mercoledì 19 ottobre 2022

Dalla foto...

Se aveste frequentato con maggior impegno i corsi del PNDS (Purché Non Diventi Santo) in tutti questi anni, forse non vi stupireste più di tanto d'innanzi alle storiche baggianate di ieri del Caimano, il quale non è assolutamente fuori di testa, anzi, continua più di prima nella sua opera devastante la nostra democrazia, oramai comicamente adagiata sulle sue macro nefandezze, divenute normalità. 

E allora partiamo da questa foto, festeggiante la nomina a capo gruppo in Senato di un'ex infermiera che in passato gli organizzava le famigerate cene eleganti: guardate i personaggi che sono stati normalizzati, la figlia di tale Cinghialone che ha razziato il paese per almeno un decennio - si però era un gran politico, non come quelli di oggi! -, l'ex presidente del Senato Vien Dal Mare che un tempo dalla Gruber confermò che il Silvio suo fosse veramente convinto che Mubarak avesse una nipote marocchina e, sempre lei, partecipò alla manifestazione contro il Pool di Mani Pulite sulle scalinate del tribunale di Milano, e poi Gasparri - e ho detto tutto - ed infine Lotito che sta alla decenza e al rispetto delle regole come il Pregiudicato alla nostra Costituzione. 

Ed ecco il capolavoro del finto pazzo Nano: tutti scocciati e irati sulla proposta di mettere Casellati alla Giustizia - "Giorgia ci metterà Nordio! - da vedere nel magistrato indicato dalla Meloni, il riscatto e la fine del berlusconesimo! Niente di più sbagliato! Silvio avrà Nordio alla Giustizia tra la soddisfazione massima di allocchi e servitù ed otterrà l'ennesimo traguardo personale alla faccia nostra, perché, come spiega Travaglio, Nordio è più scafato della Casellati e gli sminuzzerà la Severino, salvandolo dalla nuova e probabile cacciata dal Senato! 


Il Caimano inoltre quando perde le staffe, annusando di vedersi sminuire il potere, diventa violento e fascista: ieri ha definito per ben due volte il Premier in pectore "la signora Meloni", ha raccontato della ripresa della love story con Putin, per mettere il bastone tra le ruote a Tajani probabile, sino a ieri, ministro degli Esteri, ha sottolineato, come Minkia Nostra suggerisce, che "l'uomo della signora Meloni lavora per me" - non il compagno, non l'on Meloni, non "lavora per Mediaset da cui io mi sono giustamente staccato per ovvie ragioni politiche!- e questo per destabilizzare ulteriormente il quadro politico, per agguantare più privilegi, per proteggerlo dai tribunali, per difendere le sue tv che da tempo immemore gli abbiamo concesso di tenere, contro ogni regola del buon senso e della nostra Carta. 

Andatevi a leggere la storia di Nordio, gustatevi i bei volti in foto. E forse capirete!


Super Robecchi

 

