martedì 31 gennaio 2023

Meditativo

 

La morte del giovane fattorino apre una riflessione necessaria Occorre un nuovo umanesimo
La sagoma a terra del rider investito I dem ripartano da questa foto
DI STEFANO MASSINI
Se la domanda è da dove dovrebbe ricominciare, il Pd, la risposta potrebbe essere: da questa fotografia. È stata scattata a pochi passi dal cuore della nostra capitale, in piazza dei Re di Roma. È stata scattata ben 48 ore dopo che un rider di 23 anni era stato ucciso dalla manovra di un bus. Faceva consegne a piedi, il ragazzo kenyota figlio come tanti di quella gigantesca galassia del precariato che per necessità contrae l’estensione del tempo all’orizzonte circoscritto di un presente afferrato, strappato a morsi. Di quel rider, invisibile fra gli invisibili, è però, per paradosso, rimasto il segno. Ci è rimasto letteralmente. Ci è rimasto perché a distanza di due giorni, nessuno ha ritenuto di togliere dall’asfalto la sagoma in gesso del suo corpo steso, e la chiazza nero-rossastra del sangue. Sta ancora tutto là, come un monito, come un monumento, come un promemoria di cui a nessuno infischia assolutamente niente, tanto che macchine e scooter ci transitano sopra con allegria, nel traffico convulso di un lunedì mattina al Tuscolano.
Perché proprio da qui potrebbe ripartire la missione di un partito che si è perso? Per tante ragioni. In fondo quella sagoma a terra, senza un corpo dentro, è un po’ il paradigma di un contenitore senza più il contenuto, è il perimetro tratteggiato in gesso di quella che era un’entità viva, un lavoratore giovanissimo venuto in Occidente a costruirsi una possibilità, che invece l’ha portato al cimitero. Il punto è che queste 48 ore, trascorse spudoratamente senza che nessuno ne rimuovesse il sangue dalla carreggiata, sono davvero l’istantanea del nostro tempo, del suo cinismo, della sua boria, del suo anti-umanesimo che prese forma come effetto di un neo-habitat di avatar e si è radicalizzato in disprezzo dell’altro, della sua storia, dei suoi diritti. Guardo le automobili passare sopra la macchia del sangue, e dico a me stesso che quegli pneumatici declinano la marcia di una collettività legittimata nel suo menefreghismo, nella sottovalutazione, nella negazione sbruffona di tutto ciò che viene dall’altro. L’altro non esiste più, è stato azzerato, eliminato come sinonimo o di falso o di minaccia, e come tale si è pezzo per pezzo destrutturato l’edificio di solidarietà che era stato costruito in nome di un’alleanza sociale. Non esiste più niente di tutto ciò, è stato spazzato via dalla logica opportunistica per cui chi è debole non merita nulla se non l’epiteto di cretino (copyright di Donald Trump, nientemeno Presidente degli Stati Uniti). Il sostantivo pietà è scomparso dai radar. Il solo menzionarlo fa alzare il ticchettio del contatore Geiger che invece della radioattività misura tassi di buonismo e di retorica, eppure è anche dalla pietà che un partito di massa dovrebbe ricominciare, se pietà significa vedere, guardare, aprire gli occhi su chi non ce la fa, aborrendo chi ne fa solo una sagoma di gesso a terra, da archiviare prima possibile.
Abbiamo appreso sulle colonne di questo giornale che 2 giovani su 3 vedono il futuro nero, senza possibilità. Fra loro c’era anche il ventitreenne falciato da quel bus in un sabato pomeriggio di gennaio, il cui nome neppure ci è dato sapere, ma tanto che vale, tanto cosa significa, tanto cosa cambia?
Sono rimasto circa un quarto d’ora a fissare il tratto disegnato di un ex-rider, il suo sangue rappreso, il mazzolino di fiori mezzo sfatto dai motorini e monopattini di chi ci sfreccia sopra parlando al cellulare.
Credo davvero che l’umanesimo sia l’unica chance possibile. Anteporre l’essere umano a tutto, al profitto, all’interesse, alla tecnologia, alla deriva che in nome dell’identità ci svuota di unicità, e ci raggruppa in greggi da recintare. Sì, credo che tutto possa iniziare dallo scandalo mancato di questa fotografia.

Grande articolo Maurizio!

