venerdì 4 marzo 2022

Grande Amaca

 

La decapitazione e il cerotto
di Michele Serra
Ridicolo, ma nel suo piccolo anche gravissimo, l’episodio dell’Università Bicocca (un corso su Dostoevskij giudicato sconveniente e cancellato perché, sapete, si tratta di un russo) ha radici lunghe. Non lo si può capire a fondo senon lo si inquadra nel più recente vizio occidentale, e in specie americano: pretendere che l’immagine delmondo sia priva di asperità, contraddizione, dolore.
Tutto deve essere innocuo, “corretto” e sterilizzato, la politica, la cultura, le statue, i libri di storia, l’arte, perché nessuno si senta mai più offeso. Come se fosse possibile cancellare dalla vicenda umana, e dalla Storia, lo scandalo del dolore, della sopraffazione, del classismo, dello schiavismo, del sessismo, della discriminazione, della guerra, mettendoci sopra una pecetta censoria. È come voler rimediare a una decapitazione con un cerotto: pensiero magico, debolezza puerile (si dice anche: rimbambimento) ma anche decadenza di ogni vigore intellettuale.
È la cancel culture , signori, e ha invaso le nostre vite ben prima dei carrarmati di Putin.
Fa bene Guia Soncini a denunciare, su Linkiesta , “la presa del potere della viltà intellettuale. Evitare polemiche sembra ormai lo scopo ultimo delle università di tutto il mondo”. Dobbiamo chiederci se esiste un rapporto tra una cultura “alta” che diventa così perbenista, sempre “dalla parte giusta”, come se la democrazia fosse una cosetta da educande; e una cultura “bassa”, quella dei social, che al contrario è così spesso violenta, sommaria, non dialettica. Sì, questo rapporto esiste. Se la politica, la cultura, la scuola hanno il terrore della contraddizione, al punto da considerare fonte di possibili incidenti un corso di letteratura russa, il risultato è che il campo del dibattito è abbandonato alle urla dei passanti. Si chiama diserzione. Intellettuali risalite a bordo, cazzo.

Altro tipo di guerra

 

