martedì 14 marzo 2023

Numeri freddi

 

Tra il 2010 e il 2020 sono stati chiusi 111 ospedali, 113 pronto soccorso e tagliati 37 mila posti letto.

Mancano almeno 20mila medici.

Tra il 2019 e il 2021 le dimissioni volontarie di medici sono state ottomila.

E dire che non l'avrei mai detto!


Balneari, canoni bassi e difficili da incassare

Manca una mappa completa. Le gare pubbliche non sono più rinviabili

di Gian Antonio Stella

«L’hotel Cala di volpe, a puro titolo di esempio, versa quale canone demaniale 520 euro all’anno...». E meno male che i clienti non leggono le denunce degli ambientalisti del Grig, il Gruppo intervento giuridico! Una coppia di stranieri, per dire, ha lasciato tra i commenti messi online dall’albergo, della catena Mariott, parole estasiate per il lusso e la bellezza del posto, ma santo cielo, «ci è stato consegnato un menu che mostrava un prezzo di 250 dollari a persona per il pranzo a buffet. Che shock pensare a 500 dollari per il pranzo!». Fate voi i conti.

Certo, il depliant virtuale magnifica una «cucina per epicurei», al canone balneare probabilmente ne vanno aggiunti altri (non è così facile individuare i dettagli) per il pontile o chissà cos’altro e magari qualche ritocco all’insù ci sarà pure stato. Ma certo non incoraggia leggere sull’ultimo rapporto di Legambiente che «nel Comune di Arzachena ci sono 41 stabilimenti balneari con canone annuale inferiore a 1.000 euro, mentre degli altri 23 non esistono dati». E parliamo della Costa Smeralda.

Perché, se andiamo a prendere la mappa interattiva Flourish coi canoni annui basati sui dati ufficiali forniti dal ministero delle Infrastrutture (anzi, da allora le concessioni sono salite di oltre il 12,5%) c’è da avere i brividi. Basti dire che quelle segnate in giallo con «affitti» superiori ai 10.000 euro, fatti salvi un po’ di «bagni» sparsi soprattutto sul litorale alto Adriatico, la Riviera ligure e quella toscana, sono un’assoluta rarità. Per il resto una massa lungo tutta la costa peninsulare di pallini verdi (dal 1.000 a 5.000 euro) e, in Sicilia, un diluvio di pallini viola: «Marsala, Stabilimento balneare pubblico, Dato non disponibile. Canone annuo: 0 euro». «Siculiana, Stabilimento balneare pubblico, Dato non disponibile. Canone annuo: 0 euro». «Cefalù, Stabilimento balneare pubblico...». E via così.

Possibile? Spiega Legambiente che secondo il Sistema informativo demanio marittimo (S.I.D.) le concessioni balneari nel 2019 erano 10.812. Da allora, nonostante il Covid, sono salite ad almeno 12.166. Più quelle delle tre regioni autonome marine: Friuli, Sicilia e Sardegna. E sono talmente tante che è occupato dai «bagni» quasi il 70% delle spiagge in Liguria, Emilia-Romagna e Campania, e quasi il 90% in luoghi come Pietrasanta, Camaiore, Laigueglia e Diano Marina dove «rimangono liberi solo pochi metri, spesso agli scoli di torrenti in aree inquinate».

Una politica di sviluppo insensata, impensabile nel resto d’Europa a partire dalla Francia: «L’80% della lunghezza e l’80% della superficie della spiaggia deve essere libera da costruzioni per sei mesi l’anno: gli stabilimenti vengono quindi montati e poi smontati». Magari!