 

Cara Liliana Segre ricordare la Shoah a molti serve solo a lavare la coscienza

di Maurizio Maggiani

E anche quest'anno la Giornata della Memoria è venuta e com'è venuta se n'è andata. E mai come quest'anno me la ricordo così affollata, così madida, di buone parole, di nobili intenti, di interessanti spettacoli, di belle iniziative. E mai prima di quest'anno ho provato forte la sensazione dell'inflazione, il sentimento di esserne stufo, di non poterne più. Ci ho pensato a lungo, ci ho pensato sul serio giorno e notte, da quando giovedì scorso ho letto questo titolo, citazione da Liliana Segre, «Il Giorno della Memoria è inflazionato, la gente è stufa di sentire parlare degli ebrei». E questa è una pubblica lettera indirizzata a lei, a Liliana Segre, bambina ebrea deportata nel campo di Auschwitz-Birkenau, senatrice della Repubblica, alla persona di cui in questo momento so riconoscere al riguardo, unica assieme al presidente di questa Repubblica, non solo la sua autorevolezza, ma anche la sua autorità morale.
Della memoria, signora Liliana, me ne sono fatto una passione di vita, addirittura di lavoro, racconto storie per fare la mia pur piccola parte nel rendere giustizia delle vite dei dimenticati della storia, dei dispersi nella sconfitta, di chi non ha avuto voce o non gli è stata concessa. E della memoria so questo, quello che credo sappia anche lei, che non la si può imporre per decreto. La smemoratezza sì, è stato fatto più volte e con buoni esiti, e quella che stiamo vivendo è epoca di smemoratezze, di pagine voltate senza nemmeno essersi presi la briga di leggerle; la memoria no, la memoria non si può imporre. Perché la memoria è elezione, è promessa, è giuramento, è passione; la memoria è assunzione di responsabilità, è disponibilità alla testimonianza, al martirio dunque. Per un testimone non c'è un giorno, c'è solo tutta una vita, celebrare il rito annuale della memoria è costringerla nell'immota consuetudine della circostanza; la memoria ha bisogno del costante movimento, del continuo rinnovarsi, per poter essere non solo viva, ma vitale, fecondo mandato. Chi porta memoria da sé non è niente, esiste solo quando c'è chi lo accoglie, lo ascolta, lo vede, lo legge, e nel farlo si fa partecipe, a sua volta testimone. È disperante il lavoro della memoria, è un lavoro di una fatica senza fine destinata a non avere mai un punto di arrivo, un traguardo da poter dire, ora il mio l'ho fatto; non l'hai mai fatto davvero il tuo, i decreti della smemoratezza sono rinnovati giorno dopo giorno, a disposizione hanno mezzi di persuasione, di coercizione, di punizione incommensurabili rispetto alla fragilità della tua voce.

Che ne è allora della memoria nel Giorno della Memoria? Leggo dal sito del Senato della Repubblica che questa giornata è dedicata «In ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici nei campi di sterminio nazisti». Mi sbaglierò, ma non mi risultano eclatanti discorsi né molte interessanti e visibili iniziative riguardo ai 23.826 deportati politici italiani di cui 10.129 uccisi nei campi, né riguardo ai 600.000 militari del regio esercito di cui 37.550 uccisi, questi nella memoria li abbiamo già messi a tacere. È rimasta la memoria della Shoah, ma come? A parte i superstiti, i testimoni, i pochi martiri ancora vivi, e temo con lei che domani saranno ancora di meno e presto non saranno affatto, cosa ci ha consegnato di feconda, vitale verità questo giorno? Io so che il genocidio degli ebrei è un debito inestinguibile contratto dalla civiltà a cui apparteniamo nei confronti non solo del popolo ebraico ma dell'umanità intera. Inestinguibile, non c'è prezzo per riscattarlo, qualunque sia. E penso anche che se è unico negli strumenti, nei metodi e negli esiti, non lo sia stato negli intenti, altri debiti abbiamo contratto nel corso della storia, e pochi tra loro estinguibili e forse nessuno estinto. Mio nipote ha appena appreso a scuola che l'età moderna ha per data di inizio la scoperta dell'America, non dimenticherei che la nostra modernità ha prosperato sul genocidio di 70 milioni di nativi soppressi in un secolo di conquista, l'82% della popolazione. Penso allora che l'unico gesto di vera civiltà che potremmo fare è assumerci questo carico e provvedere perché il nostro cammino, seppur affaticato da tanto peso, non incontri mai più l'evenienza di contarne altri; e allora sarà la memoria che ci renderà più leggeri, la memoria che si fa giuramento universale, e il giuramento azione. È tutta in questo la fecondità della memoria, che pretende di agire, e genera non solo azione riparatrice, ma azione creatrice; smemorati potremmo mai erigere dalle macerie di cui abbiamo disseminato la contemporaneità quel mondo di giustizia, di fraternità, di pace, a cui parrebbe che tutti aspiriamo? Agire, diceva Hannah Arendt, è aggiungere qualcosa a quello che c'è, e quello che c'è è il mandato di ciò che è stato; solo assumendo la coscienza di questo potremo scegliere se agire per il bene o per il male. Ma evidentemente troviamo il peso del nostro debito intollerabile, perché tutto il nostro sforzo si è proteso ad escogitare i modi per liberarcene, e ne abbiamo trovati almeno due. Negarlo, semplicemente negare che sia accaduto ciò che è inoppugnabile, o trovare il modo di proclamarlo risarcibile, e con questo escogitare un riscatto al prezzo più conveniente; meglio ancora, liberarci in fretta di quel debito e con quello dichiarare chiusa la partita, altri debiti non ci sono stati, non ci sono, non si saranno, questuanti di tutto il mondo astenersi.
Io sinceramente non credo che il pericolo maggiore all'accettazione di verità e giustizia sia nel negazionismo. Non lo credo perché una palese menzogna, un intrallazzo così palesemente schifoso, non avrà mai la possibilità di imporsi sotto gli occhi del mondo intero. La mia non è né bella speranza né fiducia cieca, ma la semplice constatazione di come sia poco conveniente, di come sia assai più faticoso negare che fingere di accettare, liberarsi il più in fretta possibile del debito pagando il meno che si può.
Vorrei citarle signora Liliana un breve scritto del filosofo di origine ebraica Gunter Anders, che credo lei conosca. Fa parte dei suoi Stenogrammi filosofici del 1965, consideri la data, e ha per titolo Il Nascondiglio Migliore.
Certamente sono migliaia e migliaia quelli che non solo non hanno niente da obiettare al dibattito sulla «rielaborazione del passato», ma ci esortano anche al rimorso, raccomandando addirittura vivamente la lettura di «Anna Frank». Attenzione! Tra queste migliaia, sono centinaia coloro la cui esortazione diventa puro tatticismo giustificazionista. Ciò che sperano di realizzare con essa non è solo di rendere invisibile la propria colpa, includendola in una colpa collettiva, ma soprattutto di avere in questo modo l'opportunità di ripetere il passato. Quando c'invitano a piangere il passato è perché sanno che l'occhio velato dalle lacrime non riconosce mai il presente o il futuro e che per loro non c'è nascondiglio migliore della società dei contriti.

