mercoledì 1 marzo 2023

Robecchi

 

Nuovo Pd. Schlein riparta dalle parole vere: basta con il “sofficismo” retorico

di Alessandro Robecchi 

Sono così pochi gli entusiasmi, in questo tempo di neolingua, dove i camerati si chiamano patrioti, la guerra si chiama pace, le armi si chiamano soluzione per finire la guerra, la richiesta di giustizia economica si chiama invidia sociale, che non vorrei smorzarli né attenuarli, insomma, non voglio essere io a portare acqua dove potrebbe vedersi finalmente qualche scintilla di cambiamento.

Su Elly Schlein e sulla sua vittoria si è scritto tutto e il contrario di tutto, quindi non mi aggiungerò al coro, anche se diverte vedere il puzzle impazzito delle reazioni scomposte e disordinate. A giudicare da alcuni esilaranti isterismi, ci si aspetterebbe da un momento all’altro che Schlein proclami la distribuzione delle terre ai contadini, la dittatura del proletariato, la guerra alle armate bianche e il ritorno del culto di Stalin. Molto divertenti anche alcuni neologismi coniati per l’occasione come il “dirittismo” (non ho capito bene, ma credo sia la tendenza a difendere i diritti), o l’“abortismo sfrenato” (ma sfrenato, eh!) che si rimproverano già dagli exit poll alla nuova segretaria del Pd.

In prima fila in questo fuggi fuggi di cellule cerebrali, i campioncini della propaganda del Terzo Polo, divisi tra chi si strappa i capelli (moriremo tutti nel gulag) e chi fa buon viso a cattivo gioco, sperando in un allargamento della destra travestita da cento-centro-centro-sinistra, cioè renzisti e calenderos. Vorrei metterli in guardia: tutte le volte che si dice “abbiamo davanti una prateria!”, ci si ritrova su un sentierino di montagna impervio e strettissimo, quindi auguri. Per ora la comunità del Pd piange l’addio di Fioroni – di cui si è molto discusso, credo, nella cucina di casa Fioroni – e qualche minaccia di “Io non ci sto”, ma sinceramente si fatica a immaginare moti di piazza e masse in agitazione per trattenere nel Pd Giorgio Gori.

Siccome lo sport del momento è tirare la giacchetta di Schlein, soprattutto per raccomandarle un atlantismo cieco e assoluto, vorrei volare più basso e limitarmi alla narrazione e allo storytelling, insomma alle parole. È un appello che esce dal cuore: ci si eviti, per favore, quella retorica vuota e roboante che è stata per lungo tempo la poetica del Pd, i giochetti stucchevoli, le perifrasi da Baci Perugina, le formulette del buon cuore che hanno negli ultimi anni lordato ogni argomento con la sola preoccupazione di apparire affidabili al mercato. Si cominci – questo sì sarebbe un elemento nuovo – ad adoperare parole vere, che esistono in natura. Lo sfruttamento, le morti sul lavoro, la depressione dei salari, la povertà, che non sono parolacce, ma che sono state fin qui edulcorate da una retorica soffice e morbidosa, deputata in gran parte a non spaventare le élite.

Forse dovendo fare opposizione, anziché servire l’agenda di un banchiere, l’impresa sarà più facile, ma ricominciare a chiamare le cose con il loro nome sarebbe un grande elemento di chiarezza, potrebbe diradare la nebbia e spiegare per una volta che si sta da una parte, e non da una parte “ma anche” dall’altra. La guerra è guerra, i miliardi in riarmo e cannoni sono miliardi in armi e cannoni tolti a scuole e ospedali. In attesa del recupero di un minimo sindacale di radicalità (la Spagna attuale, o la sinistra francese sono buoni esempi), si recuperi almeno la lingua, si ritrovino le parole, si esca dalla trappola del sofficismo retorico tenero, ciccioso e innocuo, e si torni a essere spigolosi. Senza aspettarsi chissà che, per carità, ma sarebbe un inizio.

Spettacolare!

