martedì 4 aprile 2023

Michele e la patata


Questo è l’intervento di Michele Serra a Che Tempo che fa di domenica scorsa!

Questo è un migrante di successo. Solanum tuberosum. La patata.
È arrivata ai primi del Seicento dal Sudamerica, il suo nome comune viene dal quechua, la lingua degli Inca. Insieme al suo compagno di viaggio, il pomodoro, ha rivoluzionato l’alimentazione in Europa e in Italia, salvando dalla carestia milioni di persone.
Entrambi, patata e pomodoro, ci hanno messo più di un secolo per entrare nell’uso comune. All’inizio sembravano stranezze esotiche, cose mai viste e mai mangiate, forse pericolose, forse velenose. Nessuno le voleva mangiare.
Molte fonti sostengono che fu Federico il Grande, re di Prussia, a metà del Settecento, a sdoganare definitivamente la patata. Con un espediente geniale. Cominciò a coltivare patate nell’orto reale e mise guardie armate a proteggerle, così tutti cominciarono a pensare che le patate fossero preziose, un cibo da re. Di notte andavano a rubarle e impararono a mangiarle e a piantarle.
 
Gli agrumi invece sono arrivati dall’Asia. I romani conoscevano il cedro, il limone e l’arancio amaro, che è quello più antico. La coltivazione dell’arancio moderno, simbolo della Sicilia, viene introdotta in Europa dai portoghesi solo nel Millecinquecento. Il mandarino arriva in Italia solo nell’Ottocento.
 
Nei giorni scorsi ci sono state polemiche molto accese sulla cucina tradizionale italiana, sulla sua identità. Tradizione e Identità sono temi molto cari a questo governo. Come si addice a un governo nazionalista, intende battersi per l’italianità del cibo, della lingua, dei costumi, contrapposta a quelli che un progetto di legge di Fratelli d’Italia per la difesa della lingua chiama “forestierismi”. Forestiero è un termine che non sentivo da un bel pezzo. Significa: gente o roba che viene da fuori.
 
Eppure la patata, che fu forestiera per eccellenza, ormai è italianissima. E lo è perché l’identità e la tradizione, che sono cose importanti, mutano. Si evolvono. Si adattano. Si arricchiscono attraverso l’esperienza, la contaminazione, il cambiamento.
 
L’idea che l’identità, della cucina italiana come dell’Italia intera, sia qualcosa di definitivo, di cristallizzato, qualcosa che può addirittura essere stabilita per legge, non è neanche sbagliata. È insensata. È come voler mettere in un museo qualcosa di vivo. È come cercare di imbalsamare qualcosa che si muove.
 
Marcello Veneziani, un intellettuale di destra come ce ne sono pochi, purtroppo, dice che “la tradizione non è culto del passato, ma senso della continuità e gioia delle cose durevoli”. La definizione è bellissima. A patto che la si esponga, la gioia delle cose durevoli, al sole e al vento, la si faccia respirare, e non la si lasci ammuffire in fondo a un cassetto.
 
La cucina italiana, intesa come insieme di ricette, ingredienti, cultura del convivio, è una delle meraviglie del nostro Paese. Dobbiamo difenderla. Ma non la si difende trasformandola in un pezzo da museo. La si difende prima di tutto avendo cura - e questo è compito della politica - che i contadini non siano sfruttati, o derubati dalla grande distribuzione. Poi facendo attenzione a cosa mettiamo nel piatto, alla qualità degli ingredienti, alla quantità di chimica e di farmaci che rischiamo di ingoiare se non stiamo in guardia.
 
Io mi sento italianissimo anche quando mangio il sushi, con il quale non bevo il saké giapponese, ma Vermentino sardo, o Ribolla del Friuli. Contaminazione, appunto. La farina di insetti, criminalizzata dal governo come accadde, quattro secoli fa, alla patata, in sé non mi fa nessuna paura, è un cibo naturale quanto i gamberetti. Proteine disponibili in natura. Mi fa molta più paura avere paura dei forestieri, delle persone e delle cose che arrivano da fuori. È una paura sterile, gretta, poco vitale. Blocca lo stomaco, blocca l’appetito. Se Federico il Grande si presenta alle prossime elezioni, con la patata nel simbolo, io voto per lui.


