mercoledì 19 ottobre 2022

Marco l'ha capita bene!

 

L’alternativa del Nano
di Marco Travaglio
Atre settimane dal voto dobbiamo già scegliere fra il peggio e il peggio: alla Giustizia preferiamo Casellati o Nordio, calcolando che la seconda ipotesi prevede l’on. avv. Sisto vicepresidente del Csm? Casellati sarebbe una Guardasigilli voluta da B. e abolirebbe la legge Severino (votata nel 2012 sia da lei sia da B.) perché glielo chiede B.. Nordio viceversa sarebbe un Guardasigilli non voluto da B. e abolirebbe la Severino perché pensa che sia un abominio escludere i pregiudicati dal Parlamento. L’una lo farebbe per convenienza, l’altro per convinzione, ma invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambierebbe. Se non per il fatto che, nel secondo caso, l’organo di autogoverno della magistratura sarebbe guidato dall’ex avvocato di B. nel processo di Bari per induzione a tacere del suo pappone Gianpi Tarantini sulle mignotte a domicilio. La scelta fra due opzioni che producono un risultato pessimo era nota come “L’alternativa del Diavolo” nel romanzo di Frederick Forsyth. Ora è “L’alternativa del Caimano”. E la dobbiamo agli elettori e agli eletti di destra che non riescono a trovare dei ministri normali; ma anche ai vertici del Pd che li hanno aiutati a vincere. Ci avevano raccontato che la destra ci avrebbe trascinati fra le braccia di Putin e Orbán, invece in politica estera non cambierà nulla. È sulla giustizia che riusciranno nell’ardua impresa di fare ancor peggio di Draghi&Cartabia.
Dobbiamo solo scegliere che faccia avrà il peggio. Quella della Serbelloni Casellati Vien Dal Mare (e pure dall’Aria: è madrina ad honorem del personale viaggiante), arciconvinta che B. pensasse davvero che l’egiziano Mubarak avesse una nipote marocchina? O quella dell’ex pm veneziano, che si scordò per quattro anni nel cassetto il fascicolo su D’Alema e Occhetto lasciandolo prescrivere perché aveva altro da fare (cosa?), e nel 2003, da magistrato, banchettò da “Fortunato al Pantheon” con Previti un mese prima che fosse condannato per corruzione di giudici perché “è simpatico e brillante e non è un mio imputato”? E B. ci aveva pure avvertiti con l’unico discorso serio che conosce: una barzelletta. “Gheddafi chiede a Berlusconi di inviare una delegazione in Libia e lui manda due sfigati: Cicchitto e Bondi. Questi cadono nelle mani dell’unica tribù ribelle e finiscono legati a un palo. Attorno a loro i guerrieri danzano urlando ‘bunga bunga’. Lo stregone domanda a Cicchitto: ‘Morire o bunga bunga?’. Cicchitto risponde: ‘Bunga bunga’. E tutti i guerrieri profittano di lui. A quel punto lo stregone si rivolge a Bondi: ‘Morire o bunga bunga’? Bondi, vista la fine che ha fatto Cicchitto, dice: ‘Morire’. E lo stregone: ‘Sì, bene morire, ma prima un po’ di bunga bunga’”. Ecco, gli sfigati siamo tutti noi.

L'Amaca

 

Per fortuna che Silvio c’è
DI MICHELE SERRA
Berlusconi era fuori controllo anche da giovane, figuriamoci adesso.
Il vantaggio, rispetto a quando era il Caimano, è che ora si ride con più agio, liberi dall’angoscia di saperlo in condizione di fare danni gravi, se non a se stesso e alla sua coalizione.
L’episodio «riconciliazione con Putin», con scambio di «lettere dolcissime» (parole sue) è sublime, ci sono perfino le bottiglie di vodka in regalo, mancano i colbacchi, il caviale e le matrioske, ma è solo questione di tempo. Si immagina, sfuggita di bocca una simile puttanata al loro boss, il trafelato sgomento dei collaboratori, il Tajani bruscamente sottratto alle dichiarazioni nei tigì (condivide il record mondiale con Lollobrigida di Fratelli d’Italia), la Ronzulli che si accascia, la Casellati che chiede chiarimenti al suo staff non sapendo di non averne più uno, i figli che si telefonano per valutare le ripercussioni che eventuali sanzioni avrebbero sul patrimonio di famiglia.
C’era un cartoon degli anni Ottanta,Mister Magoo, nel quale un vecchietto ipovedente, guidando la sua utilitaria, produceva catastrofi senza averne la minima cognizione. Politicamente parlando, anche Forza Italia è ormai un’utilitaria (city car, nella dizione contemporanea), ma alla guida c’è un vero e proprio poeta della gaffe, del vaniloquio, della bravata controproducente.
Vedi come è beffarda la storia: le residue speranze che una schiacciante maggioranza di destra collassi su se stessa per sua insipienza, e in assenza di una opposizione compatta, sono affidate a Berlusconi. Per fortuna che è rimasto in politica. Ci toccherà presto cantare, sia pure di nascosto, “per fortuna che Silvio c’è”.