Da B. a Monti e Draghi. Dopo 15 anni di Salvatori, un italiano su tre è povero
di Alessandro Robecchi
Brutta roba, i numeri. Dovrebbero spiegare, e invece rendono tutto freddo, algido, tecnico, tutto algebricamente smerigliato. Così dal rapporto Caritas pubblicato ieri da tutta la stampa nazionale – dopo lo sfoglio sul totoministri, Silvio a Canossa, Giorgia statista e altre amenità per chi ci casca – non è facile estrarre il succo di vite in bilico, di paure per domani che mordono già oggi, di umiliazione per le code, dell’indecenza dell’indigenza nazionale.
Non so se è il caso di ripetere qui lo stillicidio: 5,6 milioni di poveri assoluti, altri 15 milioni a rischio di diventarlo, sul crinale, un piede di qua, un piede di là, un italiano su quattro, impaurito se va bene, praticamente sicuro che domani sarà peggio di oggi, che già è una discreta merda.
Niente retorica, per carità, non serve, non aiuta. Ma in queste settimane di passaggio, in cui esperti e osservatori ci spiegano le dinamiche del voto, le scelte del Paese (pardon… ora bisogna dire Nazione, secondo la riforma semantica dei camerati… ops, patrioti), sarebbe forse il caso di chiedersi da dove vengono questi numeri freddi, la genesi, il percorso, che strada hanno fatto questi fottuti poveri per triplicare in quindici anni. Erano – sempre fonte Istat – un milione e ottocentomila quindici anni fa, e oggi sono 5,6 milioni, il che vuol dire che sono cresciuti di tre volte, che dove ce n’era uno ora ce ne sono tre. Quindici anni, non una vita, ma un tempo abbastanza lungo per capire chi, come, perché, per valutare politiche e strategie. Quindici anni fa, regnava un Silvio vorace, non il fantasma gaffeur di oggi, che ci portava in quel baratro di spread che fece tremare tutti. E per “salvarci” – cominciava il carosello dei Salvatori – arrivava Monti, e poi altri governi di emergenza e decoro economico, tutti o quasi a massiccia presenza progressista e democratica, che sciccheria. La cavalleria leggera (leggerissima) del “Siamo tutti sulla stessa barca”, aiutiamoci, facciamo qualche sacrificio. E piovevano soldi sulle aziende, sui datori di lavoro, decontribuzioni, e insieme contratti leggeri, corti, cortissimi. Il pensiero debole (debolissimo) che se aiuti chi produce – le aziende, gli imprenditori – andrà poi bene anche a chi lavora, in una cascatella di redistribuzione che dalle tavole imbandite lascia cadere qualche briciola.
Ora si vede che non era vero: c’è povertà assoluta nel 7 per cento delle famiglie con occupati, cioè tra quelli che un lavoro ce l’hanno. Ed è più del doppio rispetto al 2011 (erano il 3,1), quando arrivava Mario Monti con il loden, accolto come Mosè con le tavole, che ci salvava lui, ci pensava lui, meno male che c’è lui… e tutti gli altri salvatori in fila, fino a Mario Draghi, altro salvatore da cosa non si sa. Non si capisce che salvezza, infatti, se anche tra chi lavora la povertà è raddoppiata. E tutti, in questi quindici anni di arretramento e di impoverimento, con il chiodo fisso e il nemico comune, perennemente additato: niente conflitto, niente battaglia, niente casino, non sporcare, non urlare, non baccagliare per il reddito, o per i diritti. Zitti e buoni, che sennò i mercati… che sennò l’Europa… e alla fine il bilancio di quindici anni di politiche “virtuose”, senza conflitto, senza lotta, è che a milioni non mettono insieme il pranzo con la cena, il triplo di prima. Un po’ di lotte forse servivano, un po’ di conflitto, forse, li avrebbe difesi meglio, ’sti poveri moltiplicati per tre in 15 anni, mentre invece si beccano solo l’eterno “colpa loro”.

Marco l'ha capita bene!

 