Ma in cambio di cosa, poi? «Dal 2016 al 2020», accusa la Corte Dei Conti, «la media dei versamenti totali rilevata, pari a 101,7 milioni di euro, risulta inferiore alla media delle previsioni definitive di competenza pari a 111 milioni di euro». Un ottavo di quanto lo Stato dovrebbe incassare, secondo lo stesso proprietario del Twiga Flavio Briatore. Si intende: quando ce la fa a incassare. Una tabella del S.I.D. (ne pubblichiamo a parte un estratto, dati 2020) mostra come lo Stato, a prescindere che poi giri i soldi a questa o quella regione, questo o quel comune, ottiene spesso molto meno di quanto dicano i canoni. C’è chi rastrella la metà, chi un terzo, chi un quarto. Come Roma che dai suoi stabilimenti balneari sul litorale dovrebbe ricavare 2.432.160 ma risulta sotto addirittura di 1.954.352. Per non dire di casi come Alassio che dagli affitti delle sue spiagge dovrebbe avere 300.378 euro ma riesce a portarne a casa solo 25.279. Un dato regionale? Lo denuncia Pablo Sole in un’inchiesta a puntate sul giornale online indip.it partendo da un dossier interno all’amministrazione regionale sarda: «A fronte di 8,3 milioni di incassi stimati, Regione e comuni ne hanno riscosso appena 5,2. Per strada insomma si sono persi 3 milioni di euro».

A farla corta: sul fronte delle concessioni balneari e della cocciuta insistenza nel tentativo di una parte della destra (e non solo) di rinviare ancora e poi ancora e ancora la messa a gara dei vecchi contratti come chiede la «direttiva Bolkestein» dell’Ue del 2006, recepita obtorto collo (con proroghe a catena) nel 2010 dall’ultimo governo Berlusconi ma mai digerita, la situazione è sempre più pesante. Al punto di unire tra quanti non ne possono più di nuovi rinvii anche sindaci di opposti schieramenti. Come lo storico braccio destro di Berlusconi a Olbia Settimio Nizzi (che fu addirittura contestato da democratici e grillini locali per la scelta «testarda» di incaponirsi sul tema) e il sindaco di sinistra di Lecce Carlo Salvemini, il primo a fare ricorso contro la famosa proroga al 2035. Ricorso perso al Tar ma stravinto al Consiglio di Stato, che a novembre del 2021 stabilì il divieto di nuove proroghe. Tesi confermata il 1° marzo scorso per metter fine a un andazzo di una parte della maggioranza governativa che pareva teorizzare che forse, chissà, nonostante quel verdetto... Macché. Parole definitive: ogni nuova proroga «si pone in frontale contrasto con la disciplina di cui all’art. 12 della direttiva n. 2006/123/CE, e va, conseguentemente, disapplicata da qualunque organo dello Stato». Fine.

Tanto più che, come ricorda il «giurista-ambientalista» Stefano Deliperi, gli italiani rischiano davvero di pagare di tasca loro la violazione della direttiva europea: «La sanzione minima per l’Italia è stata determinata in 9.920.000 euro, mentre la penalità di mora può oscillare tra 22.000 e 700.000 euro per ogni giorno di ritardo nel pagamento, in base alla gravità dell’infrazione». Questo è il minimo. Poi si vedrà.

Un punto è fuori discussione. E cioè che, come spiega ad esempio il sindaco leccese, il nodo principale da sciogliere non è neppure quello delle concessioni «regalate» per una pipa di tabacco ma quello ancora più vitale di definire nuove regole chiare, pulite e trasparenti per la distribuzione, a chi dimostri d’averne diritto, di questo immenso patrimonio demaniale. Che non può appartenere a dinastie familiari o peggio ad amici degli amici perché è un tesoro di cui sono proprietari tutti i cittadini italiani.

 

Ucci Ucci!

 


Guardate questo signore, fissatevi bene la sua faccia in memoria: trattasi di Antonio Angelucci, signore feudale della sanità privata, autentica spina nel fianco del nostro sistema sanitario pubblico. 

