sabato 3 dicembre 2022

Bufale al setaccio!

 

Impunità di gregge
di Marco Travaglio
Finora il Pd era celebre perché, quando andava al governo, non solo non cancellava le porcate della destra, ma completava pure quelle che la destra non era riuscita ad approvare (Jobs Act e art. 18, indulto, soglie di impunità fiscale, controriforme dell’abuso d’ufficio, dei pentiti, dell’ergastolo, del “giusto processo”, chiusura dei supercarceri di Pianosa e Asinara ecc.). Ora, anziché opporsi alla destra, anticipa le porcate della destra per cancellare le buone leggi rimaste. Come la Severino, approvata da destra e sinistra nel 2012 per frenare le orde grilline. Siccome per 10 anni la Severino ha funzionato, tenendo lontani dal Parlamento i pregiudicati con condanne superiori ai 2 anni (tipo B., Dell’Utri, Minzolini, Cuffaro, Formigoni ecc.) e dagli enti locali decine di sindaci, presidenti e assessori comunali e regionali condannati anche in primo grado, o arrestati, o sotto misure di prevenzione antimafia, la destra impunitaria vuole smantellarla. E quei gran geni delle capogruppo Pd Malpezzi e Serracchiani e dei senatori Pd Rossomando e Parrini, anziché dare battaglia, hanno presentato una proposta di legge dello stesso segno. Così Nordio, Sisto&C. non dovranno neppure faticare a scriverla: ci ha già pensato la cosiddetta opposizione.
“Noi – spiega Rossomando – proponiamo che non sia più possibile sospendere dalla carica gli amministratori con condanne non definitive”. Parrini si augura il “consenso da tutte le forze politiche” e Serracchiani si appella a Meloni: “Il governo ci ascolti”. Ma certo che li ascolterà. Anzi, tutta la destra voterà come un sol uomo la loro porcheria: vogliono tutti la stessa cosa. E, quando si tratta di impunità per lorsignori, le maggioranze sono sempre oceaniche. Noi non vediamo l’ora: sarà meglio di un film dei Monty Python o di Mel Brooks. Prendiamo un sindaco, o un presidente di Regione, o un assessore, o un consigliere arrestato: oggi, in base a una legge del ’90 (assorbita dalla Severino ed estesa ai parlamentari condannati, ma solo in via definitiva), viene sospeso dal prefetto. Con la controriforma Pd-destra, invece, resta lì come se niente fosse. Piccolo problema pratico: se sta in galera, come fa a esercitare le sue funzioni? Gli atti da firmare può portarglieli il segretario in parlatorio durante i colloqui. Ma le riunioni di giunta? Potrebbe collegarsi in videoconferenza dalla cella, come i pentiti. O riunire gli assessori in cortile nell’ora d’aria. Se invece è ai domiciliari, può convocare la giunta nella via sotto casa e dirigere i lavori dal balcone o al citofono. Come l’ex sindaco di Capannori (Lucca) che, detenuto a domicilio per tangenti e dunque ricandidato, dava appuntamento agli elettori alle 18 in punto davanti al suo portone e faceva i comizi dalla finestra.

L'Amaca


Datemi un estintore
DI MICHELE SERRA
In casa mia non ci sono cose di Balenciaga. Almeno credo: non riconosco i marchi, non li distinguo nemmeno quando sono cubitali, credo di essere una specie di no-logo naturale.
Ma caso mai ci fossero, tracce di Balenciaga, comunico ufficialmente che non le brucerò, come stanno facendo in queste ore centinaia di invasati su Tik Tok. I fatti sono noti. Balenciaga ha fatto una campagna pubblicitaria piuttosto losca, con bambini e catene, quanto basta per sollevare l’accusa di pedopornografia. Per i miei gusti, sicuramente limitati, quasi tutte le pubblicità dei marchi di lusso sono metà oscene metà cretine, con bulli e pupe seminudi con la faccia truce (non si capisce perché sono così incazzati pur essendo ricchi, giovani, belli e come minimo a Capri: forse che il lusso comporta anche, compresa nel prezzo, l’espiazione?).
Capisco che in questo caso si è superato il limite, ammesso che esista un limite nel mondo no-limits dei consumi. Difatti Balenciaga si è prosternata in mille scuse, come usa oggi al minimo stormir di social. Ma c’è una cosa peggiore dell’errore: è il fanatismo inquisitore. Una borsetta e un paio di babbucce, benché costosissime, non valgono Giordano Bruno, ma l’intenzione piromane è la stessa. Perfino la babbuccia firmata, quando sale al rogo, mi sembra degna di soccorso, e mi viene urgente voglia di un estintore.