Ragogna

 


Ah la storia recente!

 

In Tunisia Tajani, Meloni & C. stanno solo rafforzando la dittatura di Saied
di Alessandro Orsini
Ciò che il governo Meloni e il Pd stanno combinando in Tunisia dev’essere chiarito. Inizierò dal fatto politico centrale: la Tunisia, unico Paese in cui la Primavera araba aveva stabilito una democrazia premiata con il Nobel per la Pace nel 2015, si sta trasformando in una dittatura. Il processo avanza e abbiamo poco tempo per fermarlo. Molti attivisti democratici vengono arrestati e detenuti arbitrariamente. Francia, Stati Uniti e Germania stanno facendo pressioni sul presidente, Kais Saied, affinché riprenda la rotta democratica in cambio di aiuti economici: “Soldi in cambio di democrazia”. Il 14 dicembre 2022, Saied ha avuto un duro scontro con l’amministrazione Biden sui diritti umani, di cui ha parlato Missy Ryan sul Washington Post. Ancor più importanti sono gli articoli di Sarah E. Yerkes per Foreign Affairs e l’ultimo report sulla Tunisia di Carnegie.
Il governo Meloni fa eccezione? Non è chiaro. Antonio Tajani ha rilasciato alcune dichiarazioni molto ambigue contro la Fratellanza musulmana in Tunisia, un movimento pacifico rispettoso dei diritti umani, bersagliato da Saied. Le dichiarazioni di Tajani, considerato il contesto, appaiono come una forma di sostegno alla repressione antidemocratica in corso. Da parte sua, Paolo Gentiloni si sta spendendo molto affinché il Fondo monetario internazionale dia i soldi agognati da Saied, mentre Elly Schlein tace sulla repressione in Tunisia.
Nessuno dovrebbe operare per la caduta di Saied; la Tunisia non ha bisogno di disordini così gravi. Tuttavia Schlein potrebbe chiedere almeno il rilascio dei prigionieri politici, iniziando da Shaima Issa, madre e studiosa di quarant’anni, una femminista politicamente indipendente che ha accusato Saied di avere condotto un colpo di Stato. Poetessa e autrice di un libro su Islam e genere sessuale, Shaima Issa è stata arrestata il 22 febbraio con altre donne democratiche per “cospirazione contro lo Stato”, cioè per avere criticato Saied, che l’ha accusata senza prove di essere una “terrorista”. Se a Schlein non fosse possibile chiedere la sua liberazione, il ministro Tajani potrebbe almeno astenersi dal rilasciare dichiarazioni contro le forze democratiche della Tunisia. Queste sono state le parole testuali di Tajani: “Non possiamo abbandonare la Tunisia, altrimenti rischiamo di avere i Fratelli musulmani che rischiano di creare instabilità. Non ci possiamo permettere l’islamizzazione del Mediterraneo”. Questa rappresentazione dei fatti è molto discutibile giacché la Fratellanza musulmana in Tunisia, incarnata da Ennahda, un partito che si è paragonato alla Democrazia cristiana, non rappresenta alcuna minaccia per l’islamizzazione del Mediterraneo.
Qui si confondono le acque: il vero pericolo per la libertà del Mediterraneo sono le dittature laiche appoggiate dal blocco occidentale e non le forze musulmane moderate, tolleranti e democratiche. Come spesso accade, quando i leader europei devono nascondere il loro appoggio alle dittature, siano esse in Egitto o in Tunisia, agitano lo spettro inesistente dell’islamismo come se fosse un fatto assurdo che nei Paesi musulmani ci siano partiti islamici. Da qualunque prospettiva si guardi il problema, la domanda resta: perché nessuna forza politica italiana di opposizione chiede il rilascio dei tunisini democratici, laici o musulmani che siano? È grave che Tajani non lo chieda; è ancor più grave che la richiesta non venga dal Pd, principale partito di opposizione che ha la democrazia nel proprio nome. La domanda che tutti i partiti italiani dovrebbero porsi è questa: “La Tunisia si sta trasformando in una dittatura. Stiamo facendo qualcosa per impedirlo?”.

domenica 2 aprile 2023

Ci voleva lei!

