Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 17 marzo 2023
Marina l'Incazzosa!
Belin la Figlia come si è inalberata!
La lettera
“A Fininvest mai un soldo dalle mafie”
Repubblica ha riproposto per l’ennesima volta — nonostante sia sempre stato regolarmente smentito dalle evidenze e dalle sentenze — l’accostamento tra le origini di uno dei più importanti gruppi industriali italiani e finanziamenti mafiosi.
Ed è inconcepibile che lo si faccia sulla base di una fantomatica perizia ordinata dalla Procura di Firenze che i legali della Fininvest non hanno mai potuto conoscere.
Quando qualcuno si degnerà di sottoporcela, i nostri avvocati non avranno difficoltà, come hanno sempre fatto, a smontare pezzo per pezzo le conclusioni dei periti, che, a quanto si legge, appaiono comunque fumose, contraddittorie, forzate, incomprensibili.
In ogni caso, non serve leggere alcuna perizia per ribadire fin da subito, con tutta la forza e l’indignazione di cui sono capace, che ogni centesimo del nostro gruppo è stato creato dal talento, dal coraggio e dall’infaticabile lavoro di un grande imprenditore e dall’impegno di tutte le persone che con lui e dopo di lui hanno costruito il gruppo Fininvest. Lo dicono la nostra storia e il nostro presente, ma lo dicono anche tutte le inchieste che da decenni rovistano nei conti della Fininvest alla ricerca di infamanti e assurdi collegamenti. Inchieste che alla fine si sono concluse con l’unico risultato possibile: nei conti Fininvest non sono mai entrati una lira o un euro dall’esterno. Le fantasie di apporti oscuri sono solo calunnie senza fondamento.
Ci penseranno i nostri legali a tutelare come merita e com’è doveroso l’onore del nostro gruppo. Resta il disgusto per l’ennesima operazione che, per raggiungere obiettivi fin troppo evidenti, non si fa scrupolo di infangare la reputazione dell’azienda e delle persone che ci lavorano con impegno e dedizione.
Mi viene da riflettere con amarezza su come questo Paese non potrà mai dirsi veramente libero finché non sarà riuscito a porre fine a questo metodo deviato di utilizzare la giustizia per operazioni di puro sciacallaggio politico.
— L’autrice è presidente Fininvest
Prendiamo atto della replica della presidente di Fininvest, Marina Berlusconi. La consulenza si trova depositata nel procedimento che riguarda Nunzia Graviano, per il ricorso in Cassazione che la sorella del boss Giuseppe Graviano ha fatto, impugnando un provvedimento di sequestro disposto dalla procura di Firenze. Il documento è disponibile alle parti.
Gran Merlo!
Quest'articolo da Merlo di Repubblica non me l'aspettavo! Chapeau!
IL RACCONTO
Il potere occulta la paura la propaganda di Meloni con i superstiti di Cutro
Potere e paura. Di veline ne avevamo viste e lette tante, ma mai una così posticcia e sgangherata. Dell’incontro di Giorgia Meloni con i superstiti di Cutro, rigorosamente vietato ai giornalisti, c’è solo un breve filmato di cinema muto, un montaggio di Palazzo, l’informazione preconfezionata per i tg a reti unificate, immagini senza audio come in Cina, anzi in similCina.
E, infatti, c’è pure un comunicato di Palazzo Chigi, che è il solo racconto che abbiamo, una specie di pizzino con un florilegio di parole imbarazzanti per infantilismo: come è stato l’incontro? “Emozionato e commosso”. E cosa hanno detto i superstiti a Giorgia Meloni? “Si sono appellati al suo cuore di madre”.
Anche il video di un minuto e mezzo, il tempo dei Tg, è solo un nascondiglio, la Sala Verde di Palazzo Chigi come recinto del potere, l’Italia che governa l’Italia nascondendosi all’Italia. Si vedono le strette di mano tra i carnefici, che sembrano le vittime, e le trenta vittime, con i visi oscurati e dunque con il dolore censurato, che sfilano davanti a Giorgia Meloni e ad Antonio Tajani in fila indiana. Umiliati e maltrattati non solo nel corpo, sembrano persino più sani e certamente sono più vivi dei governanti italiani che non li vogliono. Lei è vestita Armani e Tajani sembra uno sformato ragioniere che tra sé e sé sta pensando “nella vita l’ho sfangata”, e loro sono invece vestiti dalla Croce Rossa, ma hanno la serietà e la grande dignità che in teatro si crea in quel luogo speciale dove l’abito è carattere, il “trovarobato” , la sartoria delle scuciture e delle giacche che litigano con i pantaloni.