 

Non regalare
di Marco Travaglio
È lo schema fisso che segue ogni cambiamento, cioè tutte le elezioni degli ultimi dieci anni. Il Partito degli Affari, che fino al 2013 vinceva sempre sia con la destra sia con la “sinistra”, ora si fa subito una domanda: l’argenteria è al sicuro o in pericolo? E, se l’argenteria è in pericolo, scatena i suoi giornali per consigliare il vincitore di turno a non toccargliela. Se poi quello non ascolta, lo fa lapidare col metodo già collaudato su Di Pietro, pool di Milano e di Palermo, Ariosto, Prodi, Boffo, Fini, Grillo, Di Maio, Raggi, Conte. Per la Schlein siamo ancora alla fase degli amorevoli consigli. Siccome gli elettori del Pd sono molto più di sinistra degli iscritti e infatti hanno votato una non iscritta (fino a due mesi fa) contro uno fin troppo iscritto per cambiare il Pd, i giornaloni la scongiurano di cambiare se stessa anziché il Pd: cioè di salvare l’argenteria dei rispettivi padroni. Che poi sono i soliti: americani, Confindustria, editori vari. Stefano Folli e Massimo Franco – il Duo Xerox di Repubblica e Corriere – sono in ansia per “l’immagine dell’Italia in Europa e a Washington” e “le cancellerie occidentali” perché la Schlein potrebbe portare la sinistra a sinistra e, Dio non voglia, “scivolare su un crinale ‘pacifista’”. E qui arriva l’espressione che, lo confesso, è la mia preferita nel bestiario dei consigli al Pd.
Scrive Folli su Rep: “Il rischio è di regalare a Meloni la posizione ‘atlantica’ di fedeltà alle alleanze: alla luce non solo dell’Ucraina, ma anche degli altri scenari turbolenti che s’intravedono, a cominciare dalla Cina”. Lo spiega pure Sambuca Molinari: la pacifista Schlein deve “convergere con i democratici di Biden”, teorici della terza guerra mondiale, e “con i verdi” tedeschi, molto più bellicisti e riarmisti di Scholz. Lo dice anche il rag. Cerasa sul Foglio: il nuovo Pd “rischia di regalare il buon senso alla destra, a partire dall’Ucraina”. Quindi, cara Schlein, frégatene di chi ti ha votata: copia la politica estera della Meloni e scavalcala a destra dichiarando pure guerra alla Cina. Lo straziante appello ricorda quelli a “non regalare” Draghi e Monti (esponenti della destra tecnocratica) alla destra (cioè ai loro legittimi proprietari); a “non regalare il garantismo a Berlusconi” (inteso come impunità per ricchi); a “non regalare la sicurezza a Salvini” (intesa come razzismo). Cappellini bada più al so(l)do e rammenta su Rep all’ambientalista Elly che vanno bene “le sacrosante battaglie sul clima”, ma “insieme al principio di realtà, agli interessi nazionali, senza cedimenti alle seduzioni della decrescita”, sennò Stellantis senza più auto a benzina perde un capitale. In sintesi: la sinistra non deve regalare la destra alla destra. Salvo poi stupirsi se gli italiani votano l’originale e non la brutta copia.

martedì 28 febbraio 2023

Mannaggia!




Ridiamoci su!




Se manca la scintilla

 

E' difficile veder scoccare la scintilla in queste mattine, l'agevolamento ad affrontare il giorno e le sue ritualità, sempre e costantemente uguali, appunto, mancando il guizzo. E' una sensazione personale naturalmente, l'ovvietà mi sta impregnando lo spirito, la debacle della fantasia è campanello d'allarme. 

Vivo il tempo che ci è concesso imbizzarrendomi alquanto per ciò che attorno a me avviene, ad iniziare dall'assassinio di migranti avvenuto a Crotone. Si, lo reputo un assassinio della nostra cosiddetta civiltà. E mi incazzo. Principalmente con me, incoerente imbolsito e pure flaccido mentalmente, e non solo. Non si può far finta di niente, non si può immergersi nella noia per certi versi appagante, e nemmeno continuare nella banalità del fiume che scorre senza storia, ritmato da paglie e respiri, cosicché la vita vergognosamente dilapida i suoi secondi, sempre meno numerosi. Non posso accettare che un ministro degli Interni dica cazzate invereconde, discetti da instabile su temi così gravi e tremendamente vergognosi. 

Sono morte delle persone, tra cui bambini. Cosa ci dice la coscienza collettiva? L'abbiamo ancora o ne abbiamo agevolato il trapasso soffocandola con la nostra insana e squallida voglia di apparire su Instagram o TikTok?

Mi è capitato di vedere le immagini dell'uscita della bara dalla chiesa degli Artisti dopo il funerale, accompagnato da un enorme numero di cellulari issati per immortalare il momento. Riprendere un funerale per farne cosa? Per guardarlo dopo? Dopo che? 

E allora mi pervade una sensazione di resa. Questo mondo mi fa sempre più schifo, mi nauseano gli imbecilli, probabilmente lo sono anch'io. 