 


Ci voleva una delle titolari del bagno per ricconi versiliese, divenuta inopinatamente ministro del Turismo, per rifocillare la malsana idea di turismo che aleggia da molti anni in uno degli angoli più belli della sfera, sconquassato da decisioni improvvide che si perdono nei meandri della storia. Ci voleva lei e tutti coloro che credono che il buon turismo dipenda fondamentalmente dai numeri, che cresceranno ancora assicurano i cosiddetti addetti ai lavori, si parla infatti di un arrivo di oltre 700 mila croceristi quest'anno - sai che culo! - per infoiare ulteriormente i piagnoni imprenditoriali che già esultano per i tripli turni nella ristorazione, per le code gigantesche che si formeranno in luoghi che la natura e l'intelligenza - inversamente proporzionale all'ingordigia - dovrebbero tutelare attraverso ingressi controllati.
Ma la frenesia dell'indotto, la smania di introitare sempre più risorse, tendono ad oltraggiare decoro e bellezza, con scantinati trasformati in camere, prezzi fuori controllo, stivamenti di esseri umani in piazzette deturpate, code ignobili in sentieri tutt'uno con la meraviglia del silenzio.
Ci voleva la socia del bagno per ricconi per certificare l'ennesima stagione del deturpamento psicotico della natura!

E noi che credevamo di...

 


Travaglio e il Pnrr

 

Troppi soldi, signora mia
di Marco Travaglio
Tra i nuovi reati che i fautori della depenalizzazione stanno inventando, i rave, l’istigazione all’anoressia e l’omicidio colposo nautico non bastano: urge quello di “ottenimento di troppi soldi dall’Europa”. Tanto il colpevole è uno solo: Conte, reo di avere strappato la vergognosa cifra di 209 miliardi. Dopo Bernabè e Stagnaro, altri noti esperti assicurano che, se i governi Draghi e Meloni hanno ritardato e pasticciato sul Pnrr e rischiano di farci perdere i soldi, è colpa del putribondo predecessore che li aveva ottenuti. Lo spiega bene Bonomi: “Ricordo com’è nato il Pnrr: a Villa Pamphili nel giugno 2020. Ebbi un confronto con Conte perché immaginavamo un Piano che rafforzasse il potenziale di crescita del Paese. Ci siamo invece trovati una serie di interventi a pioggia… Un piano sbagliato in origine”. Ma ricorda male: agli Stati generali di Villa Pamphili non si sapeva neppure se e quanti soldi sarebbero arrivati: il Recovery fu approvato il 21 luglio e la stesura del Pnrr partì ad agosto, peraltro con precisi vincoli europei incompatibili con la fame atavica dei prenditori. Prima che il Conte-2 finisse di scrivere il Pnrr, fu rovesciato da Renzi in joint venture con Confindustria e i suoi giornaloni, che dipingevano il Pnrr come una ciofeca mentre l’Europa lo promuoveva.
Il 2 febbraio 2021 Draghi calò da cielo in terra a miracol mostrare, scrisse la parte mancante, peggiorò quella già scritta e consegnò il Pnrr il 30 aprile. Senza mai dire o sospettare che i soldi erano troppi. Ma Nicola Rossi, economista Pd, spiega sul Foglio che Conte fu “irresponsabile e sconsiderato” a “raccattare ogni risorsa disponibile”: ora bisogna “restituire le risorse del Pnrr” perché non sappiamo che farcene. È lo stesso buontempone che nel 2020, appena ottenuti i 209 miliardi di Pnrr, voleva pure i 36 del Mes. Così ora dovremmo restituirne 245. Anche a Tria (Sole 24 ore) i soldi del Pnrr fanno schifo. E ricorda con raccapriccio il governo del “famoso balcone da cui fu dichiarata la fine della povertà, sempre a debito”: il Conte-1, di cui Tria era ministro dell’Economia. Seguì il “governo di ventura” Conte-2, che senza di lui ottenne i 209 miliardi, ma “fallì clamorosamente” nell’utilizzarli”; e “per salvare l’onore dell’Italia fu chiamato Draghi, che ci mise generosamente la faccia”. La stessa fiaba narra, sempre sul Sole, La Malfa: “Conte licenziò non un piano, ma una lista di progetti”. I due poveretti ignorano che Conte non poteva licenziare né fallire: fu disarcionato mentre scriveva il Pnrr; e la prima rata Ue arrivò il 14 aprile, sotto Draghi. Ma su un punto han tutti ragione: a Bruxelles, nei tre giorni e tre notti di battaglia con Merkel, Rutte, Orbàn &C., Conte non avrebbe dovuto lottare per farsi dare più soldi. Ma per ottenerne di meno.