A Saint Moritz lacrime e litigi Via gli oligarchi senza cash
dalla nostra inviata Brunella Giovara
SAINT MORITZ — Alle sette della sera si stappano le bottiglie di champagne, nella hall del Grand Hotel des Bains Kempinski. Ma è una comitiva di allegri sciatori inglesi, appena arrivati in Engadina per la loro settimana bianca categoria extralusso, un Gin Tonic 30 franchi, il Mumm non sappiamo. I russi? Spariti come la neve al sole — e pensare che qui di neve ce n’è così tanta — e sono scomparsi da tempo, gli ultimi li hanno visti qualche giorno fa e avevano la faccia nera, non per l’abbronzatura di alta quota, ma in quanto umiliati nel loro legittimo orgoglio di ricchi: il ristorante che rifiuta la carta di credito, e l’albergo anche, al momento del conto il concierge che dice “la sua carta è bloccata. O inattiva. Non risponde. Cash?”. Ci sono stati litigi e persino urla, ad esempio mercoledì in un ristorante dalle parti di Corviglia, proprio affacciato sulle piste. Il capofamiglia incredulo e furibondo, la moglie in lacrime, con una inutile borsetta Chanel appesa al braccio, i bambini spaventati, racconta chi era seduto al tavolo accanto. Le sanzioni contro i cittadini russi si sono materializzate così, davanti a un Pos che non risponde, le carte di credito morte, con il saldo da pagare e il Suv affittato in aeroporto a Samedan, gli extra, lo skipass, l’eliski e tutte le spesucce già messe sul conto.
E tornando al Kempinski, ma anche agli altri grandi alberghi del posto, la folla russa si è vista sì per il Natale ortodosso, dal 6 gennaio in poi, quando ancora si veniva a festeggiare in santa pace in Svizzera, e i venti di guerra ancora non li sentiva nessuno, figurarsi qui, figurarsi chi può permettersi questo livello di vacanza. Al Badrutt’s Palace, lo chef pasticcere Patrick Pailler del Café Pouchkine di Parigi, succursale della sede barocca in boulevard Tverskoy a Mosca, ha preparato per la cena di gala del 6 i suoi sofisticati Nathalie, le sue Matrioske di cioccolato bianco e la sua torta Medovik, per gli ospiti appena arrivati, da Mosca peraltro. Bei tempi, sembra un secolo fa, oggi sarebbe un problema pagare anche una zuppa grigionese o un tramezzino piccolo.
Ma il problema ha toccato, seppure con brucianti umiliazioni, solo i turisti, e cioè quel popolo di passaggio da queste parti e da altre, una certa Spagna d’estate, Doha, la Toscana e Milano, ma giusto per lo shopping in Montenapoleone e per una scappata a Lake Como. Russi ricchi, e quindi molto arrabbiati, ma non così ricchi come si può essere nella incomprensibile piramide della vera ricchezza, di cui non si scorge la cima, e se la si vede è una vera vertigine. Diciamo la serie B, categoria possidente in patria ma non abbastanza all’estero, habitué ma non stanziali. La serie A, ad esempio i veri oligarchi che abitano a Ginevra e dintorni, risulta essere oltre che sconcertata, irritata e addirittura dissociata verso l’imprevedibile Putin, assai preoccupata per il suo grande business che si estende nel mondo, e mica solo sul lago Lemàno.
Dice un imprenditore svizzero, per forza di cose anonimo (troppi «clienti e società top», la definizione è sua), che vende e affitta case ma sarebbe meglio definirle dimore, che i russi amano troppo il vero lusso, il che può sembrare una banalità. Uno chalet a Zuoz? Dieci milioni di euro, per 1.000 metri quadri. Ma se appena ci si sposta a Suvretta, quei mille metri costano 100 milioni, «perché è la zona più cara del mondo, mi capisce vero?», domanda lui. Poi, ci sono le case antiche engadinesi, «un mercato a parte, inarrivabile se non per pochissimi». Dieci milioni di partenza, più una cinquantina almeno di ristrutturazioni, piscina, campi da tennis, bunker antiatomico eccetera. Ora, chi può permettersi una cosa del genere? Solo un residente in Svizzera, e così i russi ricchissimi possono diventare proprietari ma a patto di ottenere il “permesso di residenza”, il che significa pagare le tasse qui, iscriversi alla cassa mutua svizzera, ed essere quindi un vero svizzero. Con doppio passaporto, ma con conti svizzeri che non possono essere bloccati, mai, e da nessuno. E mantenendo una distanza di sicurezza da tutto quello che può succedere in Russia.
Il russo-svizzero non ha quindi problemi con le sue innumerevoli carte di credito, appoggiate su conti autenticamente svizzeri, quindi del tutto regolari secondo le famose leggi bancarie locali. «Ci sono comunità russe molto grosse, soprattutto a Verbier, a Gstaad, a Courchevel. Naturalmente, uno straniero può sì comprare casa in Svizzera, ma solo fino a 200 metri quadri. Oltre, no, a meno di essere uno straniero con doppio passaporto. Quindi, per quei pochi che si sono visti rifiutare la carta di credito, ce ne sono migliaia che se ne fregano. Vanno e vengono come gli pare, non si può neanche più dire che siano russi, in fondo ». Come dice un bambino al padre, preoccupato per la caduta dagli sci, “net problem!”, va tutto bene. Bambino russo-svizzero, l’Ucraina è così lontana da questa partenza di Plan Canin.

giovedì 3 marzo 2022

Cogito, scusate!

 

A volte appassisco in cervice, altre mi scuoto come un faggio, e medito sul divenire e su come ho permesso ad altri di modificarmi quasi totalmente.

Canizie o altro, vivo un periodo travagliato, incazzoso in special modo se penso al tempo andato, in gran parte dilapidato e cogito pure sulla trasformazione subita a causa degli “influssi levigatori” che pullulano in quest’era che definirei delle Fregnacce. E ora mi spiego: ho accettato con noncalanche il padre di tutti i totem predisposti per ottenere un gregge il più borotalcamente belante e accondiscendente: il divario tra le classi sociali.

