giovedì 20 ottobre 2022

Daniela scopre che...

 

I “liberal” alle vongole bombardano i pacifisti
DI DANIELA RANIERI
Assume toni sempre più veementi, farseschi e penosi insieme, la guerra dell’opinionismo mainstream contro i pacifisti. Chi vuole la pace e ha ancora l’ardire di dirlo pubblicamente, magari senza recitare la previa formula di rito stilata dal tribunale dell’anti-putinismo (“C’è un aggressore e un aggredito”), è già un fiancheggiatore e collaborazionista. Se poi dichiara di partecipare a una manifestazione per la pace, vale a dire per il cessate il fuoco e la convocazione di una conferenza internazionale, la ronda social-mediatica dei cultori della guerra a oltranza lo pesta: è la manifestazione topograficamente corretta, cioè parte dall’Ambasciata russa sita in via del Castro Pretorio? Chiedete voi il ritiro immediato delle truppe russe dall’Ucraina come prima condizione per un negoziato? E allora vedete che siete putiniani?
Da quando la Rete Pace e Disarmo ha annunciato una manifestazione nazionale per il 5 novembre a Roma, a cui hanno aderito sigle e associazioni pacifiste e solidariste tra cui Anpi, Emergency, Gruppo Abele, sindacati etc. (con piazze e percorsi ancora da definire, ahiloro), la corsa a delegittimarla tiene impegnate le menti migliori dell’arco costituzionale e del giornalismo. Prima c’è stato un sit-in il 13 ottobre proprio sotto l’Ambasciata russa, a cui hanno partecipato una manciata di persone e Pd, Italia Viva, Azione, +Europa, per chiedere “il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese” al grido di “Siamo tutti ucraini, siamo tutti europei” (come dice Chomsky, il mondo ci conosce bene come modello di devozione alla sovranità, soprattutto nei casi di Iraq, Libia e Kosovo-Serbia). Costoro sono di quelli convinti che le manifestazioni servano a fare pressione su Putin (che inspiegabilmente dopo il sit-in non si è commosso e non ha ritirato le truppe) e non sui governi europei perché cerchino alternative al continuo invio di armi.
Ieri è venuta alla luce un’altra specie di obiettore di pace: quello che, appena Conte pubblica un video in cui dice che il M5S parteciperà alla manifestazione del 5 novembre, annuncia una contro-manifestazione a Milano nello stesso giorno. Così Calenda: “Scenderemo in piazza per ribadire il sostegno all’Ucraina contro l’invasore russo. La pace non può nascere dalla resa degli ucraini”, che però i promotori della manifestazione di Roma non hanno chiesto (anzi, il manifesto recita: “Condanniamo l’aggressore, rispettiamo la resistenza ucraina, ci impegniamo ad aiutare, sostenere, soccorrere il popolo ucraino, siamo a fianco delle vittime”); poi, nei cieli della vanagloria, cita il Discorso di Pericle agli ateniesi. Per gli organi online del renzismo, la manifestazione di Roma è “pro-Putin” tout court; quella di Milano, indetta dal “Terzo Polo” ovvero dal Sesto, è l’unica “sensata” (infatti aderirà anche Cottarelli, punta di diamante del Pd, uno per cui Putin è come Hitler e dunque niente negoziato). Il tutto per “non lasciare il monopolio della pace a Conte” (come suggerito da Giannini, La Stampa). Contro i pacifisti mollicci e vili, si muove l’ala intellettuale dell’establishment. Panebianco sul Corriere contraddice Bergoglio sulle guerre come “pretesti per provare le armi” e dice: “Se anche, per ipotesi, il commercio delle armi venisse limitato, le guerre non cesserebbero”. Ergo, ben vengano più armi, anche se il nemico ha l’atomica. Sul Foglio Sofri critica l’appello per un negoziato in sei punti firmato da 11 intellettuali (e pubblicato dal Fatto) perché “sembra mirare soprattutto a piegare l’intransigenza del governo ucraino, che ora ha votato di non negoziare finché a capo del Cremlino ci sia Putin, con ciò implicando che la guerra non possa finire se non col cambio di regime in Russia, dunque con la vittoria dell’Ucraina”. Proprio così: se Zelensky si vieta per decreto un negoziato che non preveda il rovesciamento di Putin, ne consegue logicamente che l’unica via d’uscita è combattere fino all’ultimo ucraino, sacrificato alla sete di vittoria di Nato-Usa diventata nostra per contagio. Se perdiamo, pazienza. Ai liberali in trance bellica sembra sensato il rischio apocalittico e insensato l’appello dei manifestanti all’Onu affinché convochi una Conferenza internazionale di pace, come se il verbo di Zelensky fosse Cassazione mondiale. A loro piace l’approccio bullesco della premier finlandese Marin, aspirante membro Nato, che ai cronisti ha detto: “La guerra finisce quando la Russia se ne va dall’Ucraina”. L’avvenenza della premier (lodata per la liquidatoria risatina finale) ha impedito ai nostri commentatori di attivare il cervello: e se Putin non se ne va? Davvero vale la pena di andare a vedere se il suo è un bluff e farci liquefare in sei secondi da un’esplosione nucleare per la cieca ostinazione di capi di Stato e di governo in piena sindrome di Stoccolma-Usa? Non chiedeteglielo: se rispondono no, è solo perché non ragionano.