martedì 18 ottobre 2022

Andrea ci vede bene!


Le baruffe chiozzotte tra l’urlatrice nera e il nonnino caimano

di Andrea Scanzi

Berlusconi lotta ancora in mezzo a noi, e anche solo in questa constatazione c’è tutta la pochezza morale, l’impresentabilità politica e l’irredimibilità etica di questo Paese. Nel nome di un “cambiamento” più inesistente che frainteso, la maggioranza dei (pochi) elettori si è affidata a Giorgia Meloni, che di nuovo non ha nulla e che è accompagnata quasi sempre dalla stessa gente che c’era già nel 2001 e 2008 (talora perfino nel 1994).
In uno dei momenti più drammatici della Storia recente, l’Italia se ne sta masochisticamente inchiodata nelle pastoie di una squallida baruffa chiozzotta tra un’urlatrice nera e un caimano al crepuscolo. La solita propensione italica al tragicomico – da noi la tragedia si fa come noto quasi sempre farsa – ha fatto poi sì che questa rissa miserrima tra Fratelli di Ricino e Forza Gasparri si sia riassunta nella figura di tal Ronzulli, che Berlusconi vuole a tutti i costi in un ruolo di potere manco fosse la Thatcher e che il mondo tutto ricorda (se la ricorda) unicamente per il suo farsi un selfie in diretta ad Agorà, a pochi giorni dal voto, mentre stava parlando un’imprenditrice in lacrime per il caro-bollette e il conseguente rovescio economico.
Siamo ancora qui, dopo quel 1994 che per Montanelli (per una volta stranamente troppo ottimista) doveva essere un vaccino berlusconiano dopo il quale gli elettori avrebbero imparato la lezione: come no. Berlusconi è ancora lì a dettar legge, o quantomeno a provarci, più o meno con gli stessi voti della Lega e con la fregola genetica di metter le mani sulla giustizia. La mestizia è tale che una come la Meloni, la stessa che fino a ieri urlava sguaiata in Spagna (e non solo in Spagna) come una pesciarola querula o se preferite come una Pillon bionda e non meno retrograda, passi ora per statista perché par resistere ai ricatti del Berlusca (lo stesso Berlusca di cui ha avallato in passato le peggiori porcate e di cui fingeva di amare persino barzellette e battutacce). Certo che la Meloni è più preparata di Salvini (vale per tutti o quasi) e più seria di Berlusconi (idem), ma è una gara così al ribasso che forse la vincerebbe persino il Poro Asciugamano in ciabatte.
Viviamo in un contesto eticamente post-atomico e politicamente apocalittico. “La politica è schifosa e fa male alla pelle”, cantava Gaber nel 1980, ed è pure quasi sempre idiota e noiosa. La Russa (Ignazio) al Senato, Fontana (Lorenzo) alla Camera, la Meloni a Palazzo Chigi: mancano solo le cavallette e la bomba atomica (quest’ultima, peraltro, potrebbe pure arrivare). Gli italiani, per dirla con un francesismo, “si sono fatti la frusta per il loro culo” (complimenti!) e il governo che verrà sarà un Frankenstein vomitevole di cariatidi destro-centriste e tecnici draghiani.
A questo scenario oltremodo esaltante va aggiunta un’aggravante che potremmo definire “emozionale”: le condizioni fisiche di Berlusconi. L’uomo che dal 1994 al 2011 ha incarnato al meglio il Male politico era un dominus arrogante e spietato: combatterlo, per chi ama questo Paese, era naturale. Oggi Berlusconi è eticamente uguale a prima, dunque irricevibile, ma l’uomo è comprensibilmente vecchio e stanco. Confonde Zelensky con Zagrebelsky, barcolla (ma non molla) a Palazzo Madama e si fa ridere dietro su TikTok mentre ammazza mosche e biascica a caso. Dentro di sé è ancora il Caimano che ha distrutto dalle fondamenta l’Italia, ma all’esterno pare un nonnino mezzo rincitrullito. E dunque, più che rabbia, mette malinconia. Togliendoci ulteriore voglia di ribellarci e incazzarci. La tempesta perfetta: auguri e buona catastrofe.