Chi pensa che non esistano caste nel nostro paese, nel continente europeo, nel cosiddetto Occidente libero, è un babbeo destinato a trasformarsi in un Facci o in una Maglie.

Siamo divisi mediante un subdolo intruppamento fin dalla nascita; i figli di operai o di modesti impiegati non potranno accedere, o lo faranno miracolosamente, alle strade lastricate dell’apprendimento preparate per loro dalle rispettive famiglie, impelagate in affari loschi ma, grazie alla levigazione degli influssi, presentate come linde società per azioni, dedite alla lotta per una crescente, indefessa, tendente all’infinito crescita economica, il fulcro di ogni azione, politica e tecnica. La favola che tutti potremmo accedere ai grandi fari delle opportunità è appunto favola. E la levigazione attua in ciascuno, innumerevoli, degli esclusi una rassegnazione mite, un accontentarsi di quello che si ha. Che non è sbagliato, ci mancherebbe! Ma è imposta. E tutto quello che è imposto non ha niente a che vedere con la libertà dell’individuo.

Altro esempio: come mai l’80% dell’umanità non si ribella al suo stato di miserrima condizione? L’africano che non ha acqua, l’afgano che non ha da dar nulla da mangiare ai propri figli, il disoccupato europeo che subisce ogni sorta di affronto per poter lavorare, i giovani che scorrazzano in bicicletta per portarvi il cibo caldo a casa (non ho mai usato il servizio e mai lo userò) pagati 3-4 euro l’ora, il pakistano impegnato nella costruzione degli stadi dei prossimi mondiali di calcio in Qatar, che rischia continuamente la vita per un pugno di mosche (a proposito: mi sto convincendo di non guardare questi mondiali trasudanti oppressione e morti) ebbene: perché non si uniscono per abbattere questa indegna divaricazione sociale inumana?

Perché li hanno levigati alla perfezione. Accettazione: ecco la formula magica permettente a quei pochi balordi che incamerano risorse che nemmeno in un migliaio di anni riusciranno a spendere, di rendere la vita dannata su questo pianeta alla stragrande maggioranza dei viventi.

Si dirà: in ogni epoca è accaduto tutto ciò. Certamente! Ma non dovremmo essere in un’era meravigliosamente all’avanguardia, pregni come siamo, meglio come ci dicono, di progresso tecnico e scientifico?

E se questo tempo è così progredito, tendendo alla perfezione, perché continuano a morire bimbi di fame e di sete?

Quel coniglio impenitente di Zuckerberg ha già deciso per voi, non per me ve lo assicuro, di preparare un futuro che si dissocerà dalla realtà, proponendo un mondo nuovo, per tutti, lontano dalla vita vera. Tralasciando coloro che alla cazzo&campana teorizzano universi paralleli mettendo in dubbio che il reale non sia poi il vero reale, bensì una simulazione che ci ha immerso in un’apparenza eterea, mi domando come sia possibile lasciar fare all’idiota facebookiano una metamorfosi del nostro futuro che provocherà ulteriori danni ai giovani già da tanto tempo deviati nella loro crescita.

Abbiamo delegato troppo, tutto ai pochi in grado di condurci nel nulla. Siamo idioti derubati della coscienza critica, fobia per i conduttori del pianeta, ansimanti davanti ad una presa di coscienza generale che li spazzerebbe via come pula nel vento.

Mi guardo intorno: compro l’acqua e se volessi bere quella del rubinetto la pagherei cifre riservate agli ebeti come mi ritengo di essere; m’intruppo per riuscire ad entrare dentro ad un colossale centro commerciale per acquistare frutta oramai standardizzata, confezioni circondate da plastica; raccolgo pure i punti per ricevere in dono regali di merda; mi hanno convinto ad andare in auto, per fortuna non ce l’ho più e non mi manca, ed entrare in autostrada per arrivare prima e poi pranzare e far minzione in altri luoghi sfornanti merda che pago oro. Devo arrivare prima, prima di che? Levigazione signori! Il tempo è denaro, il tempo è poco, non ti rilassare, non ti soffermare! Potresti pensare! Arrgggghh! Quale terrore infonde il pensiero ai vari tronchetti, agli elkann!