Ecco, io penso questo, penso che il Giorno della Memoria stia diventando il nascondiglio migliore per coloro che intendono sistemare la faccenda dei loro debiti e sistemare sé stessi nella generale contrizione; naturalmente sono solo centinaia tra le migliaia, ma visto quanto sia conveniente e facile, le centinaia si vanno facendo migliaia. E a questo voglio aggiungere un altro mio grande tormento. Se la memoria non si può imporre, non la si può neppure istituzionalizzare senza che si dissangui della sua verità, senza che si faccia memoria selettiva; anche al di là delle intenzioni, delle buone intenzioni, per la semplice ragione che è nella natura stessa delle istituzioni la selettività, le istituzioni scelgono. E la combinazione di istituzione e nascondiglio, o quando addirittura l'istituzione si fa nascondiglio, è esiziale, mortale. Per esempio, proprio in occasione del Giorno della Memoria, la seconda carica dello stato, il presidente del Senato della Repubblica Ignazio B. La Russa, ha dichiarato «infami» le leggi razziali del 17 novembre 1938 e ha proposto di istituire una apposita giornata memoriale. Bene, ma mi chiedo, e me lo chiedo perché proprio non lo so, se conseguentemente ritiene infame anche colui che considera il suo leader politico prediletto, Giorgio Almirante; il quale Giorgio Almirante, è stato il segretario di redazione della rivista La Difesa della Razza sin dal suo primo numero, agosto 1938. A proposito di memoria selettiva, quella rivista ha nella copertina del primo numero l'immagine esemplificativa della sua missione, ci sono tre volti in scala ascendente, al gradino più basso un negroide, poi un semita e alla sommità un ariano di razza italica, una spada separa l'eletto dai reietti. Chissà se Ignazio B. La Russa ricorda, o ha voglia di ricordare, quella immagine e con quella non solo le leggi del '38, ma pure la legge del '37, la prima legge squisitamente razziale dopo mezzo secolo di pratica razzista nella gestione delle colonie, con l'esclusione dei nativi in quanto sudditi da ogni diritto di cittadinanza e da ogni occupazione che non fosse meramente esecutiva. Quella legge puniva con il carcere chi ospitava nel suo letto e alla sua mensa una femmina nativa delle colonie imperiali per più di una settimana; attenzione, era tollerato il commercio carnale, dati i naturali istinti del maschio e la necessità di dar sfogo alla sua potenza sessuale, ma non l'oltraggio del «madamato», del more uxorio, che ripugna allo stesso principio del prestigio di razza. 

