mercoledì 28 giugno 2023

Pensiero

 


Travagliato Figliuolo

 

Quante volte, Figliuolo?
di Marco Travaglio
Senza offesa per lui e per i ventisette nastrini che gli piastrellano il lato sinistro dell’uniforme, zavorrandolo a terra contro le folate di vento, il generalissimo Francesco Paolo Figliuolo ci ricorda per versatilità un personaggio del film di Carlo Verdone Troppo forte: l’avvocato Gian Giacomo Pignacorelli in Selci, interpretato da Alberto Sordi, che di punto in bianco dimentica l’arte forense e diventa un ballerino-coreografo, passando dalla toga alla tutina aderente, dalle arringhe ai passi di danza sull’aria di Oci Ciornie e abbandonando gli attoniti clienti, a cominciare da Verdone-Oscar Pettinari che neppure riconosce: “Calmati, giovane, fammi riflettere un momentino… ma chi sei: il fruttarolo?”. Le due anziane sorelle fanno coraggio al giovanotto ricordando “quando faceva il dentista e cavò tre denti al fruttivendolo che gli fece causa perché erano tutti sani”. Alle pareti, le foto delle sue precedenti incarnazioni accanto a papa Giovanni e a Togliatti. Analogamente, nel breve volgere di due anni, Penna Bianca è passato da comandante della logistica dell’Esercito a commissario straordinario contro il Covid ad autore di un’autoagiografia scritta a quattro mani con Severgnini (o forse a sei con Toto Cutugno: Un italiano) a stratega del Comando Operativo di Vertice Interforze (dal Covid al Covi) sul fronte ungherese a candidato del Foglio come commissario al Pnrr all’ultimo incarico agguantato giusto ieri: commissario sempre più straordinario all’alluvione e alla ricostruzione in Emilia-Romagna.
A parte i rischi di personalità multipla e di crisi di identità, il vero pericolo è che il nostro eroe multiuso svolga ciascun incarico con la stessa enciclopedica approssimazione con cui espletava gli altri. O, peggio, che confonda una missione con l’altra: tipo prosciugare la melma con le siringhe e le mascherine avanzate dalla campagna di Covid, o bandire gli appalti a cannonate, o scambiare le ruspe e le betoniere con i tank e le rampe da missili, o spendere senza controlli e rendicontare con un paio d’anni di ritardo, condendo il tutto con le sue frasi secche e perentorie da colonnello Buttiglione che si portano su tutto: “Sono abituato a vincere”, “Svoltiamo”, “Acceleriamo”, “Cambiamo passo”, “Chiudiamo la partita”, “Fuoco a tutte le polveri”, “Diamo la spallata”, “Stringiamci a coorte” (incurante dell’infausta rima), “Fiato alle trombe” (libera citazione da Mike Bongiorno), “Non siamo ancora a régime (“E – chiosò Maurizio Crozza – stiamo andando a pùttane”). Sempre sperando che avesse torto Aldous Huxley, quando diceva: “Ci sono tre tipi di intelligenza: l’intelligenza umana, l’intelligenza animale e l’intelligenza militare”.

L'Amaca


Gli inciampi della storia
DI MICHELE SERRA
Circola un video (ulteriore) delle milizie cecene che presidiano un ponte con barbe lunghissime e occhi fiammeggianti. Si presta a ogni genere di parodia satirica (ridateci i Monty Python!) ma è purtroppo di bruciante evidenza: ci dice che non è tanto la democrazia, è la modernità a essere messa a repentaglio.
Molte delle notizie di questa guerra rimandano a tempi che precedono non dico i Lumi, ma gli Stati Nazionali. Ci sono i capitani di ventura, gli eserciti mercenari, gli oligarchi che si intestano (quattro amici al bar) la Siberia e il Cremlino, i pope che maledicono il nemico corrotto, i pope dirimpettai che ricambiano. C’è il favoloso Prigozhin, che viaggia con forzieri di banconote e usa lo smartphone come un mitra. E l’opaco Putin, dallo sguardo inesistente, che incarna con perfezione cinematografica l’impassibilità millenaria del potere, che si nutre di carne da cannone, di carceri piene e delle bugie della propaganda: tutto il resto è solo vuoto e morte.
Tutti maschi guerrieri (forse anche Zelensky, che è un attore, è sedotto dal copione), per trovare una donna bisogna aspettare i telegiornali con la speaker che elogia, commossa e patriottica, gli uomini in uniforme, la guerra è, tecnicamente prima che ideologicamente, il gioco del maschio. Le barbe cecene ne sono l’icona, come le stelle filanti a Carnevale.