Bloomer, generazione Z, X, millenians. Non ne posso più di queste cenciose modalità d'approccio. Avverto molto menefreghismo, inganno, invidia, spossatezza mentale. 

Mi ribellerò. Con forza e determinatezza. 

E a culo tutto il resto! (cit.)   

Parole illuminate


di Selvaggia Lucarelli 

E difficile ascoltare le parole del ministro Piantedosi sul naufragio di Cutro (63 annegati, tra cui 15 bambini) e rimanere fermi sulla sedia, perché viene voglia di alzarsi, afferrarlo per la giacca e scuoterlo, come in certe brutte fiction in cui è tutto orribilmente teatrale, e chiedergli se stia scherzando, se stia recitando un copione, se davvero lui sia quello che dice. 

Ci sono molti livelli di disumanità, ma l’anti-empatia credo sia il più basso e irrecuperabile. L’anti-empatia è quella cosa per cui tu fingi di essere capace di metterti nei panni degli altri e non per comprenderne le emozioni, ma solo per sancire la tua superiorità morale in ipotetiche situazioni che riguardano, appunto, gli altri. Quelli che: “io se mi fosse morta una madre mai sarei andata in tv”. O: “io al posto di tizio mai avrei accettato quel compromesso”. Poi c’è Piantedosi, ministro, prefetto, 63 anni, che con la stessa anti-empatia riesce a mettersi nei panni bagnati dei naufraghi e spiega loro la vita, l’educazione, il senso di responsabilità, perché lui sì che ha il senso dell’onore e conosce l’etica, mica gli altri, quelli che scappano senza diritti e senza il dovere di farlo. 

“Io non partirei perché sono stato educato alla responsabilità di non chiedermi solo cosa mi debba aspettare dal paese in cui vivo, ma anche quello che posso dare io al paese in cui vivo per il riscatto dello stesso”. Certo, se lui fosse stato uno dei 28 afgani morti in mare avrebbe senz’altro cercato di riscattare il suo paese dalla violenza talebana. Se fosse stato uno dei 16 pakistani morti con i polmoni pieni d’acqua sarebbe rimasto senz’altro ad affrontare a testa alta terrorismo, talebani, violenza, instabilità e povertà. Se fosse stato uno dei somali affogati tra le onde, Super Piantedosi sarebbe rimasto senz’altro ad affrontare guerra e carestia, magari con moglie e figli destinati a morte certa, stupri, fame. 
“Non devono partire, questo messaggio è etico, non bisogna esporre donne e bambini a situazioni di pericolo”, ha detto col tono del generale che parla alle truppe.
Già, come se il luogo da cui questa gente scappa non fosse già esso stesso una situazione di pericolo tale da spingere a compiere il gesto disperato di buttarsi in mare, magari con un neonato in braccio, il buio, una barca scassata e le onde altissime.

Mentre dice queste cose spaventose, già spaventose nella sostanza e come se non bastasse pure con toni, mimica facciale, comunicazione non verbale assolutamente spaventosi (osservate le mani che indicano quasi la presenza di una lavagna invisibile su cui i migranti possono leggere i loro diritti e i loro doveri nel campo della vita e della morte), penso a qui disperati sulle Torri gemelle col fuoco alle spalle, che sceglievano di morire lanciandosi dalla finestra, perché chissà, forse una tenda, un rimbalzo fortunato, magari un osso rotto e ci si salva. La finestra aperta sul nulla faceva paura, era un lumicino di speranza, il fuoco ormai alla porta no, il fuoco era morte lenta e dolorosa. Loro sono diventati eroi, perché morti sui marciapiedi. Gli altri sono intrusi, perché venuti a morire nei nostri mari. 
Gli altri non potevamo salvarli, questi sì. È per quello che sono scomodi, vanno spogliati di umanità, va rimossa l’idea che partano o no siano spacciati comunque. I Piantedosi di questo governo devono convincerci che questi dissennati muoiano da irresponsabili, da vigliacchi disertori che scelgono di privare il loro paese delle sue risorse migliori. 

E invece noi non ci facciamo fregare, non dimentichiamo mai che quei viaggi tra le onde esistono perché il loro unico modo per vivere è quello di rischiare di morire.
I Piantedosi ci raccontano che quelli lì sono egoisti perché è il modo più subdolo per non ammettere che sì, quelli lì sono avidi, sono assetati: hanno disperatamente voglia di futuro. 
Come l’avremmo noi, e non a costo di morire. 
Lo sanno già che forse moriranno.
Partono a costo di salvarsi.

Dialoghi