venerdì 29 luglio 2022

Sempre lui!

 

Sala & Tabacci
di Marco Travaglio
Stavamo per cascare nella trappola dello scoop della Stampa sul ruolo dell’ambasciata russa nella decisione di Salvini di negare la fiducia a Draghi. Poi ci ha aperto gli occhi una prova più rocciosa della smentita di Gabrielli: la firma di Jacopo Iacoboni. Noto negli ambienti del fantasy perché vede Putin dappertutto, anche nella siccità e nell’acidità di stomaco, il commissario Iacoboni è il segugio che smascherò la Mata Hari putinian-grillina Beatrice Di Maio, salvo scoprire che era la moglie di Brunetta (che ora si spera segua il marito nei Democratici Progressisti cari anche a Iacoboni). Del resto, se la caduta di Draghi l’avesse voluta Putin, il suo primo complice sarebbe Draghi, che vi si è impegnato molto più di lui: per fare un dispetto a Putin gli sarebbe bastato non insultare la Lega e i 5Stelle mentre chiedeva loro la fiducia. Invece s’è sfiduciato da solo, putiniano che non è altro.
In attesa del prossimo scoop del commissario sul ruolo di Putin dietro la triade monnezza-cinghiali-incendi a Roma ora che non c’è più la Raggi, la notizia del giorno la dobbiamo al Foglio. Infatti riguarda un fenomeno clandestino quasi quanto il Foglio: il Partito dei Sindaci che impegna Di Maio, Tabacci e Sala. Impegno comprensibile per Di Maio e Tabacci, a caccia di un posto al sole e soprattutto a sedere; meno per Sala, che già fa il sindaco. Tabacci porta il simbolo Centro democratico che, già presente in altre elezioni (dal Pleistocene), non necessita di firme e viene offerto ogni volta in franchising al bisognoso di turno: nel 2018 la Bonino, ora i postulanti dimaiani che, non arrivando a 73,5 elettori, 73.500 firme se le scordano. Lo scopo dichiarato è “dare voce ai 2mila sindaci per Draghi”. Ma, nota sconsolato il Foglio, “all’accordo manca il punto fondamentale: trovarli questi benedetti sindaci. Almeno uno”. Be’, dài, almeno un paio su 2mila si troveranno, no? No: “Nessuno vuol fare la figura del fesso che mette la faccia su un cartello che rischia di servire solo a rieleggere Di Maio, Tabacci e qualche altro fedelissimo” (un pensiero commosso alla Azzolina e agli altri 62 geni che fanno da poltrona a Giggino). Si dava per scontato Pizzarotti (che fra l’altro non è sindaco), ma si defila persino lui: “Non ho aderito a progetti elettorali”. Ah ecco. Sala sindaco lo è, ma proprio per questo non può: “Do una mano a Di Maio, ma non farò parte di nulla”. Mannaggia. “Manca il front runner”, qualunque cosa significhi: Sala potrebbe prestare Stefano Boeri, che però fa l’architetto, non il sindaco. E andrebbe perlomeno interpellato: mica è un ficus. La notizia più ferale è che si sta scoglionando pure Tabacci: “Non parlo di cose elettorali, non ho tempo da perdere, sto lavorando al Cipess”. O al Cipress.

giovedì 28 luglio 2022

Travaglio!

 