Non si sa come ne usciranno, non si sa come ne usciremo. Può darsi che la democrazia e la modernità siano state solo l’illusione di un paio di secoli, al massimo tre. Può darsi invece che le milizie cecene saranno sconfitte dai Monty Python: ma è un’ipotesi molto ottimista. Fossi lo sceneggiatore, la scena madre sarebbe che i guerrieri, durante l’assalto, inciampano nelle loro barbe.

martedì 27 giugno 2023

Consigli

 


Nell'abisso

 

Circondato da Maalox e Citrosodina, ieri sera ho guardato la puntata del fantastico Report, una delle poche trasmissioni che onorano la tv, incentrata sullo scandalo autostrade: un coacervo di nefandezze, di sciacalli infami, di marchettari, tutti dediti alla ricerca di un sempre più gigantesco lucro. 

Venire a sapere che Castellucci, l'uomo della Famigliola che fa pure i maglioni - boicottatela! Non comprateci più una mazza, portatevi i caffè nel thermos e non entrate dentro i loro autogrill! Sfanculate la famiglia veneta che il giorno dopo il crollo del ponte, festeggiava il Ferragosto nella villona di Cortina!! - prese un premio risultato nell'anno in cui crollò il ponte di Genova, per un importo di 3.700.000 euro, uno schiaffo alla dignità nazionale, e che normalmente riceveva uno stipendio che gli faceva agguantare 14mila euro al giorno, 400mila al mese, 4,8 milioni all'anno, e che quando terminò il rapporto questo ribaldo venne congedato da Autostrade con una buonuscita di 13.125.000 euro, mi fa venire voglia di far minzione ad ogni casello che incontrerò urlando "Benetton vaffanculo!" 

E c'è pure dell'altro: i Benetton dal 2010 in poi hanno guadagnato da Autostrade circa 6 miliardi! Sei miliardi gli abbiamo dato, grazie alla concessione aperta da Prodi e blindata dal Mausoleante Disastro Nazionale, che promulgò durante uno dei suoi sciagurati governi una leggina, unica nel suo genere, in cui veniva messo nero su bianco il fatto che nel caso vi fosse stata un'inadempienza contrattuale, anche grave, e la concessione fosse stata annullata, lo stato avrebbe dovuto risarcire i Benetton per tutti gli anni della durata della stessa, che sarebbe scaduta nel 2038! 

E per finire ecco arrivare il tanto vituperato Toninelli che molti dileggiarono all'inverosimile: ebbene, fu l'unico a intraprendere la strada per buttare fuori i balordi dalle autostrade; avrebbe voluto annullare la leggina del Pregiudicato in Mausoleo, ed era intenzionato a farlo; solo che cadde il Conte 1 e nel Conte 2 il Bibitaro non chiamò più Toninelli e l'abrogazione delle norma rimase nel cassetto. Così oggi i Benetton hanno ricevuto da Cassa Depositi e Prestiti ben 8,18 miliardi di euro per uscire da Autostrade! Quindi ricapitolando: dopo non aver speso un cazzo in manutenzione grazie a quel ribaldo di Castellucci, ben sapendo che il ponte Morandi era a rischio grave di crollo, dopo essersi rimpinzati allegramente di nostri miliardi di euro, ne hanno presi otto per uscire dalla società Autostrade! 

E poi ci vengono a rompere i coglioni se non paghiamo in tempo multe o spazzatura! E ci ammaliano, stordendoci, con nenie e filastrocche sul senso dello Stato, sui doveri del cittadino, su promesse di riduzioni di tasse! Ma vaffanculo! 

Nel privato una gestione così miserrima provocherebbe una gragnuola di calci in culo e la riduzione in povertà degli idioti che per ipotesi commettessero una serie così ignobile di pacchianate ai danni della collettività. 

Nel pubblico questi gnomi dell'umanità continuano a vivere alla grande alla faccia nostra, e in molti casi sono agevolati all'incensazione quali ottimi governanti. 

Aborro l'idea di dimenticare! E spero che Castellucci sia condannato a una grave pena che lo porti in galera per il resto della sua vita di per sé già indecorosa. Ma come in tutte le tragedie nazionali, gli azzeccagarbugli che attualmente sta foraggiando, lo salveranno dalla cella. E chissà che non ce lo ritroveremo prima o poi in politica. Non mi stupirei più di tanto, visto l'andazzo mefitico. Una nazione che non protegge i propri martiri, come quella quarantina assassinata dal crollo del ponte, non è una nazione seria. Né sana.  

Daje!