Possiamo forse non riconoscere nello spirito delle leggi del '38 quello del '37? Possiamo forse non riconoscere nell'odierno rifiuto della cittadinanza ai bambini nati in Italia dai discendenti dei colonizzati, l'eredità del nostro razzismo coloniale? Possiamo forse non riconoscere nella definizione di «carico residuale» che il ministro della Repubblica Matteo Piantedosi ha dato dei migranti in esubero agli accettabili sul territorio nazionale, la riduzione dell'umano ad oggetto, premessa indispensabile a ogni politica razzista. E ancora, non mi pare di aver udito una sola volta nel lungo discorso del primo ministro Giorgia Meloni in occasione del Giorno della Memoria la parola fascismo; possiamo in coscienza anche solo immaginare l'affermarsi del nazionalsocialismo senza che ci fosse stata la marcia su Roma? Adolf Hitler pensava di no. E poi, spulciando tra le mille iniziative, scopro che il sindaco di Lucca ne ha promossa una accoppiando la Shoah con le Foibe; possiamo forse in coscienza affermare che ci sia verità in questo, che ci sia giustizia per l'una e per l'altra tragedia della nostra storia? Francamente io tutto questo non riesco proprio a sopportarlo, e non riesco a tollerare l'idea che sarà sempre più così, in questo nuovo regime di contrizione generale infettata dall'ipocrisia se non dalla mala fede, ci prepariamo con gli occhi velati da tenerissime lacrime all'inanità e all'indifferenza di domani. Quando il partito di un ministro della Repubblica propone di escludere dal diritto di asilo i richiedenti per persecuzione di genere, non è questo forse un nuovo inizio di qualcosa che è già stato? E come lei ricorda, signora Liliana, i morti nel nostro mare non ci fanno forse tornare alla mente i bastimenti alla deriva degli ebrei in fuga che nessuno al mondo voleva accogliere? Certo, lo sterminio degli ebrei è la vetta assoluta, ma all'assoluto ci si arriva sempre per passaggi, un gradino alla volta. La contrizione fa volentieri a meno della vicinanza, dell'imbarazzante contatto con l'oggetto che ci ha imposto la scomodante afflizione, per questo non sono affatto sicuro che un mattino a venire, riaperto nottetempo se non a Milano Centrale, magari in un'altra stazione meno appariscente o in un piccolo porto di mare, un binario 21, ci saranno sguardi alzati verso quell'inconsueto accalcarsi di umanità su ferrigni carri bestiame, sguardi che impongano ai cuori e alle mani di agire.

La Shoah è storia e questo dà forza alla memoria, e la memoria costringe la storia alla verità, e questo ne informa le ragioni. Ma perché della Shoah non rimanga che un rigo su un libro scolastico, è indispensabile che la memoria si insedi nella comunità, accolta certo nei suoi atti costitutivi, ma quotidianamente nel suo agire, che lo conformi, che sia parte dell'assunzione di responsabilità di ognuno nei confronti di tutti. È solo così che il testimone passa di consegna, che si moltiplica nelle generazioni, che non muore mai. E questo è un lavoro ancora tutto da fare, perché questa che ci siamo costruiti è epoca di smemoratezze in una società e in un sistema che non conosce l'interesse generale, ma riconosce solo, e ne va fiera, gli interessi, l'interesse di una nazione, l'interesse di un ceto, di una lobby, di un partito; un lavoro che non è alleggerito dalla ritualità, ma semmai appesantito, un lavoro a cui tutti sono chiamati, un bracciante di questa mia campagna non meno che un insegnante di scuola, il costante lavoro dei giusti. Intanto il suo lavoro signora Liliana non finirà mai, mai nel tempo, mai nello spazio, e così potrò anch'io essere un piccolo compagno di strada che non si stuferà mai di quanto sarà lunga, che non ne avrà mai abbastanza.
Voglia, la prego, accogliere assieme alla mia stima il mio affetto, le voglio bene signora Liliana, senatrice della Repubblica. —

News dal post terremoto

 


Per vostra opinione

 

