domenica 16 aprile 2023

Zio Adry…


Cattiveria




Demoliti giornalisticamente


La mitica Daniela fotografa alla perfezione i due smargiassi. E il Bomba Xylella del PD è da standing ovation!!!

Ora Calenda ci revela chi è Renzi. E viceversa.

di Daniela Ranieri

Se non fosse per la musichetta da circo in sottofondo, verrebbe da prendere sul serio lo spettacolo che stanno dando i due servitori dello Stato, senatori della Repubblica, stipendiati lautamente dagli italiani (uno anche dai non italiani) Renzi e Calenda. Si tratta pur sempre di una dimostrazione eloquente della loro personale concezione della disciplina e dell’onore con cui in teoria sarebbero chiamati ad adempiere alle loro funzioni pubbliche.
Dentro la macelleria di reputazione che è Twitter (e dove sennò? Azione e Italia viva sono scatole vuote, ologrammi pompati dai media), il combattimento tra i due boriosi galli procede però asimmetricamente: Renzi “fa filtrare”, “affida alle chat”, “riunisce i suoi”, manda avanti Bonifazi, Boschi, i suoi sgherri e altre frattaglie, e resta a guardare (anche se La Stampa “ruba” una sua frase: “Calenda è pazzo, ha sbagliato pillole”); Calenda, tragicomicamente, annuncia e impone ai suoi un “rigido silenzio stampa”, che vìola subito dopo lasciandosi andare a un’incontinente raffica di tweet con cui ci spiega com’è fatto Renzi, di cosa è capace e perché è altamente sconsigliabile avere a che fare con lui, tutte cose che anche noi, come lui, ignoravamo, credendolo la reincarnazione di De Gasperi.
Siccome non ci sta a passare per scemo, Calenda – come se fosse ancora in tempo per evitarlo – twitta: “Non ho mai ricevuto avvisi di garanzia/rinvii a giudizio/condanne”, con il che ci informa che invece Renzi sì (è imputato per il reato di finanziamento illecito nel processo Open), circostanza che Calenda deve aver appreso l’altro ieri; scrivendo “non ho accettato soldi a titolo personale da nessuno, tanto meno da dittatori e autocrati stranieri” ci notifica invece di aver appena scoperto che Renzi arrotonda con questa singolare attività lucrativa (a Calenda bastava leggere il Fatto: noi scriviamo da anni che Renzi ha un tariffario tipo cantante neomelodico ai matrimoni e per soldi chiama “amico” i peggiori ceffi del Golfo). Poi lo accusa di aver preso finanziamenti da “speculatori stranieri e intrallazzatori”, incontrato magistrati non per ragioni di servizio, aver brigato per le lottizzazioni del Csm (sembra la scena di Amore e guerra in cui Woody Allen affronta Napoleone: “Lei è un tiranno e un dittatore e dichiara guerre”, e Napoleone: “Perché sta elencando i miei meriti?”), fino all’apoteosi: “Quando non ero in Senato non ero a Miami con il genero di Trump o in Arabia a prendere soldi dall’assassino di Khashoggi”. Ma senti senti. Il candido Calenda ci sta dicendo: 1) di sapere chi è l’assassino del giornalista del Washington Post, ucciso e fatto a pezzi nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, delitto su cui la Cia e l’MI6 hanno solidi sospetti e l’Onu “prove credibili di responsabilità” ma non certezze (spoiler: Mohammad bin Salman); 2) di essersi alleato con uno che prende soldi da un assassino, come se additare Renzi come un nefando furbastro dica qualcosa di nuovo su Renzi e niente su Calenda. Ma Carlo ha altri scoop: i renziani hanno votato La Russa alla presidenza del Senato per avere la presidenza della Vigilanza; ma al tempo Calenda, quando tutta Italia guardava a Renzi per la losca elezione, dava la colpa a Pd e 5Stelle (“Non esiste che noi votiamo un post-fascista, non abbiamo i numeri”). Mentiva allora o mente oggi? Non solo: Renzi ha “un esercito di troll” addestrati per diffamare sui social chiunque attenti alla reputazione del capo (come se non l’avesse già accoppata Renzi stesso), cosa che a Calenda faceva comodo, però, quando i troll linciavano i giornalisti che criticavano il loro aborto di partito. Ovviamente Renzi gli rinfaccia di averlo creato lui: “Se sono un mostro oggi, lo ero anche quando ho sostenuto Calenda” – segue lista dei regali. È vero: il viziato politico dei quartieri alti, ex di Confindustria, Ferrari, Sky, Montezemolo, Monti, fu nominato da Renzi viceministro, poi Rappresentante permanente presso la Ue (230 diplomatici scrissero imbufaliti a Renzi: “Non ci s’improvvisa ambasciatori”), poi ministro e persino capo del “Programma Capitale Umano”, con cui il governo avrebbe finanziato 4-5 università d’eccellenza e scovato nei licei 500 geni, o “plusdotati”, o “gifted”, che lo Stato avrebbe adottato per farli diventare tanti piccoli renzian-calendini.
Davanti all’epilogo scontato dell’alleanza tra i due palloni gonfiati, i giornali lacrimano: ci hanno creduto due milioni e mezzo di elettori! Repubblica raccoglie il grido di dolore del “gotha dell’imprenditoria”, ricconi che avevano puntato sul “Terzo” Polo elargendo bigliettoni dai 100 mila euro in su, povere bestie. Ora che anche Calenda, buon ultimo, ha capito che Renzi ama parassitare gli organismi che lo ospitano (è stato la Xylella del Pd), aspettiamo il prossimo gonzo. Intanto milioni di italiani possono essere orgogliosi di non aver creduto per un attimo a nessuno dei due.