Alé Marco!

 

Pesi e misure
di Marco Travaglio
Siccome anche gli orologi fermi segnano l’ora esatta due volte al giorno, fa bene il Pd a denunciare le interferenze di Marina e Pier Silvio B. nelle trattative fra il padre e Giorgia Meloni: non si vede cosa c’entrino col governo la presidente Fininvest e Mondadori e l’amministratore delegato Mediaset. Anzi, si vede benissimo, ma il fatto che sembri normale aggrava l’anomalia. Invece il Pd fa molto male a non nominare Fedele Confalonieri (presidente Mediaset) e Gianni Letta (ex dirigente e lobbista del Biscione da sempre), che s’impicciano nella politica da 40 anni e hanno sempre inciuciato col centrosinistra per evitare che risolvesse il conflitto d’interessi. Che, per quanto duri dal 1994, è tuttoggi una gravissima lesione della Costituzione: dell’art. 3 sull’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e dell’art. 97 sull’“imparzialità dell’amministrazione”.
Proprio la Costituzione dovrebbe essere la bussola di un’opposizione seria per giudicare la nuova maggioranza col giusto rigore, ma senza doppiopesismi. La destra ha tutto il diritto di eleggere a presidenti delle Camere due uomini di destra: l’idea che dovesse scegliere figure “super partes” e non “divisive” è una barzelletta. Basta pensare – sul fronte opposto – a Pertini, Ingrao, Iotti, Bertinotti, Boldrini, lo stesso Fico: può presiedere imparzialmente l’aula anche chi è portatore di idee forti e dunque divisive (solo i morti e le amebe non ne hanno). La Russa è un vecchio fascista che giurò fedeltà alla Costituzione antifascista per fare il ministro: ora dovrà evitare frasi e azioni nostalgiche, o dimettersi perché incompatibile con la seconda carica di uno Stato antifascista. Fontana è un catto-conservatore, anzi reazionario, ma questo rientra nella libertà di pensiero e di culto. È anche contro l’aborto come tutti i cattolici, ma anche alcuni laici (Pasolini, Bobbio), perché ritiene che l’embrione sia vita da subito, e pure questo è un suo diritto. Il limite che la Carta gli impone è di rispettare il diritto di chi la pensa diversamente di parlare e agire. Vale anche per le unioni gay e per i diritti Lgbtq, tutelati dai principi di eguaglianza e di libera espressione. Anche Meloni dovrà osservare questo discrimine: un conto è combattere la denatalità con politiche sociali per le famiglie e le madri single, anche aiutando chi non vuol abortire, un altro è vietare l’aborto. Quanto al Papa, bisognerebbe evocarlo con parsimonia, ma anzitutto mettersi d’accordo: non si può applaudire chi lo fa se si chiama Mattarella o Draghi e fischiarlo se si chiama La Russa o Fontana. Tanto prima o poi sarà il Papa a fischiare chi lo evoca e fa l’opposto di ciò che lui dice. Ma questo rischio, sulla guerra, lo corrono sia la destra sia il Pd sia Mattarella e Draghi.

