mercoledì 11 maggio 2022

Robecchi

 

Talk show. Il Copasir metta uno bravo a scegliere gli ospiti urlanti
di Alessandro Robecchi
Onestamente, non guardo i talk show da quando ho scoperto che sugli altri canali c’è il wrestling, o addirittura, le sere fortunate, il catch nel fango, posti dove la dialettica mi sembra più avanzata. Non che non mi interessi l’entusiasmante sviluppo di idee che si genera quando qualcuno è chiamato a intervenire sulle sorti del mondo in ventitré secondi netti, che poi c’è la pubblicità; anzi, a volte, visti certi ospiti, ventitré secondi mi sembrano pure troppi. Certo, ci sono anche aspetti positivi, cioè, uno si sente ringiovanire se accende la tivù e si imbatte in un Luttwak, per esempio, che dice le cose che diceva – nello stesso posto, alla stessa ora, con le stesse parole – una ventina d’anni fa (Iraq, Afghanistan…), anche quando aggiunge che lui ha fatto tre guerre, si è trovato benissimo e ci consiglia l’esperienza.
Ora apprendo che il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) manderà qualcuno con gli occhiali neri e l’auricolare a fare il buttafuori negli studi televisivi, perché si teme che tra quelli che urlano “Io non l’ho interrotta!” e “Mi lasci parlare!” si annidino spie russe che possono fregare micidiali segreti bellici, tipo un microfono, o un tubetto di eyeliner in sala trucco. Non credo che la nostra democrazia reggerebbe il colpo, facciamo bene a difenderci.
In sostanza va ripensata la formula dei talk show, adeguandoli al mondo nuovo, che sembrerebbe un posto dove siamo in guerra anche se la guerra la fanno altri. Spese militari di guerra, discorsi di guerra, economia di guerra, bollette di guerra, ovvio che ci vogliono anche talk show di guerra, dove al massimo sia concesso dissentire su come si scavano le trincee o come si carica un lanciarazzi, ma le divergenze devono finire lì. Porca miseria: pensa se eravamo in guerra! Del resto, si sa che la guerra si fa in due, ma guai a essere in due a discuterne: quando mai avete visto un iracheno in un talk show? E un afghano? E un siriano?
Anche l’uso dei sondaggi nei talk show andrebbe regolamentato, possibilmente con una legge di un solo articolo: si possono pubblicare sondaggi solo se in linea con la sicurezza della Repubblica. Il fatto che la maggioranza degli italiani risulti contraria all’invio di armi in Ucraina (per tutti gli istituti di ricerca, con percentuali che vanno dal 48 al 60 e passa) è di per sé strumentale e fuorviante: che cazzo vogliono gli italiani, eh! Chi si credono di essere? Ma ’sta legge ancora non c’è, e allora ci si adatta, spesso piegando la statistica a domande carpiate con doppio avvitamento: “Lei è d’accordo con chi è contrario all’invio di armi?”. Ben pensata: la percentuale rimane alta, ma almeno davanti al numero c’è scritto “sì”, è tutto bellissimo.
Naturalmente il Copasir ha poteri limitati, non può nulla contro le dinamiche televisive, o gli ego debordanti o le sceneggiate concordate in camerino. Peccato, perché se la sicurezza della Repubblica fosse veramente tutelata – anche dal ridicolo – avrebbe impedito gli scontri fisici e le urla belluine, per esempio tra Sgarbi e Mughini. Però bisogna anche tenere conto dell’opinione di quelli che difendono la formula talk show: avrà i suoi limiti ma gli italiani imparano qualcosa e si interrogano sulle questioni più disparate e spinose. Per esempio, quello che si sono chiesti tutti: “Urca, ma ancora sta in giro Mughini?”, oppure “Toh, ma ancora invitano Sgarbi?”. Insomma, vedete? Si fa anche informazione. Però mi raccomando: al Copasir, a scegliere gli ospiti, metteteci uno più bravo.

martedì 10 maggio 2022

Iooo iooo



Mentre in Uefa ragliano contro la luna, lo sceicco ricco ricco se lo prende garantendogli uno stipendio annuo netto di 29 milioni. Buon fair play a tutti!