Im-prenditore sopra le righe, possessore di svariate cliniche nel sud, sta ingigantendosi pure al nord, attraverso un sistema onnivoro e fuori dal comune. Editore già di Libero e del Tempo, attualmente sta perfezionando l'acquisto de "il Giornale" di proprietà della famiglia meneghina per eccellenza, il cui capostipite è il Silvio nazionale i cui scempi politici e finanziari saranno ricordati a lungo nella nostra storia. 

Con giornali a supporto, amicizie granitiche emanate dal Cazzaro, Angelucci è pronto al grande rapto sanitario i cui sintomi già si stanno manifestando nell'indifferenza generale di noi stolti sudditi di questa geronto-pluto-tecno-casta-crazia. Svegliamoci e osserviamo i segni di quest'arrembaggio che porterà ulteriori divisioni di ceti, martorierà sino all'estinzione un sistema da decenni svilito dai governi che ne hanno depotenziato le finalità, attraverso riduzioni di spesa per garantire più burocrazia, armi e flaccide scelte irrispettose della dignità del nostro stato. 

Osservate infatti i concorsi pubblici sanitari deserti, lo sfruttamento di medici d'urgenza che lasciano il lavoro divenuto schiavismo, la batufolata insonorizzata dell'entrata in campo di medici a gettone che con 5-6 giorni di lavoro guadagnano più dei colleghi assunti nel pubblico; ammirate le code eterne per ottenere un esame nelle asl e la rapidità con cui invece si riesce a fare un controllo nel privato abilitato dalle regioni e pagato da noi a prezzi più alti. Non è meraviglioso questo subdolo ed impercettibile sfiancamento della sanità pubblica? 

Ucci-Ucci Predator avanzerà sempre più, spalleggiato dai suoi giornali proni alla Caciottara Nera ed al Cazzaro, e quello che sino a poco tempo fa credevamo inattuabile, entrerà nella normalità, come il costo del carburante che da un euro è schizzato a due, per poi scendere a 1,7 euro/litro, lasciandoci soddisfatti e contenti e normalizzati all'aumento assimilato dalle nostre cervici sempre più sonnacchiose. 

Ucci-Ucci Predator vuole proprio questo: rendere normale andare in un centro privato convenzionato che "sembra un hotel a 4 stelle", con esami rapidi, diagnosi tempestive, che ci soddisfano, ma che costano alla collettività molto di più e che alla fine logoreranno oltremodo il sistema sanitario pubblico italiano, un'eccellenza a livello mondiale in declino, in disfacimento, in crisi sempre più profonda, per la gioia dello Squalo in foto. 

Gustiamoci la fine dei nostri diritti.  

Ragioniamoci




No satira, no libertà!

 