L'Amaca

 

Dalla parte degli esterrefatti
DI MICHELE SERRA
Sono esterrefatto che nemmeno se ne parli», dice il neosenatore dem Crisanti a proposito delle voci che Ignazio La Russa sia stato eletto anche con il voto di qualche senatore del Pd. Aggiunge di essere «un neofita e un ingenuo», quasi per giustificare la sua indignazione.
Ma se il compito di un eletto è rappresentare i suoi elettori, sappia l’ingenuo Crisanti che ci rappresenta molto bene: siamo altrettanto esterrefatti, e lo siamo in tanti. Lo siamo nonostante la politica ci abbia abituati a tutto, a cominciare dai proverbiali centouno che affossarono Prodi, anonimi anche molti anni dopo un atto politico che, evidentemente, fu così scellerato, o così scemo, da non poter essere rivendicato nemmeno dal più cinico di quei centouno. Altrimenti almeno uno su cento lo avrebbe ammesso, no?
Allo stesso modo, nel caso qualche senatore del Pd abbia davvero votato La Russa, sappia Crisanti che non lo dirà mai. Lo sa anche Enrico Letta, dal quale però sarebbe bello attendersi, in proposito, qualche parola chiara e pesante, non importa se per negare o per confermare, oppure per dirsi impotente di fronte a manfrine che passano sopra e sotto la sua persona. Letta, anche dopo la sconfitta, gode della simpatia di molti elettori del Pd, convinti che il problema non sia lui. Il problema è il modus politicante di quel partito, erede anche suo malgrado di una grande tradizione.
Un modus da casta per giunta ridotta a castina. Il problema è mettere a profitto — perché in fin dei conti fa comodo — la perdita di una identità certa: equivale a un “liberi tutti” grazie al quale anche Pinco Pallino sente di poter contare qualcosa in quanto Pinco Pallino.

Toh Merlo!

 