Quale guerra. O si trova un accordo con Putin, o l’Ucraina verrà distrutta
di Alessandro Orsini
Due Stati non hanno mai interessi perfettamente coincidenti. Figuriamoci i 30 coalizzati nella Nato. La sola geografia crea continue differenze. La guerra in Ucraina non affligge il Canada come la Polonia. Vale anche per gli Usa e i principali Paesi europei. Biden è entusiasta della guerra in Ucraina che separa l’Europa dalla Russia. Abituato alle guerre, i morti non lo turbano. Era vicepresidente quando la Nato bombardava la Libia nel 2011 e non fu impressionato nel vedere Gheddafi trucidato dalla folla. Era vicepresidente anche quando è scoppiata la guerra civile in Siria nel 2011, una mattanza che ha alimentato dall’esterno. Era vicepresidente quando è iniziata la guerra in Yemen nel 2015, che ha allevato come un bimbo nella culla fino all’arrivo di Trump nel 2017. Biden è stato anche protagonista del bombardamento delle postazioni dell’Isis in Siria e in Iraq, ed è stata la mente degli Stati Uniti in Ucraina nel 2014 quando Yanukovich veniva rovesciato. Ha visto in diretta l’uccisione di Bin Laden nel 2011 e ha sparato per otto anni in Afghanistan contro i talebani. La strage di Haditha in Iraq, un orrore paragonabile al massacro del Bataclan o di Charlie Ebdo, è stata compiuta dai soldati americani sotto Biden nel 2015.
Per Joe stomaco-duro, morti e distruzioni sono un fatto normale. Fosse per la sua coscienza, la guerra in Ucraina potrebbe andare avanti per vent’anni purché sia “moderata”, affinché Putin non usi l’arma nucleare contraria agli interessi americani, e “prolungata”, affinché la separazione tra Europa e Russia sia completa. Quanto a Italia, Francia e Germania la questione è più complessa. Colti di sorpresa dall’invasione, Roma, Parigi e Berlino hanno operato come dilettanti allo sbaraglio. Draghi è stato teleguidato da Biden, mentre Macron e Scholz sono apparsi come due bambini smarriti nel bosco all’imbrunire. All’inizio, hanno creduto che i russi avrebbero perso o che si sarebbero ritirati in fretta. Ma poi hanno capito che Putin userebbe l’arma nucleare piuttosto che perdere la guerra. E, così, Macron, Scholz e Meloni hanno iniziato a tifare per la Russia. La speranza che Putin vinca questa guerra al più presto cresce in loro con l’avanzare dei russi in Donbass e lo sventramento dell’Ucraina. Ecco perché Italia, Francia e Germania impediscono all’Ucraina di respingere l’attacco russo negando a Kiev le armi necessarie. Le armi che inviano sono tante in termini assoluti, ma poche in termini relativi. Rispetto alle armi di cui dispongono, sono tante (una batteria Samp-T su cinque); rispetto alle armi di cui dispone la Russia, sono poche. Quindi, o trovano un accordo con Putin o l’Ucraina viene distrutta. Chiunque vinca, l’Europa rimarrà instabile. Con una differenza: una cosa è una super-potenza revanscista con 6.000 testate nucleari e un territorio sconfinato come le sue risorse; altra cosa è uno Stato fallito che gridi vendetta senza voce. È più probabile che il sistema-Italia sopravviva alla vittoria della Russia che a quella dell’Ucraina, e Crosetto lo sa bene. La sconfitta della Russia – pensano Macron, Meloni e Scholz – sarebbe l’inizio della fine dell’Europa; la sconfitta dell’Ucraina, invece, sarebbe soprattutto la sconfitta di Biden: persino Enrico Letta ha capito che Putin non ha alcuna intenzione di andare oltre l’Ucraina. Il trio europeo si oppone a ogni iniziativa di pace e dà armi insufficienti che prolungano lo strazio. Mancano alcuni mesi alla grande offensiva di terra della Russia. Macron, Meloni e Scholz non vogliono utilizzarli per trattare. Paralizzati dalla loro inanità, si rifugiano in un cinismo da cui rischiano di essere sepolti.

Travagliamente sovranisti

 



Cercansi sovranisti

di Marco Travaglio

Mai come oggi che (così almeno dicono) abbiamo la prima premier “sovranista”, si avverte un gran bisogno di “sovranismo”. Servirebbe un governo che andasse su Google, cercasse “interesse nazionale” e “sovranità nazionale”, poi li confrontasse con la nostra politica estera. Che, negli ultimi 50 anni, non è mai stata meno sovranista, cioè meno attenta all’interesse e alla sovranità nazionale, di oggi. Da quando ci è capitata la sciagura del draghismo, siamo finiti su un nastro trasportatore pilotato da Washington che ci trascina verso orizzonti sempre più nefasti, inimmaginabili solo un anno fa. Li scopriamo ogni giorno con crescente angoscia, perché non ci riguardano, non ci convengono, calpestano la nostra sovranità e danneggiano i nostri interessi. Prima le auto-sanzioni a Mosca, che colpiscono più i sanzionatori che il sanzionato, e le armi all’Ucraina (paese aggredito come centinaia di altri negli anni e non alleato), prima difensive, poi offensive ma leggere, ora pesanti, domani i cacciabombardieri e magari pure le truppe. Il tutto in nome dell’“euro-atlantismo”, che è come dire “cannibalismo vegano”, perché mai come oggi gli interessi europei sono opposti a quelli anglo-americani: un pietoso eufemismo per nascondere il più bieco servilismo agli Usa. Che, nella storia, ha un solo precedente: quello tra il 1948 e gli anni 50, che però coincideva col nostro interesse nazionale. Gli Usa, oltre ad averci liberati dal nazifascismo (insieme all’Urss, peraltro), destinarono il 2% del loro Pil al Piano Marshall per ricostruire l’Europa. Oggi ci chiedono di destinare il 2% del nostro Pil alle spese militari di una Nato che non ci protegge dai veri pericoli, quelli sul fianco Sud, ma si concentra sul fronte Est perché gli Usa hanno la fissa di Russia e Cina, che non minacciano né l’Italia né la Ue. Quindi dobbiamo svenarci, sì, per l’interesse nazionale: ma americano.

