lunedì 20 giugno 2022

Di Maio

 Sono d'accordo con la scelta del movimento di mettere all'angolo l'attuale ministro degli Esteri, non foss'altro perché se il M5S non si stacca da quell'accozzaglia con cui ha accettato di condividere l'esperienza governativa, il destino sarà sicuramente orientato all'estinzione. 

Non è ammissibile condividere gli stessi traguardi con il cazzaro e il pregiudicato. 

Non è ammissibile continuare ad accettare che s'inviino armi all'Ucraina per poi piangere altri morti. 

Il Movimento 5 Stelle deve riappiopparsi della propria identità. 

Senza Di Maio, veleggiante verso nuove a dorate poltrone. 

Adieu Bibitaro! 

Che asini!



Ehh ma il marxismo da sempre è una boiata, senza senso, fuori dalla storia… hiiiiii-ohhhhh… hiiiiiiii-ohhhhh

Difficile scelta

 


domenica 19 giugno 2022

Libera opinione



Oggi mentre roditori incalliti auspicherebbero una linea unica di pensiero, a cinquant’anni dalla trivellazione magistrale di Bob Woodward e Carl Bernstein con il consequenziale affossamento di Nixon, mentre un eroe dell’indagine nei meandri degli abominevoli eccidi di massa a stelle e strisce sta per essere deportato nel sepolcro imbiancato di apparente libertà chiamati States, quale modo migliore di questo per farsi un’opinione libera nella canicola balneare?

Il Bibitaro Travagliato

 

Il disallineato
di Marco Travaglio
Oltre al razionamento dell’energia e dell’acqua, le autosanzioni occidentali, la battaglia del gas e del grano, la cobelligeranza per difendere il Donbass a sua (e nostra) insaputa, la siccità, il revival del Covid e del carbone, i rincari di bollette, benzina e materie prime, l’inflazione, la recessione, i cinghiali, i rifiuti a 35 gradi all’ombra, le cavallette in Sardegna e il governo Draghi in tutta Italia, attendevamo la mazzata finale. E prontamente ce l’ha inferta il ministro Di Maio: “È a repentaglio la sicurezza dell’Italia”. E perché mai? Per “una bozza di risoluzione che ci disallinea dall’alleanza della Ue e della Nato”, che notoriamente “è un’alleanza difensiva” (come ben sanno Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia e altri beneficiari del nostro difensivismo). Prima di piazzare i cavalli di frisia agli usci e i sacchi di sabbia alle finestre, è bene individuare il nemico alle porte: il M5S, che vorrebbe inserire nella risoluzione di maggioranza per il dibattito parlamentare di martedì una frase che impegni il governo a non inviare altre armi in Ucraina o almeno a far prima votare le Camere. Il che, per il Draghetto Grisù, comporterebbe l’immediata uscita (pardon, “disallineamento”: fa più fine) dalla Nato e dall’Ue.
Abbiamo sempre difeso Di Maio da chi lo caricaturava come un bibitaro bifolco, anche se ora non ne ha più bisogno: gli bastano i baci della morte di Ballusti, Minzolingua, Sambuca, Merlo, Folli, Franco, rag. Cerasa, pidini, forzisti e renziani. Ma temiamo gli sfuggano un paio di particolari che un ministro degli Esteri dovrebbe conoscere: nella Nato e nell’Ue siedono diversi Paesi che non hanno inviato a Kiev nemmeno una fionda e/o non hanno sanzionato la Russia. Eppure nessuno li ha espulsi per “disallineamento”. Quindi non si comprende quali pericoli correrebbe la sicurezza nazionale se l’Italia tornasse all’art. 11 della Costituzione e la smettesse di armare un paese non alleato: cosa che non ha mai fatto prima con altri popoli aggrediti, dai curdi ai russofoni del Donbass massacrati per otto anni dalle truppe ucraine. Non solo l’Italia non rischierebbe nulla, ma tornerebbe protagonista di una svolta europea (come due anni fa col Recovery): si accrediterebbe, insieme ai paesi che la seguirebbero, come mediatore del negoziato Kiev-Mosca. Tutti ormai sanno che è inevitabile, per gli ucraini che contano 500-1000 morti al giorno e per i danni devastanti di una guerra lunga sull’economia europea. Ma nessuno fa il primo passo. Ora il M5S, finché è il primo gruppo parlamentare, potrebbe intestarsi anche quel merito. Se invece il “disallineamento” che teme il Draghetto Grisù è quello tra le sue terga e la poltrona, dispiace, per carità. Ma abbiamo problemi lievemente più seri.

L'Amaca

 

Lavorare meno e meglio
DI MICHELE SERRA
Anche Gardaland fatica a trovare lavoratori stagionali, così possiamo aggiornare l’annosa polemica sui “giovani che non vogliono lavorare”. A patto di aggiornarla senza barare (in molti casi orari folli e stipendi bassi non sono un incentivo), è una discussione molto interessante e tutt’altro che “stagionale”. Indica una “perdita di importanza” del lavoro nella vita delle persone giovani, almeno nelle società del benessere.
Che questo dipenda dalla bassa qualità dell’offerta o anche da qualcosa di più strutturale — per esempio una concezione della vita meno incentrata sul sacrificio — credo stentino a capirlo anche sociologhi, sindacalisti, imprenditori.
Sta di fatto che lavorare meno, e possibilmente meglio, sembra essere un’ambizione diffusa.
Se ne deve prendere atto senza moralismi, specialmente noi boomer che, tra tanti torti, abbiamo il merito di avere lavorato molto, e in genere anche volentieri, forse perché l’idea che il mondo fosse tutto da costruire era tipica dei nostri anni di formazione, e molto coinvolgente. Non è più così, al “dover lavorare” non corrisponde più la stessa gratificazione sociale e personale. È inutile lagnarsene, ma è inevitabile chiedersi in quale modo potrà ricomporsi il rapporto tra ciò che si produce e ciò che si consuma, tra ciò che si dà e ciò che si chiede, tra i doveri e i bisogni.
E questo è un mistero la cui soluzione è nelle mani e nelle menti di chi verrà dopo di noi.
Consumare di meno? Vivere più sobriamente, ma con più spazio e tempo per se stessi?
Confidare nell’automazione come motore di ricchezza, ammesso che la distribuzione della medesima sia poi larga ed equa? Sperare che i Paesi poveri continuino a fornire braccia e sudore ancora per qualche secolo? Varrebbe la pena campare almeno un’altra vita per sapere come andrà a finire.

