venerdì 12 maggio 2023

Uscita Moon



È appena uscito un singolo, il Singolo. Un connubio di beltà difficilmente traducibile in parole. Occorre ascoltarlo, alla memoria di Jeff, per farsi portare al di là di ogni ostacolo, per irrorarsi, per scalpitare, per fremere. Quelle chitarre sono slitte volanti verso noi stessi.

Molto interessante

 


Democrazie decidenti e vecchie trappole

SI FA PRESTO A DIRE “RIFORME” - L’obiettivo è il declassamento del Parlamento, del potere giudiziario e della presidenza super partes, che sarebbe neutralizzata o liquidata, divenendo emanazione della maggioranza

di Barbara Spinelli 

Prima di discutere la riscrittura della Costituzione, l’opposizione farebbe bene ad approfondire quel che Meloni intende quando elogia la “democrazia decidente”, e a chiedersi quali siano le radici di alcuni concetti a essa perversamente legati.

Il concetto di stabilità e governabilità innanzitutto, indicato come prioritario a partire dal 1975, quando tre studiosi incaricati dalla Commissione Trilaterale (Michel Crozier, Samuel Huntington, Joji Watanuki) pubblicarono un pamphlet – La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie – con l’intenzione di rispondere ai movimenti che nel ’67-’68 si erano battuti per democrazie più estese e contro la guerra in Vietnam, spaurendo le classi dirigenti.

La risposta che aveva dato Willy Brandt, quando divenne Cancelliere nel ’69, fu tutt’altro che gradita a queste classi, decise a prendersi una rivincita non solo sul Sessantotto e sull’opposizione alle guerre Usa, ma su tutti i Paesi che vantavano Costituzioni antifasciste. “Vogliamo osare più democrazia”, aveva detto Brandt. Non era la Controriforma pensata per sottomettere i protestanti del ’67-’68. La Trilaterale (un Concilio di Trento composto da Usa, Europa e Giappone) infine prevalse, con conseguenze che tuttora soffriamo.

Secondo i tre propagandisti della Trilaterale, l’ingovernabilità nelle democrazie era dovuta a un “eccesso di democrazia”, che andava eliminato “ripristinando il prestigio e l’autorità delle istituzioni del governo centrale”. Era nata la parola d’ordine del governo forte che abbassa i poteri dei Parlamenti, tiene a bada le classi popolari divenute “classi pericolose”, riduce le tutele sociali. Le Costituzioni andavano adattate a queste esigenze. Va ricordato che il Piano di rinascita democratica della P2 di Licio Gelli fu redatto subito dopo il pamphlet sulla Crisi della democrazia e che gli “eccessi democratici” sotto accusa sono, oltre al Sessantotto, i movimenti contro la guerra in Vietnam e lo scandalo Watergate che travolse la presidenza Nixon.

A partire da quel momento prende quota il farmaco salvavita chiamato democrazia decidente, caro alla Meloni: un concetto che riecheggia le invettive ottocentesche di Donoso Cortés contro i Parlamenti dediti alle chiacchiere (clasas discutidoras) e prive di “cultura del fare”. L’invettiva di Cortés verrà ripresa da Carl Schmitt, giurista vicino a Hitler. Ma l’offensiva non si ferma qui: a riproporre la democrazia decidente, dopo la crisi dell’euro, fu l’alta finanza. Nel suo mirino: i Paesi sudeuropei – Italia, Grecia, Spagna, Portogallo – dichiarati instabili e inetti perché dotati di Costituzioni antifasciste.

Chi imboccò più spudoratamente tale sentiero fu la grande banca d’affari JP Morgan, che il 25 maggio 2013 pubblicò un Rapporto che rispolverava la ricetta della Trilaterale (poco prima alle Politiche il M5S aveva ottenuto il 25,5%: i populisti andavano fermati!). Riportiamo il passaggio chiave del Rapporto: “I sistemi politici della periferia sudeuropea sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le loro Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici e costituzionali del Sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei Parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

L’assalto alla Costituzione antifascista non è dunque appannaggio esclusivo di comparse come La Russa. Ha ramificazioni nei poteri forti che dominano i mercati e traggono profitti dalle guerre Nato (non solo Ucraina). I talk show che denunciano fascisti col braccio teso farebbero bene a indagare invece su riforme decisioniste che vogliono far proprie le “buone pratiche di governance” preconizzate da JP Morgan.

Nel suo ultimo libro (Tempi difficili per la Costituzione) Gustavo Zagrebelsky ritiene ideologica e pretestuosa la “Grande Riforma” istituzionale desiderata da Bettino Craxi (e Giuliano Amato) e critica l’odierno servilismo degli intellettuali (aggiungerei i giornalisti): non indipendenti, ma “arredo e, se si vuole, corredo del potere”.

