giovedì 25 novembre 2021

Altro punto di vista.

 

VITO MANCUSO Il teologo: "Il principio dell'autodeterminazione non è in contrasto con la dottrina cattolica "

"Su etica e diritti la Chiesa non brilla la vita è sacra, ma solo se è libera"

Domenico Agasso

Non esiste persona che non voglia vivere. L'istinto di sopravvivenza è la forza più radicata che esista. Se uno come "Mario" giunge a volere il suicidio assistito non è perché vuole morire, ma perché vuole vivere, vivere anche la sua morte. Questo è decisivo da capire. La morte è inevitabile, ma la si può affrontare da persona consapevole anche in condizioni fisicamente drammatiche». Lo esclama con forza Vito Mancuso, teologo e filosofo cattolico ritenuto da una gran parte della galassia ecclesiale un «eretico».

Come definisce la decisione del Comitato etico su "Mario", tetraplegico da 10 anni?

«Inevitabile. Doveva avvenire ed è avvenuta. Esiste una logica dentro cui l'umanità vive che si chiama evoluzione, processo, trasformazione. Quindi penso che oggi l'esercizio dell'etica nel nostro tempo non possa prescindere dall'autodeterminazione su se stessi, che tra l'altro, come ricordava Hans Kung, non è in contrasto con la dottrina cattolica».

«Inevitabile» significa che è arrivata in ritardo?

«Forse siamo puntuali. Nel senso che per arrivare a ottenere un ampio consenso della nostra società su questioni così delicate era necessario passare da dove siamo passati. Questo riconoscimento è ciò di cui la nostra comunità ha bisogno perché ci possa essere etica e libertà. Altrimenti ci sarebbe solo imposizione».

La Chiesa sostiene che la via per i casi come "Mario" siano le cure palliative: basterebbero?

«Per alcuni malati sì. Per altri no. E non può che essere la coscienza dell'individuo coinvolto in casi così delicati a dire se sono sufficienti. La Chiesa purtroppo su una serie di questioni di morale individuale e prima ancora di diritti umani non ha sempre brillato per essere all'avanguardia. Proprio la Chiesa che dovrebbe essere trainante e illuminante nella cura della vita cosciente e libera spesso gioca una partita di retroguardia».

Ma allora su questi temi quale dovrebbe essere il punto di riferimento per un cittadino cattolico?

«È la coscienza, che secondo il Concilio Vaticano II è il vero e proprio luogo in cui lo spirito di Dio parla all'uomo, una specie di santuario che ogni essere umano ha dentro di sé. Quando siamo in presenza di uno Stato come il nostro che garantisce l'esercizio della libertà di coscienza siamo fortunati. Quindi penso che i cattolici siano chiamati a essere fedeli alla retta coscienza. E che cosa sia giusto o sbagliato quando si tratta dell'esistenza fisica gravemente sofferente lo può giudicare solo chi è nella situazione concreta».

Per la Chiesa la vita è sacra e inviolabile. E la libertà individuale?

«Ma di che vita stiamo parlando? Di quella di un essere umano, che non è solo esistenza biologica, ma è anche spirituale. E allora che cos'è davvero sacro e inviolabile? La coscienza, che è l'espressione dell'anima spirituale, che si determina a volte anche contro la vita biologica, contro il proprio corpo. E questa è manifestazione di libertà, che deve essere altrettanto inviolabile».

Può esserci un compromesso in uno Stato laico?

«Custodire la libertà di coscienza. Sono d'accordo con la sacralità della vita, ma bisogna aggiungere della vita cosciente e libera. E il rispetto della sacralità della vita deve essere così alto da portare al rispetto della decisione di ogni singolo essere umano, soprattutto quando attiene alla sua esistenza segnata dal dolore atroce a causa di una malattia irreversibile». 