Chiunque di noi li avrebbe abbracciati, come ha fatto spesso il presidente Mattarella, come fa questo Papa, e sarebbe stato il nostro modo, credenti o no, di conversare con Dio, la cui “assenza è la più acuta presenza” in questa tragedia di Cutro. E invece Giorgia Meloni non è stata neppure capace di fingersi “Idiota”, quello di Dostoevskij, il principe Mishkin che “solo a una domanda, che lo investiva a ondate regolari con affanno, non sapeva rispondere: perché o Signore i bambini muoiono?”. Leggo invece nel pizzino di Palazzo che “la presidente Meloni ha chiesto loro quanto fossero consapevoli dei rischi legati alle traversate del Mediterraneo”. Altro che abbracci! Meloni ha solo ingentilito Piantedosi, è il suo destino quello di addolcire la ferocia, grazie anche alla cantilena da suburra, il ritmo ondulato della lingua dell’ozio romano che dubita di quel che dice mentre lo dice.
Insomma, i superstiti hanno sfilato davanti a quelli che ancora li respingono perché ci sono le quote, iconteggi, i controlli, le leggi, la Bossi- Fini, l’Europa, la linea dura, gli scafisti da inseguire nell’intero globo terracqueo, ma provano lo stesso a esibirli in una scenografia di falsa bontà senza l’audio. Chissà mai cosa avrebbero chiesto a questa “nazione” di brava gente se avessero potuto liberamente mostrarsi e parlare in un minuto e mezzo di tv dalla cattedra di Palazzo Chigi. E quante volte avrebbero costretto la stressatissima Giorgia Meloni a sbroccare ancora contro l’opposizione che li addestra, contro la sinistra che in Calabria chissà cosa combina. È da un po’ di tempo infatti che Meloni ha paura di Meloni. In tutto questo nascondimento il nuovo potere italiano ha nascosto i sopravvissuti per nascondere sé stesso. Eppure, li hanno invitati, è vero, ma anche sequestrati in Calabria e trasportati a Roma con un C130 dell’Aeronautica militare. E, una volta a Ciampino, li hanno fatti salire sul pullman della polizia con i vetri oscurati e da lì a Palazzo Chigi, ma dall’ingresso posteriore, il famoso sottopasso della “casa di vetro” degli italiani. Non riesco a sorriderne e forse potrei perché sembra la sfilata dei soliti sospetti, un casting di comparse, una retata di incappucciati che farebbero sfigurare l’ingresso principale e quindi a loro tocca quello di servizio. E quando rileggo che si appellano “al suo cuore di madre” mi scappa pure un “bedda matri!”. Tanto più che il servile comunicato dell’ufficio stampa, ora diretto dal nuovo spin doctor che ricordavo bravo, Mario Sechi, diventa la parodia lessicale della prosa prefettizia, della “burokrazia ottusa e nera” dello Stato in disfacimento di Joseph Roth o, se preferite, del linguaggio marcio dell’antica “prefettocrazia” di Salvemini. Leggo infatti che Giorgia Meloni “ha rappresentato ai presenti la vicinanza propria personale e del governo tutto”. Pensate: “ha rappresentato ai presenti”. E i presenti? “Hannoringraziato sentitamente il presidente”. E mentre leggo guardo ancora il film muto: ora inquadrano il tavolo, poi la telecamera zumma su una penna, e ci sono i lunghi primi piani degli occhi chiari di Giorgia, ma in un angolo ci scappa pure un primo piano di mani giunte, intrecciate per chiedere.
E così la scenografia così rozza e falsa invece di evocare buoni sentimenti di canto e di preghiera diventa un triste motteggio che aggiunge un surplus di mistero alla sofferenza che non si esprime, alla sofferenza alla quale è vietato di esprimersi. I giornalisti sanno che la velina, quando mostra un po’ di verità per nascondere la verità, diventa grottesca, perché rimanda ai marescialli di una volta, alla copia ricalco su carta velina appunto, ma senza la sapienza dell’Istituto Luce, che oggi non è riproponibile, perché oggi più combatti il diritto di ficcare il naso nella realtà più ecciti quel diritto. E più il potere nasconde la paura, più la paura lo mostra e lo svela.
L'Amaca
Una manovra a tenaglia
DI MICHELE SERRA
Pare che Gwyneth Paltrow, classe 1972, brava attrice poi devoluta a star del salutismo on line (pappine, brodini, clisteri depuranti, il corpo angelicato come missione), non incontri i favori della generazione Z, almeno a giudicare da quel vaglio occasionale, e però nero su bianco, che sono i commenti social. Per la serie: di pappine e brodini, tutto sommato, noi ragazzi preferiremmo farne a meno.
