venerdì 17 marzo 2023

Gran Merlo!

 

Quest'articolo da Merlo di Repubblica non me l'aspettavo! Chapeau!
IL RACCONTO
Il potere occulta la paura la propaganda di Meloni con i superstiti di Cutro
DI FRANCESCO MERLO
Potere e paura. Di veline ne avevamo viste e lette tante, ma mai una così posticcia e sgangherata. Dell’incontro di Giorgia Meloni con i superstiti di Cutro, rigorosamente vietato ai giornalisti, c’è solo un breve filmato di cinema muto, un montaggio di Palazzo, l’informazione preconfezionata per i tg a reti unificate, immagini senza audio come in Cina, anzi in similCina.
E, infatti, c’è pure un comunicato di Palazzo Chigi, che è il solo racconto che abbiamo, una specie di pizzino con un florilegio di parole imbarazzanti per infantilismo: come è stato l’incontro? “Emozionato e commosso”. E cosa hanno detto i superstiti a Giorgia Meloni? “Si sono appellati al suo cuore di madre”.
Anche il video di un minuto e mezzo, il tempo dei Tg, è solo un nascondiglio, la Sala Verde di Palazzo Chigi come recinto del potere, l’Italia che governa l’Italia nascondendosi all’Italia. Si vedono le strette di mano tra i carnefici, che sembrano le vittime, e le trenta vittime, con i visi oscurati e dunque con il dolore censurato, che sfilano davanti a Giorgia Meloni e ad Antonio Tajani in fila indiana. Umiliati e maltrattati non solo nel corpo, sembrano persino più sani e certamente sono più vivi dei governanti italiani che non li vogliono. Lei è vestita Armani e Tajani sembra uno sformato ragioniere che tra sé e sé sta pensando “nella vita l’ho sfangata”, e loro sono invece vestiti dalla Croce Rossa, ma hanno la serietà e la grande dignità che in teatro si crea in quel luogo speciale dove l’abito è carattere, il “trovarobato” , la sartoria delle scuciture e delle giacche che litigano con i pantaloni.
Chiunque di noi li avrebbe abbracciati, come ha fatto spesso il presidente Mattarella, come fa questo Papa, e sarebbe stato il nostro modo, credenti o no, di conversare con Dio, la cui “assenza è la più acuta presenza” in questa tragedia di Cutro. E invece Giorgia Meloni non è stata neppure capace di fingersi “Idiota”, quello di Dostoevskij, il principe Mishkin che “solo a una domanda, che lo investiva a ondate regolari con affanno, non sapeva rispondere: perché o Signore i bambini muoiono?”. Leggo invece nel pizzino di Palazzo che “la presidente Meloni ha chiesto loro quanto fossero consapevoli dei rischi legati alle traversate del Mediterraneo”. Altro che abbracci! Meloni ha solo ingentilito Piantedosi, è il suo destino quello di addolcire la ferocia, grazie anche alla cantilena da suburra, il ritmo ondulato della lingua dell’ozio romano che dubita di quel che dice mentre lo dice.
Insomma, i superstiti hanno sfilato davanti a quelli che ancora li respingono perché ci sono le quote, iconteggi, i controlli, le leggi, la Bossi- Fini, l’Europa, la linea dura, gli scafisti da inseguire nell’intero globo terracqueo, ma provano lo stesso a esibirli in una scenografia di falsa bontà senza l’audio. Chissà mai cosa avrebbero chiesto a questa “nazione” di brava gente se avessero potuto liberamente mostrarsi e parlare in un minuto e mezzo di tv dalla cattedra di Palazzo Chigi. E quante volte avrebbero costretto la stressatissima Giorgia Meloni a sbroccare ancora contro l’opposizione che li addestra, contro la sinistra che in Calabria chissà cosa combina. È da un po’ di tempo infatti che Meloni ha paura di Meloni. In tutto questo nascondimento il nuovo potere italiano ha nascosto i sopravvissuti per nascondere sé stesso. Eppure, li hanno invitati, è vero, ma anche sequestrati in Calabria e trasportati a Roma con un C130 dell’Aeronautica militare. E, una volta a Ciampino, li hanno fatti salire sul pullman della polizia con i vetri oscurati e da lì a Palazzo Chigi, ma dall’ingresso posteriore, il famoso sottopasso della “casa di vetro” degli italiani. Non riesco a sorriderne e forse potrei perché sembra la sfilata dei soliti sospetti, un casting di comparse, una retata di incappucciati che farebbero sfigurare l’ingresso principale e quindi a loro tocca quello di servizio. E quando rileggo che si appellano “al suo cuore di madre” mi scappa pure un “bedda matri!”. Tanto più che il servile comunicato dell’ufficio stampa, ora diretto dal nuovo spin doctor che ricordavo bravo, Mario Sechi, diventa la parodia lessicale della prosa prefettizia, della “burokrazia ottusa e nera” dello Stato in disfacimento di Joseph Roth o, se preferite, del linguaggio marcio dell’antica “prefettocrazia” di Salvemini. Leggo infatti che Giorgia Meloni “ha rappresentato ai presenti la vicinanza propria personale e del governo tutto”. Pensate: “ha rappresentato ai presenti”. E i presenti? “Hannoringraziato sentitamente il presidente”. E mentre leggo guardo ancora il film muto: ora inquadrano il tavolo, poi la telecamera zumma su una penna, e ci sono i lunghi primi piani degli occhi chiari di Giorgia, ma in un angolo ci scappa pure un primo piano di mani giunte, intrecciate per chiedere.
E così la scenografia così rozza e falsa invece di evocare buoni sentimenti di canto e di preghiera diventa un triste motteggio che aggiunge un surplus di mistero alla sofferenza che non si esprime, alla sofferenza alla quale è vietato di esprimersi. I giornalisti sanno che la velina, quando mostra un po’ di verità per nascondere la verità, diventa grottesca, perché rimanda ai marescialli di una volta, alla copia ricalco su carta velina appunto, ma senza la sapienza dell’Istituto Luce, che oggi non è riproponibile, perché oggi più combatti il diritto di ficcare il naso nella realtà più ecciti quel diritto. E più il potere nasconde la paura, più la paura lo mostra e lo svela.