Travaglio!


Le innocenti evasioni

di Marco Travaglio

Ci eravamo appena ripresi dalle risate per il cabaret di Wanno Calenda&Mago do Rinascimiento quand’ecco un altro classico dell’avanspettacolo: lo scaricabarile sull’evasione di Artem Uss, oligarca putiniano arrestato a Malpensa su ordine Usa, spedito ai domiciliari in una megavilla con braccialetto elettronico senza Gps (una cavigliera giocattolo trovata nell’uovo di Pasqua) e fuggito su un’auto slovena in ex Jugoslavia e poi a Mosca sotto il naso del governo favorito al premio Cameriere Atlantista dell’Anno. Il tutto all’insaputa dei Servizi, anch’essi di provata fede yankee grazie alla cura Draghi che li disinfestò dalle quinte colonne putiniste-trumpiane-cinesi infiltrate da Conte. Così almeno garantivano i cantori dei Migliori quando Super Mario cacciò il capo del Dis Gennaro Vecchione che, in combutta col suo mandante Giuseppov, aveva trasformato l’Italia in “ventre molle della Nato” e “paradiso delle spie russe”. Il risultato della svolta atlantista si vide subito: l’arresto del capitano di fregata Walter Biot da Pomezia, la spia che venne dall’Agro Romano, catturato a Spinaceto mentre vendeva terribili segreti Nato a due russi in cambio di 5 mila euro in una scatola da scarpe per pagarsi il mutuo e le medicine, poi condannato a 30 anni.
Sgomenti nello scoprire che in Italia ci sono spie russe, i segugi dell’atlantismo de noantri spiegarono la sorprendente circostanza col fatto che fino a poco prima c’era il governo Conte. Iacoboni (Stampa): “Da almeno tre anni, quelli che ci separano dal trionfo dei due partiti populisti e filorussi, l’Italia è diventata terra di pascolo di spie russe… Lo spionaggio russo in Italia si è intensificato nell’anno del governo Lega-5S e ha avuto un punto di svolta ulteriore nei controversi marzo e aprile 2020” (sic) con “la missione degli ‘aiuti russi’ per il Covid”. Già, perché i famigerati 32 medici inviati da Putin all’ospedale di Bergamo erano spie, anche se il Copasir l’ha escluso e nessuno dei nostri Le Carré ha mai spiegato che minchia spiassero a Bergamo (dissero il Covid, che però mieteva vittime anche in Russia; dissero la base Nato di Ghedi, che però è a Brescia; dissero la base Nato di Amendola, che però è in Puglia). “Militari che scorrazzavano in Italia, convocati dal nostro governo con Di Maio a fare da dama di compagnia”, ironizzò l’umorista Mattia Feltri. Rep rincarò: “Il governo populista ha reso il Paese anello debole della Nato”. Paolo Guzzanti in Mitrokhin e Claudia Fusani in Pio Pompa confermarono con sapidi dettagli. Poi il cambio di governo e 007 ci riportò in Occidente. Ora resta da spiegare la fuga di Uss, ma qualcosa s’inventeranno. Tre le ipotesi più accreditate: la Wagner; l’orso Jj4; e Conte alla guida dell’auto slovena.

sabato 15 aprile 2023

Se fosse vero!

 


Esiste, non esiste, Giletti dice di averla vista senza aver avuto la possibilità di verificare l'autenticità. Certo che se esistesse la storia degli ultimi decenni cambierebbe e di molto, decretando la nostra comune incapacità a vivere lontano dalla verità e, sopratutto, dalla libertà. La foto in questione, se esistesse, confermerebbe un dubbio atroce, incredibile, tanto grave da indurre a traslocare in un altro paese le bare di Falcone e Borsellino per manifesta indegnità a conservarne la memoria. Tutto sarebbe diverso, incontrollabile: sapere che un guappo miliardario, divenuto in seguito Primo Ministro, si sarebbe seduto ad un tavolo con un boss mafioso ed un generale dei carabinieri, squalificherebbe i nostri sentimenti, la nostra storia, le lotte contro il crimine organizzato, il sacrificio di molti eroi follemente dimenticati. Forse ha ragione Cairo: è ancora troppo presto per comprendere come la politica sia asservita da tempo immemore al male mafioso. Se esistesse quella foto, riponetela please! Lasciateci sognare ancora per un po' di essere un paese civile, normale, giusto...