Sanno tutto di me: telepass, carte di credito, cellulari. E mi incazzo pure, me l’hanno detto loro subliminalmente, se mi chiamano al cellulare offrendomi sconti e trading on line! O se cliccando una foto di aratro apparso per sbaglio accanto ad una gnocca, subito dopo il mio profilo del social del coniglio verrà subissato di offerte di aratri! Per non parlare del campo medico, con le assicurazioni, ohh le assicurazioni che levigata, che levigata ci hanno donato con le assicurazioni, pronte ad entrare grazie al formigoni che è in loro - pensate a proposito che ieri era alla prima del suo film dove l’hanno esaltato meglio di un santo, sempre grazie alla levigazione, ma dopo due ore è dovuto correre a casa essendo ai domiciliari per una sentenza definitiva - dentro alle nostre vite, eliminando la prevenzione, che costa e non fa guadagnare, come la Bricchetto, attualmente assessore alla sanità lombarda, pervicacemente insegna!

Mi fermo qui. Scusate ma a volte penso. Lo so, sono un idiota. Cogito facendo scorrere il tempo senza apparentemente far nulla. Un danno sociale enorme. Scusate ancora!       


Articolo forte, forse troppo!

 

La morale fasulla dell’Occidente

PESI E MISURE - Gli indignati di professione negli anni non hanno detto una sillaba sui massacri in Afghanistan e Iraq o sull’aggressione alla Libia. Ecco perché la loro difesa di Kiev suona come un’ipocrisia bella e buona

DI MASSIMO FINI

Se gli ucraini si battono con le armi, come è loro sacrosanto diritto, contro gli invasori russi sono considerati, come in effetti sono, dei coraggiosi resistenti, se lo fanno gli afghani, e non per pochi giorni (si spera almeno che siano pochi), ma per vent’anni, sono dei “terroristi” e anche se hanno vinto la partita tali restano tant’è che non si vuol dare legittimità all’attuale governo afghano che altro non è che il proseguimento di quello che c’era prima dell’invasione e occupazione occidentale e quindi nemmeno un seggio alle Nazioni Unite.

Si preferisce confiscargli i 9 miliardi di dollari che il precedente governo fantoccio ha depositato nelle banche americane così come oggi si neutralizzano le banche russe all’estero, confondendo in questo modo gli aggressori, Putin e Nato, con l’aggredito.

In vent’anni non ho sentito una sola voce, tranne la mia, bisogna pur dirlo, levarsi contro l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan non dico, com’è ovvio, dai Paesi occidentali occupanti, fra cui c’era anche l’Italia, ma nemmeno da forze neutrali. I vari papi che si sono succeduti dal 2001 non hanno mai pronunciato una parola, una sola, sull’Afghanistan. Eppure in seguito a quell’occupazione ci sono stati in Afghanistan 230.000 vittime civili, non contando, giustamente, i 70.000 caduti talebani perché i Talebani erano dei guerriglieri e quindi, come ogni soldato, sapevano e accettavano i rischi cui andavano incontro.

Adesso che l’aggressore è la Russia è riesploso il pacifismo universale che dormiva da oltre trent’anni, dalla prima Guerra del Golfo. Si favoleggia anche di trascinare Vladimir Putin davanti al Tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra o genocidio. A parte che mi sembra un tantino difficile andare a prenderlo come se fosse un Milosevic qualsiasi, se le cose stessero così davanti a quel Tribunale dovrebbero sedere Bush figlio, Obama, Sarkozy e molti generali tagliagole da Abdel Fattah Al Sisi a Recep Tayyip Erdogan.