L'Amaca

 

Una manovra a tenaglia
DI MICHELE SERRA
Lo scontro tra generazioni potrebbe conoscere una pagina entusiasmante.
Pare che Gwyneth Paltrow, classe 1972, brava attrice poi devoluta a star del salutismo on line (pappine, brodini, clisteri depuranti, il corpo angelicato come missione), non incontri i favori della generazione Z, almeno a giudicare da quel vaglio occasionale, e però nero su bianco, che sono i commenti social. Per la serie: di pappine e brodini, tutto sommato, noi ragazzi preferiremmo farne a meno.
Si sa che i giovani sono meno disposti alla misura e alla continenza, rispetto ai meno giovani, forse perché il loro corpo, che vive i suoi gloriosi esordi, a quell’età sembra indistruttibile. Sono le prime rughe e le prime pance a suggerire qualche cautela in più. Ma il rigorismo alimentare di Paltrow, nonostante il luminoso sorriso della sua testimonial, ha qualcosa di minaccioso e perfino di lugubre, e dunque non sembra essere un buon antidoto agli stravizi.
A noi boomer i ragazzi, a buon diritto, possono rimproverare una condotta ingorda e gaudente (“vi siete mangiati il mondo!”). Ma ci dovranno riconoscere, prima o poi, un amore per la vita per metà scellerato, per metà contagioso, e scendere a patti con noi.
Sogno dunque una manovra a tenaglia: nonni e nipoti che si alleano nel nome della buona tavola e del convivio, evitando i bagordi ma celebrando la generosità della vita; in mezzo Paltrow, sola soletta con la sua Quaresima.
Adulta giudiziosa messa in minoranza dalle due età più libere, la giovinezza e la vecchiaia.

Ma se lo dice il...