I fautori della “democrazia decidente non si limitano a prospettare riforme che migliorino la funzione dell’esecutivo (a esempio la sfiducia costruttiva tedesca, che impone a chi vuol sfiduciare i governi la contemporanea fiducia a una maggioranza alternativa). Aspirano ai modelli francese e statunitense, prediligendo la V Repubblica di De Gaulle introdotta nel 1958 e perfezionata nel 1962 con l’elezione diretta del presidente. L’obiettivo è l’abbassamento del Parlamento, del potere giudiziario e della Presidenza super partes, che sarebbe neutralizzata o liquidata, divenendo emanazione della maggioranza. Un effetto ottenibile sia con l’elezione diretta del presidente, sia con quella del premier: l’esecutivo ha comunque da prevalere, e l’equilibrio di Montesquieu tra poteri distinti svanisce (“Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere”).

Perché la controriforma riesca bisogna riscrivere anche la storia. È quello che fanno gli avversari della Costituzione, quando nascondono il doppio naufragio del presidenzialismo statunitense – oggi alle prese con due candidati inetti come Trump e Biden – e di quello francese. Uno degli aspetti più stupefacenti dei nostri dibattiti è il prestigio di cui gode ancora Macron. Renzi e Calenda vogliono svuotare il Pd seguendo il suo esempio, e fingono d’ignorare il precipizio in cui è caduto: nel primo mandato (lunga rivolta dei Gilet gialli) e nel secondo (popolarità del movimento contro la riforma delle pensioni). È come se l’inquilino dell’Eliseo non sapesse che non è stato il programma a dargli due volte la vittoria, ma il rigetto dell’alternativa Le Pen. Da tempo non è più solo l’allungamento dell’età pensionabile che imbestialisce i francesi: l’intera politica economica di Macron è giudicata generatrice di disuguaglianze. E lo scontento concerne più che mai la “verticale del potere”: cioè la natura monarchica della Quinta Repubblica.

Guardare in faccia le insidie del presidenzialismo, prendere atto del fallimento di Macron e delle presidenze Usa, ricordare la nefasta vittoria della Controriforma sulle promesse di Brandt negli anni Settanta: solo a queste condizioni, scegliendo stavolta l’opzione Brandt, ha senso un’ennesima Bicamerale.

Serve un riassuntino!

 

Ogni tanto serve un riassuntino, una focalizzazione sulla propria esistenza, sul mondo che ci circonda, sulla situazione del momento: ebbene, mi sforzo e cerco di trasmettervi il mio. 

Siamo nel pieno esercizio di un sistema palesemente malato, artefatto, scelleratamente iniquo: si proprio lui il pluto-tecno-rapto-divaricante-finanziario mondo dei pochi che usurpano le libertà degli altri, leggasi la stragrande maggioranza. 

Un sistema che irride segnali di futura negatività che la natura sta lanciando da almeno due lustri; che sbeffeggia la pericolosità dell'aumentare costantemente il lucro annientando speranze di giovani vite speranzose di abbracciare il proprio futuro; che lascia basite innumerevoli coscienze per l'avanzare di ribalderie insensate atte a creare sempre maggiori differenze di casta tra ceti sociali; che gode nell'investire in armi tecnologiche, affinate per mantenere lo status a pochi princìpi privilegiati; che detiene i media per affossare il libero pensiero; che affloscia, spegnendoli, i tentativi di rivolta culturale; che ammansisce menti fresche e scattanti con tecniche obnubilanti, sgorganti da cellulari e tv; che risalta flebili e terribilmente vuoti modelli di vita effimera senza alcuna parvenza di quel frizzantino culturale capace di innescare sinapsi innescanti crescite personale e di comunità; che è follemente capace di gestire coscienze, mercificandole. 

Orbene, questa plutocrazia mondiale, forsennatamente rivolta alla crescita economica di sette agiate, ci porterà prima o poi ad amalgamare l'evidente cretinismo imperante. Andremo a schiantarci contro l'ovvio crollo dell'immane castello di carta ed aria fritta, pomposamente descrittoci come aureo futuro generazionale, una fetecchia eclatante, basta vedere nei rivoli dell'umanità oppressa quante persone attualmente vivono in condizioni precarie, inumane. 