E ora, incollati sul tapis roulant teleguidato dalla Casa Bianca, scopriamo di essere in guerra non solo con la Russia, ma pure con l’Iran e la Cina. L’altroieri qualche squilibrato seduto a Washington, o a Gerusalemme, o in entrambe le capitali ha deciso di bombardare una fabbrica di Teheran; e il generale dell’Aeronautica Usa Michael Minihan ha avvertito i suoi uomini di prepararsi alla guerra con Pechino nel 2025. Ove mai vi sopravvivesse un grammo di sovranismo, il governo italiano dovrebbe avvertire gli “alleati” che a noi l’Iran e la Cina non hanno fatto nulla e che l’articolo 11 della nostra Costituzione ci vieta di risolvere le controversie internazionali a mano armata. Quindi bombardino pure chi pare a loro, ma lascino in pace la Nato, cioè anche noi. Quelle sono le loro guerre, non le nostre. Noi abbiamo già dato.

lunedì 30 gennaio 2023

E io che...


 ... mi sforzavo ad immaginare la faccia del demonio!! 


“Quando arriva McKinsey”, il libro che racconta le ombre della “più prestigiosa società di consulenza al mondo”

Uscito lo scorso ottobre negli Stati Uniti (non esiste ancora una traduzione italiana) il libro When McKinsey comes to town, scritto dai giornalisti investigativi del New York Times Walt Bogdanich e Michael Forsythe racconta che per la società i profitti vengono prima di tutto

di Mauro Del Corno dal Fatto Quotidiano


A torto o a ragione McKinsey è considerata la società di consulenza più prestigiosa al mondo. Qualche anno passato nei suoi uffici apre spesso le porte a prestigiose carriere manageriali, anche grazie alla vasta e potente rete di networking che mantiene saldi i legami tra dipendenti ed ex. Sono molti i capi d’azienda che amano ricordare il loro trascorso nel gruppo statunitense. Tra quelli italiani, l’attuale amministratore delegato di Leonardo ed ex numero uno di Unicredit Alessandro Profumo, l’ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo ed ex ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera o Vittorio Colao, ministro per la Transizione digitale nel governo Draghi ed ex capo di Vodafone. Come per tutte le società di consulenza, il lavoro di McKinsey è quello di suggerire alle aziende strategie per ridefinire i loro modelli di business e fare più soldi. Benché le presentazioni in power point consentano di sbizzarrirsi con la fantasia, quantomeno nelle illustrazioni, alla fine la ricetta è più o meno sempre la stessa: delocalizzare, tagliare personale e ridurre gli stipendi. In poche parole rosicchiare quote della ricchezza ai lavoratori per destinarla ai proprietari delle aziende. McKinsey ha però tra le sue peculiarità anche quella di presentarsi suoi clienti, e all’opinione pubblica, come una società ispirata da valori profondi e radicati, affermando di agire in base a principi che dovrebbero “rendere il mondo un posto migliore”.

Uscito lo scorso ottobre negli Stati Uniti (non esiste ancora una traduzione italiana) il libro When McKinsey comes to town, scritto dai giornalisti investigativi del New York Times Walt Bogdanich e Michael Forsythe racconta una storia un (bel) po’ differente. I due giornalisti si sono avvalsi tra l’altro delle testimonianze di un centinaio di dipendenti ed ex del gruppo. Dalla colossale bancarotta di Enron alla crisi dei mutui subprime, dalle epidemie di dipendenza da oppioidi, alla diffusione del fumo di sigaretta, sono molti i disastri finanziari e/o sociali in cui Mckinsey fa capolino. Raramente, precisano gli autori, con implicazioni legali. Ma quello che emerge è qualcosa forse scontato ma in contrasto con i principi propagandati: i profitti prima di tutto.