Il miracolo di Santa Elly

di Marco Travaglio 

Noi qui a domandarci se non sia un filino esagerato questo culto della personalità per Santa Elly, e lei che ti fa? Il primo miracolo. Le è bastato copiare il salario minimo proposto dai 5Stelle nel 2013, riproposto con due pdl da Nunzia Catalfo nel ’18 e nel ’21 e sempre respinto dall’ammucchiata Pd-Lega-FdI-FI-Iv-imprese-sindacati-giornaloni, per trasformarlo da ciofeca a figata. Le migliori firme del bigoncio si illuminano d’immenso: che ideona, come non averci pensato prima, ci voleva una donna del Pd! Era già accaduto con la blocca-prescrizione, ma a tempi invertiti. La annunciò Renzi nel 2014 e tutti si arraparono come ricci. Poi purtroppo la realizzò Bonafede nel 2018 e i giornaloni che prima la invocavano la sputacchiarono: “Giustizialismo”, “barbarie”, “Inquisizione” (Stefano Cappellini, Repubblica), roba da “oranghi”, “bifolchi del diritto”, “codice Hammurabi”, “Stato tiranno” (Mattia Feltri, Stampa). Se ne deduce che una buona legge è buona a due sole condizioni: che la proponga il Pd e che non venga approvata.

Il salario minimo legale a 9 euro ha compiuto il percorso inverso: meraviglioso a partire dall’altroieri, quando Elly ha chiesto alla Meloni perché non l’ha varato nei dieci anni di opposizione mentre il Pd governava quasi sempre; orrendo dal 2013 a mercoledì, quando lo voleva solo il M5S. Stampa: “Salario minimo, stangata da 15 miliardi. Allarme Confesercenti: costi esorbitanti” (4.6.’19); “Stirpe: ‘Non è il momento di aumentare i salari contro l’inflazione’” (19.2.’22). Corriere: “Salario minimo, Di Maio accelera. Ma Istat e imprese lo bocciano. Alle aziende costerà 4,3 miliardi. L’Ocse: troppi 9 euro” (18.6.’19); “Confapi: ‘Salario minimo? Così apriamo al Far West’” (23.7.’19). “Politiche del lavoro: l’illusione del salario minimo. Non è affidando allo Stato il compito di fissare le retribuzioni che si costruisce una società né si garantisce che quelle leggi saranno veramente applicate” (28.9.’21). Intanto lo raccomandava pure l’Ue e la Germania lo portava a 12 euro. Ma qui restava una porcata pure per Repubblica, celebre giornale di sinistra (già noto per la campagna contro il Rdc): “Salario minimo, il piano M5S per sfidare i sindacati. Il movimento punta a sventolare la nuova bandiera delle basse retribuzioni in vista del voto europeo. Il rischio che si torni alle gabbie salariali” (25.3.’19); “Salario minimo: fino a 6 miliardi i costi per le imprese. La proposta ‘bandiera’ del M5S. Imprese, sindacati e Lega contro il rischio di nuove gabbie salariali” (25.6.’19); “Salario minimo tagliando il cuneo: ma costa 6 miliardi” (24.7. ’19). Ora sono tutti bagnati per la perfetta congiunzione astrale: lo propone il Pd e non c’è alcun pericolo che venga approvato.


giovedì 16 marzo 2023

Era l'ora!

 


Leccate travagliate

 

L’importante è leccare
di Marco Travaglio
È uno di quei giorni che ti prende la malinconia che fino a sera non ti lascia più. E allora ripensi all’Agenda Draghi. Che fine avrà fatto? Anzi, l’avranno poi trovata, gli archeologi, dopo tante ricerche e tanti scavi? Per un anno e mezzo le meglio firme del bigoncio ci sbomballarono i santissimi con quel prezioso quanto misterioso incunabolo, ignoto financo al presunto titolare. E in campagna elettorale garantirono che, per prendere voti, tutti i partiti avrebbero dovuto abbeverarvisi come al Santo Graal. Poi i voti furono direttamente proporzionali alla distanza dei partiti dall’Agenda Draghi, anzi Dragula visto la sfiga che portava: le elezioni le vinse Meloni, unica oppositrice; Conte, noto profanatore del leggendario manoscritto, raddoppiò i consensi persi con i Migliori; e gli agendisti più devoti, BaioLetta e Ollio&Ollio, furono inspiegabilmente puniti dagli elettori. Allora l’Agenda Draghi sparì dall’orizzonte, riposta frettolosamente fra le buone cose di pessimo gusto dell’amica di nonna Speranza. Chi ne parlasse oggi verrebbe guardato come uno che gira col borsello a tracolla o cerca un telefono a gettoni. Infatti, sui giornaloni e all’assemblea Pd, i cantori della mitica Agenda hanno finto che non sia mai esistita. E iniziato a leccare Elly Schlein – antitesi politico-antropologica del draghismo – con la voluttuosa disinvoltura con cui fino a ieri leccavano Letta.
Del resto dieci anni fa, quando Elly guidava Occupy Pd pro Rodotà e governo Pd-M5S, i giornaloni leccavano tutti il Napolitano bis e il governo Letta-B.. Oggi fondano il culto di Santa Elly e insorgono persino se qualcuno osa farle una pallida critica o peggio una caricatura, ma senza mai spiegarci se nel 2013 sbagliava lei o sbagliavano loro. E se oggi sbaglia lei o sbagliano loro. Proprio ieri la Schlein ha copiato paro paro un altro punto del programma dei 5Stelle, il salario minimo legale a 9 euro l’ora, esponendosi all’ovvia risposta della Meloni: perché non l’avete fatto nella scorsa legislatura, quando governavate voi? Il ministro del Lavoro, nel governo dei Migliori, era Orlando (oggi schleiniano), che non inviò mai il parere sul ddl Salario minimo dell’ex ministra Catalfo (presentato nel 2019 e riproposto nel ’21) e sui relativi emendamenti. Forse perché il salario minimo non era nell’Agenda Draghi né in quella del Pd, infatti gli emendamenti dem chiedevano di eliminare la soglia minima legale di 9 euro l’ora. In un Paese serio chi leccava il Pd e l’Agenda Draghi senza salario minimo non leccherebbe la Schlein con salario minimo. O revocherebbe una delle due leccate. Ma qui vale sempre la massima di Ennio Flaiano: “Se i culi dei potenti italiani fossero di carta vetrata, i giornalisti in gran maggioranza sarebbero senza lingua”.