L'Amaca

 

La fortuna di Noi moderati
DI MICHELE SERRA
Dev’essere bellissimo essere "Noi moderati". Sei un partito di maggioranza e avrai la tua brava fettina di governo, ma nessuno, al di fuori della cerchia dei parenti stretti, sa che esisti.
Tutti i riflettori sono su Meloni, Salvini e Berlusconi, tutti pensano che il centrodestra sia composto solo da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, tutte le polemiche, i litigi, le grane gravano sulle loro spalle. Di Noi moderati non si parla mai e mai si è parlato, né prima né durante né dopo le elezioni.
Un privilegio raro in quella chiassosa baraonda che è la politica italiana.
Se sei un eletto di Noi moderati puoi raggiungere i palazzi romani inosservato, tranquillo, nessuna telecamera ti bracca per farti domande imbarazzanti. Nemmeno la fatica di un’intervista, se non su uno di quei pittoreschi quotidiani romani quasi monopagina, organi di partiti semiclandestini, finanziati con fondi pubblici e letti solo da chi li scrive. Quanto al nome del gruppo parlamentare, che per esteso è Civici d’Italia-Noi Moderati-Maie, nemmeno gli aderenti sono in grado di citarlo per esteso. Pare che nel raggruppamento siano confluiti anche Nci-Iac e Udc-Ci, ma si è perduta memoria del significato di quelle lettere, che paiono cadute da una scatola dello Scarabeo.
Il più noto di Noi Moderati è Lorenzo Cesa, stimato democristiano di lunghissimo corso. Gli si attribuisce l’unico tentativo di dare una solida struttura ideologica al gruppo: «La famiglia è al centro della nostra idea di Italia». Dev’essere un modo elegante per far capire che essere in pochi non è di ostacolo, se ci si sente in famiglia.
Unico problema la scritta sul citofono, lunghissima: Civici d’Italia-Noi Moderati-Maie-ex Nci Iac-ex Udc-Ci.
Un eventuale Sottosegretariato alla Sintesi non li vede tra i favoriti.

mercoledì 19 ottobre 2022

Saggezza eterna




Sagge parole



Condivido queste osservazioni di Elena Camminati con le quali mi trovo completamente d'accordo.

Post di Elena Camminati:

IPER CATTOLICO
Parto dalle parole. 
Iper: prefisso di parole derivate dal greco con il significato generico di «sopra, oltre»…. per denotare (in aggettivi e sostantivi) qualità, quantità, condizioni in grado superiore al normale [Treccani]

Quindi sta a significare un grado elevatissimo, una qualità o una caratteristica portata alla massima espressione. 

Cattolico: etimologicamente significa universale. Per questo significato, l’aggettivo è stato attribuito alla Chiesa romana (Chiesa cattolica), ispirata a principi di universalità, e quindi anche alla religione che ne è l’espressione. [Treccani]

Quindi aperto, di tutti e per tutti, rivolto a tutti.  

