venerdì 25 novembre 2022

Visita


Caro diario buonasera, cari amici anche a voi un saluto. 
Scrivo per avvisarvi che ho ricevuto la visita del Bastardo Covidiano per cui, come immaginerete non sono in forma. Appena lo sarò state certi che incomincerò nuovamente a macinare post!
Ciao e a presto!

mercoledì 23 novembre 2022

Scanzi intervista il mitico Maestrone!

 

“I duelli poetici con Benigni, il gioco del treno con Gaber e le piume di struzzo nel c…”

FIRMA LE “CANZONI DA INTORTO” - “Ma non riascolto mai i miei dischi. Sono insicuro”. “Ho votato Pd, mi piace Elly Schlein, ma il mio preferito resta Bersani”


DI ANDREA SCANZI

“La voce è come le gambe per un atleta: se smetti di allenarla, poi devi ricominciare tutto da capo”. Francesco Guccini parla circondato dai gatti e da un paese intatto. Canzoni da intorto (Bmg) è uscito a dieci anni di distanza dal precedente. “Un disco di cover. Dentro ci ho messo i brani che cantavo da ragazzo”. Un gran bel disco, che suona come un regalo inatteso e riuscito.

Hai scelto anche Sei minuti all’alba, capolavoro del primo Jannacci.

Enzo era bravo, ma quando mi telefonava era un incubo: bofonchiava e non capivo nulla. Gli ripetevo “Cosa hai detto, Enzo?”, ma lui andava avanti e io a quel punto facevo finta di capire: “Va bene, Enzo”, “Certo, Enzo”.

De André, Gaber e Guccini, ovvero i più grandi cantautori italiani.

Credo di sì, anche se ci aggiungerei Claudio Lolli. Aveva una capacità di scrittura straordinaria.

È giusto che qualche tua canzone venga studiata nelle scuole?

Qualcuna sì. Mi fa piacere, ma la cosa di cui vado più orgoglioso è far parte di un’antologia dei Meridiani Mondadori dedicata ai più grandi scrittori italiani di racconti del Novecento. Essendo un fighetto snob, ha dato più gioia al mio ego questo riconoscimento di qualsiasi canzone.

Sei consapevole del tuo talento?

Per niente. Non riascolto mai i miei dischi e i miei genitori mi hanno cresciuto “masato”. Basso profilo e zero complimenti. Ciò mi ha reso insicuro e molto timido. Non ho assolutamente autostima. Anche durante i concerti ero terrorizzato, come quando davo gli esami all’università.

Il fiasco di vino sul palco aiutava?

Non era un fiasco, ma una semplice bottiglia. Bevevo rosé, e pure poco, perché sul palco devi essere lucido. Uno o due bicchieri di rosé. E a tavola quasi sempre Traminer.

Anche De André aveva paura del pubblico.

Lui beveva whisky, e all’inizio neanche poco. Prima dei concerti mangiava solo due “uova all’ostrica”: buttava giù il tuorlo con un po’ di limone e via. Io no. Avevo un genovese sciagurato che mi seguiva per il catering. Libagioni infinite di cibo e vino nei camerini. Mangiavamo tantissimo sia prima che dopo i concerti.

Con Fabrizio avevi un buon rapporto?

Tutto sommato sì, anche se non ho mai frequentato per amicizia i colleghi. A fine anni Settanta, dopo il tour con la Pfm, pensammo di fare una tournée insieme. Eravamo convinti, ma i nostri manager non vollero. Fabrizio era molto diverso da me, anche come origini: lui veniva da una famiglia aristocratica, io proletaria.

E Gaber?

Lo andavo a vedere a teatro quando veniva a Bologna, e poi facevamo tardi alla Trattoria Da Vito. Facevamo un gioco un po’ scemo che avevo imparato a Milano. Ognuno aveva il nome della stazione di una città. Uno di noi batteva gambe e mani e diceva: “Parte il treno per Milano!”. E chi era “Milano” doveva scattare in piedi e gridare subito un’altra città: “Parte il treno per Bologna!”. Così per ore. Un gioco idiota, ma se lo facevi alle tre di notte pieno di vino ti divertivi.