L'Amaca

 

Lucignolo a Roma
DI MICHELE SERRA
Patatina gratis” è lo slogan promozionale che una catena di cibo a buon mercato ha proposto davanti ad alcune scuole medie inferiori di Roma (dagli 11 ai 13 anni). A rendere esplicito il doppio senso, la distribuzione di preservativi, insieme a cartine e fiammiferi.
Non c’è alcuna oscenità – io penso – né nei preservativi, né nelle cartine.
Semmai, si può far notare all’estensore della noterella pubblicitaria che “patatina gratis”, per non essere sessista, è uno slogan che andrebbe completato con “gratis anche la salsiccia”, affinché il quadro delle allusioni sia completo, e nessuno si senta discriminato.
L’oscenità, irrimediabile e imperdonabile, è invece questa: considerare dei ragazzini dagli 11 ai 13 anni come clienti. Se ne strafotte, il patetico pupazzo promozionale che elargiva i suoi gadget davanti alle scuole romane, di che cosa sia etico, che cosa no. Che cosa volete che gliene importi dell’etica (sessuale e di altro genere).
Adotta quella che gli sembra più alla moda – magari si è rivolto agli algoritmi, che sono la nuova Sibilla - e getta il suo amo infetto. Adesca i ragazzini, come Lucignolo, per farli diventare asini come lui. Asini non perché, nella preadolescenza, già possano essere sensibili al sesso, o alle canne, ma perché già così presto possono diventare una precoce clientela, alimentare fatturati, e cominciare a contare i soldi, come gli adulti gretti e stronzi che in loro vedono solamente limoni da spremere.
Vedete come sono vecchio: considero più oscena la pubblicità dei preservativi.

Spiraglio di libertà

 