Se c’è una cosa deplorevole (e forse ormai irrimediabile) nel nostro evo, è il fanatismo giudicante dei social. Fa paura e fa schifo, e tanto più paura e schifo perché è a buon mercato, a disposizione di chiunque possieda un accendino per appiccare il fuoco e uno smartphone per trasformare in cinema questa sua turba psichica, spacciata per “giustizia”. 

venerdì 2 dicembre 2022

Estika

 


Chi l'avrebbe mai detto?

 




Sempre in Pole!

 

Menu à la carte
di Marco Travaglio
Tre giorni fa il senatore Renzi non aveva tempo per testimoniare al processo Consip, dove sono imputati il babbo e gli amici: doveva concionare a gettone a Bangkok. Ieri però era in Senato per denunciare il famoso “condono edilizio di Conte” (mai esistito) e duettare sul processo Open, dov’è imputato lui, col “migliore dei ministri”: Carlo Nordio. Questi ha ricambiato le moine trasformando se stesso e il Parlamento nel collegio difensivo allargato del senatore. Nel suo macchiettistico vittimismo alla Calimero, Renzi ce l’ha sempre col pm Luca Turco, che ha osato scoperchiare la cassaforte Open con marchette a pagamento. Dopo averlo denunciato a Genova (archiviato), insultato in libri, talk show e show, fatto trascinare dinanzi alla Consulta, ora pretende che sia punito per un gravissimo illecito: siccome il Copasir ha chiesto gli atti d’indagine – depositati nel processo Open, dunque pubblici e riferiti dai media – contenenti fra l’altro i soldi versati (legittimamente) a Renzi dal regime saudita di Bin Salman per valutare eventuali minacce alla sicurezza nazionale, Turco glieli ha inviati. Invece, per il giureconsulto rignanese, doveva negarli al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica perché la Cassazione aveva disposto che gli atti sequestrati a Carrai non fossero usati nel processo Open. Infatti il pm nel processo Open non li usa. Ma non si vede perché il Copasir, che non si occupa di reati ma di sicurezza nazionale, non potesse visionarli, tantopiù che li aveva già letti sui giornali. Se poi il Copasir riteneva di non doverli leggere (ma la Corte ne vieta l’uso processuale, non parlamentare), poteva cestinarli. Se non l’ha fatto è perché poteva leggerli, ergo Turco doveva inviarglieli.
Ma poi, se non ha nulla da nascondere, cosa può mai temere Renzi da quel segreto di Pulcinella? Nulla. Però deve buttarla in caciara per celebrare il suo processo sui social, in tv, sui giornali, nei libri e in Senato, dove può fingere che l’imputato non sia lui, ma Turco. Ovunque fuorché in Tribunale, dove gli imputati sono lui e i suoi compari, e il pm è Turco. Così ieri l’imputato Renzi ha chiesto a Nordio “che provvedimenti intenda prendere” contro il pm, che “per noi” (plurale maiestatis, tipo Papa) è reo di “un atto di cialtronaggine, o eversivo, o anarchico”. E il “migliore dei ministri” s’è subito messo sull’attenti, annunciando su due piedi un’ispezione ministeriale alla Procura di Firenze con “priorità assoluta” e poi “determinazioni con consequenziale rapidità”. L’imputato ordina e il Guardasigilli esegue: à la carte. Come ai bei tempi di B., che però aveva almeno il pudore di affidare certe basse incombenze ai suoi onorevoli avvocati. Renzi invece fa tutto da solo, essendo un Berlusconi che non ce l’ha fatta.

