici, argentini, africani del Camerun, orchestrati in un ensemble capace di coniugare efficienza, puntualità e buon umore, fondamentale per il morale del malato. E poi gente di tutt’Italia, con storie personali e familiari diversissime, con la fatica di percorsi di inserimento da seguire e ventagli di competenze da acquisire. «Per non parlare — mi dicono — delle giovani professioniste che sono anche mamme, con affitto, mutui e figli che crescono, che sarebbe bello studiassero a lungo, perché la cultura rende liberi».
Problemi? Certo che ci sono, riconosce un medico. «Affrontarli in emergenza non aiuta. Alcune rigidità organizzative sono un problema. Un processo di informatizzazione inadeguato che non rende immediato individuare le inefficienze e i rischi e che costringe operatori esausti e frustrati a compilare a penna chili di carte, i cui contenuti non sono poi sempre fruibili. Programmi di miglioramento basati su indicatori parziali e asimmetrici che, partendo dagli effetti finali e non dalle cause, allungano i tempi d’attesa in pronto soccorso o per interventi urgenti».
Il privato accreditato è il diavolo? «No. È complementare, ed è direi indispensabile dentro canoni di monitoraggio costante. Ma non può però essere un’insidia per la sopravvivenza del pubblico, perché è nel pubblico che l’equità e la solidarietà si esprimono sempre. È nel pubblico che l’urgenza e l’emergenza dovranno continuare ad avere risposte qualificate, tempestive, tecnologicamente avanzate in organizzazioni efficienti armoniche serene e umanamente attente».

Quanto si impara in un luogo come la corsia, che si sottrae alla privatizzazione del tempo, resiste alla tirannia degli algoritmi, e ti spalanca il varco più diretto di accesso all’Uomo in un laboratorio di relazione unico, al punto che talvolta i degenti sembrano più vitali dei sani. Uno spazio chiuso dove nasce un cameratismo nuovo, dove chi sta meno male sente la responsabilità di chi sta peggio, non per altruismo ma per un senso di sopravvivenza che non può essere che solidale. La notte specialmente. Un temporale imminente che propaga di stanza in stanza un’onda di lamento e di inquietudine. Un vicino di letto che bisbiglia versi di Virgilio in latino per vincere il dolore. Un mucchietto di ossa fasciate di bianco da cui esce un braccio che cerca di afferrare in alto qualcosa che non c’è. Il letto accanto al tuo che viene portato via in silenzio perché lì c’è qualcuno che ha le ore contate.
A volte la solidarietà nella confraternita dei Distesi fa sì che a volte ci sia più sorriso in corsia che fuori. A volte accade che i Verticali che approdano al capezzale dei degenti appaiano dei visitors balbettanti, capaci a malapena di magre parole di circostanza, con un occhio incollato allo smartphone e soprattutto impossibilitati a immaginare se stessi malati, distesi a loro volta su un lettino e quindi capacissimi (come è accaduto in Lombardia e Friuli) di rivotare i demolitori della sanità pubblica pronti ad alzarsi gli stipendi e a finanziare iniziative megalomani tagliando la spesa corrente.