Oggi Repubblica, rinsavita, pubblica un'inchiesta molto interessante sul nostro adorato, per molti, signorotto milanese che tanti hanno in passato idolatrato, protetto, accudito, permettendogli tutto, agevolandone l'ascesa e il regno, affossante dignità e regole costituzionali. E quest'inchiesta indaga sulle origini di sì tanta sconcezza: come abbia potuto partire a razzo con decine di miliardi di dubbiosa provenienza...minkia!
Il tesoro del Cavaliere La lente dell’Antimafia su 70 miliardi di lire cash
DI LIRIO ABBATE E ANTONIO FRASCHILLA
Un nuovo documento giudiziario riapre lo scenario sull’origine dell’impero di Silvio Berlusconi. Una consulenza tecnica adesso al vaglio dei magistrati antimafia di Firenze che vogliono capire se c’è un nesso tra le somme ancora oscure arrivate nelle casse di Fininvest e i boss di Cosa nostra. Un documento che si inserisce nell’inchiesta sulle stragi del 1993 ancora aperta sui mandanti e che fa emergere «innesti finanziari » ancora opachi «nelle società che hanno dato vita al gruppo Fininvest ». Soldi che hanno alimentato le casse delle società di Biscione tra febbraio 1977 e dicembre 1980. La consulenza tecnica, che ha portato alla luce qualcosa in più rispetto a quanto era emerso nelle indagini svolte a Palermo durante il processo a Marcello Dell’Utri, è stata depositata nei mesi scorsi. Gli esperti dei pm fiorentini hanno accertato, analizzando milioni di carte e documenti, che ci sono settanta miliardi e mezzo di lire che ingrossano l’impero societario di Berlusconi e di origini non decifrabile.
Una cifra enorme versata in gran parte in contanti e stimata dagli investigatori che cercano la risposta a una domanda in fondo semplice e inevasa da trent’anni: dove ha preso questi soldi l’allora rampante imprenditore Silvio Berlusconi per costruire un impero che regge ancora oggi e che ha segnato la storia economica, politica e sociale del Paese?
I magistrati di Firenze stanno indagando Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nell’ambito dell’inchiesta sui mandanti delle stragi del 1993, coordinata dai procuratori aggiunti Luca Tescaroli e Luca Turco. In questo contesto stanno seguendo la traccia dei soldi e la nuova consulenza accende i riflettori soprattutto su Dell’Utri, un uomo chiave in quegli anni dorati: il pupillo dell’ex cavaliere, che ha scontato la pena di sette anni perché ha svolto un’attività di “mediazione” e si sarebbe posto come «specifico canale di collegamento» tra Cosa nostra e il futuro premier. Per i giudici Dell’Utri ha consentito ai boss di «agganciare» per molti anni Berlusconi, «una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico».
I consulenti si soffermano a lungo sulle donazioni che Berlusconi ha fatto dal 2012 al 2021 a Dell’Utri,che ha incassato circa 28 milioni di euro. Versamenti che il fondatore di Forza Italia ha fatto per pura «amicizia e riconoscenza». Cifre che si aggiungono a quelle già note e pari a più di 4 miliardi di lire dal 1989 al 1994. Insomma, le “donazioni” a Dell’Utri sono andate avanti fino ai giorni nostri.
I soldi senza paternità
Fino ad oggi tutti gli inquirenti si erano concentrati su alcuni finanziamenti arrivati tra il 1977 e il 1978 alle holding della Fininvest per 16,9 miliardi di lire. Flussi di denaro che sono stati ricostruiti attraverso la cosiddetta «lista Dal Santo»: un elenco trovato nell’agenda di un commercialista di origine siciliana e sindaco revisore legato al Biscione. Versamenti «in relazioni ai quali non sembrano disponibili informazioni circa l’origine “a monte” ». Fin qui nulla di nuovo sotto il sole dell’impero di Berlusconi, indagato in passato a Palermo anche per riciclaggio e poi archiviato. L’analisi, grazie alla «nuova produzione documentale », alza il velo su altre operazioni anomale: e cioè una serie di acquisizioni di società da parte della Fininvest che pochi mesi primadel passaggio di mano sono state ricapitalizzate per miliardi di lire e anche qui senza nessuna traccia dell’origine dei soldi. Ad esempio il 26 giugno del 1979 in «assenza di un apporto esterno di provvista finanziaria», vengono acquisite da Fiduciaria Padana all’interno del gruppo Fininvest delle partecipazioni in Parking Milano 2, Società milanese costruzioni e Società generale costruzioni immobiliari. Qualche mese prima le due società avevano aumentato il proprio capitale per un totale di sei miliardi di lire. Ma attraverso quali fondi non è dato sapere. Stesso discorso con l’acquisizione da parte di Fininvest della partecipazione in Cantieri riuniti milanesi e della Finanziaria commerciale: nessuna traccia dell’origine dei soldi «che hanno consentito di rappresentare un valore economico di 27,6 miliardi per la prima società e 20 miliardi per la seconda». I consulenti indicano queste operazioni come «non meglio precisabili sotto il profilo quantitativo e della relativa provenienza». In totale sono 70 i miliardi di lire tra bonifici e capitali che Fininvest ha ricevuto nell’arco di pochi mesi e sui quali non si è riusciti a ricostruirne l’origine.