L’alternativa del Nano
di Marco Travaglio
Atre settimane dal voto dobbiamo già scegliere fra il peggio e il peggio: alla Giustizia preferiamo Casellati o Nordio, calcolando che la seconda ipotesi prevede l’on. avv. Sisto vicepresidente del Csm? Casellati sarebbe una Guardasigilli voluta da B. e abolirebbe la legge Severino (votata nel 2012 sia da lei sia da B.) perché glielo chiede B.. Nordio viceversa sarebbe un Guardasigilli non voluto da B. e abolirebbe la Severino perché pensa che sia un abominio escludere i pregiudicati dal Parlamento. L’una lo farebbe per convenienza, l’altro per convinzione, ma invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambierebbe. Se non per il fatto che, nel secondo caso, l’organo di autogoverno della magistratura sarebbe guidato dall’ex avvocato di B. nel processo di Bari per induzione a tacere del suo pappone Gianpi Tarantini sulle mignotte a domicilio. La scelta fra due opzioni che producono un risultato pessimo era nota come “L’alternativa del Diavolo” nel romanzo di Frederick Forsyth. Ora è “L’alternativa del Caimano”. E la dobbiamo agli elettori e agli eletti di destra che non riescono a trovare dei ministri normali; ma anche ai vertici del Pd che li hanno aiutati a vincere. Ci avevano raccontato che la destra ci avrebbe trascinati fra le braccia di Putin e Orbán, invece in politica estera non cambierà nulla. È sulla giustizia che riusciranno nell’ardua impresa di fare ancor peggio di Draghi&Cartabia.
Dobbiamo solo scegliere che faccia avrà il peggio. Quella della Serbelloni Casellati Vien Dal Mare (e pure dall’Aria: è madrina ad honorem del personale viaggiante), arciconvinta che B. pensasse davvero che l’egiziano Mubarak avesse una nipote marocchina? O quella dell’ex pm veneziano, che si scordò per quattro anni nel cassetto il fascicolo su D’Alema e Occhetto lasciandolo prescrivere perché aveva altro da fare (cosa?), e nel 2003, da magistrato, banchettò da “Fortunato al Pantheon” con Previti un mese prima che fosse condannato per corruzione di giudici perché “è simpatico e brillante e non è un mio imputato”? E B. ci aveva pure avvertiti con l’unico discorso serio che conosce: una barzelletta. “Gheddafi chiede a Berlusconi di inviare una delegazione in Libia e lui manda due sfigati: Cicchitto e Bondi. Questi cadono nelle mani dell’unica tribù ribelle e finiscono legati a un palo. Attorno a loro i guerrieri danzano urlando ‘bunga bunga’. Lo stregone domanda a Cicchitto: ‘Morire o bunga bunga?’. Cicchitto risponde: ‘Bunga bunga’. E tutti i guerrieri profittano di lui. A quel punto lo stregone si rivolge a Bondi: ‘Morire o bunga bunga’? Bondi, vista la fine che ha fatto Cicchitto, dice: ‘Morire’. E lo stregone: ‘Sì, bene morire, ma prima un po’ di bunga bunga’”. Ecco, gli sfigati siamo tutti noi.

L'Amaca

 

Per fortuna che Silvio c’è
DI MICHELE SERRA
Berlusconi era fuori controllo anche da giovane, figuriamoci adesso.
Il vantaggio, rispetto a quando era il Caimano, è che ora si ride con più agio, liberi dall’angoscia di saperlo in condizione di fare danni gravi, se non a se stesso e alla sua coalizione.
L’episodio «riconciliazione con Putin», con scambio di «lettere dolcissime» (parole sue) è sublime, ci sono perfino le bottiglie di vodka in regalo, mancano i colbacchi, il caviale e le matrioske, ma è solo questione di tempo. Si immagina, sfuggita di bocca una simile puttanata al loro boss, il trafelato sgomento dei collaboratori, il Tajani bruscamente sottratto alle dichiarazioni nei tigì (condivide il record mondiale con Lollobrigida di Fratelli d’Italia), la Ronzulli che si accascia, la Casellati che chiede chiarimenti al suo staff non sapendo di non averne più uno, i figli che si telefonano per valutare le ripercussioni che eventuali sanzioni avrebbero sul patrimonio di famiglia.
C’era un cartoon degli anni Ottanta,Mister Magoo, nel quale un vecchietto ipovedente, guidando la sua utilitaria, produceva catastrofi senza averne la minima cognizione. Politicamente parlando, anche Forza Italia è ormai un’utilitaria (city car, nella dizione contemporanea), ma alla guida c’è un vero e proprio poeta della gaffe, del vaniloquio, della bravata controproducente.
Vedi come è beffarda la storia: le residue speranze che una schiacciante maggioranza di destra collassi su se stessa per sua insipienza, e in assenza di una opposizione compatta, sono affidate a Berlusconi. Per fortuna che è rimasto in politica. Ci toccherà presto cantare, sia pure di nascosto, “per fortuna che Silvio c’è”.

martedì 18 ottobre 2022

Andrea ci vede bene!