Però Marcel!

 

Proust, il malato immaginifico. Tra Platone e Verdone
ESCE “DELL’USO DELLA CATTIVA SALUTE” - Lo scrittore: "Solo per alzarmi e stare in piedi un’ora ho bisogno di un mese di esercizi"

DI CAMILLA TAGLIABUE

Tra Platone e Carlo Verdone sta Marcel Proust (1871-1922): col primo condivide la filosofia del corpo come prigione, “un essere d’un altro regno, da cui ci separa un abisso, che non ci conosce e dal quale è impossibile farci capire”; del secondo vanta il talento diagnostico-farmaceutico, sentendosi “più medico dei medici”, autogestendosi con le cure e dispensando a conoscenti e parenti i suoi rimedi miracolosi, dai sonniferi alle diete. Non tutto fila liscio, però, in questo “esercizio illegale” della professione: una volta il doc. Proust consiglia a un amico di difficile digestione una visita “psicologica”, convinto com’è che quella sia una malattia nervosa, mentale; ebbene, con “l’analisi”, l’amico risana lo stomaco, riprende a mangiare normalmente e gli si guastano i reni. Muore poco dopo: “La medicina è una scienza (?) esageratamente comica”.

Lo scrittore comunque continuerà a credere nei “trattamenti psicoterapeutici” e nelle “cure con la forza della persuasione”, come si evince dal minuto epistolario Il buon uso della cattiva salute (titolo che echeggia una citazione di Pascal), in libreria da giovedì con L’Orma: il libricino raccoglie una ventina di lettere tra il 1900 e il 1922, anno della morte. Oltre a “dispensare pettegolezzi freschi e sempre più scandalosi”, a raccontare i lavori in corso della Recherche, a disperarsi per le perdite in Borsa, frutto di azzardi e sciagurati investimenti, qui Proust si lamenta della propria “natura fragile… con l’andazzo da malato” ed elargisce pareri sulla “dispnea tossialimentare, i lavaggi intestinali, i diuretici, le patatine fritte… Sarebbe meglio che prima parlassimo un po’ delle deiezioni”.

Nonostante la sua sia una famiglia di dottori – il padre Adrien è un epidemiologo di fama internazionale – mentre il fratello minore Robert è oncologo e urologo, Marcel si sente più competente di loro: “A volte l’esperienza del malato è al corrente di tante inezie che la scienza del medico ignora”. Il patriarca tuttavia dubita dell’origine organica dei mali del figlio; perciò Marcel lo consulta per interposta persona, scrivendo bigliettini a sua madre: “Chiedi a papà che cosa vuol dire quando ti brucia mentre fai la pipì e sei costretto a smettere, per poi ricominciare, fino a cinque o sei volte nel giro di un quarto d’ora… Ma forse dipende dalla birra”.

Malato immaginifico, ma non immaginario, al netto dell’ipocondria, Proust soffre del “morbus litterarius” e sente di appartenere alla “magnifica e compassionevole famiglia dei nevrotici, che è il sale della terra… Tutto quanto conosciamo di grande sono i malati di nervi a donarcelo. Loro, e non altri, hanno fondato le religioni e composto i capolavori”. Degno erede del visionario Mosè o del malinconico Van Gogh, il romanziere francese spiega che “la cattiva salute è spesso il fardello di un animo troppo grande… Stati nervosi e poesie incantevoli possono benissimo essere manifestazioni inscindibili di una stessa potenza tumultuosa”. Eppure invecchia e “anche l’età è un male fisico”: sono lontani gli anni della giovinezza spensierata e famelica, quando bazzicava tra il Ritz e l’Hôtel Marigny, luogo di “omosessuali influenti”, in cui si eccitava guardando ragazzi masturbarsi o topi sbranarsi; una volta finì persino in un blitz della polizia e fu schedato come un “uomo di mezza età che vive di rendita, intento a bere con tre pederasti”.