Il connubio tra sistema politico e finanziario è granitico, inossidabile; nulla può scalfirlo. Nella nostra Europa assistiamo ad un macabro servilismo curato dal tappetino biondo "Ursula Von" nei confronti dell'Appisolato Canuto a Stelle Strisce, trasformante la storia del vecchio continente, fattore della storia del globo, in un'enclave di vassalli e servitori storditi. 

Riescono ancora a farci credere che esistano al mondo d'oggi confini, nazionalità, mentre un terzo dell'umanità vive immerso nell'oppressione e nella conflittualità pregna d'idiozia, provocante migrazioni bibliche di esseri umani ridotti a schiavi e senza alcuna dignità. 

Riescono ancora a farci credere che il futuro passi attraverso l'arricchimento vergognoso di pochi. 

Abbiamo delegato a uno sparuto gruppo di teste di kazzo l'organizzazione economica finanziaria della Terra, permettendo la creazione di luoghi infimi e inaccessibili dove spaventosi capitali vengono nascosti alla giusta tassazione agevolante il mantenimento di città e servizi. 

Abbiamo permesso che multinazionali, con bilanci maggiori di stati, gestiscano farmaci e vaccini che il pensiero filosofico di un pianeta normale destinerebbe a tutti, e che il sistema pluto-rapto-tecno-finanziario invece, in virtù della costante ed imperterrita divaricazione sociale, elargisce unicamente a chi è in grado di comprarseli.

Per concludere: ad ogni riassunto termino con la speranza che qualcosa prima o poi nasca dalle ceneri dell'intelligenza usurpata dal tecnicismo e dalla sopraffazione. E le tende davanti alle università contro il caro affitti - a proposito nessuno che s'infervori contro squali diabolici capaci di far pagare un divano tombale 600 euro - mi fanno sperare nella nascita di un moto di ribellione che diverrebbe uno splendido toccasana, e la cui crescita esponenziale manderebbe finalmente a casa settantenni ancora invaghiti dell'occupazione remunerata, muro demenziale bloccante la formazione e l'impiego giovanile, e lacererebbe l'infausto schiavismo camuffato da occupazione, il cui nodo scorsoio è attorno al collo di un'infinita schiera di persone, ancora eroicamente protese a credere in un futuro migliore di questo depredato sassolino disperso nel buio cosmico.            

Ragogna

 


Buco travagliato

 

La Banda del Buco
di Marco Travaglio
Come volevasi dimostrare, la Francia non ha nessuna intenzione di costruire il faraonico, inutile, costoso e inquinante Tav Torino-Lione: il buco di 57 km nelle Alpi e di 15-20 miliardi nelle casse italiane progettato negli anni 80 e superato dai tempi e dai dati. Se n’è accorta persino Repubblica (noi l’avevamo scritto un anno fa): il cronoprogramma del Conseil d’orientation des infrastructures rinvia la tratta francese al 2043, cioè a mai. Fra gli alti lai del cosiddetto ministro Salvini e della retrostante Confindustria, il ministro Clément Beaune prova a smentire. Ma sono almeno undici anni che Parigi non ne vuol sapere: infatti non ha mai finanziato la sua parte. Nel luglio 2012 il Figaro, citando il ministro Jérôme Cahuzac, rivelò che il governo Hollande era pronto a rinunciare, a meno che non pagasse tutto l’Ue, perché “il trasporto merci su quella tratta è sceso in vent’anni da 11 a 4 milioni di tonnellate”. La notizia gettò nel panico la Banda del Buco di destra-centro-sinistra. La stessa che nel 2018 tornò sul piede di guerra quando il ministro Toninelli affidò a un pool di economisti e ingegneri un’analisi costi-benefici. Risultato: il Tav è una boiata pazzesca, con costi di almeno 13 miliardi, perdite per 7-8, benefici per 800 milioni e un risparmio di appena 80 secondi da Milano a Lione. E, per giustificare la nuova ferrovia, le merci circolanti dovrebbero essere 25 volte le attuali.
La Banda s’inventò il movimento “spontaneo” delle Madamine per nascondere i loschi interessi di partiti, imprese e clan; promosse a Torino una marcetta di 20 mila umarell, spacciata per un’oceanica rivolta del Partito del Pil contro il Partito del No; e affidò la controanalisi nientemeno che a Salvini. Rep: “Tav, controanalisi di Salvini: Costa meno finirla che fermarla”. Stampa: “Contro-dossier di Salvini: la sospensione della Tav ci costerebbe 24 miliardi”. Purtroppo il Cazzaro Verde promosso a Matteo Pitagorico non produsse uno straccio di cifra che smontasse quelle dei veri esperti. Il 7 agosto 2019 i 5Stelle proposero di disdettare il trattato italo-francese sul Tav, ma la Banda del Buco (Lega, FdI, FI, Pd votò contro. L’indomani Salvini aprì la crisi dal Papeete e rovesciò il Conte-1. Così lo Stato continuò a buttare soldi in un’opera inutile e dannosa che – come il Ponte sullo Stretto – tutti sanno che non si farà mai, ma viene tenuta in vita artificialmente per foraggiare clientele e mangiatoie. Poi, un giorno, la Francia dirà ufficialmente che Lione non è interessata al Tav Torino-Lione. E, per non chiedere scusa ai No Tav e a Toninelli, la Banda del Buco progetterà un nuovo Tav che parte da Torino e, giunto alla frontiera francese, fa inversione a U e torna indietro: il Tav Torino-Torino.