 

Il cheerleader
di Marco Travaglio
Il pover’ometto che è passato in nove anni dal 40,8 al 2% ha partorito, con comprensibili sforzi, un pensierino: “Chiederemo in Vigilanza di sapere se chi va in tv a difendere Putin (i personaggi alla Orsini/Travaglio) sono mai stati pagati da Carta Bianca e dalle altre trasmissioni del servizio pubblico. Se l’invasore deve essere difeso dagli invasati, va bene, ma non con i nostri soldi”. A parte il fatto che, nella lingua italiana (non sappiamo in quella saudita), a un soggetto singolare – “chi va in tv” – non dovrebbe seguire un verbo al plurale – “sono mai stati pagati” – e che nelle democrazie è buon uso retribuire chi lavora (non sappiamo in Arabia Saudita), né io né Orsini abbiamo mai difeso Putin. Se però il tapino volesse dedicarsi a un cheerleader di Putin, gli suggeriamo un certo M.R.. Sotto il suo governo, la dipendenza italiana dal gas della Russia (sotto sanzioni dal 2014 per aver invaso la Crimea) aumentò a dismisura. E così le esportazioni d’armi a Mosca: fu lui ad autorizzare la vendita di 94 blindati Lince Iveco per 25 milioni in barba all’embargo. Il 5 marzo 2015 incontrò Putin a Mosca: “La cooperazione Russia-Italia prosegue attivamente nonostante il contesto difficile” (era il suo modo di non nominare l’invasione della Crimea). E disse alla Tass che l’Ucraina doveva concedere l’autonomia al Donbass come l’Italia all’Alto Adige. Il giorno prima aveva visto a Kiev il presidente ucraino Poroshenko, che gli aveva chiesto di affrontare con Putin il caso di una pilota detenuta a Mosca, ma invano. Il quotidiano russo Vedomosti scrisse che la sua visita aveva rotto “l’isolamento internazionale di Putin”.
Il 10.6.2015 il nostro eroe ricevette Putin all’Expo di Milano: “Grazie di essere qui, la accolgo con grande gioia… Lavoreremo insieme per ripartire dalla tradizionale amicizia Italia-Russia” per “un futuro ricco di energia per il pianeta e per la vita”. Il 17.11.’15, alla domanda “Possiamo fidarci di Putin?”, rispose: “Faccio una risposta da twitter: sì. Nessuno nella comunità internazionale può pensare di costruire l’identità europea contro il vicino di casa più grande considerandolo nemico… Sarebbe assurdo alzare una cortina di ferro tra Europa e Russia”. Il 17.6.’16 rivide Putin al Forum Economico di San Pietroburgo e chiese alla Ue di ridiscutere le sanzioni: “Russia ed Europa condividono gli stessi valori”. Gran finale: “Avete notato? Oggi il presidente Putin è stato più europeista di me! Spasiba!”. Putin ricambiò: “Complimenti, lei è un grande oratore. L’Italia può andare fiera di un premier così”. E gli diede un passaggio sulla sua auto blindata. Ora noi non sappiamo se il cheerleader di Putin percepisse la giusta mercede per i suoi servizietti. Ma temiamo che, eccezionalmente, lavorasse gratis.

L'Amaca

 

La crocifissione della realtà

DI MICHELE SERRA

Come si fa a scatenare una polemica contro una cosa mai detta? Non sto parlando di una frase decontestualizzata (sui social la decontestualizzazione è materia prima di molte polemiche), né della distorsione malevola di una cosa davvero detta. Sto parlando di una cosa mai detta, eppure spacciata per detta.
I fatti. In un convegno all’Università Cattolica un vescovo, monsignor Sanchez, citando il Papa, dice che usare la croce come simbolo identitario significa banalizzarla. Dunque è meglio non erigere nuove croci sulle vette alpine. È presente il direttore editoriale del Club Alpino, Marco Albino Ferrari, che si dice d’accordo. È proprio il Cai che ha cura delle croci di vetta e si occupa della loro manutenzione perché “rappresentano un elemento culturale delle nostre montagne che va preservato”. Ma è giusto non aggiungerne altre, in sintonia con l’orientamento della Chiesa.
Come sia possibile che da questo scambio di opinioni sia sortito, su un quotidiano di destra, il titolo “Il Cai è contro le croci”, è un mistero. Ma il peggio è che questo titolo, e altri simili, abbiano indotto un vicepresidente del Consiglio e un ministro a rilasciare le seguenti dichiarazioni. Salvini: “Dovrete passare sul mio corpo per togliere un solo crocifisso da una vetta alpina”.
Santanchè: “Resto basita dalla decisione del Cai di togliere le croci dalle vette delle montagne senza aver comunicato nulla al ministero”.
Da ridere, ma anche da piangere. Non hanno, Salvini e Santanchè, portavoce e addetti alla comunicazione che li assistano, e li proteggano da se stessi? E più in generale, come accidenti funziona il sistema politico-mediatico italiano?