Insopportabile è poi la retorica sui bambini di cui si è fatto veltro, insieme a tantissimi altri, Walter Veltroni con un articolo sul Corriere del 26.02 intitolato “I bambini e la guerra”. Durante la prima Guerra del Golfo (1990) gli americani, per non affrontare fin da subito l’imbelle esercito iracheno che era stato battuto perfino dai curdi, bombardarono per tre mesi Baghdad e Bassora uccidendo più di 160.000 civili fra cui 32.195 bambini. Mi ricordo che quando a Zapping, dove allora ero spesso invitato, riferivo questa cifra mi aspettavo che si replicasse che raccontavo fandonie (ma questo non potevano farlo perché erano dati, sia pur sfuggiti di mano, del Pentagono) o con grida di orrore. Invece niente, si continuava a parlare di Rutelli o di altre scemenze del genere. È vero che la prima Guerra del Golfo aveva una sua legittimità perché Saddam Hussein aveva aggredito il Kuwait, uno Stato sovrano peraltro inventato dagli americani nel 1960 per usi petroliferi. Però questo i 32.195 bambini iracheni, che non sono meno bambini di quelli ucraini o dei nostri bambini, non potevano saperlo.

Nella seconda Guerra del Golfo, del 2003, che è costata all’Iraq fra i 650 e i 750 mila morti civili, Saddam fu aggredito sulla base di una menzogna: che possedesse “armi di distruzione di massa”. Queste armi in effetti Saddam le aveva avute, gliele avevano fornite gli americani, i francesi e, via Germania Est, i sovietici perché le usasse in funzione anti-iraniana e anti-curda. Ma nel 2003 non le aveva più perché le aveva esaurite appunto sui soldati iraniani e sui curdi. Ad Halabja, piccola cittadina curdo-irachena, “gasò” in un sol colpo 5000 persone. Ma in Occidente nessuno alzò un solo laio perché in quel momento il rais di Baghdad era un nostro criptoalleato (e quando verrà giustiziato non sarà per Halabja, genocidio in cui gli occidentali erano fortemente compromessi, ma per fatti di molta minor gravità).

Ma la vicenda forse più clamorosa, come ho ricordato sul Fatto del 26.2, è quella che riguarda l’aggressione del 2011 alla Libia del colonnello Gheddafi, un’aggressione che, come quelle precedenti alla Serbia per il Kosovo del 1999 e all’Iraq del 2003, venne perpetrata non solo senza l’avallo dell’Onu, ma contro la volontà dell’Onu e soprattutto senza alcun valido motivo. I pruriti terroristici di Gheddafi erano spenti da tempo. Gheddafi commerciava con la Francia e con l’Italia e proprio con quest’ultima aveva ottimi rapporti tanto che il premier Berlusconi lo ospitò in pompa magna a Roma, permettendo ai suoi beduini di attendarsi nella caserma intitolata a Salvo D’Acquisto. Ma quando la Libia di Gheddafi fu aggredita dai franco-americani, con l’appoggio dell’Italia di Silvio Berlusconi che pur declamava un’amicizia quasi omosessuale col colonnello come farà poi in seguito con Putin, nessuno osò proferire parola. Gheddafi verrà poi linciato, torturato e ucciso in un modo talmente barbaro che farebbe arrossire anche i cosiddetti “tagliagole dell’Isis”.

I risultati di questa gloriosa operazione, comunque illegittima in partenza, a prescindere, sono oggi sotto gli occhi di tutti. La Libia di Gheddafi era un Paese ordinato, in sostanza il colonnello si limitava a favorire la sua tribù d’origine, i Warfalla, e svariati parenti e amici, cosa che peraltro si fa anche in Italia. Oggi la Libia è un campo di battaglia tra le tribù che Gheddafi riusciva a tenere sotto controllo e in questo parapiglia si inserisce Isis. Gli scafisti devono pagare una taglia all’Isis per poter salpare dalle coste libiche con i loro barconi sfondati, carichi di persone che provengono perlopiù da paesi dell’Africa subsahariana ridotti alla fame proprio dall’intrusione del nostro modello di sviluppo che ha scalzato il loro sul quale quelle genti avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni.

L’Occidente non ha quindi alcun titolo per poter far la morale a nessuno. Nemmeno a Putin. E se in Italia serpeggia, sia pur sotto traccia per non essere massacrati dalla communis opinio, una certa simpatia per Putin, non è certo per una qualche animosità contro l’incolpevole e aggredita Ucraina. È un contraccolpo del collaudato metodo dei “due pesi e due misure”, insomma dell’esasperante e insopportabile ipocrisia occidentale.