Punto di vista

 

La lunga morte

di Mattia Feltri 

Commentando la vicenda del tetraplegico marchigiano cui è stato concesso il suicidio assistito, Eugenia Roccella, donna per cui provo affetto e stima, ha individuato l'obiettivo culturale: distruggere l'idea di intangibilità della vita. Mi è subito venuta in mente una frase da me appena letta, e scritta da Seneca duemila anni fa in una lettera all'amico Lucilio: impara a morire anziché a uccidere. L'intangibilità della vita, credo, sta tutta in quella frase, perché intangibile è la vita che non ci appartiene, cioè la vita altrui. Ma qui la distanza fra chi crede e chi non crede si fa irrimediabile. Chi crede in Dio sa che nemmeno la vita propria gli appartiene, lo ha detto con schiettezza a questo giornale monsignor Suetta, non appartiene né alla società né al singolo, appartiene a Dio ed è Dio a sapere quando comincia e quando finisce (spero di non aver proposto una sintesi troppo dozzinale). Ma chi non crede in Dio crede nella somma libertà di disporre della propria vita. E ho sempre trovato disastrosamente paradossale che chiunque – abbia un rapporto con Dio o no – possa disporre della sua vita finché dispone del suo corpo, ma se non dispone del suo corpo, come il tetraplegico marchigiano, gli è impedito anche di disporre della sua vita. Poiché non c'è un Dio nel mio cuore, mi consolo con le parole di Seneca, per il quale abbiamo una ragione di non lamentarci della vita: non trattiene nessuno, e il saggio vive quanto deve non quanto può. Bisogna imparare a morire, diceva, perché in certi casi prolungare la vita significa prolungare la morte. Prolungare la morte a chi non può darsela, questo mi sembra disumano.

Una grande Amaca

 

Una preghiera per i crociati

di Michele Serra

Di fronte al leader dei No Vax veneti, religiosissimo, incazzatissimo, che si contagia durante un pellegrinaggio a Medjugorje e adesso è in terapia sub-intensiva, dunque in condizioni gravi, l’istinto, inevitabile, è allargare le braccia e passare, dopo il dovuto amen, ad altro argomento.

Poi però si pensa alla sofferenza, sua e di chi gli vuole bene, e al bisogno di rimanere umani che può salvarci non tanto dai No Vax, quanto da noi stessi. Si sosta dunque, metaforicamente, al capezzale di questo sventurato, di questo scervellato, e più di ogni altra cosa ci si domanda: ma avrà capito? Attribuirà a un disegno divino la sua malattia, oppure sarà capace di fare due più due e considerare la sua improvvida maniera di affrontare un virus che a tutti noi, poveri cristi, normali cristi, perplessi cristi, umili cristi, suscita paura, e bisogno di cura, e bisogno di vaccino, e a quelli come lui invece ha suscitato, fin qui, solo bizzarre dicerie, arroganti accuse, spocchiose illazioni?

Lui non lo sa, forse non lo saprà mai, ma anche dal suo ritorno alla ragione dipende la nostra residua speranza. Nessuno si salva da solo, e tantomeno ci piacerà salvarci vedendo rantolare e crepare i fichissimi e le fichissime ai quali il vaccino (popolarissimo, richiestissimo) invece fa schifo, perché è direttamente da Dio e da Maria Vergine, beati loro, che questi eletti attingono grazia e guarigione. È pazzesco, se ci pensate: uno come me, ateo e disarmato, oggi prega per la salute, fisica e psichica, di un crociato che è rimasto infilzato nella sua stessa spada.

mercoledì 24 novembre 2021

Coraggio!


Dai su di morale! Il tempo vi passerà lo stesso! Al mattino due ore se ne andranno per il tampone, con coda al freddo. Poi qualcuno vedrete che un caffè ve lo porterà su qualche panchina in piazza! Pranzo e cena a casa e poi chat con qualche cugino che conosce l’idraulico che si aggiorna sul Reader’s Digest per la lotta contro questo terribile vaccino che porterà gli sfigati come noi che l’hanno fatto a trasformarsi in upupe entro dieci anni! Per non parlare dei microchip e della terra piatta! E la sera rigorosamente alla tv, perché no: teatri, cinema e stadi saranno off limits per saccenti come voi! Ah dimenticavo! Ogni tanto qualche bel raduno all’aria aperta, quello sì che lo potrete fare! A combattere contro questa dittatura, terribile, che leva la libertà di spararsi in gola un bel tubo sbuffante ossigeno! Dai ragazzi, coraggio! Sarà dura ma voi siete irreprensibili! Un’ultima cosa: c’è un tizio, che ha un cugino maniscalco che legge tutti i pensieri dell’arcivescovo Viganò, che asserisce di aver scoperto che mangiare troppi totanetti possa causare una dermatosi che fa crescere le unghie rapidamente! Che ne dite?

Ahhh Domenico!