Questa la premessa dei due autori: “Poiché McKinsey non rende nota la lista dei suoi clienti né i consigli che ha dato, i cittadini statunitensi e, in misura crescente del mondo intero, non possono essere consapevoli della profonda influenza che la società di consulenza ha avuto ed ha sulle loro vite, alle loro retribuzioni alla qualità dell’assistenza medica che ricevono e all’educazione a cui accedono i loro figli”. “La cultura della segretezza è la base su cui è costruito questo business” scriveranno poi i due autori nell’epilogo. Ispirata dalla convinzione che il “mercato fa sempre meglio”, la società di consulenza, ha ad esempio avuto un ruolo nel plasmare politiche come la privatizzazione dei servizi sanitari e nel taglio dei budget per la sanità, nell’adozione di pratiche finanziarie spregiudicate, sfociate nella crisi del 2008, nell’aumento della conflittualità tra compagnie assicurative e i loro clienti con la riduzione dell’entità dei rimborsi effettivamente versati.

Una delle vicende più note è quella del lungo lavoro svolto da McKinsey con la società farmaceutica Purdue, produttrice del farmaco antidolorifico oppioide Oxycontin, che tra il 2004 e il 2019 ha pagato commissioni per poco meno di 84 milioni di dollari. La dipendenza da questo medicinale, non di rado degenerata in quella da eroina e/o fentanyl, ha causato 700mila vittime solo negli Stati Uniti. McKinsey ha elaborato strategie per facilitare le prescrizioni del farmaco, immettere sul mercato confezioni con maggiore quantità del prodotto, sminuirne gli effetti collaterali, screditare le testimonianze dei genitori di giovani vittime. La società non ha mai ammesso di aver tenuto comportamenti sbagliati ma ha pagato 641 milioni di dollari per chiudere i contenziosi legali sulla vicenda.

Valori in fumo – Da 70 anni McKinsey è consulente dell’industria del tabacco. Nel 1956 iniziò la collaborazione con Philip Morris, dopo aver consigliato una riduzione dell’organico la società iniziò ad occuparsi anche delle strategie per vendere più sigarette. In particolare l’industria del tabacco iniziò a dosare la nicotina nei quantitativi più idonei per creare dipendenza tra i consumatori. Nel 1964 vennero resi pubblici gli studi che mostravano una diretta correlazione tra fumo e cancro al polmone, probabilmente già ben noti ai produttori di sigarette. Negli anni seguenti McKinsey fornì lo stesso servizio a British American Tobacco e R.J. Reynolds a cui consigliò di investire il più possibile in strategie di marketing per rivitalizzare i suoi marchi (Camel soprattutto) prima che entrassero in vigore regole più restrittive per la pubblicizzazione delle sigarette. E mentre aiutava le aziende a vendere più sigarette la società incassava commissioni dalle agenzie governative e dagli ospedali, consigliando loro come ridurre i costi della sanità appesantiti anche dalle patologie legate al fumo.

Nel 2006 la giudice statunitense che si era occupata delle pratiche dell’industria del tabacco emise una sentenza di 600 pagine. Vi si legge tra l’altro: “I dirigenti delle aziende erano a conoscenza dei danni provocati dal fumo da almeno 50 anni. Nonostante questa consapevolezza hanno costantemente e ripetutamente, con furbizia e inganno, negato queste evidenze al pubblico. Hanno promosso e venduto i loro prodotti letali con zelo avendo come unico obiettivo il successo finanziario senza alcuna considerazione per la tragedia umana e per i costi sociali che questo successo comportava“. Dieci anni dopo questa sentenza, nota il libro, McKinsey era ancora consulente di Philip Morris (diventata Altria) per aiutarla a vendere più sigarette. La società ha tra i suoi clienti anche Juul, il più grande produttore di sigarette elettroniche.

A tutto gas – Un altro terreno di caccia di McKinsey è l’industria petrolifera. Tra i clienti di McKinsey si annoverano Exxon Mobil, Shell, Chevron, British Petroleum, la saudita Aramco, la russa Gazprom, la venezuelana Pdvsa oltre alla compagnia carbonifera australiana Bhp. Tra i principi a cui dice di ispirarsi la società c’è anche “la protezione del pianeta” ma l’attività svolta per queste società non sembra essere stata ispirata dall’obiettivi di ridurne l’impatto sull’ambiente. Anzi, in più di un’occasione il lavoro è stato quello di aumentare il più possibile la produzione di giacimenti di fonti fossili, incluso la più inquinante di tutte ovvero il carbone. Nel 2020 tra i clienti di McKinsey non compariva nessuna società impegnata esclusivamente nello sviluppo di fonti rinnovabili. L’opportunità di continuare a lavorare per l’industria petrolifera è stata messa in discussione da un gruppo dei dipendenti più giovani della società che non hanno però trovato supporto nei partner senior. “Se non lo faremo noi lo farà Boston Consulting” è stata la risposta tranchant.