Le baruffe chiozzotte tra l’urlatrice nera e il nonnino caimano

di Andrea Scanzi

Berlusconi lotta ancora in mezzo a noi, e anche solo in questa constatazione c’è tutta la pochezza morale, l’impresentabilità politica e l’irredimibilità etica di questo Paese. Nel nome di un “cambiamento” più inesistente che frainteso, la maggioranza dei (pochi) elettori si è affidata a Giorgia Meloni, che di nuovo non ha nulla e che è accompagnata quasi sempre dalla stessa gente che c’era già nel 2001 e 2008 (talora perfino nel 1994).
In uno dei momenti più drammatici della Storia recente, l’Italia se ne sta masochisticamente inchiodata nelle pastoie di una squallida baruffa chiozzotta tra un’urlatrice nera e un caimano al crepuscolo. La solita propensione italica al tragicomico – da noi la tragedia si fa come noto quasi sempre farsa – ha fatto poi sì che questa rissa miserrima tra Fratelli di Ricino e Forza Gasparri si sia riassunta nella figura di tal Ronzulli, che Berlusconi vuole a tutti i costi in un ruolo di potere manco fosse la Thatcher e che il mondo tutto ricorda (se la ricorda) unicamente per il suo farsi un selfie in diretta ad Agorà, a pochi giorni dal voto, mentre stava parlando un’imprenditrice in lacrime per il caro-bollette e il conseguente rovescio economico.
Siamo ancora qui, dopo quel 1994 che per Montanelli (per una volta stranamente troppo ottimista) doveva essere un vaccino berlusconiano dopo il quale gli elettori avrebbero imparato la lezione: come no. Berlusconi è ancora lì a dettar legge, o quantomeno a provarci, più o meno con gli stessi voti della Lega e con la fregola genetica di metter le mani sulla giustizia. La mestizia è tale che una come la Meloni, la stessa che fino a ieri urlava sguaiata in Spagna (e non solo in Spagna) come una pesciarola querula o se preferite come una Pillon bionda e non meno retrograda, passi ora per statista perché par resistere ai ricatti del Berlusca (lo stesso Berlusca di cui ha avallato in passato le peggiori porcate e di cui fingeva di amare persino barzellette e battutacce). Certo che la Meloni è più preparata di Salvini (vale per tutti o quasi) e più seria di Berlusconi (idem), ma è una gara così al ribasso che forse la vincerebbe persino il Poro Asciugamano in ciabatte.
Viviamo in un contesto eticamente post-atomico e politicamente apocalittico. “La politica è schifosa e fa male alla pelle”, cantava Gaber nel 1980, ed è pure quasi sempre idiota e noiosa. La Russa (Ignazio) al Senato, Fontana (Lorenzo) alla Camera, la Meloni a Palazzo Chigi: mancano solo le cavallette e la bomba atomica (quest’ultima, peraltro, potrebbe pure arrivare). Gli italiani, per dirla con un francesismo, “si sono fatti la frusta per il loro culo” (complimenti!) e il governo che verrà sarà un Frankenstein vomitevole di cariatidi destro-centriste e tecnici draghiani.
A questo scenario oltremodo esaltante va aggiunta un’aggravante che potremmo definire “emozionale”: le condizioni fisiche di Berlusconi. L’uomo che dal 1994 al 2011 ha incarnato al meglio il Male politico era un dominus arrogante e spietato: combatterlo, per chi ama questo Paese, era naturale. Oggi Berlusconi è eticamente uguale a prima, dunque irricevibile, ma l’uomo è comprensibilmente vecchio e stanco. Confonde Zelensky con Zagrebelsky, barcolla (ma non molla) a Palazzo Madama e si fa ridere dietro su TikTok mentre ammazza mosche e biascica a caso. Dentro di sé è ancora il Caimano che ha distrutto dalle fondamenta l’Italia, ma all’esterno pare un nonnino mezzo rincitrullito. E dunque, più che rabbia, mette malinconia. Togliendoci ulteriore voglia di ribellarci e incazzarci. La tempesta perfetta: auguri e buona catastrofe.

Alé Marco!

 