 


Ora non è che si debba sempre cercare il pelo nell'uovo; ma questa statua in omaggio a Maradona, creata dall'artista Domenico Sepe, contiene in sé un inaudito errore, per certi versi pacchiano, ed equivale a preparare un monumento a Paganini con la chitarra in mano, o a Proust mentre dipinge, o una statua a Van Gogh intento a scrivere un poema! Il sinistro di Dio caro Sepe, lo chiamavano così: il migliori giocatore di calcio usava il destro solo per aiutarsi ad illuminarci con il sinistro divino! E tu che hai fatto? Non ho parole!    

Robecchi e B.

 

B. al Quirinale. È lo spettacolo d’arte varia di un uomo innamorato di sé

DI ALESSANDRO ROBECCHI

Nell’eterno giorno della marmotta che viviamo, scandito dalle stesse parole di sempre, da “Non abbassare la guardia” (Covid) a “No allo spezzatino” (Tim), la battaglia per il Quirinale porta una ventata di spumeggiante novità, che metterà d’accordo fini scacchisti e rudi amanti della lotta nel fango. Insomma, c’è una scadenza, bisognerà prima o poi fare dei nomi, tessere, cucire, uscire allo scoperto, imbastire agguati nell’ombra, bruciare avversari, mentire. Che meraviglia. E poi, tutto in diretta, l’atto finale. Prepariamoci.

Su tutti svetta Silvio Nostro, uno che ci crede sempre al di là della logica, che non molla nemmeno davanti all’evidenza, insomma che punta al Quirinale senza se e senza ma (e senza dirlo per scaramanzia anche se lo sanno tutti). Ha mandato, pare, una brochure a tutti parlamentari, una specie di opuscolo con le sue gesta da statista, discorsi alti, diciamo così, non le barzellette. Poi, grandiosa, l’uscita sul Reddito di Cittadinanza, che dice un po’ le cose come stanno e spezza la narrazione ossessiva del “reddito di delinquenza” (cfr. Renzi) che “diseduca alla sofferenza” (cfr, sia Renzi che Salvini), o che è “come il metadone” (cfr, Meloni). Insomma, commovente Silvio in cerca di sponde per salire al Colle, ma di una cosa bisogna dargli atto: pochi come lui sanno l’importanza del mercato interno, dello stimolo ai consumi, della necessità di avere gente felice che fa la spesa, e cinque-sette milioni di poveri non gli piacciono di certo.

Ma sia: nella partita complicatissima del Quirinale, che investe la partita complicatissima del governo, che riguarda la partita complicatissima dei futuri assetti politici, la mission di Berlusconi – portare Berlusconi a fare il capo dello Stato – è l’unica cosa chiara. E infatti tutti hanno letto l’apertura di Silvio sul Reddito di Cittadinanza come un dar di gomito ai Cinquestelle, un’operazione simpatia, cosa che Silvio tenta in qualche modo anche con il Pd, mentre Renzi si vanta che farà tutto lui e “siamo l’ago della bilancia”, Salvini e Meloni sostengono Berlusconi, a parole e con l’atteggiamento di fare un favore al vecchio padrone.

Quel che ci si presenta davanti, insomma, è lo spettacolo d’arte varia di un uomo innamorato di sé, che vuole abbastanza incongruamente coronare il suo sogno di padre della patria. Mi aspetto da un momento all’altro Silvio at work su molti fronti, alle manifestazioni per l’acqua pubblica, o a quelle per Fiume italiana, per l’aborto, contro l’aborto, fa lo stesso, purché gli venga accreditata la patente di uomo retto e super partes. Non male per uno che ha diviso il Paese per trent’anni, e fa tenerezza sentire i giovani epigoni che tuonano da un palco contro la magistratura con gli stessi argomenti e motivazioni che usava lui, passivo-aggressivo. Il giorno della marmotta, appunto.

Il bello, deve ancora venire, questo è certo, nel vortice di nomi bruciati, candidature civetta, ballon d’essai. Non proprio uno spettacolo edificante, con minacce incrociate, anche divertenti, tipo Letta che dice a Renzi che se si schiera con le destre sul Quirinale tra loro è finita (ah, perché? Non è ancora finita? Cosa serve ancora?). In tutto il bailamme politico e parapolitico che ci attende, insomma, le motivazioni di Silvio, la pura ambizione personale, un riconoscimento finale alla sua opera, un risarcimento per le ingiustizie subite (eh?) sembra la più cristallina, a suo modo epica: l’ultima battaglia di uno che sì, il Paese l’ha cambiato eccome, rendendolo, ahinoi, quello che vediamo.