Passati i 45-50 anni, le déluge: Proust non riesce quasi più a uscire di casa, angustiato dall’asma, dalla febbre da fieno, dai problemi cardiaci, dalla colite, dalla gastrite, dall’insonnia… Il suo regime farmacologico prevede oppio, “fumigazioni”, “polveri infiammate” che bruciano gli occhi, lassativi à gogo, sigarette antiasmatiche (!): per tirarsi su, assume caffeina e adrenalina; poi per calmarsi si fa di Trional, morfina e Veronal fino a tre grammi al giorno, due volte la dose massima consigliata. Per molto tempo sarà anche andato a letto presto la sera, come scrive lui nel memorabile incipit della Recherche, ma ora non riesce ad addormentarsi prima delle tre di notte, salvo poi stare sdraiato almeno 12-13 ore: “Solo per alzarmi e stare in piedi un’ora ho bisogno di un mese di esercizi preparatori”.

La sua è una vita spericolata. Si sveglia alle 16, o alle 18, e consuma un unico pasto ogni 24 ore, innaffiato di birra ghiacciata: il menù prevede “due uova alla crema, un’ala intera di pollo arrosto, tre croissant, un piatto di patate o di patatine fritte, uva, caffè” e chiede al medico “se questo pasto sia sufficiente”, nonostante non riesca a digerire “neppure un quarto di bicchiere di acqua di Vichy”, come la zia Léonie della fiction. Intanto, dalla domestica pretende 20-25 teli puliti al giorno: “Mia cara, un asciugamano usato due volte si inumidisce troppo e mi screpola la pelle”.

Di “personalità sensibile, nevrastenica”, Marcel vive recluso in una stanza, ossessionato da rumori e odori: nessun ospite può portare fiori o usare il profumo e, una volta entrato nella nuova casa in rue Hamelin (dopo aver lasciato lo storico appartamento di famiglia), Proust viene colpito da una violentissima crisi asmatica per la suggestione suscitata dalle rose dipinte sulla carta da parati. Morirà per una bronchite mal curata, lui che per tutta la vita aveva cercato di medicare i suoi, e altrui, malanni immaginifici. Sì, “la medicina è una scienza (?) esageratamente comica”.

Pareri

 

È Storia. L’immotivata espansione della Nato nell’Est Europa dal 1997
di Alessandro Orsini
Il Corriere della Sera scrive spesso che “i Paesi che entrarono nella Nato lo fecero perché i loro cittadini volevano essere protetti dalle possibili minacce di un eventuale, risorgente, imperialismo russo”. In realtà, quando, nel 1997, Albright, Segretaria di Stato americana, avviò il processo di integrazione nella Nato di Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, la Russia era in ginocchio e la minaccia del suo imperialismo era inesistente. L’affermazione secondo cui quei tre Paesi entrarono nella Nato per proteggersi dal pericolo di un’invasione da parte della Russia viene continuamente esibita nel dibattito politico in Italia senza prove.
Nell’agosto 1991, un colpo di Stato aveva cercato di rovesciare Gorbaciov; il 4 ottobre 1993 Eltsin fece bombardare la Casa Bianca della Russia, sede del Parlamento; tra il 1994 e il 1996 la Russia ha combattuto un’estenuante guerra in Cecenia da cui uscì di fatto sconfitta e dissanguata, costretta a ritirare l’esercito nel novembre 1996. Anche a causa dei costi di quella terribile guerra, la Russia andò in bancarotta nell’agosto 1998. Nel marzo del 1999, la Nato avviò il bombardamento della Serbia, stretta alleata della Russia. Eltsin si oppose, ma la Russia era disperata e fu costretta a piegare la testa. La Nato, operando in Serbia senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, poneva le premesse per un’altra guerra illegale in Iraq nel 2003, anch’essa non autorizzata. Come appare evidente, nel 1997, la Russia era a pezzi e nessuno temeva uno sfondamento dei confini orientali dell’Europa da parte dell’esercito cadaverico di Mosca.
Le date sono importanti: Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca entrarono nella Nato nel 1999, ma il processo per la loro integrazione fu avviato nel 1997. La documentazione storica non lascia molti dubbi: la ragione esibita dagli atlantisti per l’integrazione di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca nella Nato può essere riassunta come segue: “È necessario integrare quei tre Paesi in una coalizione solida e stabile come la Nato per preservare l’Europa dell’Est dall’instabilità che potrebbe provenire dalla Russia”. Questo, all’epoca dei fatti, era l’argomento dominante tra gli atlantisti per giustificare il processo di integrazione e di espansione della Nato verso i confini della Russia. Nel 1997 la Casa Bianca americana non giustificava quella mossa con il pericolo di un’invasione della Russia o con la sua vocazione all’imperialismo. Tra le altre cose, nel 1997, i rapporti tra Clinton e Eltsin erano ottimi.
Alla luce della documentazione resa disponibile nel 2018 dalla Clinton Presidential Library, la rottura tra Clinton e Eltsin avvenne nel 1998, durante una telefonata tra i due, quando il presidente americano anticipò a quello russo che la Nato avrebbe bombardato la Serbia. Ne consegue che, nel 1997, quando i rapporti tra la Russia e gli Stati Uniti erano molto buoni, Albright non avrebbe potuto pensare di inglobare Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca nella Nato per proteggere quei Paesi da un’invasione russa.
L’uso della teoria critica nello studio delle relazioni internazionali è fondamentale per demistificare le narrazioni che vengono sviluppate dai governi occidentali in tempo di guerra per favorire la propaganda della Nato.