Il povero PD

 

Verso il congresso dem
I gattopardi Pd al varco Cambi il segretario purché nulla cambi
DI STEFANO CAPPELLINI
ROMA — A molti dirigenti del Partito democratico piacciono da sempre i giochi di parole. Tipo: «Non serve un nuovo partito ma un partito nuovo ». Oppure: «Meglio perdere che perdersi», e almeno in questo caso si può dire che l’obiettivo sia stato più volte centrato. Queste piccole inversioni o scarti lessicali forse piacciono anche perché, di base, funzionano al contrario del Pd, specie dei suoi congressi. Dove, storicamente, anche se inverti le posizioni tra le correnti, o ne sposti una su e una giù, il senso tende a non cambiare. Ora però, per la prima volta, il Pd si avvia a celebrare un congresso dove il nome del vincitore o della vincitrice non è sicuro già in partenza. Vincerà il riformista Stefano Bonaccini, favorito nella conta interna? O prevarrà la radicale Elly Schlein, che arriva al congresso da non iscritta e può sfondare alle primarie aperte? L’inedito sta creando un gran trambusto. Per capire gli schieramenti bisogna usare due criteri: il primo è la risposta alla domanda “chi meglio può salvare il Pd”; il secondo è la risposta alla domanda “chi meglio può salvare la corrente”. Tutti, naturalmente, dicono di volere “un nuovo Pd”.
C’è chi cerca di cavalcare il nuovo, chi di sopravvivergli, chi di avversarlo, ma — questo è il Pd — non necessariamente i tre propositi sono alternativi: qualcuno cavalca il nuovo per avversarlo e qualcuno lo avversa solo per sopravvivergli o addirittura per poi cavalcarlo. Le combinazioni sono molteplici. Per questo proliferano i candidati leader e le ipotesi di candidatura, queste ultime spesso senza alcun apparente senso politico. Le correnti storiche cercano di mettere il cappello sui candidati, i candidati negano di volere il loro appoggio ma sanno che è necessario, ognuno cerca spazio dove ce n’è uno libero, anche a costo di scelte improbabili o implausibili.
C’è stato, forse non c’è più, lo scenario del sindaco di Firenze Dario Nardella antagonista di Bonaccini, partita dove sarebbe stato faticoso distinguere il colore delle maglie in campo. Poi, soluzione non meno surreale, pareva che come anti-Bonaccini la sinistra interna volesse puntare sull’amendoliano Enzo Amendola, dove amendoliano è riferimento alla corrente di destra del Pci e non al cognome. Alla fine il ruolo di sfidante sinistro del governatore emiliano dovrebbe toccare al sindaco di Pesaro Matteo Ricci, che ha già un mezzo endorsement di Goffredo Bettini e una mezza promessa di Andrea Orlando. Qualche anno fa Ricci, Bettini e Orlando avrebbero rappresentato, in tre, mezzo arco correntizio del Pd, oggi rischiano di fondare una corrente comune. Potere del congresso aperto, dove il rimescolìo delle aree va incrociato con le barriere geografiche.
Sotto il Garigliano, Gaber è più ascoltato che alla Bovisa, ma cos’è la destra ma cos’è la sinistra, e Michele Emiliano e De Luca, i due governatori dem sudisti che hanno in curriculum un numero di attacchi al Pd non inferiore ai colleghi del centrodestra e una varietà di alleanze politiche paragonabili al M5S, cercano da tempo un candidato in proprio, forse perché eleggendo un loro segretario smetterebbero almeno di sfotterlo pubblicamente mentre gestiscono i loro feudi fuori da ogni controllo politico nazionale. Il resto della sinistra interna dovrebbe puntare direttamente su Schlein, scelta destinata a creare altre strane coppie, come quella che riunirà il vicesegretario uscentePeppe Provenzano e Dario Franceschini. A Franceschini in molti sono pronti a rimproverare la mossa del cavallo, accusandolo di spostarsi su una candidata lontana dalle sue posizioni. Eppure l’ex ministro dellaCultura rischia di non avere tutti i torti quando agli interlocutori che gli chiedono conto dei suoi orientamenti congressuali spiega: «Secondo voi, chi vuole che tutto resti com’è, vota Bonaccini o votaSchlein?». La questione può essere presa ancora da più lontano: cosa è davvero nuovo e cosa no?
Ieri, per dire, si è riunito il comitato costituente per discutere la Carta dei valori. Si tratta di scrivere la costituzione del Pd allargato e rifondato, che i dem dovrebbero condividere prima di eventualmente scannarsi sulle tesi congressuali. All’incontro, dove la maggior parte dei membri del comitato partecipa a distanza, parla Enrico Letta, che in questa fase cerca di fare l’arbitro non giocatore, e dà solo indicazioni di metodo.
Poi interviene l’ex ministro Roberto Speranza e dice che nella Carta deve essere chiaro l’intento del Pd di «espungere il liberismo che si è insinuato al suo interno». Andrea Orlando gli dà ragione. La giovane Caterina Cerroni cita Lenin. I membri orientati a votare Bonaccini tacciono ma escono dalla riunione determinati a minacciare di non votare la Carta qualora, dicono, dovesse diventare la vittoria a tavolino di una linea sull’altra. Una Carta dei principi votata a maggioranza, del resto, sarebbe una contraddizione in termini. Il Pd anti-liberista è più nuovo del Pd liberista? Per Schlein sì, per Bonaccini no, per gli altri candidati dipende, soprattutto dalle correnti che dovessero scegliere di appoggiarli. Lo stesso liberismo è diventato un’altra cosa da quando hanno cominciato a citarlo col prefisso “neo”. Magari la speranza è che funzioni anche per i partiti: il neo Pd. Si presta pure al gioco di parole: il neo è un difetto o un segno di bellezza?