Spero solo che Merlo non abbia scritto questo articolo per dar inizio alla "fase di avvicinamento" al melonismo!
Il racconto
Silvio va a Canossa e chiude la stagione delle donne-contante
DI FRANCESCO MERLO
Alle 16 e 40 di ieri pomeriggio, l’unto del Signore ha consegnato all’unta del Signore la sua Italia, che non è mai stata la nostra Italia, e “la patonza ha smesso di girare”. L’uomo della provvidenza della destra ha infatti ceduto lo scettro alla donna della provvidenza della destra, una creatura che da 14 anni non capisce e disprezza, una bizzarria di cui non ammetteva neppure l’esistenza e addirittura, quand’era sua ministra, non ricordava neanche il nome. E perciò tagliava corto e chiedeva «dov’è la piccola?», ma non nel senso affettuoso di Fred Buscaglione, ehi, ehi, ehi le grido piccola , ma in quello della statura di una senza-nome. Giorgia lo ricambiò con un «non mi piace questo Berlusconi» dichiarato con impudenza a Retequattro. Era il Berlusconi che invadeva la politica con le Olgettine.
E invece ieri Berlusconi l’ha incoronata come fosse la regina del Trono di Spade che è nata nella tempesta postfascista e proprio come la piccola e bionda Khaleesi, madre dei draghi, mantiene un fondo oscuro nonostante la luce che cerca di propagare intorno a sé. E meno male che ci hanno regalato i presidenti mostri La Russa e Fontana, se no ci toccava recitare Kavafis: E ora, che ne sarà di noi senza Barbari? / Loro erano una soluzione .
È stato dunque falso, come può essere falsa solo la politica, l’allegro e sorridente duetto, il “vorrei e non vorrei” della cerimonia della pace, sorrisi e ministeri, con quel comunicato congiunto cha traduce in sordo burocratese la bugia di Mozart: là ci darem la mano, là mi dirai di sì . Il “là” ieri era via della Scrofa, presa d’assedio come una volta succedeva solo in via del Plebiscito quando il cavaliere si affacciava con la panza stretta al balcone di Palazzo Grazioli. Via del Plebiscito era la strada del potere romano, seconda sola ad Arcore, sangue e terra, dove, prima che diventasse il tempio del Berlusconi- Satyricon, si andava per scalare le classi sociali e per risolvere i conflitti: «Venite con le signore», diceva il padrone di casa, e addirittura Matteo Renzi ci andò per far carriera a sinistra. Via del Plebiscito rimase il Palazzo della metafora pasoliniana anche quel pomeriggio quando Berlusconi si mise a denunziare i magistrati nella sfigatissima ora della condanna e dietro il vetro si indovinava allegro solo il musetto di Dudù: «La gente è conme e non con loro».
Perciò ieri la giornata è stata storica pure per la via della Scrofa, la strada stretta e lunga che era già la tana dei fascistoni ai tempi di Piazza del Gesù, Botteghe Oscure e via del Corso, e oggi tutti dicono: «È Canossa, è Canossa, è Canossa». E vogliono dire che la stanza che fu di Almirante e poi di Fini è il castello di Matilde di Canossa dove si umiliò Enrico IV («Sono il solo che tutte le settimane va a Canossa», mi disse Maurizio Landini che lì vive con la moglie a San Polo d’Enza).
E però ieri non è stata una banale “andata a Canossa”, che dai tempi di Craxi-De Mita ne avevamo già viste tante, e neppure una resa all’avversario-alleato come fu tra Letta e Renzi. Berlusconi in via della Scrofa è, come dicevamo, “la patonza che ha smesso di girare”, la fine delle donne in politica come contante, come buca keynesiana, e va detto che nessuno in Italia ne aveva mai immesse e promosse così tante. «Ingrata», era già sbottato Berlusconi in quel lontano 2008 contro «la piccola»: «Viene a parlar male di me proprio a Retequattro, a casa mia». E già allora non era un’antipatia e neppure uno scontro di caratteri, ma l’incomunicabilità di Antonioni. Lei muoveva le truppe del congresso di Viterbo, primo trampolino della sua carriera, lui faceva muovere le Olgettine (dalla Ronzulli, dissero le intercettazioni) nel parcheggio di San Siro; lei saltava nel cerchio di fuoco e lui compensava le Olgettine con l’utilitaria, il mutuo, seimila euro,l’appartamentino, un posto di deputato e forse, chissà, di ministro per far pagare agli italiani il compenso — “il regalino” al “corpo speciale” dove ci si esercitava anche nel doppio gioco e nello spionaggio. Di questo “grande gioco alla matriciana”, dove Berlusconi era il Doctor No, Giorgia Meloni pensava malissimo ma le mancava il coraggio di dirlo anche se ogni tanto qualcosa le scappava.
E quando Forza Italia e An si fusero e lei divenne segretaria degli “azzurrini-neri”, le diversità antropologiche esplosero in disprezzo reciproco: i giovani per Berlusconi erano il Kindergarten e lei invece apriva le riunioni gridando «siamo i ribelli»; lui fondò la scuola per la svalvolata, per la scombiccherata, per la mitomane, e lei faceva i seminari Atreju sulla punta più alta del Colle Oppio. E figuriamoci come reagiva lui quando gliela raccontavano in jeans strappati e maglietta, maleducata, aggressiva e lontanissima dal “tipo” non solo della donna-capo, che nelle cene eleganti si esibiva alla pertica della lap dance in stivali neri, frusta in mano e cappello di poliziotta, ma più in generale della donna in politica.
Un giorno, per sedurre tutti quei ragazzi, azzurri e neri, Berlusconi si presentò senza doppiopetto di Caraceni e senza cravatta, in camicia nera, e si lanciò in un discorso nostalgico sulle cose buone del fascismo e sulla forza dell’anticomunismo. E forse la sfida iniziò proprio quella sera del 2010 quando i due mondi, che si erano formalmente fusi, entrarono davvero in cortocircuito. Il Secolo d’Italia perfidamente definì Giorgia Meloni la «leader dei giovani di Forza Italia» e lei, intervistata da Luca Telese: «Sono incazzatissima. Ma non per me. Per tutti quelli che sono qui, perché credono in qualcosa, nella politica, nella passione, nella loro storia, e si vedono scippati e irrisi. Il fatto è che io sono la leader di migliaia di giovani, e loro lo sanno benissimo». Le azzurrine in minigonna e borsetta tiravano i bigliettini con il numero di telefono al premier. Mentre le militanti nere lo interrompevano e fece scalpore l’intervento irridente di Carolina Varchi: «Ma davvero lei viene da noi a fare il nostalgico sul fascismo? ». Mai Berlusconi perdonò a Giorgia Meloni la risata collettiva che quella sera lo umiliò e mai Giorgia gli perdonò il voltafaccia del 2015, quand’era candidata a sindaco di Roma e Berlusconi all’ultimo momento cresimò o forse “scresimò” Alfio Marchini: «Piace alle donne e dunque appoggeremo lui». Vinse Virginia Raggi.
Ebbene sono tutti lì, i ragazzi che ridevano, sono il quartier generale di via della Scrofa, compreso il presidente La Russa che era già con Giorgia e non solo perché era la grande amica di suo figlio Geronimo. Berlusconi li sente ancora ridere: Donzelli era il responsabile degli universitari, Fazzolari era l’organizzatore dei congressi, Augusta Montaruli era responsabile degli studenti di Torino, e poi Carlo Fidanza, Carolina Varchi, sperduta militante catanese, Marsilio, il responsabile di Colle Oppio e oggi governatore dell’Abruzzo.
Berlusconi e Giorgia Meloni non si prenderanno mai e se a entrambi trema un poco il corè perché entrambi pensano l’uno dell’altra chepuò burlarmi ancor . Nella sua autobiografia Giorgia ricorda pure quel video divenuto virale, con la voce di Berlusconi che, rifiutandosi per l’ennesima di ricordarne il nome, chiede dov’è la piccola e «la voce veniva distorta per far diventare “piccola” “zoccola”». E «ancora oggi — conclude Meloni — stento a capire come una persona sana di mente abbia potuto ritenere che avrei accolto quell’insulto di fronte a milioni di persone sorridendo».
Ecco, chissà se Berlusconi ha capito che consegnandosi nella stanza di Giorgia ha dato l’addio al laboratorio che per quasi trent’anni è stato per Italia di destra al femminile quel che l’ Ecole Nationale d’Administration è stato in Francia. Comunque vada a finire, da ieri “la patonza ha smesso di girare”.