Gaber però era quasi astemio.

Vero, ma da Vito andava di moda la vodka, e una volta Giorgio fece fuori da solo mezza bottiglia. Quando voleva, anche lui ci dava dentro.

Qual è la canzone di cui vai più fiero?

Quelle che il pubblico non direbbe. Una volta Vasco è venuto in trattoria e mi ha detto che, secondo lui, L’avvelenata è straordinaria. Okay, fa piacere, ma secondo me L’avvelenata è sopravvalutata. Ne ho scritte a decine di superiori. A me piacciono molto di più brani meno fortunati come Amerigo e Odysseus. Evidentemente non ho gli stessi gusti del pubblico.

È vero che negli anni Settanta sfidavi Benigni?

Erano duelli di poesia improvvisata. Gli lasciavo rime impossibili: “taxi/Craxi”, “mirra/birra”. Lui mi mandava affanculo, poi però se ne usciva con trovate geniali: “La moglie di Pirro doveva chiamarsi Pirraaaa”. Bravissimo. Altri due dotati erano Carlo Monni e David Riondino. Anche Umberto Eco faceva parte di quelle sfide, ma non era un granché.

Benigni lo senti ancora?

No. Eravamo molto amici all’inizio della sua carriera. Adoravo il suo primo monologo, Cioni Mario di Gaspare fu Giulia. A fine anni Settanta andammo a trovarlo a Vergaio (Prato, ndr) con gli amici del Premio Tenco e ce lo rifece di getto: non sbagliò una virgola. Spesso c’era anche Paolo Conte. Poi li ho persi di vista. Uno che sento regolarmente è Ligabue. Ci vogliamo bene.

Anche Zucchero ti adora.

(Sorride) E io adoro lui, solo che a volte esagera. L’altro giorno è passato e, abbracciandomi, mi ha stretto così tanto che mi ha fatto venire i lividi. Zucchero è fumantino e, come tutti quelli che hanno venduto un milione di copie a botta, ha il terrore di perdere il successo. Io, che mi sono fermato a 300 mila copie, mi sono salvato. Però una cosa ce l’abbiamo in comune.

Quale?

Il fastidio per chi, come dice Zucchero, “lecca la tazza del cesso per avere successo”. Io, forse con più stile, preferisco dire: “Non mi sono mai infilato una piuma di struzzo nel culo per cantare”. Questi artisti finti, questi trapper, gente che si fa chiamare Ernia… ma che roba è?

Diranno che sei anacronistico.

Me lo dicono da sempre, e menomale. Non vado quasi mai in tivù, non so guidare, non ho la patente e non ho neanche il telefonino. Quando in conferenza stampa mi hanno fatto notare che il nuovo disco non era disponibile in streaming, ho risposto che neanche so cosa sia lo streaming.

Volevi fare il giornalista, e nel 1960 intervistasti Modugno.

(Abbassa lo sguardo) Me ne vergogno. Fui molto snob e saccente, volli fare il fenomeno. Avevo 20 anni ed ero stupido come sanno essere i ventenni. Modugno si incazzò moltissimo. Un’altra volta feci un’inchiesta sull’aumento di malattie veneree dopo la chiusura delle case di tolleranza e “rubai” i dati a un direttore di ospedale. Successe il finimondo e mi cacciarono. Presi le mie cose, mi avvicinai alla porta e il direttore si arrabbiò di nuovo: “Ma dove vai Guccini, torna qui!”. Praticamente mi licenziarono per cinque minuti.

Hai anche scritto i testi per le pubblicità dei Carosello.

Una volta scrissi uno spot per Ciccio Ingrassia e Franco Franchi. Tra loro si odiavano, letteralmente. Giocavano a carte, ognuno in coppia con un suo dipendente, e quando perdevano davano la colpa al “sottoposto”. Una dinamica brutale da padrone e schiavo.

