domenica 30 aprile 2023

L'Amaca

 

L’amaca
Che colore ha la politica
DI MICHELE SERRA
Ho fatto una cosa stravagante. Forse rivoluzionaria. Ho letto per intero l’ormai famigerata intervista concessa da Elly Schlein a Federico Chiara di Vogue. Ho provato a rimettere una frase dentro il suo testo e dentro il suo contesto, una riga dentro le sue pagine. Ho pensato che l’uno per cento di un quadro, se il restante 99 per cento rimane oscurato, non è abbastanza per vedere il quadro.
Non ci crederete, ma l’intervista (lunghissima, interessante e ben scritta) parla poco delle questioni personali di Schlein, e parla molto di politica. In tutti i suoi aspetti. Dice — tra tante altre cose — che per far cessare le guerre tra poveri sarebbe ora di tassare i ricchi (la sintesi è mia), argomento, e non l’unico, che da solo avrebbe meritato molti più titoli di giornale di quanti ne sono stati dedicati al breve cenno della segretaria del Pd alla sua consulente cromatica. Eppure non ricordo uno solo titolo, su mille, che abbia scelto di commentare le opinioni di Schlein sulla politica fiscale.
Dunque tutti, per giorni, abbiamo parlato di giacchette e non di tasse. E pur convenendo che le giacchette sono più divertenti delle tasse, forse qualche domanda su come funzionano, nel nostro Paese, la comunicazione politica e l’informazione sulla politica, dovremmo farcela. A che serve dedicare tempo e attenzione alle domande di un giornalista se già sai che sarà il dettaglio frivolo, il pettegolezzo, il tweet del giorno prima o del giorno dopo, quello che poi arriva all’opinione pubblica? Come possiamo pretendere dai politici che tornino a parlare di politica, se quando poi lo fanno ci concentriamo sul colore dei golfini?

sabato 29 aprile 2023

Ci fu!

 

L’hanno detto loro
di Marco Travaglio
Sta’ a vedere che, a doversi scusare per la trattativa Stato-mafia, non sono gli uomini dello Stato che l’hanno fatta e poi confessata, ma i magistrati che l’hanno scoperta e processata e i pochi giornalisti che l’hanno raccontata. Tutti fingono di non sapere, di non conoscere i fatti accaduti e documentati dal 1992 a oggi, che nessuna sentenza potrà mai smentire. E confondono dolosamente il piano penale da quello fattuale, morale e istituzionale. Ma al massimo possono dire, come la Corte d’appello di Palermo e la Cassazione, che trattare coi mafiosi e aiutarli a intimidire tre governi a suon di stragi per disarmare lo Stato contro Cosa Nostra non è un reato. Non che è un’invenzione. Anche perché la trattativa è stata ammessa e raccontata nei minimi dettagli non solo dai mafiosi (i pentiti Giovanni Brusca&C., e gli irriducibili, da Riina a Graviano, intercettati in carcere). Ma anche dai carabinieri del Ros. Dopo che Brusca la svelò nel 1996-’97, il generale Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno furono sentiti dalla Corte d’assise di Firenze sulle stragi del 1993-’94. E confermarono tutto, chiamandola proprio “trattativa”.
Ecco Mori il 27.1.’98: “Incontro per la prima volta Vito Ciancimino… a Roma, nel pomeriggio del 5 agosto 1992 (subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, all’insaputa della Procura di Palermo e del comandante dell’Arma, ndr). L’Italia era quasi in ginocchio perché erano morti due fra i migliori magistrati… non riuscivamo a fare nulla dal punto di vista investigativo e cominciai a parlare con lui: ‘Signor Ciancimino, cos’è questa storia, questo muro contro muro? Da una parte c’è Cosa Nostra dall’altra parte c’è lo Stato. Ma non si può parlare con questa gente?’. La buttai lì, convinto che lui dicesse: ‘Cosa vuole da me, colonnello?’. Invece disse: ‘Si può, io sono in condizioni di farlo’… Ciancimino mi chiedeva se rappresentavo solo me stesso o anche altri. Certo, io non gli potevo dire: ‘Be’, signor Ciancimino, lei si penta, collabori che vedrà che l’aiutiamo’. Gli dissi: ‘Lei non si preoccupi, lei vada avanti’. Lui capì e restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa… Il 18 ottobre, quarto incontro. Mi disse: ‘Guardi, quelli (Riina&C., ndr) accettano la trattativa’…”. Anche De Donno, che aveva condotto da solo i primi incontri con Ciancimino subito dopo Capaci, parlò di “trattativa”: “Gli proponemmo di farsi tramite, per nostro conto, di una presa di contatto con gli esponenti di Cosa Nostra, al fine di trovare un punto di incontro, un punto di dialogo finalizzato alla immediata cessazione di questa attività di contrasto netto e stragista nei confronti dello Stato, e Ciancimino accettò”.
E ancora: “Facemmo capire a Ciancimino che non era una nostra iniziativa personale… Successivamente ci disse che… la persona che faceva da mediatore tra lui e Riina (il medico Antonino Cinà, ndr), voleva una… prova della nostra capacità di intervento: la sistemazione delle vicende giuridiche pendenti del Ciancimino, con conseguente concessione di passaporto… Al quarto incontro, si fece portatore di un messaggio di accettazione della nostra richiesta di trattativa, di dialogo, di discorso dei vertici siciliani. Ci disse: ‘Sono d’accordo, va bene, accettano, vogliono sapere che cosa volete’”. Riina, che voleva “fare la guerra per fare la pace”, era raggiante: le stragi pagavano.
Ecco: questi erano i rappresentanti dello Stato: si stupivano del “muro contro muro” fra mafia e Stato dopo decenni di festosa convivenza. Infatti si precipitarono a ripristinare le larghe intese, andando a trattare con un mafioso corleonese condannato e detenuto ai domiciliari come Ciancimino per ristabilire lo status quo. E l’han detto loro. Perciò sono stati processati insieme ai mafiosi: perché trasmisero il messaggio al governo Amato. Il 22-23 giugno De Donno informò Liliana Ferraro (subentrata a Falcone agli Affari penali del ministero della Giustizia) che Ciancimino aveva accettato di mediare con Riina in cambio di “garanzie politiche”. La Ferraro chiese a De Donno di informare Borsellino, poi riferì al ministro Martelli, che la pregò di informare Borsellino. Che meno di un mese dopo saltò in aria in via D’Amelio. Poi Riina fu arrestato dal Ros, che non ne perquisì il covo. E quando furono individuati Santapaola (nel ’93) e Provenzano (nel ’95), trovò il modo di non catturarli. Cosa Nostra riprese le stragi a Firenze, Milano e Roma, alzando il tiro per alzare la posta della trattativa. E Conso revocò il 41 bis a 334 mafiosi. Poi arrivò Berlusconi e il tritolo non servì più: bastava e avanzava la politica.
I giudici di primo grado hanno ritenuto che la trattativa ci fu ed era reato (“minaccia a corpo dello Stato”). Per quelli d’appello ci fu, ma era reato solo per i mafiosi: i Ros presero “un’iniziativa quantomai improvvida oltre che in totale spregio dei doveri del loro ufficio”, con una “ibrida alleanza con la fazione mafiosa di Provenzano” per “indicibili” motivi di “interesse nazionale”: trattarono, veicolarono la minaccia mafiosa allo Stato, ma senza dolo, cioè a fin di bene (il fatto c’è, ma “non costituisce reato”): infatti, anziché degradati sul campo, furono tutti promossi. Per la Cassazione, i Ros non veicolarono neppure la minaccia, dunque i politici favorirono la mafia per pura telepatia (“non aver commesso il fatto”): ci provarono solo i mafiosi senza riuscirci (“tentata minaccia”, prescritta). E noi dovremmo scusarci con i Ros perché abbiamo creduto alle loro parole e pretendiamo il “muro contro muro” fra Stato e mafia? Ma si scusino loro. E si vergognino.