Sguardo



Mentre il Bibitaro Istituzionale ripete mnemonicamente i concetti fondamentali del Messaggero delle Banche nonché nostro Intoccabile Premier, il Dibba gli rivolge lo stesso sguardo che avrebbe nel sentire Ronf-Letta illustrare concetti di sinistra.

Dubbi e certezze

 


Mi aveva impensierito oltremodo la presa di posizione di "quei tre" contro la riforma del catasto, perché quando all'unisono si scagliano su qualcosa, scatta in me la massima allerta alla "attenti a quei tre!"

Partendo dal niet vigoroso di Tajani - maggiordomo del Pregiudicato - dal Cazzaro e da Sora Cicoria, ho benedetto l'inchiesta della mitica Gabanelli al riguardo, comprendendo il perché del contrasto netto da parte dei difensori principi degli elettori casta pregiata, cullati da privilegi mefitici ed indegni per una nazione solo apparentemente democratica.

Un Paese normale deve conoscere la fotografia reale di tutto il patrimonio immobiliare presente sul suo territorio, e l’esatta destinazione d’uso dei terreni. Si chiama «aggiornamento del Catasto» e serve a classificare e a determinare i valori sulla cui base si pagano le imposte sugli immobili: Imu, tassa di registro quando si compra da un privato, tassa di successione e donazione, oltre a contribuire al calcolo dell’Isee per chi chiede contributi e agevolazioni pubbliche. Allora perché su un tema così scontato si accapigliano da decenni tutti i partiti? Perché modificare il valore del singolo immobile significa anche modificare l’importo delle imposte che il suo possessore deve eventualmente pagare.  

Ora capisco! In un paese dove ogni anno se ne vanno circa 80 miliardi di euro in evasione, la riforma del catasto appare come una tragedia, un inaudito tentativo di azzerare gli aiutini di stato ai soliti noti (non sto qui a raccontare dei soliti piagnistei del, a detta loro, motore della nazione, anche in periodo pandemico, che ritengo una mastodontica presa per i fondelli verso i coglioni le cui tasse sono prelevate alla fonte) e l'invereconda promessa di tutti i governi a partire dagli anni '50 a combattere l'evasione fiscale, mai realizzatasi. 

Occorre però comprendere alcuni dati che la Giornalista Milena ci evidenzia: 

- i valori attuali catastali sono stati definiti nel 1989. Da allora tutto è rimasto... immobile (nomen omen)  

- negli immobili residenziali la superficie non è calcolata in metri quadrati ma in "vani catastali" e le classi e categorie in cui sono suddivise, essendo calcolate trent'anni fa, non tengono conto delle migliorie apportate, ad esempio, a ruderi trasformati in mega ville. 

- oltre due milioni di porzioni di terreno non registrati con sopra 1,2 milioni di edifici (Estikazzi!)

- 1,2 milioni di immobili fantasma! Secondo una ricerca dell'Istat su 100 case abusive il 6,1% sono al nord, il 17,8% al centro, il 45,6% al sud (Estikazzi2!)