giovedì 11 maggio 2023

Sempre lucida Daniela!

 

La Meloni può diventare un Renzi che ce l’ha fatta
DI DANIELA RANIERI
Meloni potrebbe diventare un Renzi che ce l’ha fatta. Ricordate lo storytelling scoppiettante e perentorio, del tutto velleitario, con cui Renzi cercò di intortare gli italiani tra il 2015 e il 2016, quando lui e le sue majorettes andavano in giro ad ammorbare il Paese coi loro abbattitori neuronali, “la volta buona”, il “cambio verso”, una riforma “che aspettavamo da 70 anni”? Con le stesse parole che costarono la sedia e il residuo di faccia a Renzi – “piaccia o non piaccia”, “andiamo avanti”, “l’Italia lo chiede” – Meloni minaccia di modificare la Costituzione chi c’è c’è. Lei dice di aver ricevuto mandato dal popolo per istituire l’elezione diretta di qualcuno, sia esso presidente della Repubblica o premier; Renzi, che governava coi voti di Bersani, si sentiva il prescelto dallo Spirito del Tempo.
È comprensibile che Meloni voglia intestarsi una grande battaglia e realizzare il sogno di Almirante. Da una parte patisce l’imbarazzo di governare con una corte di miracoli: camerati, riciclati berlusconiani, il ministro cognato (declassamento del Conte zio), questurini che rinfacciano ai migranti la morte dei loro figli, aspiranti egemoni culturali (a chi Dante? A noi!) e la Casellati assurta a madre costituzionale; dall’altra deve pur dare qualche boccone ai suoi elettori, ch’erano convinti di votare la “destra sociale” e si ritrovano un governo draghista-neoliberista e ultra-atlantista (dunque non sovranista) con qualche pagliacciata col braccio teso e il fez. Renzi non si è presentato alle consultazioni (forse era “a Miami col genero di Trump o in Arabia a prendere soldi dall’assassino di Khashoggi”, cit. Calenda), ma s’è opportunamente messo a disposizione per tramite dei giornali che non dirige, almeno non ufficialmente. Con Calenda c’era la deputata Boschi, ultimamente famosa come testimonial delle creme-viso del fidanzato, che ha minacciato: “Sulle Riforme ci saremo perché servono all’Italia, lo diciamo da anni e non cambiamo certo idea per fare un dispetto alla Premier (sic, ndr)”. Pudore imporrebbe di non occuparsi più nemmeno di striscio di riforme costituzionali dopo averne firmata una schiantatasi al referendum, ma quelli di Italia diciamo viva sono gente notoriamente senza pudore (lei e il capo del partito farlocco sono quelli di “Se vince il No, lascio la politica”). Calenda, coi sondaggi che lo danno al 4%, dice che abbiamo “bisogno di un premier con più poteri e di una Camera sola” (non di Sanità, welfare, salari dignitosi) e propone una commissione con le opposizioni; Boschi lo autorizza a parlare solo per Azione (ma in Parlamento il Sesto Polo siede ancora nello stesso gruppo). È ovvio: Renzi con Conte e il Pd non parla, preferisce modificare la Costituzione da solo coi post(?)fascisti. Anzi, cercherà di far passare come “compromesso” l’idea del “premierato”, un sistema per cui si elegge il capo del governo e la maggioranza parlamentare nello stesso voto, che dal punto di vista della separazione dei poteri e del rispetto della democrazia è persino peggio del presidenzialismo, dove almeno possono darsi maggioranze diverse da quella del capo dello Stato.
A La Stampa ha detto: “Questa idea che il capo del governo debba non essere eletto denota una sfiducia nei confronti degli elettori”. Non è vero: ad esempio noi, contrari alla riforma, stimiamo molto gli elettori, infatti lui ha il 2%. Ritira fuori il “sindaco d’Italia”, ennesima patacca delle sue, un specie del “preside d’Italia” della Buona Scuola, o più probabilmente del principe del Rinascimento saudita suo amico. Questo sindaco-premier nominerebbe i ministri e avrebbe potere di vita e di morte su governo e Parlamento. Il disegno è chiaro: rafforzare l’esecutivo, degradare le Camere (una pure abolirla), ridurre l’elettorato a folla che acclama un capo con un plebiscito periodico. Siamo a un passo dall’autocrazia: questo sì ci avvicinerebbe a Putin, non un negoziato in luogo della guerra a oltranza come vaneggiano gli opinionisti mainstream.
Renzi sa che se ancora conta qualcosa, è proprio per questo tipo di lavori sporchi; con una maggioranza superiore ai 2/3, senza referendum e tantomeno sulla sua persona, la sua Costituzione fiorentina, rigettata da 20 milioni di italiani, potrebbe passare in versione persino peggiorata. La sostituzione del Senato elettivo con un club per amministratori locali con immunità parlamentare era legata alla legge elettorale-truffa detta Italicum, dichiarata illegittima dalla Consulta; stavolta la riforma legata all’Autonomia differenziata voluta dalla Lega (e la farebbero senza Verdini, temporaneamente impossibilitato per arresti domiciliari). Basterà aprire la campagna acquisti.
Tajani coglie il punto: nessun problema, “potremmo fare con Renzi”. Tutti sanno che quando c’è da fare qualche porcata Renzi è disponibile (vedi elezione di La Russa a presidente del Senato). In questo senso è una risorsa della Repubblica.