L'Amaca

 

Il prezzo della scelta
DI MICHELE SERRA
Fanno discutere alcune fuoruscite di eletti nel Pd (nelPd, ma evidentemente non
del Pd), la più clamorosa delle quali sarebbe quella della eurodeputata Chinnici, figlia di quel padre, che secondo voci insistenti andrebbe in Forza Italia. Il partito fondato da Marcello Dell’Utri, come sottolinea, sconsolato, il siciliano Peppe Provenzano.
La discussione è inevitabile, perché tira in ballo vecchie e sentite questioni come il rapporto tra eletti ed elettori, la coerenza personale, la lealtà con il partito che si rappresenta. Ma per essere completa, e soprattutto utile, non deve rispondere solo alla domanda “come mai se ne vanno?”, ma anche alla domanda “come mai erano nel Pd?”. Una possibile risposta alla seconda domanda, buona per rispondere anche alla prima, è questa: perché quel partito aveva una identità politica talmente indefinita, e deformabile, che ci si poteva stare con tutto agio senza bisogno di sottoscrivere idee-forza impegnative. Insomma, si poteva stare nel Pd anche senza sentirsene parte: il caso De Luca, tra tutti, è quello più nitido.
Il solo arrivo di Schlein, per quanto recente, per quanto non abbia ancora generato proposte nero su bianco quante ne bastano per dare corpo a una direzione politica ben leggibile, ha però restituito una certa sonorità alla parola “sinistra”, lasciando allo scoperto, comprensibilmente, chi non ritiene di farne parte. Riformisti e radicali, dentro qualunque sinistra “di massa”, a partire dal vecchio Pci, hanno sempre convissuto in virtù di una comune scelta di campo. Chi di sinistra non è, o non crede più nel significato di quella parola, ieri si è sentito libero di stare nel Pd, oggi, per la stessa ragione, di andarsene. Che questo piccolo esodo rinforzi o indebolisca il partito, si vedrà. Che lo definisca meglio, non c’è dubbio.