Nella vulgata politichese che circola nel nostro Paese, “cattolico” sta per chi si definisce su posizioni per cui la sua fede religiosa incide sulle sue scelte politiche. 

Ma è qui che si inquinano e si confondono i piani. 

Allora mi dispiace molto, moltissimo che sempre di più da ora nel mio Paese si pensi che i cattolici sono solo quelli lì, gli “iper”.
Per me, che non sono nessuno e faccio solo la fatica di starci dentro, essere cattolici avrebbe relazione con lo stare appresso più che si può, come si può, al Vangelo di Gesù.  E nel Vangelo Gesù non dà mai etichette; anzi quando qualcuno - e i suoi c’hanno provato subito - cerca di differenziare, distinguersi, separare, Gesù si arrabbia. 
Il Vangelo da scagliare addosso come arma contundente a chi si giudica diverso, inadeguato, fuori standard, è un’invenzione tutta nostra.(loro)

Se c’è un “iper” nell’adesione di fede certo è nel sacrario della propria coscienza che ciascuno lo vive. Ma è lecito pensare che abbia a che fare con la carità, la misericordia, i Sacramenti, la giustizia sociale, la mitezza, il senso del bene universale.

Mi sforzerò di pensare che comunque il presidente della Camera è mio fratello nella Fede. Mi sforzerò di rilevare tutte le inadeguatezze e le prevaricazioni di cui sarà protagonista. Mi chiedo come ci siamo arrivati e chiedo venia per ciò che è imputabile a me.

But: Not in my name.

Vabbè Gesù poi infatti è finito malissimo, fino a tre giorni prima.

Osho!


 

Dalla foto...

Se aveste frequentato con maggior impegno i corsi del PNDS (Purché Non Diventi Santo) in tutti questi anni, forse non vi stupireste più di tanto d'innanzi alle storiche baggianate di ieri del Caimano, il quale non è assolutamente fuori di testa, anzi, continua più di prima nella sua opera devastante la nostra democrazia, oramai comicamente adagiata sulle sue macro nefandezze, divenute normalità. 

E allora partiamo da questa foto, festeggiante la nomina a capo gruppo in Senato di un'ex infermiera che in passato gli organizzava le famigerate cene eleganti: guardate i personaggi che sono stati normalizzati, la figlia di tale Cinghialone che ha razziato il paese per almeno un decennio - si però era un gran politico, non come quelli di oggi! -, l'ex presidente del Senato Vien Dal Mare che un tempo dalla Gruber confermò che il Silvio suo fosse veramente convinto che Mubarak avesse una nipote marocchina e, sempre lei, partecipò alla manifestazione contro il Pool di Mani Pulite sulle scalinate del tribunale di Milano, e poi Gasparri - e ho detto tutto - ed infine Lotito che sta alla decenza e al rispetto delle regole come il Pregiudicato alla nostra Costituzione. 

Ed ecco il capolavoro del finto pazzo Nano: tutti scocciati e irati sulla proposta di mettere Casellati alla Giustizia - "Giorgia ci metterà Nordio! - da vedere nel magistrato indicato dalla Meloni, il riscatto e la fine del berlusconesimo! Niente di più sbagliato! Silvio avrà Nordio alla Giustizia tra la soddisfazione massima di allocchi e servitù ed otterrà l'ennesimo traguardo personale alla faccia nostra, perché, come spiega Travaglio, Nordio è più scafato della Casellati e gli sminuzzerà la Severino, salvandolo dalla nuova e probabile cacciata dal Senato! 


Il Caimano inoltre quando perde le staffe, annusando di vedersi sminuire il potere, diventa violento e fascista: ieri ha definito per ben due volte il Premier in pectore "la signora Meloni", ha raccontato della ripresa della love story con Putin, per mettere il bastone tra le ruote a Tajani probabile, sino a ieri, ministro degli Esteri, ha sottolineato, come Minkia Nostra suggerisce, che "l'uomo della signora Meloni lavora per me" - non il compagno, non l'on Meloni, non "lavora per Mediaset da cui io mi sono giustamente staccato per ovvie ragioni politiche!- e questo per destabilizzare ulteriormente il quadro politico, per agguantare più privilegi, per proteggerlo dai tribunali, per difendere le sue tv che da tempo immemore gli abbiamo concesso di tenere, contro ogni regola del buon senso e della nostra Carta. 