Meditativo

 

Fare gli ucraini col Kiev degli altri

di Marco Palombi 

La guerra è sempre, come e più d’altri stati d’emergenza, un acceleratore di processi psicologici: questa, che segue due anni di pandemia, lo è forse di più. Per arrivare a ordinare un caffè in qualunque bar bisogna ormai attraversare qualche centinaio di psicopatologie assortite: riformati alla leva con l’elmetto, estremisti da tavernetta a caccia di collaborazionisti, campioni di Risiko che basta radere al suolo la Russia e smembrarla in cinque pezzi, no border che inneggiano al sacro suolo patrio violato e sovranisti che lo spazio vitale di Mosca, quelli che Zelensky come Allende e quelli che Putin come Che Guevara, gente che vuole fucilare Assange e beatifica Anonymous, sovietologi freschi di corso online, piccoli fan delle bombe sull’Iraq con le fialette false in cerca di legalità internazionale, adulti rotti a ogni compromesso e a ogni viltà che arruolano gli altri nella guerra del Bene contro il Male, Kiev bel suol d’amore, la legione straniera europea e ancora e ancora… Rinunciato al caffè, riepiloghiamo a mente i fatti. Né gli Usa né altri vogliono (giustamente) attaccare militarmente la Russia. Cosa fanno allora? Impongono sanzioni più o meno dure, e va bene, e danno armi all’Ucraina, spingendo l’esercito di Kiev e i civili – quanti eroi ed eroine col fucile sui giornali in questi giorni – a combattere una guerra per procura, guerra che peraltro fino a ieri non era davvero iniziata (“l’esercito russo si è presentato lì con materiale bellico per fare 15-20 mila morti al giorno, mentre le fonti ufficiali ucraine, almeno fino a ieri, parlavano di 130 morti”, ha detto l’ex generale Fabio Mini). Sanzioni e carne da cannone ucraina dovrebbero spingere Putin a trattare o qualcuno dei suoi a farlo fuori, quando non si sa. Il rischio, parafrasando il celebre aforisma di Stefano Ricucci, è fare gli ucraini col Kiev degli altri e senza neanche sapere quali ponti d’oro vorranno costruire a Washington per il nemico che volesse tornare indietro. Vasilij Grossman (sì, era russo), in quella meraviglia che è Vita e destino, scrisse: “Esiste un diritto superiore a quello di mandare a morire senza pensarci due volte. È il diritto di pensarci due volte prima di mandare qualcuno a morire”. Vale per tutti, non solo per il puzzone russo.

Compagno io magno!

 


Il libro postumo di Gino

 