Pesi e misure
di Marco Travaglio
Siccome anche gli orologi fermi segnano l’ora esatta due volte al giorno, fa bene il Pd a denunciare le interferenze di Marina e Pier Silvio B. nelle trattative fra il padre e Giorgia Meloni: non si vede cosa c’entrino col governo la presidente Fininvest e Mondadori e l’amministratore delegato Mediaset. Anzi, si vede benissimo, ma il fatto che sembri normale aggrava l’anomalia. Invece il Pd fa molto male a non nominare Fedele Confalonieri (presidente Mediaset) e Gianni Letta (ex dirigente e lobbista del Biscione da sempre), che s’impicciano nella politica da 40 anni e hanno sempre inciuciato col centrosinistra per evitare che risolvesse il conflitto d’interessi. Che, per quanto duri dal 1994, è tuttoggi una gravissima lesione della Costituzione: dell’art. 3 sull’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e dell’art. 97 sull’“imparzialità dell’amministrazione”.
Proprio la Costituzione dovrebbe essere la bussola di un’opposizione seria per giudicare la nuova maggioranza col giusto rigore, ma senza doppiopesismi. La destra ha tutto il diritto di eleggere a presidenti delle Camere due uomini di destra: l’idea che dovesse scegliere figure “super partes” e non “divisive” è una barzelletta. Basta pensare – sul fronte opposto – a Pertini, Ingrao, Iotti, Bertinotti, Boldrini, lo stesso Fico: può presiedere imparzialmente l’aula anche chi è portatore di idee forti e dunque divisive (solo i morti e le amebe non ne hanno). La Russa è un vecchio fascista che giurò fedeltà alla Costituzione antifascista per fare il ministro: ora dovrà evitare frasi e azioni nostalgiche, o dimettersi perché incompatibile con la seconda carica di uno Stato antifascista. Fontana è un catto-conservatore, anzi reazionario, ma questo rientra nella libertà di pensiero e di culto. È anche contro l’aborto come tutti i cattolici, ma anche alcuni laici (Pasolini, Bobbio), perché ritiene che l’embrione sia vita da subito, e pure questo è un suo diritto. Il limite che la Carta gli impone è di rispettare il diritto di chi la pensa diversamente di parlare e agire. Vale anche per le unioni gay e per i diritti Lgbtq, tutelati dai principi di eguaglianza e di libera espressione. Anche Meloni dovrà osservare questo discrimine: un conto è combattere la denatalità con politiche sociali per le famiglie e le madri single, anche aiutando chi non vuol abortire, un altro è vietare l’aborto. Quanto al Papa, bisognerebbe evocarlo con parsimonia, ma anzitutto mettersi d’accordo: non si può applaudire chi lo fa se si chiama Mattarella o Draghi e fischiarlo se si chiama La Russa o Fontana. Tanto prima o poi sarà il Papa a fischiare chi lo evoca e fa l’opposto di ciò che lui dice. Ma questo rischio, sulla guerra, lo corrono sia la destra sia il Pd sia Mattarella e Draghi.

L'Amaca

 

Dalla parte degli esterrefatti
DI MICHELE SERRA
Sono esterrefatto che nemmeno se ne parli», dice il neosenatore dem Crisanti a proposito delle voci che Ignazio La Russa sia stato eletto anche con il voto di qualche senatore del Pd. Aggiunge di essere «un neofita e un ingenuo», quasi per giustificare la sua indignazione.
Ma se il compito di un eletto è rappresentare i suoi elettori, sappia l’ingenuo Crisanti che ci rappresenta molto bene: siamo altrettanto esterrefatti, e lo siamo in tanti. Lo siamo nonostante la politica ci abbia abituati a tutto, a cominciare dai proverbiali centouno che affossarono Prodi, anonimi anche molti anni dopo un atto politico che, evidentemente, fu così scellerato, o così scemo, da non poter essere rivendicato nemmeno dal più cinico di quei centouno. Altrimenti almeno uno su cento lo avrebbe ammesso, no?
Allo stesso modo, nel caso qualche senatore del Pd abbia davvero votato La Russa, sappia Crisanti che non lo dirà mai. Lo sa anche Enrico Letta, dal quale però sarebbe bello attendersi, in proposito, qualche parola chiara e pesante, non importa se per negare o per confermare, oppure per dirsi impotente di fronte a manfrine che passano sopra e sotto la sua persona. Letta, anche dopo la sconfitta, gode della simpatia di molti elettori del Pd, convinti che il problema non sia lui. Il problema è il modus politicante di quel partito, erede anche suo malgrado di una grande tradizione.
Un modus da casta per giunta ridotta a castina. Il problema è mettere a profitto — perché in fin dei conti fa comodo — la perdita di una identità certa: equivale a un “liberi tutti” grazie al quale anche Pinco Pallino sente di poter contare qualcosa in quanto Pinco Pallino.