Andatevi a leggere la storia di Nordio, gustatevi i bei volti in foto. E forse capirete!


Super Robecchi

 

Da B. a Monti e Draghi. Dopo 15 anni di Salvatori, un italiano su tre è povero
di Alessandro Robecchi
Brutta roba, i numeri. Dovrebbero spiegare, e invece rendono tutto freddo, algido, tecnico, tutto algebricamente smerigliato. Così dal rapporto Caritas pubblicato ieri da tutta la stampa nazionale – dopo lo sfoglio sul totoministri, Silvio a Canossa, Giorgia statista e altre amenità per chi ci casca – non è facile estrarre il succo di vite in bilico, di paure per domani che mordono già oggi, di umiliazione per le code, dell’indecenza dell’indigenza nazionale.
Non so se è il caso di ripetere qui lo stillicidio: 5,6 milioni di poveri assoluti, altri 15 milioni a rischio di diventarlo, sul crinale, un piede di qua, un piede di là, un italiano su quattro, impaurito se va bene, praticamente sicuro che domani sarà peggio di oggi, che già è una discreta merda.
Niente retorica, per carità, non serve, non aiuta. Ma in queste settimane di passaggio, in cui esperti e osservatori ci spiegano le dinamiche del voto, le scelte del Paese (pardon… ora bisogna dire Nazione, secondo la riforma semantica dei camerati… ops, patrioti), sarebbe forse il caso di chiedersi da dove vengono questi numeri freddi, la genesi, il percorso, che strada hanno fatto questi fottuti poveri per triplicare in quindici anni. Erano – sempre fonte Istat – un milione e ottocentomila quindici anni fa, e oggi sono 5,6 milioni, il che vuol dire che sono cresciuti di tre volte, che dove ce n’era uno ora ce ne sono tre. Quindici anni, non una vita, ma un tempo abbastanza lungo per capire chi, come, perché, per valutare politiche e strategie. Quindici anni fa, regnava un Silvio vorace, non il fantasma gaffeur di oggi, che ci portava in quel baratro di spread che fece tremare tutti. E per “salvarci” – cominciava il carosello dei Salvatori – arrivava Monti, e poi altri governi di emergenza e decoro economico, tutti o quasi a massiccia presenza progressista e democratica, che sciccheria. La cavalleria leggera (leggerissima) del “Siamo tutti sulla stessa barca”, aiutiamoci, facciamo qualche sacrificio. E piovevano soldi sulle aziende, sui datori di lavoro, decontribuzioni, e insieme contratti leggeri, corti, cortissimi. Il pensiero debole (debolissimo) che se aiuti chi produce – le aziende, gli imprenditori – andrà poi bene anche a chi lavora, in una cascatella di redistribuzione che dalle tavole imbandite lascia cadere qualche briciola.
Ora si vede che non era vero: c’è povertà assoluta nel 7 per cento delle famiglie con occupati, cioè tra quelli che un lavoro ce l’hanno. Ed è più del doppio rispetto al 2011 (erano il 3,1), quando arrivava Mario Monti con il loden, accolto come Mosè con le tavole, che ci salvava lui, ci pensava lui, meno male che c’è lui… e tutti gli altri salvatori in fila, fino a Mario Draghi, altro salvatore da cosa non si sa. Non si capisce che salvezza, infatti, se anche tra chi lavora la povertà è raddoppiata. E tutti, in questi quindici anni di arretramento e di impoverimento, con il chiodo fisso e il nemico comune, perennemente additato: niente conflitto, niente battaglia, niente casino, non sporcare, non urlare, non baccagliare per il reddito, o per i diritti. Zitti e buoni, che sennò i mercati… che sennò l’Europa… e alla fine il bilancio di quindici anni di politiche “virtuose”, senza conflitto, senza lotta, è che a milioni non mettono insieme il pranzo con la cena, il triplo di prima. Un po’ di lotte forse servivano, un po’ di conflitto, forse, li avrebbe difesi meglio, ’sti poveri moltiplicati per tre in 15 anni, mentre invece si beccano solo l’eterno “colpa loro”.