I nasi comunicanti
di Marco Travaglio
Mi chiamano per replicare a una polemica di quel circoletto di onanisti chiamato Twitter sulla caricatura di Elly Schlein firmata dal nostro Francesco Federighi. Qualche genio la chiama “fotografia”, qualche gigante del pensiero tira in ballo l’antisemitismo per via del nasone che la titolare, più spiritosa dei servi sciocchi, definisce “etrusco”. Naturalmente non replico un bel nulla: sarebbe come spiegare una battuta o una barzelletta a chi non l’ha capita. “Mai discutere con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza” (Arthur Bloch). Ma anche questo è un segno dei tempi. Sono i dittatori che ingaggiano pittori di corte per farsi il ritratto autorizzato. Dove la stampa è libera, i potenti vengono sbeffeggiati dalla satira e dalla sua forma più bonaria: la caricatura, “ritratto che, senza abolire la rassomiglianza con la persona, ne accentua in modo ridicolo o satirico i tratti caratteristici” (Treccani). Federighi ha lavorato per varie testate, fra cui l’Espresso, caricaturando uomini, donne e Lgbtq di destra, centro e sinistra: il naso lungo di Conte, le orecchie a sventola della Raggi e del Papa, le occhiaie della Meloni, i dentoni di Renzi…
Forattini è nella storia grazie a Fanfani nano, Andreotti gobbo, Spadolini diversamente virile, Fassino scheletrico. Nessuno si scandalizzò né stupì. Allora la censura colpiva la satira più feroce, quella in tv: Tognazzi e Vianello su Gronchi, Fo e Rame sulle morti bianche, Grillo su Craxi e Telecom, i Guzzanti su B. e Bossi, Luttazzi un po’ su tutti. Poi la satira sparì dalla tv (a parte Crozza sul Nove). Il Fatto, nato per dar voce a chi non ce l’ha, ne è impregnato in ogni pagina. E finisce spesso nel mirino dei censori. Nel 2016 per la vignetta di Mannelli sulla Boschi: “Riforme: lo stato delle cos(c)e”. Sessista, volgare! Le risate che ci facemmo con Dario Fo: “Disegnatela a mezzobusto come Vespa e ditelo ufficialmente: la Boschi non ha le cosce”. L’anno scorso per la vignetta di Vauro sul nasone di Zelensky: antisemiti, putiniani! Diciamolo ufficialmente: Zelensky ha un nasino alla francese. L’altroieri Salvini che tuona contro Mannelli per il Circo Meloni con animali. Ora, in questa inarrestabile regressione verso l’età della pietra, fa scandalo una caricatura della Schlein: e non per la Schlein, ma per i suoi cortigiani. I famosi filo-semiti che esaltano il battaglione Azov. Intanto la Bbc è costretta a furor di popolo a reintegrare Gary Lineker dopo averlo sospeso per un feroce tweet contro il governo Sunak. Nei Paesi seri anche la censura è una cosa seria. Nel Paese di Pulcinella si strilla contro le caricature, anche perché un caso Lineker non ce lo possiamo permettere: qui uno come lui non verrebbe mai censurato, perché nessuno gli avrebbe dato un programma.

Vergognarsi del proprio paese

 