Per te le carte sono sacre.

Sono un ottimo giocatore di scopa, briscola, tressette e scopone scientifico. Anche con De André ci sfidammo a Bologna, dopo un suo concerto con la Pfm. Quello che perdeva doveva dare mille lire all’altro. Finì uno a uno. Da qualche parte devo ancora avere le mille lire firmate da Fabrizio. Giocherei anche a Pavana, ma non arriviamo mai a quattro: i miei amici sono quasi tutti morti, e poi Pavana è diventata borghese. Prima si lanciavano delle Madonne incredibili durante le partite, ora son tutti casti. Prima si giocava per un fiasco di vino, adesso per un caffè o le caramelle. Roba da matti.

Anche Dalla giocava a carte?

No. Anche Lucio frequentava la Trattoria da Vito, ma lui di solito arrivava solo per accertarsi che il suo manager Renzo Cremonini, che noi chiamavamo “Jabba” per la somiglianza con Jabba The Hutt, non mangiasse di nascosto. L’apice di Lucio resta Com’è profondo il mare. Con lui ho anche scritto Emilia, ma c’erano alcuni aspetti di Lucio che non riuscivo a comprendere fino in fondo.

Chi hai votato alle ultime elezioni?

(Allarga le braccia) Io voto Pd.

Non dirlo così, non è poi così grave.

(Ride) Oggi il Pd è un po’ il cane che prendono tutti a calci. Anche 5 Stelle e Calenda sembrano colpire più lui che la Meloni. Di sicuro il Pd, da solo, non va da nessuna parte. Guardo più ai 5 Stelle che a Calenda, ma penso alla base e agli elettori dei 5 Stelle, che ritengo perlopiù di sinistra. I vertici mi convincono di meno.

Che segretario vorresti?

(Pausa) È difficile. Mi piace Elly Schlein, la sento più vicina ed è brava, ma per certi aspetti è troppo dura. Il mio preferito è Bersani: non l’ho mai visto dal vivo, ma ci ho parlato al telefono. Brava persona. E le sue metafore sono fantastiche.

La Meloni ti fa paura?

Paura no, ma tira un’aria molto reazionaria. Non c’è niente da fare: gli italiani sono conservatori. Mi inquieta quella fiamma nel simbolo di Fratelli d’Italia: è la fiamma del Msi e quindi la fiamma di Giorgio Almirante, ovvero il redattore de La difesa della razza. Ci rendiamo conto della stortura totale dell’abbraccio di Ignazio La Russa a Liliana Segre?

Peggio Berlusconi o Meloni?

(Sospiro) Alla fine è “meglio” la Meloni. Se non altro, non ha quei quintali di conflitti di interessi che ha Berlusconi. Ho temuto che lo facessero capo dello Stato: questo Paese è capace di tutto.

Passi per anarchico e comunista, ma Berselli diceva che sei un socialdemocratico.

Definirsi oggi anarchici non ha senso, è cambiato tutto e anche una canzone come Contessa era già antistorica negli anni Sessanta. Io sono “Giustizia e Libertà”, sono dalla parte dei fratelli Rosselli. Mai stato comunista e mai votato comunista.

Neanche con Berlinguer?

Neanche. Lo stimavo molto, ma negli anni Ottanta ho votato il Psi. Attenzione: non il Psi di Craxi, ma di Pertini. Un personaggio meraviglioso, che aveva solo un grande difetto: era un pessimo giocatore a carte. La famosa sfida sull’aereo della Nazionale ’82 la perse lui, con un erroraccio che Zoff, Causio e Bearzot non ebbero il coraggio di fargli notare. Me lo ha confermato sorridendo Zoff, che conosco e ama le mie canzoni.

Perché Pavana è così importante?