Marco e la finta

 

L’armicromista
di Marco Travaglio
È stato tutto un equivoco, uno scambio di vocali: nella famosa intervista a Vogue, Elly Schlein rivelava di farsi consigliare da un’“armicromista”, ma l’intervistatore ha capito “armocromista”. Infatti il colore unico della neosegretaria Pd è il verde militare. Lo dimostra non solo il suo voto favorevole al decreto Meloni sulle armi a Kiev (prima di vincere le primarie). Ma soprattutto quello della delegazione pidina al Parlamento europeo sulla proposta del commissario al Mercato Interno Thierry Breton per convertire con “procedura d’urgenza” i fondi europei dei Pnrr, dei programmi sociali e di coesione per fabbricare munizioni per l’Ucraina. La folle idea di togliere al welfare europeo per dare alle armi (Asap: Act in Support of Ammunition Production) è una joint venture fra Breton, che è il Crosetto di Macron (prima di diventare commissario europeo dirigeva vari colossi dell’industria militare), il gruppo Conservatore (presieduto dalla Meloni) e quello Popolare. Ma è stata approvata alla quasi unanimità, anche coi voti dei liberaldemocratici Ledr, dei socialisti Pse (che includono il Pd) e dei Verdi. Contraria solo la sinistra Gue-Ngl. Fra gli italiani, a parte Smeriglio, hanno votato contro solo i 5 Stelle. Risultato finale: 608 presenti, 518 Sì, 59 No e 31 astenuti.
La notizia è uscita solo sul Fatto e sul manifesto e gli europidini, presi col sorcio in bocca, si sono irritati, sproloquiando di “titolo del Fatto falso e fuorviante”, perché “gli eurodeputati Pd sono tutti compattamente contrari all’uso dei fondi del Pnrr per la produzione di armamenti”. Così compatti che, tranne Smeriglio, hanno votato compattamente Sì. Cade così anche l’ultima foglia di fico dell’armacromista Schlein, che nell’ultima piroetta post-primarie aveva detto sì alle armi a Kiev, ma no ad aumenti delle spese militari. Eccola nella conferenza stampa del 19 aprile, l’unica: “Allo scoppio del conflitto, quando sembrava necessario aiutare anche col supporto militare il popolo ucraino, avevo molte più perplessità sul legare il conflitto in Ucraina a un aumento delle spese militari in tutti i Paesi europei. Sono una federalista europea convinta e penso sia meglio avere una difesa comune. Non vuol dire che finché non c’è una condivisione vera delle competenze della difesa possiamo assistere a un aumento delle spese militari in tutti i Paesi europei”. Invece l’altroieri il Pd ha approvato proprio un aumento delle spese militari: subito 500 milioni in più, a cui i singoli Stati potranno aggiungere quanti fondi vorranno, anche distraendoli dai loro Pnrr. Elly Schlein e i suoi cantori ci sbomballano da due mesi con la retorica del “non ci hanno visti arrivare”. Ma, di questo passo, nessuno si accorgerà che sono arrivati.