La Tigre di Lexotan
di Marco Travaglio
La campagna elettorale è appena cominciata ed è già tutto chiaro. Siccome il Rosatellum impone le alleanze elettorali più larghe possibili, la coalizione favorita – la destra – tiene dentro tutti, mentre quella sfavorita – il centrosinistra – tiene dentro chi non ha i voti e fuori chi li ha. La destra litiga su chi fa il premier: Salvini e B., in picchiata nei sondaggi, non vogliono la Meloni, colpevole di essere prima. B. dice che “Meloni spaventa i nostri elettori”, che però sono un quinto di quelli di FdI, cioè molti meno di quanti ne spaventa lui. Se passa la regola del “vinca il peggiore”, alla fine a Palazzo Chigi andrà Lupi, o Cesa. Il Pd invece, avendo scelto di perdere, non ha il problema del premier: Letta parla solo di quello vecchio, sotto forma di Agenda Draghi. Seguiranno Portapenne Draghi, Gomma Draghi, Svuotatasche Draghi e tutto il set. Più che il premier, Letta vuol fare il “front runner”, che nessuno sa cosa sia, tranne che è come “un quadro di Van Gogh” (una natura morta) e ha “gli occhi di tigre”: la Tigre di Mompracem, anzi di Lexotan. Calenda invece rivuole Draghi e si allea con Letta solo se giura che non farà il premier. Se poi Draghi non vuole, “al massimo il premier lo faccio io”: si sacrifica lui.
Siccome il perimetro di Letta è l’Agenda Draghi, i 5Stelle sono fuori perché nell’ultima settimana non gli han votato la fiducia: invece Fratoianni, che non gliel’ha votata mai per 18 mesi, è dentro. E fa coppia fissa con l’ambientalista Bonelli nel Cocomero rosso-verde, simbolo ortofrutticolo della transizione ecologica che è l’opposto del programma del neoalleato Calenda. Il quale, se tutto va bene, porta con sé mezza FI: Brunetta, Gelmini, Carfagna e tal Giusy Versace, che “non riconoscono più i toni di Berlusconi” (in effetti è da un po’ che non dà dei “comunisti con le mani sanguinanti” ai pidini e dei “coglioni” ai loro elettori, non fa bisbocce con Putin, non mima il mitra alle giornaliste russe, non ripete che “i giudici sono un cancro da estirpare”, non loda il Duce e non racconta quella della mela al doppio gusto). Col Pd c’è anche il Partito dei Sindaci, nato da un furtivo amplesso fra Di Maio e Sala allo scopo di candidare Di Maio, che non è sindaco, e Pizzarotti, che non lo è più e ha passato gli ultimi cinque anni a insultare Di Maio. Sala invece sindaco lo è, ma non si candida, e come lui nessun altro sindaco: per entrare nel Partito dei Sindaci bisogna non essere sindaci. E ovviamente avere un simbolo, fornito da Tabacci, che l’ultima volta l’aveva prestato alla Bonino, che adesso sta con Calenda e ha liberato il posto. Ora manca l’insegna: Sala&Tabacci.
Conte corre da solo con i 5Stelle. E Grillo, dopo 18 mesi di impegno indefesso per affossarli, pare minacci di fare finalmente qualcosa per loro: andarsene.

mercoledì 27 luglio 2022

Accontentiamoci



Certo, un aperitivo a Castelpusterlengo o a Seregno ha un altro fascino. Ma accontentiamoci!

Ancora uno sforzo…



Ormai mancano solo Rosa e Olindo che parlino di buon vicinato e poi ci potremmo mettere sereni in riva al mare ad attendere Armageddon!

Spifferi

 



Marco e la storiaccia di sinistra

 

9 anni e non sentirli
di Marco Travaglio
Lo dicevo io che bisognava seguire la Direzione Pd. Letta è stato spiritoso (“i sondaggi ci premiano per la nostra linearità e nettezza”). Ma soprattutto chiaro: “Con Forza Italia abbiamo lavorato bene nel governo Draghi”. Poi, proprio sul più bello, i berluscones hanno negato la fiducia. Ma è stato il loro unico errore. Non invocare la cacciata dei 5Stelle, non proporre di abolire il Rdc, non respingere il salario minimo e gli altri 8 punti sociali di Conte, non combattere la transizione green a suon di trivelle, inceneritori e rigassificatori, non sposare la schiforma Cartabia e la controriforma fiscale pro ricchi, non fare muro su catasto e balneari, non sostenere i referendum per l’impunità, non bocciare – per citare le uniche proposte del Pd in 17 mesi – lo Ius Scholae, la legge Zan e la mini-tassa di successione per i patrimoni sopra i 5 milioni. Quelli sono pregi: “Dobbiamo convincere gli elettori di FI a votare per noi”. E meno male che B. non ha votato la fiducia, sennò entrerebbe pure lui di diritto nei Democratici e Progressisti con Calenda, Di Maio, Brunetta, Gelmini, Carfagna e forse – non poniamo limiti – Toti e Brugnaro.
Mentre Letta nipote (tutto suo zio), parlava, sul suo profilo Fecebook la base indignata invocava Bersani e Conte. Ma lui stroncava sul nascere il dissenso (peraltro invisibile: in Direzione nessuno ha osato contraddirlo, come i bei tempi di Renzi): “Sul M5S i nostri elettori han dato un giudizio lapidario”. E chissà dove, visto che non sono stati consultati neppure gli iscritti. Qualcuno si domanderà come possa il segretario, mentre sbarra le porte agli alleati nell’unico governo di centrosinistra della legislatura, elogiare un partito di destra guidato da un pregiudicato, plurimputato, pluriprescritto, finanziatore di Cosa Nostra, tuttora indagato per strage. Altri vorranno sapere perché le 9 misure progressiste chieste da Conte a Draghi non le abbia proposte il Pd. Domande oziose, tipiche di chi non è ancora guarito dal virus della sinistra. E di chi ha rimosso il governo Letta (2013-’14), chiave di lettura indispensabile per l’oggi. Affossato Bersani col tiro al Prodi e col bis di Napolitano, Letta andò al governo con FI e i montiani. E per 10 mesi non fece assolutamente nulla, tranne abolire l’Imu sulle case dei ricchi (come promesso a B.), attentare all’art. 138 della Costituzione (come promesso a re Giorgio) e inseguire B. in fuga perché il Senato voleva cacciarlo dopo la condanna (per la Severino). B. se ne andò lo stesso, ma Letta si resse per altri tre mesi grazie alla scissione dei forza-poltronisti Alfano&C. Poi arrivò la giusta punizione: Renzi. Otto anni dopo, ricomincia con gli stessi ingredienti. Comunque vada, sarà un successo.