Perché ci sono cresciuto. Ricordo ogni cosa. Ricordo mio padre, che era perito elettro-meccanico ma che amava Einaudi, Montanelli e studiava la storia leggendo Van Loon. Ricordo l’arrivo degli americani. Ricordo ogni amico e parente. E ricordo quando i nazisti fecero saltare la centrale elettrica nel 1944. Le lastre del tetto erano di Eternit e finirono sul fiume. Noi, bambini, scoprimmo che se lo mettevi nel fuoco, l’Eternit si gonfiava e saltava per aria. E noi giù a dargli fuoco! Eravamo inconsapevolmente pazzi. Qui ho le mie radici. Ricordo proprio tutto.

Sconcerto e rabbia!



Poche settimane fa la sua mamma, Francesca Ferri, aveva lanciato un appello sui social chiedendo di inviare una lettera, un disegno o una foto di un animale per aiutare il figlio Lorenzo Bastelli - 14enne bolognese costretto a casa dalla recidiva di un sarcoma di Ewing - a distrarsi dal dolore che non lo abbandonava mai, a conoscere il mondo - quel mondo che da tempo gli era precluso - e non pensare alla sua malattia. Un appello che aveva fatto il giro d'Italia: fra commozione ed entusiasmo tantissime persone - genitori, bambini, scuole, scrittori, associazioni sportive, realtà di volontariato, supermercati, chiunque, davvero chiunque, avesse letto quelle parole di supplica - avevano spedito a Castel San Pietro Terme, all'indirizzo di residenza del ragazzino iscritto alla prima liceo scientifico, un pensiero, una fotografia o semplicemente un saluto. Nella notte Lorenzo è morto.

Aveva compiuto 14 anni lo scorso 10 novembre: lascia i genitori e un fratello.  "Lorenzo - scrive in un post la mamma - ci ha lasciato. Si è addormentato tra le mie braccia sereno, mi ha sussurrato in questi giorni sempre 'mamma ti amo'. Parlerò a nome suo, sono sicura - prosegue la mamma - che Lorenzo abbia vissuto l'ultimo mese delle sua vita dentro a un sogno, nonostante il dolore fisico, grazie a tutti quelli che gli hanno voluto bene, grazie a all'amore immenso che ha sentito da parte di un mondo intero e da parte nostra che lo abbiamo amato più di quanto umanamente possibile. Grazie - conclude - abbracciaci tutti amore mio, ma ancora di più abbiamo bisogno di sentire che sei libero di brillare più forte che puoi".

Su Repubblica Bologna l'articolo completo di Micol Lavinia Lundari Perini

Sempre la solita sensazione



Tutte le volte che guardo immagini come questa, tra l’altro fresca perché scattata da Orion lanciato pochi giorni fa dalla NASA, mi domando come sia possibile che in quel sassolino blu esistano stronzi capaci di nefandezze inimmaginabili, come guerreggiare uccidendo simili, continuare ad armarsi spendendo risorse crosettianamente, invece di utilizzarle per curare, migliorando la qualità di vita di milioni di persone affamate solo perché il destino di merda le ha fatte nascere in luoghi sbagliati; come sia possibile che chi ha già tantissimo si preoccupi di togliere anche le briciole alla moltitudine che per regole e codicilli creati ad hoc da orchi che laggiù definiscono economisti ed esperti di finanza, è destinata ad una vita di stenti e grigiori senza alcuna possibilità di intravedere speranze e miglioramenti, come fanno in quella cazzo di India che molti imbelli ammirano per la crescita tecnologica, di ‘sta fava! Quel sassolino blu sembra oramai soccombere alla inettitudine spasmodica dell’attuale civiltà evoluta, di ‘sta fava (2), intenta a produrre all’infinito, senza alcun ritorno filosofico serio e coerente, auto-obnubilandosi l’unico dato certo, concreto, inconfutabile, che cioè su quel meraviglioso pianeta, un contenitore di composti chimici pensante, definito uomo sapiens, esiste sensorialmente, respirando mediamente per una trentina di milioni di minuti, chi più chi meno, senza considerare i molti che si dissolvono molto prima a causa di condizioni ambientali rese assassine dalla cosiddetta crescita economica, di ‘sta fava (3), e da malattie ancora maledettamente attive per ragioni scandalosamente lucrose, perché ricerche e produzioni farmacologiche ed affini s’attivano solo in presenza di possibile “crano” per i loro già immani forzieri, di ‘sta fava (4)! 
Quel sassolino blu nel nero infinto sembra lanciare l’"esseoesse" intergalattico, che menti libere non possono che tradurre in un chiarissimo “help! Liberatemi da questi otto miliardi di cagacazzo, please!”