PNDS

 



Per chi lo studia e s'indigna da quasi trent'anni dinnanzi ai voli barbarici dello schiavizzante le libertà italiche, quella di ieri è stata una giornata memorabile, in parte. Essendo un consigliere del PNDS (Purché Non Diventi Santo) ho avuto accesso a tutte le fasi che hanno preceduto l'incontro in Via della Scrofa, ovvero l'impensabile atto di sottomissione che Al Tappone ha dovuto subire, dovendosi spostare lui, fatto inaudito nel lustri precedenti. E allora lo avranno adeguatamente preparato al mefitico evento: la Licia avrà simulato una tipica organizzazione delle feste che furono, spargendo per casa vestiti da infermiera, stivaloni, pali da lap dance. Il poveretto invaso da attacchi biliari, stordito dall'inevitabile tracollo fisico, avrà tempestato i sodali con discorsi che noi comuni mortali confezioniamo per ricercare quel poco di visibilità che da troppo tempo manca, nel bar, nel circolo, davanti ad un caffè.
Mi par di sentirlo: "ho evitato almeno tre guerre mondiali, Obama e Putin mi chiamavano continuamente, il segretario dell'Onu era addirittura stressante! Non mi hanno dato il Nobel solo per invidia!"

Tajani e la Bernini al solito gli hanno portato la rassegna stampa scientemente corretta, i titoli dei principali quotidiani modificati ad arte, ponendolo sempre al centro di tutto: "Zelensky chiama Silvio!" - "Il Papa vorrebbe fare un sinodo ad Arcore." - "Biden domani a Villa Grande per parlare con Silvio!" - "Gli indigeni amazzonici cercano Silvio!" e via andare. Solo la prima pagina del Giornale non viene mai modificata, perché la ragione è già denigrata quotidianamente dal direttore il MinzoStrisciaCarte.

Più passava il tempo e più all'ex sovrano di tutti loro cresceva la collera, che neppure le foto della Minetti son riuscite a rasserenarlo. Dopo aver salutato l'amata Marta, rigorosamente in Morse visto l'afonia totale della compagna - l'avete mai sentita parlare? - e aver con lei deciso in quali conti correnti andranno i 28mila euro mensili che devotamente noi tutti verseremo a questa fantastica coppia, il sovrano deposto è salito quasi forzatamente nell'auto, dove improvvisamente, un rigurgito della sua famigerata vanagloria ingorda, lo ha nuovamente assalito, e il caimano che è in lui ha escogitato il canonico "pan per focaccia", in altri tempi manifestatosi con servizi rancorosi delle sue tv, in altre occasione riesumando dossier impolverati per abbattere il nemico di turno. 

Questa volta no, con Giorgia ha deciso di farla attendere un po', circa mezzora, arrivando alle 16:30 e scusandosi con lei per quel ritardo causato da problemi sorti inaspettatamente. E mentre si avviava con il premier in pectore verso la sala dell'incontro, sorrideva, al solito, sbeffeggiando norme, convenienze a quant'altro ostacolino il suo tremebondo ego.