Soldi ad minkiam

 

Che bei vedovi
di Marco Travaglio
Per la serie, anzi il cinepanettone “Non c’era una volta il Terzo Polo”, ma anche “Io non ce l’ho con te, ma col tuo vicino che non ti butta di sotto”, apprendiamo da Repubblica che “il gotha dell’imprenditoria” è molto deluso dai suoi ultimi beniamini Calenda e Renzi e dice a una sola voce: “Un’altra promessa tradita”, lacrimando a un solo occhio per i “4 milioni donati invano” ai due caratteristi che ora si tirano i piatti e gli stracci. Il Gotha dei boccaloni che avevano creduto nella farsa terzopolista comprende il meglio “del mondo imprenditoriale e finanziario italiano” (figuratevi il peggio). La lista dei vedovi inconsolabili annovera: Maurizio Bertelli, patron di Prada, che aveva donato 100 mila euro; le famiglie Zegna (60 mila) e Loro Piana (130 mila); Gianfelice Rocca dei gruppi Techint e Humanitas, “uno dei dieci uomini più ricchi del Paese” (100 mila); Alberto Bombassei, gruppo Brembo (100 mila); Davide Serra, leggendario finanziere italo-anglo-caymanense (100 mila), senza dimenticare, con varie pezzature, Antonio D’Amato, Lupo Rattazzi, Banzato, Arvedi, Garavoglia, Merloni, Brachetti Peretti, Cornetto Bourlot e Pietro Salini (quello del Ponte sullo Stretto e tante altre belle cose).
Alcuni avevano già creduto nell’uomo sòla al comando, cioè in B., con i risultati a tutti noti, per poi buttare i loro soldi nei migliori Titanic della nuova politica: Scelta (poi Sciolta) Civica montiana, il Pd renziano, l’Italia Futura montezemoliana e – dulcis in fundo – i due statisti del “polo della serietà” che ora si danno – comprensibilmente – del “pazzo che ha sbagliato il dosaggio delle pillole” e del “mitomane che prova a darci la fregatura”. Tutti casi di “circonvenzione di capaci”, per dirla col loro collega Gianni Agnelli, che coniò la battuta per l’amico Cesare Romiti che s’era fatto convincere a staccare cospicui assegni a Ferdinando Adornato per la catastrofica avventura di Liberal. Ecco: se l’Italia è ridotta così lo dobbiamo anche e soprattutto a loro, a questi lucidi e lungimiranti “uomini del fare” specializzati nel disfare buoni governi (rarissimi, tipo il Prodi-1 e il Conte-2) con la potenza di fuoco di Confindustria e dei suoi giornaloni, per rifilarci patacche epocali che esistono solo nella loro fantasia e nel loro conto in banca: la Rivoluzione Liberale di B., l’Agenda Monti, la Grande Riforma Renzi, l’Agenda Draghi, senza dimenticare l’innamoramento momentaneo per Salvini in funzione anti-5Stelle e ultimamente il Grande Centro del Terzo Pelo. Ora che ne hanno persi due in un colpo solo, attendiamo con ansia che trovino il nuovo spirito guida. Visto il progressivo scadimento degli obiettivi (da B. a Ollio e Ollio), non ci stupiremmo se fosse un totano. O un calamaro.

L'Amaca

 

Due Bruti senza Cesare
DI MICHELE SERRA
Il Terzo Polo, almeno sulla carta, dovrebbe occupare quello spazio della politica (il centro liberal-democratico) che è per definizione meno passionale, meno ideologico, più pragmatico. I fatti più importanti delle opinioni — insomma.
Sorprende scoprire che questo Parnaso della concretezza soccombe a causa di una scissione che potrebbe fare ombra alla sinistra, da sempre maestra nel campo della lite furibonda — a volte finita a picconate, altre volte, più affettuosamente, a scomuniche. Cioè: non sorprende, perché già si sapeva che il diumvirato tra Calenda e Renzi non poteva reggere per manifesto complesso di superiorità di entrambi. Ma un qual certo rammarico, per i non ideologici, per i pragmatici, per i concreti, per i compassati elettori che niente vogliono sapere delle intemperanze ideologiche di destra e sinistra, deve pure esserci. Come mai è andato tutto in vacca?
Come è possibile che, pur in presenza di un sapiente spregio per il fanatismo, le intransigenze, le rigidità culturali, il Terzo Polo si sia spezzato in due tronconi? Azzardo un’ipotesi. Quanto a effetti rovinosi, nemmeno la più arcigna delle ideologie, o la più sciocca delle faziosità, vale quanto l’egocentrismo.
L’Io è il macigno contro il quale deragliano anche i convogli più poderosi. Se poi si tratta di un Io maschile, beh potrebbe deviare anche il corso del Mississippi.
Resta da aggiungere una cosa, da spettatore disinteressato alla questione.
Tra i due Bruti (senza Cesare) che si sono accoltellati, dovessi salvarne uno è Calenda. È un rissante a viso aperto, perfino simpatico nella sua esagerata concezione di se stesso. Gioca perché gli piace il gioco. L’altro, invece, gioca solo per vincere.