Si sa che i giovani sono meno disposti alla misura e alla continenza, rispetto ai meno giovani, forse perché il loro corpo, che vive i suoi gloriosi esordi, a quell’età sembra indistruttibile. Sono le prime rughe e le prime pance a suggerire qualche cautela in più. Ma il rigorismo alimentare di Paltrow, nonostante il luminoso sorriso della sua testimonial, ha qualcosa di minaccioso e perfino di lugubre, e dunque non sembra essere un buon antidoto agli stravizi.
A noi boomer i ragazzi, a buon diritto, possono rimproverare una condotta ingorda e gaudente (“vi siete mangiati il mondo!”). Ma ci dovranno riconoscere, prima o poi, un amore per la vita per metà scellerato, per metà contagioso, e scendere a patti con noi.
Sogno dunque una manovra a tenaglia: nonni e nipoti che si alleano nel nome della buona tavola e del convivio, evitando i bagordi ma celebrando la generosità della vita; in mezzo Paltrow, sola soletta con la sua Quaresima.
Adulta giudiziosa messa in minoranza dalle due età più libere, la giovinezza e la vecchiaia.
Ma se lo dice il...
Il miracolo di Santa Elly
di Marco Travaglio
Noi qui a domandarci se non sia un filino esagerato questo culto della personalità per Santa Elly, e lei che ti fa? Il primo miracolo. Le è bastato copiare il salario minimo proposto dai 5Stelle nel 2013, riproposto con due pdl da Nunzia Catalfo nel ’18 e nel ’21 e sempre respinto dall’ammucchiata Pd-Lega-FdI-FI-Iv-imprese-sindacati-giornaloni, per trasformarlo da ciofeca a figata. Le migliori firme del bigoncio si illuminano d’immenso: che ideona, come non averci pensato prima, ci voleva una donna del Pd! Era già accaduto con la blocca-prescrizione, ma a tempi invertiti. La annunciò Renzi nel 2014 e tutti si arraparono come ricci. Poi purtroppo la realizzò Bonafede nel 2018 e i giornaloni che prima la invocavano la sputacchiarono: “Giustizialismo”, “barbarie”, “Inquisizione” (Stefano Cappellini, Repubblica), roba da “oranghi”, “bifolchi del diritto”, “codice Hammurabi”, “Stato tiranno” (Mattia Feltri, Stampa). Se ne deduce che una buona legge è buona a due sole condizioni: che la proponga il Pd e che non venga approvata.
Il salario minimo legale a 9 euro ha compiuto il percorso inverso: meraviglioso a partire dall’altroieri, quando Elly ha chiesto alla Meloni perché non l’ha varato nei dieci anni di opposizione mentre il Pd governava quasi sempre; orrendo dal 2013 a mercoledì, quando lo voleva solo il M5S. Stampa: “Salario minimo, stangata da 15 miliardi. Allarme Confesercenti: costi esorbitanti” (4.6.’19); “Stirpe: ‘Non è il momento di aumentare i salari contro l’inflazione’” (19.2.’22). Corriere: “Salario minimo, Di Maio accelera. Ma Istat e imprese lo bocciano. Alle aziende costerà 4,3 miliardi. L’Ocse: troppi 9 euro” (18.6.’19); “Confapi: ‘Salario minimo? Così apriamo al Far West’” (23.7.’19). “Politiche del lavoro: l’illusione del salario minimo. Non è affidando allo Stato il compito di fissare le retribuzioni che si costruisce una società né si garantisce che quelle leggi saranno veramente applicate” (28.9.’21). Intanto lo raccomandava pure l’Ue e la Germania lo portava a 12 euro. Ma qui restava una porcata pure per Repubblica, celebre giornale di sinistra (già noto per la campagna contro il Rdc): “Salario minimo, il piano M5S per sfidare i sindacati. Il movimento punta a sventolare la nuova bandiera delle basse retribuzioni in vista del voto europeo. Il rischio che si torni alle gabbie salariali” (25.3.’19); “Salario minimo: fino a 6 miliardi i costi per le imprese. La proposta ‘bandiera’ del M5S. Imprese, sindacati e Lega contro il rischio di nuove gabbie salariali” (25.6.’19); “Salario minimo tagliando il cuneo: ma costa 6 miliardi” (24.7. ’19). Ora sono tutti bagnati per la perfetta congiunzione astrale: lo propone il Pd e non c’è alcun pericolo che venga approvato.
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