Pensieri notturni

 


Robecchi

 

Finanziaria. Meglio le bomboniere che i poveri: salviamo il matrimonio
di Alessandro Robecchi
Volendo esagerare, tirare un po’ la corda, fantasticare un po’ insieme all’onorevole Domenico Furgiuele (Lega), si può ipotizzare uno scambio di prigionieri: italiani poveri contro bomboniere. Il governo post-fascista che taglia sussidi a chi non ce la fa, e la proposta di finanziare i matrimoni in chiesa – era la prima idea di Furgiuele – locomotivamente fischiata (cit. Marinetti), tanto da allargare subito la profferta di benefit a tutti gli sposalizi italiani, che l’importante è soccorrere il comparto del wedding, signora mia.
Basterebbe questo, per dire delle componenti da operetta e delle priorità dei puffi del governo Meloni, dettagli, spigolature che emergono, chissà quanto involontariamente dalle cronache, a contrastare invece la narrazione ufficiale: una Meloni corrucciata e responsabile, che studia, che pare serissima, china e concentrata sulle carte. Ma sapete com’è, in quei contesti di orgoglio mascelluti, è un attimo che si cade nel Federale con Tognazzi, nella parodia, nel gorgo del ridicolo. Ed ecco infatti il ministro dell’Istruzione (e del merito! ahahah!) buttare subito lì nuove fantasiose repressioni, i lavori “socialmente utili”, da usarsi contro violenti e indisciplinati e anche – maddài! – in occasione delle occupazioni scolastiche. Una cosa che fa scopa con il pasticcio dei rave party: più di cinquanta e fa sei anni di galera, oppure tutti a imbiancare il liceo. Quanto a rifare i tetti dello stesso liceo, che cadono spesso e volentieri in testa agli alunni, il ministro non dice, non fiata, non argomenta, essendo un lavoro socialmente utile che spetterebbe a lui.
E sia, seguiamo le cronache dei nostri eroi. Mentre ministri e sottoministri si arrovellano per cercare nuove soluzioni ad antichi problemi (“i telefonini fuori dalla classe”, i “tutor per affiancare i docenti”, “buca”, “buca con acqua”, eccetera, eccetera), nel cuore del potere meloniano c’è qualche timore nuovo. “L’impatto di cancellare di botto il Reddito di cittadinanza è devastante”, dice la ministra del Lavoro, riportata con virgolette qui e là. Tradotto in italiano, significa quel che molti dicono da sempre: che il reddito è un argine, una diga che protegge chi non ce la fa, e toglierlo di botto in un anno di recessione sarebbe come accendere una miccia. Cioè il contrario della vulgata retorica delle destre più estreme e ottuse, Italia Viva, Lega e Fratelli d’Italia, sempre concentrate a dire cretinate sui divani, i fannulloni e varianti più o meno offensive. Cazzate: di quei 660 mila a cui verrà tolto ossigeno tra qualche mese, pochissimi potranno trovare un lavoro. Bassa scolarità, nessuna formazione, soggetti deboli: cancellare il reddito significa consegnarli alla disperazione o alla manovalanza della criminalità, oppure, nel migliore dei casi (speriamo) al conflitto sociale.
Dopo aver sbraitato per anni, ora se ne accorgono pure al Consiglio dei ministri, ma è tardi per tornare indietro, quindi niente, pochi mesi e poi smantellamento dell’unica legge che abbia aiutato, negli ultimi anni, le fasce più disagiate della società.
La legge finanziaria – la stessa che ci dice che un professionista da 85.000 euro l’anno pagherà le tasse di un dipendente che ne prende 30.000 – è dunque una netta e precisa (in qualche caso rivendicata) ricerca dello scontro. Davanti al timore di ampi disagi sociali si scelgono deliberatamente il conflitto e la contrapposizione, le mani sui fianchi e la mascella volitiva: la dichiarazione di guerra è stata consegnata nelle mani dei poveri.