- Ad oggi in Italia ci sono 70mila abitazioni di lusso. Un po' poco rispetto a quello che si vede in giro. La riforma del catasto è utile per prendere con le mani nella marmellata i furbetti che hanno trasformato un rudere in villa con piscina, fregandosene altamente la minchia sul giusto balzello da pagare per contribuire alle spese comuni dell'apparato dello Stato. Avere una casa prestigiosa significa pagare l'Imu anche se è prima casa. Ma a lor signori questo non interessa, anzi sono i primi a piangere al vento per la crisi in auge che a parer loro li penalizza troppo (mentre invece chi riceve uno stipendio normale e stabile in quantità da decenni se la spassa alla grande!)

- Se lo Stato riuscisse a ricevere più introiti dal sommerso catastale, si ridurrebbero le aliquote Imu per tutti. 

In conclusione comprendo pienamente il raglio lanciato da "quei tre" attraverso le loro epiche supercazzole: non sarebbero nuove tasse! Solo un modo per rendere questa nazione un tantinello meno vergognosa. 

Letta nel Travaglio


Un segretario Nato 

di Marco Travaglio

Sui migliori giornaloni (che non sono il Fatto, dunque dicono la verità), si legge che fino a un mese fa l’ad della Rai Carlo Fuortes e il direttore del Tg3 Mario Orfeo, entrambi di stretta obbedienza draghian-pidina, avevano confermato Carta Bianca di Bianca Berlinguer anche per la prossima stagione. Poi Bianca ha iniziato a dar voce anche a intellettuali pacifisti, come Orsini e Di Cesare. Il Pd l’ha subito bombardata, trasformando il Copasir in un Minculpop che decide gli ospiti dei talk. Fuortes è stato convocato – non si sa a che titolo – a Palazzo Chigi dal braccio destro e sinistro di Draghi, il sottosegretario Garofoli e il capo di gabinetto Funiciello, e ne è uscito deciso a chiudere Carta Bianca. I partiti maggiori (M5S, Lega, FdI) hanno già detto che si opporranno, tranne il Pd. Siccome Pd è l’acronimo di “Partito democratico”, vuole gentilmente il segretario Letta spiegare cosa ci sia di democratico in un partito che tace e acconsente alla chiusura di un programma per motivi politici, per giunta decisa a Palazzo Chigi?
L’altroieri, mentre Scholz, Macron e quasi tutti i partiti italiani prendevano le distanze dal folle proclama del capo della Nato Stoltenberg contro la pur timida apertura di Zelensky a una possibile rinuncia alla Crimea, Letta ha negato che fosse mai stato pronunciato: “Mi pare in corso una colossale opera di disinformazione. Ecco la risposta data da Stoltenberg a vari giornali europei. Solo da noi è diventata la Crimea è nostra e deciderà la Nato. NO, saranno gli ucraini, che stanno resistendo e morendo, a decidere”. E, a corredo del tweet negazionista, ha evidenziato una risposta di Stoltenberg: purtroppo era quella sbagliata. Quella giusta, riportata da Repubblica e Stampa (che non sono il Fatto, quindi dicono la verità), è questa: “L’annessione illegale della Crimea non sarà mai accettata dai membri della Nato”. Frase che ha subito suscitato le allarmate dissociazioni di Scholz (“Non porteremo la Nato nel conflitto”) e di Macron (“Non si fa la pace umiliando la Russia”). Ora, si dà il caso che l’Ucraina non faccia parte della Nato, anzi la Nato assicura di non averla mai voluta inglobare e le sta inviando armi, osservatori e addestratori militari per difenderne il diritto all’autodeterminazione. Ma che autodeterminazione è quella di un Paese il cui presidente ipotizza, fra mille distinguo, di rinunciare alla Crimea (che peraltro ha già perso) e viene zittito un minuto dopo dal capo di un’alleanza “difensiva” che non ha nulla a che fare col suo Paese e non ha alcun titolo per trattare al posto suo? Se poi Letta smentisse di aspirare alla guida della Nato, dissiperebbe tanti cattivi pensieri. Se invece confermasse, i suoi elettori cambierebbero partito. O almeno segretario.