L'Amaca

 

Dalla marsina alla t-shirt
DI MICHELE SERRA
Come spiega, con esemplare nettezza, Riccardo Luna nella sua ultima “Stazione futuro”, Elon Musk è molto popolare tra i suoi colleghi miliardari perché è un vero e proprio iper-padrone:“arriva, licenzia oltre la metà dei dipendenti, abolisce lo smart working, chiede e ottiene da chi resta di lavorare senza limite di orario, cambia la maglietta aziendale da Stay Woke — slogan della campagna dei neri d’America che invita a stare in guardia sui diritti — in Stay at Work, stai a lavoro”. Ovvia postilla, la simpatia ieri per Trump, oggi per Ron De Santis, astro sorgente della destra americana nerboruta.
Se il profilo è fedele al personaggio, e lo è, la vera domanda non è perché Musk sia molto ammirato dagli altri straricchi della top ten: si tratta della più classica solidarietà di classe. La vera domanda è come sia possibile che centinaia di milioni di fan, in tutto il mondo, ne abbiano fatto un idolo, un mito, un modello da emulare, una specie di Messia della religione tecnologica; senza che la sua brutalità padronale (se non vi piace la definizione, suggeritene una più calzante) sollevi non dico ostilità, ma perlomeno diffidenza.
La vecchia immagine del padrone in cilindro e marsina delle vignette socialiste di un secolo fa era figlia dell’ideologia e della sua rigidità. Ma l’attuale popolarità di Musk, e degli altri iper-padroni in t-shirt, è figlia della dabbenaggine post-ideologica, incapace di aguzzare la vista di fronte a sperequazioni di reddito stellari, da epoca dei faraoni. Nessun merito può spiegare la mostruosa catasta di miliardi sulla quale siedono i giovani padroni techno. Vale a spiegarla, piuttosto, il demerito: la reverente mediocrità delle folle che adorano chi le sottomette.