Magico Andrea!

 

IDENTIKIT

di Andrea Scanzi

Meb alla Leopolda “balla con le stelle” e Nobili fa la 4×100

Ho appena terminato un lungo confronto con il direttore di questo giornale, Marco Travaglio, durante il quale ho cercato di convincerlo in merito alla inusitata bellezza del progetto renziano. È vero, in passato sono forse stato troppo critico con Renzi e i suoi statisti, ma non è mai tardi per cambiare idea. Purtroppo Travaglio resta ottusamente ancorato alle sue convinzioni, ma la verità è che l’ultima Leopolda mi ha esaltato tantissimo. Mi ha regalato emozioni autentiche, mi ha aperto la mente: mi ha mostrato la Via. Qualcuno di voi mi dirà che sto sbagliando, che ormai Renzi non ha elettori e che anche alla Leopolda c’erano forse più giornalisti che spettatori. Siete nel torto, accecati dall’ira e dall’odio. E intendo ora dimostrarvelo.

Matteo Renzi. Fisicamente performante come un Dio greco, a dispetto di una tendenza estetica generale incline al tracollo (ostentato). Sicuro di sé come Tatarusanu nelle uscite, mai vendicativo e sempre lucido, con una capacità oratoria prossima a quella di un lemure rauco e con una propensione (auto)ironica al cui confronto Tremori è Troisi. Renzi mi è parso un mix tra Churchill, De Gasperi, Don Sturzo, Mick Jagger e il Gengio della Rassinata. Idolo assoluto.

Maria Elena Boschi. Abilissima nel camuffare la sua natura di ferocissima e vendicativissima “zarina” (decaduta) della politica italiana, ha mostrato alla Leopolda il suo volto più tenero e addirittura lacrimevole, fornendo persino un apprezzabile remake interpretativo del pianto antico della signora Fornero. La Boschi ci ha ricordato quanto ella abbia sofferto per gli odiosi attacchi di hater e media, dimenticandosi – del tutto involontariamente, s’intende – di quanto abbiano sofferto alcuni giornalisti per le efferate ritorsioni renziane durante l’era 2014/2016. E soprattutto di quanto abbia sofferto l’Italia tutta per averla avuta ministra.

Teresa Bellanova. Semplicemente eroica nel gettare il cuore oltre l’ostacolo fino a difendere a spada tratta l’aspetto più eticamente oscuro di Renzi, ovvero la sua disinvoltura nel prender soldi dalla diversamente democratica Arabia Saudita. C’è, nella Bellanova, un fervore quasi religioso nel parlare di Renzi. Neanche Brosio, forse, esibisce un tale afflato nel raccontar di Medjugorje. C’mon Teresa!

Ivan Scalfarotto. Dopo avere meritoriamente passato buona parte della sua vita politica a cercare di ottenere più diritti civili per le minoranze meno tutelate, è parso di colpo trasformarsi in Bruto nei confronti di quel ddl Zan che è morto anche (anzitutto?) per colpa sua. Ora, però, Renzi ci dice che i renziani presenteranno una proposta di legge concepita proprio da Scalfarotto. Era proprio quello che noi tutti attendevamo, per avere la certezza definitiva che – per un bel pezzo – omosessuali e transessuali non verranno calcolati di pezza.

Luciano Nobili. Mai domo nel raccattar figuracce mediatiche, fino al parossismo raggiunto con Report e le interrogazioni parlamentari sul “sentito dire”, ieri lo si è rivisto in tivù bello tonico (?), con la solita facciona rubizza e la solita vocina da overdose di elio nelle corde vocali. Ha detto che Italia Viva sta bene e che Letta non sarà mai così bischero da inseguire i moribondi 5 Stelle invece dei fortissimi italovivi. Come sempre Nobili ha poche idee e confuse: infatti è renziano.

Concludendo. Il futuro è segnato: Bellanova al Quirinale, Renzi a Palazzo Chigi, Scalfarotto titolare in Davis al posto di Berrettini, Boschi a Ballando con le stelle e Luciano Nobili staffettista nella 4×100. Ci attendono giorni d’estasi e gloria!