Naufragio, la risposta shock di Roma “Bengasi non si muove? Ok, bye bye”
L’atto d’accusa all’Italia nella ricostruzione della Ong Sea Watch “Non intervenire per salvare quei migranti è stata una scelta politica”
DI ALESSANDRA ZINITI
ROMA — «Non abbiamo nessuna motovedetta oggi», rispondono da Tripoli mentre il barcone grigio con 47 persone terrorizzate a bordo sale e scende su onde alte fino a tre metri ormai da 14 ore. «Grazie. Bye bye», tagliano corto da Roma buttando giù il telefono agli operatori della ong Sea Watch che dalla mattina chiamano tutti i centri di soccorso, Libia, Malta, Italia. Sono le 16.02 di sabato. Dodici ore dopo, 30 delle 47 persone che chiedevano aiuto da 27 ore sono in fondo al mare.
È così che si continua a morire nel Mediterraneo, con le autorità marittime che non rispondono, buttano giù i telefoni, ignorano le richieste di soccorso, fanno scelte attendiste in situazioni dove ogni minuto può costare una vita.
«È stata una scelta politica quella dell’Italia di non intervenire mandando tempestivamente mezzi in grado di soccorrere quelle persone. Scelte in linea con quanto affermato da Giorgia Meloni a Crotone: “Vogliamo scoraggiare le partenze, dire a questa gente che non conviene venire in Italia”. Solo che vogliono farlo capire lasciandoli morire in mare», la pesantissima accusa che lancia Giorgia Linardi di Sea Watch. Parla con la rabbia e l’amarezza di chi, per un intero giorno, haseguito quel barcone, rilanciando il primo mayday partito alle 2.28 della notte tra venerdì e sabato quando i migranti hanno chiamato il centralino di Alarm Phone.
La ricostruzione delle ore che precedono il naufragio attraverso gli audio delle conversazioni registrate da Sea Watch con le sale operative di Roma e Tripoli e con il Basilis L, il primo dei quattro mercantili poi intervenuti sulla scena, sono l’agghiacciante testimonianza di un’altra tragedia evitabile se chi era stato informato avesse agito con tempestività.
Sono le 9.32, dunque sette ore dopo il primo allarme. L’aereo Seabird della ong tedesca avvista il barconee lancia ilmayday : «Una barca di legno grigia, 50 persone a bordo, onde alte, la gente in pericolo si sbraccia, è richiesta assistenza immediata ». Risponde subito il mercantile Basilis L: «Siamo a circa 20 miglia, stiamo procedendo ora». Il video girato dall’aereo mostra onde che coprono il ponte del mercantile alto più di cinque metri. Passa un’ora e quando alle, 10.30, Sea Bird richiama Basilis per sapere perché non interviene, la risposta è questa: «La sala operativa di Roma ci ha detto di seguire le istruzioni della Guardia costiera libica. Raggiungere il luogo e attendere». Passano le ore e nessuna motovedetta arriva. Nel primo pomeriggio a Sea Watch è chiaro che è in atto uno dei tanti respingimenti camuffati da soccorso che avvengono in zona Sar libica: in sostanza, Imrcc Roma — che in quanto prima autorità a essere informata dei fatti ha comunque l’obbligo di coordinare il soccorso in attesa dell’arrivo dell’autorità del Paese competente — si limita a ordinare al mercantile di passaggio di stare ad “ombreggiare” il barcone, confidando che i libici mandino una motovedetta e riportino indietro i migranti. Ma neanche questo avviene. Ecco la risposta che Sea Watch ottiene dalla sala operativa di Tripoli: «Non abbiamo nessuna motovedetta a Bengasi oggi. Proviamo a trovarne una, proviamo». Alle 16.02, Sea Watch richiama Roma e spiega: «Il nostro aereo ha lasciato la scena, abbiamo appena chiamato Jrcc Libia e ci hanno detto che non sono riusciti a trovare nessuno e quindi nessuna motovedetta si sta dirigendo verso il caso in pericolo. Chi è ora responsabile per questo caso visto che Jrcc Libia non è in grado di rispondere a questa emergenza? ». La risposta è agghiacciante: «Ok, thank you for the information. Bye bye».

L'Amaca

 

La pigrizia del proibizionismo
DI MICHELE SERRA
Ha ragione il sottosegretario Mantovano quando dice che «tutte le droghe fanno male». Dice il vero. Fanno male gli oppiacei, le anfetamine, la cannabis, la nicotina, il vino, l’amaro anche se dei frati. Fanno male l’abuso di farmaci, gli eccessi alimentari, gli insaccati, le cene grevi, gli strapazzi erotici, l’inattività fisica, il tirar mattina, fa male la vita irregolare, fanno male molti amori e molto spesso, a fare male, è la vita stessa.
Ma fa ancora più male vietare per legge questi mali, illudersi di eliminarli ammanettandoli. Tanto è vero che neppure il più ottuso o severo dei legislatori si sognerebbe di proibire il vino, le sigarette, i cibi grassi, gli zuccheri, l’abuso di farmaci, solo perché “fanno male”. I comportamenti sani si possono solo suggerire, magari sulla base di qualche informazione scientifica attendibile e di una buona politica scolastica; ma imporli per legge equivale a trattare i cittadini da bambini (come fanno le dittature) e a ingrassare il mercato nero ad ogni nuova proibizione. Quando si dice che la virtù non si può imporre per decreto non lo si dice perché si è favorevoli al vizio. Ma perché si considera che lo Stato non debba illudere se stesso, e i cittadini, che il vizio sia estirpabile con un così banale espediente, un “no!” gridato come quello che si grida al cane o al gatto quando si avvicinano all’arrosto.
L’educazione, l’amor proprio, la disciplina, la continenza, il senso della misura non sono cose che si impongono, sono cose che si insegnano. Per questo il proibizionismo ha effetti catastrofici: perché è pigro. Insegnare è faticoso, punire è facilissimo.