Conflitto d’interesse in pillole – Un altro degli ambiti in cui McKinsey è molto attiva e fa una buona fetta dei suoi guadagni è la sanità. In più occasioni la società è stata consulente degli enti governativi e di vigilanza (in particolare la Food and drug administration statunitense) e contemporaneamente delle società farmaceutiche e ospedali privati. Durante i 4 anni della presidenza Trump, ad esempio, la società ha incassato 77 milioni di dollari dalla Fda mentre negli ultimi 3 anni circa 400 milioni dalle 9 case farmaceutiche che assiste. Il potenziale conflitto di interessi viene scansato dalla società affermando che i diversi team non condividono informazioni tra di loro. In realtà proprio è questa promiscuità che rende i consulenti McKinsey particolarmente appetibili per chi deve fare approvare un farmaco e incassare miliardi dalla sua vendita. Il libro narra il caso di Biogen e del suo costoso farmaco aducanumab contro l’Alzheimer. Nonostante risultati deludenti della fase di sperimentazione, la Fda ha approvato il medicinale. McKinsey, consulente di entrambe le parti, ha sostenuto vigorosamente il lancio del farmaco che, secondo gli esperti, ha generato false speranze per milioni di malati aumentando a dismisura, e inutilmente, i costi per i programmi di assistenza sanitari. Come consulente del governo britannico McKinsey ha suggerito tagli a spesa e personale del servizio sanitario nazionale e un maggior ricorso ad operatori privati, indicando tra i soggetti più idonei alcuni suoi clienti.

Resistere, resistere, resistere – Le pratiche adottate dalla compagnia assicurativa statunitense Allstate su suggerimento di McKinsey hanno rivoluzionato il settore. In meglio per gli azionisti, in peggio per i clienti. La società ha elaborato strategie per risparmiare il più possibile sui rimborsi. La compagnia assicurativa si è rifiutata di fornire ai giudici che esaminavano una vertenza le “ricette” elaborate dai consulenti nonostante una multa di 25mila dollari al giorno per ogni giorno di ritardo, pagando alla fine 7 milioni di dollari. Alla fine le indicazioni sono venute alla luce. Semplici, in fondo. Cercare di concordare rimborsi veloci ma ridotti, al di sotto di quelli previsti nelle polizze, nel 90% dei casi. Nel rimanente 10% la sollecitazione è stata di ingaggiare un legale e trascinare la vertenza il più in lungo possibile. Poiché questo modo ruvido di porsi nei confronti dei propri clienti ha consentito ad Allstate di aumentare sensibilmente i profitti e quindi i dividendi per i soci, la tecnica si è diffusa a macchia d’olio in tutta l’industria assicurativa.

La democrazia può attendere – Sono diversi i contratti di consulenza di McKinsey con governi non propriamente democratici o con società ad essi riconducibili. Molti i lavori con le agenzie cinesi e con società riconducibili al governo centrali. Il caso più discutibile è probabilmente quello della collaborazione con il regime del principe saudita Mohamed bin Salman, ritenuto dalla Cia il mandante dell’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khassoggi. In particolare la società ha collaborato allo sviluppo di sistemi di monitoraggio del dissenso espresso attraverso i social media. Dopo l’uccisione di Khassoggi, e a differenza di altre società occidentali, McKinsey non ha ritenuto necessario interrompere i suoi affari nel paese mediorientale.

La replica di McKinsey – Il libro, che ha da poco ispirato anche un caustico editoriale del commentatore di Bloomberg Adrian Wooldridge dal titolo “I passi falsi di McKinsey evidenziano un problema dell’intero settore”, ha indotto la società ad emettere una nota sulla questione. Secondo l’azienda di consulenza il libro “travisa radicalmente la nostra società e il nostro lavoro”. Viene quindi negata qualsiasi implicazione nella crisi finanziaria del 2008 e si rimarca come le consulenze della società abbiano contribuito a far crescere il Pil globale, aumentare i posti di lavoro, ridurre le emissioni di Co2 (nel 2022 a record storico secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia, ndr). McKinsey ricorda di aver lavorato anche per il New York Times, sebbene non si capisca bene perché questo dovrebbe indurre i giornalisti del quotidiano statunitense a non condurre approfondimenti sulla società. “Per quasi 100 anni, la nostra azienda ha lavorato duramente per anteporre il successo di altre istituzioni al nostro. Anche se non siamo perfetti, crediamo che questa missione sia più importante che mai“, conclude la nota.

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