I soldi di Cosa nostra
La prima inchiesta sui soldi era partita a Palermo quando ex mafiosi e testimoni avevano rivelato ai magistrati che i boss palermitani con a capo “il principe” Stefano Bontate, poi ucciso su ordine di Riina, avevano raccolto valigie piene di denaro frutto del traffico della droga e li avevano portati a Milano. Collaboratori di giustizia hanno sostenuto che quelle somme, di cui solo Bontate sapeva la destinazione, fossero finite nelle società di Berlusconi. Ma di questo passaggio di denaro fresco da ambiente mafioso alla Fininvest non vi è stata prova. Giovanni Brusca ha raccontato nel 2010 ai pm di Palermo che un solo boss amico di Bontate, sopravvissuto alla carneficina di Riina e che aveva investito somme di denaro nella raccolta fatta dal “principe”, sarebbe ritornato nel 1982 a Palermo ed avrebbe minacciato di morte la famiglia di Gaetano Cinà, amico di Dell’Utri, per recuperare la sua quota dell’investimento. Questo boss è Giovannello Greco e secondo Brusca avrebbe ottenuto ciò che chiedeva, perché era uno di quelli che sapeva dove erano finiti i suoi soldi.Le donazioni all’amico Dell’Utri
Di certo c’è che un manager chiave del successo della Fininvest in quegli anni ha un nome: Marcello Dell’Utri. Il braccio destro di Berlusconi, che farà anche da garante del patto tra il rampante imprenditore milanese e la mafia che lo minacciava e gli chiedeva il pizzo. Dell’Utri non ha mai messo in mezzo l’ex Cavaliere sia nel processo sulla mafia sia nei processi sui fondi sconosciuti arrivati a Fininvest. Da Berlusconi ha però ricevuto dal 1989 al 2021 grosse somme di denaro. Tra il 1989 e il 1994 Berlusconi ha versato a Dell’Utri 4 miliardi di lire in varie forme: soldi ai quali si aggiungono 9 miliardi di lire di stipendi regolarmente erogati da Fininvest e 2 miliardi di lire come transazione per una causa di lavoro. Fin qui la parte nota. La nuova perizia però trova altre donazioni dal 2012 al 2021 per 28 milioni di euro. L’8 marzo 2012 Berlusconi ad esempio versa sui conti intestati a Dell’Utri e alla moglie Ratti 20,9 milioni di euro per comprare Villa Camarcione, di proprietà dell’ex senatore: con quei soldi la moglie acquista un’altra villa a Santo Domingo. Gli investigatori sospettano che la Villa dei Dell’Utri sia stata sopravvalutata: Berlusconi non ci metterà mai piede ma la intitola a sé stesso. Villa Berlusconi.
Il flusso di denaro Berlusconi-famiglia Dell’Utri si interrompe per qualche anno e riprende il 23 marzo 2015 con un bonifico di un milione di euro al figlio dell’ex manager, Marco Dell’Utri: soldi che saranno utilizzati ufficialmente per pagare gli avvocati del padre e per noleggiare uno yacht di lusso. Il 2 agosto del 2016 arrivano altri due milioni di euro sul conto della signora Ratti. Il 27 luglio 2017 500 mila euro, nel febbraio 2018 1,2 milioni, nel marzo dello stesso anno 800 mila euro, nel marzo del 2019 altri 500mila euro. E, ancora, nel gennaio 2020 1,2 milioni e nel giugno 2021 180 mila euro. Perché Berlusconi continua a donare milioni di euro alla famiglia Dell’Utri anche in anni recenti?
Di certo c’è che collegate a primi versamenti i tecnici riportano nella consulenza alcune note degli investigatori in cui sostengono che «l’arco temporale in cui sono avvenute, è storicamente individuabile in quello delle stragi continentali, ma anche della nascita del partito diForza Italia, dell’impegno politico di Berlusconi, del concorso di Dell’Utri nella nascita dello stesso partito». E, non ultimo, «tra il 18 gennaio e il 21 gennaio 1994» c’è anche « il famoso incontro al bar Doney di Roma con Dell’Utri» poco prima dell’arresto dei fratelli Graviano. Nella nuova consulenza si legge come non sia possibile confutare «le affermazioni di Berlusconi in relazione alle ragioni sottese a tali erogazioni, quali sostanziali atti di “amicizia”».