sabato 18 giugno 2022

Dibba su Assange

 

Assange: uccidere un eroe per far sì che tutti restino codardi 

(di A. Di Battista)

Per comprendere il successo elettorale di Jean-Luc Mélenchon basta leggere le ultime dichiarazioni che il leader della France Insoumise ha rilasciato su Julian Assange. “Se lunedì sarò Primo ministro, Assange avrà la cittadinanza francese e sarà decorato per i servizi dati alla Francia”. Parole piuttosto chiare. Una presa di posizione netta. Tutto il contrario di quel che avviene dalle nostre parti dove, salvo rare e preziosissime eccezioni, i politici hanno il terrore di schierarsi dalla parte di Assange. Oltre ai politici tacciono molti giornalisti per non parlare degli attori, dei cantanti, degli influencer. Tutti strenui sostenitori del politicamente corretto, incalliti frequentatori delle proprie comfort zone ben remunerate, difensori delle verità comode.

A 78 anni, Roger Waters, cofondatore dei Pink Floyd, non perde occasione per ricordare il caso Assange. “Se Assange è un criminale allora lo sono anche io”. Da noi pare che i personaggi pubblici neppure lo conoscano. La prigionia alla quale è sottoposto da oltre un decennio Assange è uno scandalo che dovrebbe far vergognare tutti coloro che si riempiono la bocca di parole quali “valori occidentali”, “libertà di espressione”, “mondo libero”. Con la definitiva autorizzazione all’estradizione negli Stati Uniti, Assange, un giornalista pluripremiato che non ha fatto null’altro che pubblicare notizie, è stato, di fatto, condannato a morte.

Assange, da due anni, è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, a poche miglia di distanza dal balcone di Buckingham Palace dal quale, pochi giorni fa, si è affacciata la Regina d’Inghilterra in occasione del suo giubileo di platino. Settant’anni di regno per la Regina d’Inghilterra, undici anni di prigionia per un uomo colpevole di aver mostrato al mondo intero i crimini dei potenti. Undici anni che, oltretutto, potrebbero diventare 175. È la pena che rischia Assange in USA, il Paese i cui servizi segreti, non è un segreto, in passato hanno pensato di rapirlo e persino di assassinarlo.

Nel democratico e libero Occidente un uomo innocente, un giornalista, un perseguitato politico, viene consegnato ai suoi aguzzini. Nel democratico e libero Occidente gran parte dei giornalisti preferisce voltarsi dall’altra parte. È terribilmente difficile leggere editoriali colmi di indignazione per l’estradizione di Assange o lettere aperte scritte da direttori di giornali e rivolte ai leader politici per pungolarli affinché escano dal loro colpevole torpore. Per carità, c’è chi si batte, chi da anni lotta per la libertà di Julian, una libertà, tra l’altro, che non riguarda più soltanto lui.

Ma si tratta di una sparuta minoranza. Un po’ come gli imprenditori che denunciavano il pizzo nella Palermo degli anni ’80 e ’90. Eroi da morti, rompicoglioni da vivi. “Beh, se la sono cercata”. Questo veniva detto di coloro che pur di non cedere all’estorsione mafiosa erano disposti a perdere la vita. Di Assange i codardi della carta stampata, più o meno, dicono le stesse cose. “Che si aspettava che la CIA gli avrebbe permesso di pubblicare tutti quei documenti senza reagire?”. I peggiori nemici di Assange sono stati coloro che l’avrebbero dovuto maggiormente tutelare: i suoi colleghi giornalisti.

Nel democratico e libero Occidente tutti, grazie a Dio, ricordano Anna Politkovskaja ma in pochi hanno imparato a pronunciare il nome di Shereen Abu Saleh, la giornalista assassinata a Jenin, in Cisgiordania – una terra dove non dovrebbero esserci soldati israeliani ma che da decenni è sotto occupazione – per aver raccontato la tragedia palestinese. Assange ancora non è morto ma, da undici anni, è come se lo fosse. “La mafia uccide, il silenzio pure” disse Peppino Impastato. È vero. Assange è stato condannato a morte dai potenti ma è il silenzio di chi avrebbe potuto parlare ma non l’ha fatto che lo sta uccidendo.

Chi ha la possibilità di aprire bocca la apra. Chi ha una penna scriva. Chi ha una responsabilità istituzionale la eserciti senza alcun timore. Chi ha un giornale dedichi spazio a questa nauseabonda ingiustizia che si consuma nel cuore dell’Europa. Chi ha voce la tiri fuori, adesso. Già domani potrebbe esser tardi. Un uomo libero sta per essere assassinato affinché nessun altro segua il suo esempio. A marcire in carcere uno per educarne cento! È questo l’obiettivo e lo stanno per raggiungere grazie al fatto che nel democratico e libero Occidente sono già troppi quelli educati, docili, mansueti. Quelli dannatamente addomesticati.