Robecchi e l'annacquato PD

 

Pillole per votare. Credere al Pd? Servirebbe la sedazione di massa
di Alessandro Robecchi
Quella cosa delle pulci con la tosse non è del tutto sbagliata, e la spiega molto bene Matteo Renzi: “Se pensano di poterci abbindolare con due seggi non ci conoscono”. Tranquillo, vi conoscono, ma già siamo alla battaglia per i posti (pochi), e sempre meno blindati (traduco: niente seggi sicuri a Bolzano), quindi a breve assisteremo a spettacolini poco decorosi in cui si sommeranno preghiere e minacce per salire sul pittoresco carro di Enrico Letta. Secondo altri, addirittura, sul carro dovrebbe salire lui. Dice Calenda che il suo programma è quello lì, se il Pd ci sta bene, sennò farà da solo (cioè, con Bonino, cioè da solo).
È uno strano modo di condurre una trattativa, un po’ come andare a comprare una Porsche con trentacinque euro e, incredibilmente, trovare un concessionario che dice, va bene, qua la mano. Misteri che la direzione del Pd di ieri non ha del tutto chiarito, e non era possibile, anche perché non si sa dove mettere nel mazzo né alcuni centristi un po’ imbarazzanti (chiedere ai propri militanti di votare Brunetta, specie se sono dipendenti pubblici insultati per anni, non sarà uno scherzetto), né chi si definisce orgogliosamente “a sinistra del Pd” e che poi vota come il Pd, torna a casa Lassie.
Ma sia, la cronaca la conosciamo, da qui alla formazione delle liste, in confronto, la corte dei Borgia sembrerà la famigliola del Mulino Bianco. E questo è il prima, lo stupefacente “qui e ora”, che già scoraggia un bel po’. E poi, per scoraggiarsi definitivamente, ci sarebbe “il dopo”. Nell’ipotesi, al momento improbabile, che i “democratici e progressisti” riescano a resistere alla destra, si troverebbero dentro un po’ di tutto, il bar di Guerre stellari. Non so, Gelmini e Fratoianni, per dire, magari con un peone alla Camera di nome Renzi, un Calenda che detta le tavole della legge, tutti a sventolare l’agenda Draghi. Dove, faccio notare, alcune cose sono scritte sempre al futuro, lo ius scholae si farà, il salario minimo si farà, l’agenda sociale si farà, vedremo, forse. Nel programma di Calenda, per dire, c’è che bisogna “militarizzare” (testuale) i siti dove si prevedono inceneritori o rigassificatori, e non so se un governo di “democratici e progressisti” possa veramente usare l’esercito così, a capocchia di Calenda. O la detassazione totale per le assunzioni di under 25, che sarebbe un altro regalo sontuoso ai datori di lavoro.
Non se ne esce, a meno che non ci venga in aiuto la scienza. Una pillola che fa dimenticare sarebbe l’ideale, una specie di amnesia universale, un vuoto di memoria che consenta all’elettore di scordarsi tutto. Credere a un’ipotetica “agenda sociale” promessa da tutti quelli che hanno votato il Job act o il decreto Poletti è possibile soltanto in caso di grave ottundimento. Lo spettacolo di una classe politica che ha governato per dieci anni negli ultimi undici e che ora dice di voler fare l’esatto contrario non è tollerabile, a meno, appunto, di procurarsi una forte amnesia, di svegliarsi dopo un coma decennale e ritrovarsi in un mondo fatato dove il Pd parla di salari e di precarietà. Per ora la precarietà che si sta sistemando è quella dei disperati sotto il tre per cento che si presentano minacciosi, ma col cappello in mano.
Una sedazione di massa sarebbe invero utile. Potrebbe riportarci alla fine del governo Monti, quando si dicevano dell’“agenda Monti” le stesse cose che si dicono ora dell’“agenda Draghi”, quando si pronunciavano solenni “mai più” e laboriosi piani di rilancio a sinistra. Ed eccoci all’oggi, dieci anni fa tondi tondi.