La guerra giusta non c’è: 9 vittime su 10 sono civili
DI GINO STRADA
Pubblichiamo qui un estratto del libro postumo di Gino Strada, da oggi in libreria, Una persona alla volta
(Feltrinelli): il racconto in prima persona di una missione durata tutta la vita: “Non un’autobiografia, un genere di cosa che proprio non mi piace, ma le cose più importanti che
ho capito guardando il mondo dopo tutti questi anni in giro”.
La guerra è morti, e ancora di più feriti, quattro feriti per ogni morto, dicono le statistiche. I feriti sono il “lavoro incompiuto” della guerra, coloro che la guerra ha colpito ma non è riuscita a uccidere: esseri umani che soffrono, emanano dolore e disperazione. Li ho visti, uno dopo l’altro, migliaia, sfilare nelle sale operatorie. Guardarne le facce e i corpi sfigurati, vederli morire, curare un ferito dopo l’altro mi ha fatto capire che sono loro l’unico contenuto della guerra, lo stesso in tutti i conflitti. (…)
“La guerra piace a chi non la conosce”, scrisse 500 anni fa l’umanista e filosofo Erasmo da Rotterdam. Per oltre trent’anni ho letto e ascoltato bugie sulla guerra. Che la motivazione – o più spesso la scusa – per una guerra fosse sconfiggere il terrorismo o rimuovere un dittatore, oppure portare libertà e democrazia, sempre me la trovavo davanti nella sua unica verità: le vittime. (…)
C’è stato, nel secolo più violento della storia umana, un mutamento della guerra e dei suoi effetti. I normali cittadini sono diventati le vittime della guerra – il suo risultato concreto – molto più dei combattenti.
Il grande macello della Prima guerra mondiale è stato un disastro molto più ampio di quanto si sarebbe potuto immaginare al suo inizio. Una violenza inaudita. Settanta milioni di giovani furono mandati a massacrarsi al fronte, più di 10 milioni di loro non tornarono a casa. Per la prima volta vennero usate armi chimiche, prima sulle trincee nemiche, poi sulla popolazione. Circa 3 milioni di civili persero la vita per atti di guerra, altrettanti morirono di fame, di carestia, di epidemie.
Trenta anni dopo, alla fine della Seconda guerra mondiale, i morti furono tra i 60 e i 70 milioni. Quest’incertezza sulla vita o la morte di 10 milioni di persone è la misura del mattatoio che si consumò tra il ‘39 e il ‘45: così tanti morti da non riuscire neanche a contarli.
Gli uomini e le donne di quel tempo conobbero l’abisso dell’Olocausto e i bombardamenti aerei sulle città. Era l’area bombing, il bombardamento a tappeto di grandi aree urbane, Londra, Berlino, Dresda, Amburgo, Tokyo…. Non esisteva più un bersaglio militare, un nemico da colpire: il nemico era la gente, che pagava un prezzo sempre più alto (…). E poi le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che cambiarono la storia del mondo: l’uomo aveva creato la possibilità dell’autodistruzione.
Nella Seconda guerra mondiale le vittime civili furono più del 60 per cento; in pratica, due terzi non avevano mai imbracciato un’arma. Sono proprio queste vittime, in maggioranza persone disarmate, a testimoniare la follia della guerra e l’assoluta incapacità di controllarla.
Howard Zinn si era arruolato volontario nell’aviazione nel 1943, convinto di combattere una battaglia giusta. Era disgustato da quello che aveva letto della Prima guerra mondiale, quella carneficina orrenda, eppure pensava che la guerra per liberare l’Europa dal nazifascismo fosse necessaria, inevitabile. Dal suo B-17 sganciò bombe su tante città. “Quando sganci bombe da 8 chilometri di altezza non vedi quello che accade sotto. Non senti urla, non vedi sangue. Non vedi bambini fatti a pezzi dall’esplosione delle tue bombe. In tempo di guerra, le atrocità vengono commesse dalla gente comune, che non vede le vittime come esseri umani, li vede soltanto come il nemico, anche se il nemico ha 5 anni”.
Sceso da quel bombardiere, capì che non esiste una guerra giusta e spese la sua vita per farlo capire al mondo.
Dopo il 1945 hanno insanguinato il pianeta altri 265 conflitti interni o internazionali, con una percentuale di vittime civili che ha continuato a salire.
Sparito il campo di battaglia, eserciti e gruppi ribelli, fazioni in lotta con o senza divisa si sono affrontati nel mezzo delle città, tra le scuole e le case, tra i mercati e gli ospedali. Tra i cittadini.
Il risultato è stato che più di venticinque milioni di esseri umani hanno perso la vita nelle guerre del cosiddetto “secondo dopoguerra”. Le vittime non combattenti, una ogni dieci all’inizio del Novecento, erano diventate nove su dieci alle soglie del Duemila.
I dati sui feriti di Kabul – oltre il novanta per cento civili – che avevo ricavato dai registri dell’ospedale non erano conseguenza di una situazione particolare: rappresentavano la realtà delle guerre di oggi, non solo del conflitto afgano. (…)
Ogni giorno, migliaia di persone soffrono le conseguenze di guerre di cui ignorano le ragioni. Ma allora qual è il senso della guerra, contro chi si sta combattendo, se si dichiara di combattere contro dittatori e terroristi e poi il risultato finale è che nove volte su dieci è un civile a perdere la vita? Quale medico prescriverebbe un farmaco che nove volte su dieci uccide il paziente? In un ospedale, quel farmaco verrebbe proibito, e chi si ostinasse a somministrarlo sarebbe denunciato.