Rinfrescatina

 

Bande musicali, uteri-forno e sottocani: ecco i nuovi mostri
FLORILEGIO - Da Cutro a Via Rasella: il “globo terracqueo” di Meloni, l’“evviva l’umiliazione” di Valditara e gli SS “pensionati” di Ignazio
DI DANIELA RANIERI
Da 6 mesi i membri del governo Meloni sono diuturnamente impegnati nella produzione di borborigmi, scemenze, oltraggi, oscenità, facezie, uscite da mitomani. Di seguito un florilegio.
24 marzo. Meloni commemora da Bruxelles le vittime delle Fosse Ardeatine: “335 italiani innocenti massacrati solo perché italiani”. La diplomata Giorgia sarebbe bocciata in Storia. La guerra di Resistenza è stata anche una guerra civile; i nazisti non uccidevano i fascisti loro lacchè; quando pensiamo a un fascista che ammazza un fascista ci viene in mente solo Mussolini che fece fucilare il genero Galeazzo Ciano.
La Russa, presidente del Senato, la difende: “Via Rasella è stata una pagina tutt’altro che nobile della Resistenza, quelli uccisi furono una banda musicale di semi-pensionati e non nazisti delle SS, sapendo benissimo il rischio di rappresaglia su cittadini romani”. Chi non ha visto suonatori di bande musicali con 5-6 bombe a mano attaccate alla cintola? I partigiani hanno sconfitto i nazisti perché uno come La Russa potesse diventare seconda carica dello Stato e dare a loro la colpa dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Meloni replica: “Sì, li ho definiti italiani. Perché, gli antifascisti non sono italiani? È onnicomprensivo”. Giorgia bocciata anche in Insiemistica: tutti gli antifascisti italiani erano italiani, ma non tutti gli italiani erano antifascisti. A meno che ella non sia a conoscenza di una pulizia etnica perpetrata dal Reich contro gli italiani: avrà fatto un’accurata ricerca con gli storici di Atreju.
La prima vera battaglia del governo Meloni è il decreto rave, che vieta tutti i raduni sopra le 50 persone “pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica” a seconda del giudizio del ministro dell’Interno Piantedosi. Nel decreto non si nominano i rave.
Il 28 ottobre palazzo Chigi dirama una circolare: “Giorgia Meloni va chiamata ‘il signor presidente’”, unico caso al mondo di patriota che sputa sulla propria madrelingua.
Tajani, Ministro degli Esteri, l’altro ieri: “L’utero di una donna non deve essere utilizzato per sfornare figli come se fosse un forno dove si sfornano le patate arrosto”. E badate bene che questo è uno dei meno incontinenti (Berlusconi sì che sapeva utilizzare gli uteri in maniera decorosa).
Il ministro dell’Acultura Sangiuliano a gennaio: “Il fondatore del pensiero di destra in Italia è stato Dante Alighieri: la destra ha cultura, deve solo affermarla”. In effetti finora solo il pudore ha impedito a quelli di destra di “affermare” Dante come roba loro (troppo ingombrante la presenza di Enrico Montesano). Da alcuni documenti risulta che Dante fosse anche a favore della flat tax e contro il Pos.
Fine marzo, Rampelli (FdI) avanza una proposta di legge contro l’uso dei forestierismi nelle istituzioni e nella Pa, con multe da 5.000 a 100.000 euro per chi sgarra, “in un’ottica di salvaguardia nazionale e di difesa identitaria”. Misura cara al governo che ha istituito il ministero del Made in Italy ed è guidato dalla underdog Meloni, o, come sarebbe più corretto, che ha istituito il ministero del Fabbricato in Italia ed è guidato dalla sottocane Meloni.