Marco e il Bimbominkia


Il bugiardo sincero
di Marco Travaglio
Il 15 luglio, quando Draghi provò a svignarsela, dimettendosi dopo la fiducia di entrambe le Camere, ma senza il voto dei 5Stelle sul dl Aiuti+inceneritore, il Fatto titolò: “Il Papeete di Draghi: s’è sfiduciato da solo”. Poi Mattarella lo rispedì in Parlamento. Ma lui il 20 luglio fece di tutto per non farsi fiduciare da M5S, FI e Lega, e ci riuscì. Il Fatto titolò “Sono sempre i Migliori quelli che se ne vanno. Draghi si autoaffonda: prende a calci M5S e Lega, che non lo votano”. Per quei due titoli fummo linciati da un ampio stuolo di paraculi che negavano l’evidenza: Draghi non vedeva l’ora di fuggire prima che scoppiasse la bomba sociale aggravata dal suo dolce far nulla dopo la trombatura quirinalizia. Ora Renzi rivela che le cose andarono proprio così: furono il Pd e Draghi a opporsi al Draghi bis senza i 5Stelle, ormai superflui dopo la scissione Di Maio.

Narra l’Innominabile che il 20 luglio, in Senato, aveva convinto la Lega: “Salvini mi fa segno con la testa che lui sul Draghi bis c’è e Giorgetti scende a confermarlo… E se c’è la Lega, FI non può che starci”. Resta da convincere il Pd: “Fermo Franceschini, lo vedo scettico: ‘A noi conviene lasciare che sia la destra a intestarsi la fine di Draghi. E si va a votare. Noi faremo una campagna elettorale tutta impostata sul rivendicare Draghi e lasceremo che Di Maio svuoti i 5Stelle”. Come no. Renzi parla in segreto anche a Draghi: “Mario… ti dimetti senza attendere il voto… Si fanno le consultazioni e la maggioranza delle forze politiche indica il Draghi bis per 10 mesi, da qui a maggio 2023… con i grillini all’opposizione”. Ma “Draghi non mi sembra per nulla convinto”. Anche perché ha appena preso a pesci in faccia i 5Stelle e il centrodestra per esser certo che non gli votino la fiducia. E, ottenuto lo scopo, va tutto giulivo a dimettersi, senza che Mattarella possa più trattenerlo. Né Draghi né Salvini né Giorgetti né Franceschini hanno smentito la ricostruzione: quindi dev’essere vera. Resta da capire perché Renzi, avendo saputo (anzi fatto) quelle cose, la sera stessa disse: “Questa crisi grottesca e assurda l’han voluta i 5Stelle. Il primo colpevole è Conte che l’ha aperta, il secondo Salvini che l’ha portata a termine. E anche FI si è accodata ai grillini”. E l’indomani: “Ieri eravamo riusciti in un mezzo miracolo: avevamo convinto il premier a tornare sui suoi passi e a fare i suoi ultimi dieci mesi… Draghi si era convinto… Ma la sua serietà è stata messa in crisi dall’incompetenza e dal populismo del duo Conte-Salvini”. Non solo: “Il Pd e Speranza volevano convincere il M5S a votare la fiducia per fare il Conte-ter giallorosso con Draghi, buttando fuori la Lega”. Cinque o sei versioni dello stesso fatto: per restare bugiardo anche l’unica volta che (forse) dice la verità.