Il ministro Valditara a novembre: “Evviva l’umiliazione” degli studenti, “un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità”. Poi si corregge: voleva dire “umiltà” (è solo il ministro dell’Istruzione, mica è tenuto a sapere l’italiano).
Pochi giorni dopo, sempre lui: “Togliere il reddito di cittadinanza a chi non ha completato gli studi”, così gente con la prima media dovrà cercarsi un lavoro, che non troverà perché ha la prima media. Che genio Valditara, eh?
A gennaio Valditara annuncia che querelerà gli studenti che gli imputano le morti dei ragazzi in alternanza scuola-lavoro. Così li roviniamo, mandiamo sul lastrico le loro famiglie, poi gli togliamo il Rdc e li facciamo morire di inedia. Non resterà più nessuno a criticare il ministro, e costa molto meno di una deportazione.
Anche Calderoli annuncia che querelerà chi critica la sua Autonomia differenziata, ma forse intende solo gli adulti.
Febbraio, la preside di una scuola di Firenze davanti a cui si è verificato un pestaggio di sei giovani fascisti ai danni di due ragazzini scrive una lettera per ricordare come è nato il fascismo e ribadire che la nostra Costituzione è antifascista. Valditara la minaccia di provvedimenti nel caso dovesse insistere. Diamine, speriamo non comincino ad andare direttamente i ministri a picchiare i ragazzini davanti alle scuole!
Il 26 febbraio una barca fa naufragio davanti a Crotone. Muoiono 91 persone, di cui 35 minori. Piantedosi dà la colpa ai genitori, irresponsabili e indifferenti al riscatto dei loro Paesi (Iran, Pakistan, Afghanistan: paradisi di pace e democrazia).
Nella disastrosa conferenza stampa a Cutro precisa: “Il senso delle mie parole era: fermatevi, verremo noi a prendervi”. Dev’essere una campagna di marketing delle prigioni libiche.
Meloni dice: “Andremo a cercare gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo”. Nessuno domanda se ha istituito una polizia speciale, se li caccia coi droni, se ci manda i Servizi Segreti o la Casellati nei ritagli di tempo dei suoi numerosi viaggi. Vigileremo.
Il min. delle Armi Crosetto dà la colpa degli sbarchi triplicati alla Russia, che spinge i mercenari della Wagner a spingere i migranti sui barconi per punirci del nostro appoggio a Zelensky.
Piantedosi dà la colpa agli italiani, “attrattivi” per i migranti.
FdI inserisce in Manovra un emendamento che consente di sparare ai cinghiali in aree urbane e di mangiarli in loco, perché no; misura chiaramente anti-radical chic (ma le signore delle Ztl scenderanno in strada con quintali di rucola). La trasformazione dell’Italia nel Texas trumpiano rende più simpatico il fatto che spenderemo 104 milioni al giorno in armamenti.
Meloni arrabbiatissima dice che all’Ucraina stiamo mandando armi che già abbiamo, non le stiamo comprando apposta. Però poi dobbiamo ricomprarle per noi, furbetta.
Tajani insiste: “Io non mi permetterei mai di utilizzare una altra donna come se fosse un forno che sforna patate”. Ma ancora? Non è meglio che i ministri parlino solo a stomaco pieno?
Il min. dello Sport Abodi dice: “Dovremmo ripristinare una competizione che ha fatto la nostra storia, i Giochi della Gioventù”. Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza.