martedì 27 aprile 2021

Cartabia Travagliata

 

Tuttotutto nienteniente
di Marco Travaglio
Più passano i giorni, più si conferma che i Governi di Tutti diventano subito Governi di Nessuno. Accadde a Monti, dieci anni dopo accade a Draghi. Presto, consegnato il Recovery e proseguita bene o male (più male che bene) la campagna vaccinale, i partiti che lo sostengono come la corda sostiene l’impiccato gli (e si) domanderanno: e mo’ che ci stiamo a fare? Il vaghissimo programma enunciato in Parlamento a metà febbraio richiede una decina di legislature. Quindi non finiremo neppure questa. Basta leggere la prima intervista concessa, anzi inflitta dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia al povero Massimo Giannini, che non meritava un tale supplizio. Intervista che, intendiamoci, promette benissimo: se la Guardasigilli fa quello che dice, ci sono ottime speranze che non faccia niente, visto che in due pagine e mezza (23 risposte ad altrettante domande) riesce a non dire assolutamente nulla. E un governo con un partito guidato da un pregiudicato (FI), uno da un imputato (Lega) e uno da un indagato (Iv) meno si avvicina alla giustizia e meglio è per tutti.
Eppure di cose da raccontare, volendo, la Guardasigilli ne avrebbe avute: tipo quanti indagati, imputati e condannati ha incontrato nella sua lunga militanza in Comunione e liberazione, da Formigoni in giù. O quante parole (due? tre?) ha cambiato al piano Bonafede per l’utilizzo dei 3 miliardi di Recovery, che il suo predecessore non poté illustrare al Parlamento il 28 gennaio perché Iv, FI, Lega e centrini vari ne avevano preannunciato la bocciatura a prescindere, senza neanche leggerlo o ascoltarlo. E che ora, da lei fotocopiato e firmato con la tecnica del cuculo che nidifica in casa d’altri, è diventato uno splendore da affiggere a edicole unificate. Ma su questi dettagli la Cartabia Copiativa sorvola. In compenso approfitta del 25 Aprile, che non c’entra una mazza, per chiedere a tutti di “superare la tentazione dello scontro continuo”: quello che Giannini chiama “la guerra dei trent’anni”. Cioè il lungo inseguimento fra guardie e ladri che ha prodotto dal 1994 ottanta leggi ad personam per salvare dalla galera centinaia di potenti (soprattutto uno) allergici ai processi. Ora l’attacco sistematico, anzi sistemico degli impuniti ai loro giudici è soavemente descritto da colei che dovrebbe fermarlo come “scontro di idee e sensibilità diverse”, anzi “increspature”. Non è meraviglioso? Adesso però, a mettere d’accordo guardie e ladri, onesti e delinquenti, arriva il “metodo Cartabia”. Funziona così. Quando le chiedi se ha un’idea sulla prescrizione, lei risponde: “Ancora no”. E, se le domandi delle intercettazioni: “Per ora non le dico nulla”. Non è un amore?

Feltri ritrovato

 

BUONGIORNO
Il marmo della storia
di Mattia Feltri
La scelta di Joe Biden di chiamare il genocidio degli armeni col suo nome – genocidio – non è piaciuta ai turchi. Ai turchi non piace mai quando qualcuno, a proposito degli armeni, usa quella parola: genocidio. È un termine codificato, preciso, indica la volontà di distruzione di un gruppo per la sua appartenenza a un'etnia o a una religione. Gli armeni furono spazzati via in particolare negli anni della Seconda guerra mondiale, il novanta per cento fu ammazzato o cacciato dalla Turchia e più dei numeri potrà il testo di un telegramma spedito dal governo centrale alla prefettura di Aleppo – oggi in Siria, allora nell'Impero Ottomano. «Il governo ha deciso di eliminare completamente tutti gli armeni… senza riguardo per le donne, i bambini, i malati. Per quanto possano essere tragici i mezzi di sterminio… bisogna mettere fine alla loro esistenza». Molti storici concordano sul modello che il genocidio degli armeni costituì per i nazisti alle prese con gli ebrei, non soltanto nei metodi ma nei pretesti: per Hitler, gli ebrei erano la causa della sconfitta tedesca nel 1918 e, per i turchi, gli armeni lo erano del tracollo delle ambizioni turche, che speravano nella guerra per rifare grande il loro impero davanti all'Occidente malvagio. Riconoscere il genocidio significherebbe per i turchi riconsiderare la storia immutabile attorno a cui si consolano e ammettere di essere vittime un po' meno vittime e carnefici un po' più carnefici. Non è una loro esclusiva: è lo stesso processo mentale che, a ogni 25 aprile, da posizioni opposte ma con uguale eterna spossante pervicacia, muove i rossobruni italiani.

L'Amaca

 

Un uomo un’epoca
di Michele Serra
Ieri è stata una data storica per il nostro Paese. Grazie alle sedici apparizioni nello stesso giorno nei tigì della Rai, Antonio Tajani di Forza Italia ha raggiunto la sua milionesima presenza televisiva, superando Pippo Baudo, fermo a 999.999. Nel mondo, tra i personaggi ancora in attività, solo Bugs Bunny e l’Uomo Ragno possono vantare un record altrettanto impressionante: ma sono molto più anziani di Tajani.
Davvero imponente, ma ancora in via di classificazione, la quantità dei set impiegati da Tajani. Data la mole del materiale, si sono individuate alcune macro-categorie (piante ornamentali, porcellane, scorci di via, quadri e stampe, scaffali e librerie) che verranno usate per la mostra “Abitare a Roma negli anni Dieci e Venti”. La Manhattan Bank, sponsor dell’evento, il prossimo Natale regalerà ai suoi soci la strenna A Man, an Age: Antonio Tajani in Rome, Signs and Details (Un uomo, un’epoca: Antonio Tajani a Roma, segni e dettagli).
Tajani ha avuto la notizia dal presidente della Rai, Marcello Foa, che nel congratularsi con lui ha voluto sottolineare “il prezioso ruolo dei politici italiani nel riempimento dei telegiornali pubblici, sollevando la Rai dalla fatica di produrre giornalismo”. Non ha voluto rilasciare dichiarazioni, ma da fonti a lui vicine trapela, come è giusto che sia, grande soddisfazione. Pur con un repertorio così limitato (brevi frasi, a volte di senso compiuto), Tajani ha saputo intrattenere ogni giorno, per anni, un pubblico di ogni fascia sociale e di ogni età.
Nessuna dichiarazione dal suo grande rivale, Lollobrigida di Fratelli d’Italia, fermo a quota trecentomila. Ieri una modestissima apparizione, con misero logo di partito sullo sfondo, ha fatto pensare che il popolare Lollo abbia intenzione di abbandonare.

lunedì 26 aprile 2021

Montanari


PIETRE & POPOLO - IDEA DA RICCHI: FUGGIRE DAI POVERI
Tutte le Superleghe d’Italia: regioni, musei e università

di Tomaso Montanari

Anche per chi, come me, nulla sa di calcio, la stupefacente meteora della Superlega appare assai interessante. Intanto perché il suo epilogo conferma il cruciale ruolo politico che ancora riveste questo intrattenimento di massa: nella istantaneità con cui capi di governo come Johnson, Macron e Draghi sono intervenuti per bloccare questa ulteriore involuzione del sistema calcio, si legge la preoccupazione, quasi il terrore, delle “democrazie” per un’Europa in cui i cittadini-bambini cessino di essere distratti e appagati dal pallone. Il consenso, la pace sociale, la possibilità che tutto resti com’è (fingendo continuamente di cambiare): tutto il sistema riposa sul fatto che la palla non venga sottratta a un cittadino studiatamente mantenuto in stato di minorità.Ben altre sono le superleghe pronte a partire davvero, nella noncuranza dei più.

Partiamo dalla più somigliante a quella calcistica, una vera goccia d’acqua: l’autonomia differenziata delle regioni italiane. Non per caso nota anche (dal titolo del libro che le ha dedicato l’economista Gianfranco Viesti) come “secessione dei ricchi”, sottotitolo perfetto anche per la Superlega calcistica. L’idea è identica: in un certo sistema (in questo caso l’Italia) i più ricchi (in questo caso Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) decidono di giocare da soli, facendosi le loro regole e smettendo di condividere gioco, soldi e benefici con tutti gli altri membri del sistema. Il principio è semplicissimo, nell’eterna banalità del male: l’egoismo che diventa politica, senza mediazioni. Si salva chi può: da solo. C’è da sperare che il “no” che nessuno, nemmeno sui colli più alti, è stato capace finora di dire alla superlega delle Regioni italiane, l’abbia in verità detto la pandemia: che sta dimostrando (a così caro prezzo) il totale fallimento di una sanità divisa per venti regioni.

Ma altrove il modello superlega è già da tempo attivo, senza che nessuno abbia fatto una piega: anzi. Alludo alle istituzioni culturali italiane, le articolazioni del ministero (che ora sciaguratamente si chiama) della Cultura: i musei, i siti monumentali, le biblioteche, gli archivi. Dalla riforma Franceschini (2014) in poi la cultura italiana è stata organizzata in un sistema di serie, come il calcio: i musei sono la serie A, i siti monumentali la B, le biblioteche la C e gli archivi la D. Un sistema in cui, scendendo, si va, come sul Titanic di De Gregori, verso il dolore e lo spavento.

Ma non bastando questo colpo alla solidarietà di quello che la Costituzione chiama il “patrimonio storico e artistico della Nazione” è stata costruita una vera e propria Superlega: quella dei musei autonomi pigliatutto, che sono stati brutalmente asserviti alla politica ma in cambio hanno ottenuto il diritto di non condividere i soldi dei loro biglietti con i fratelli più poveri. Così oggi (o meglio ieri, prima della pandemia) succede che il Colosseo non sappia dove mettere i soldi (e infatti progetta di buttarli via nella dissennata ricostruzione dell’arena: a proposito di intrattenimento circense del popolo), mentre a pochi passi la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami vede rovinosamente crollare il tetto (2018) per mancanza di manutenzione ordinaria. La Superlega dei musei è questo: mors tua, vita mea.

È piuttosto stupefacente notare come per il calcio si sia parlato di “immoralità” con toni colmi di indignazione (come se poi Uefa, Fifa etc fossero il regno dell’etica…), mentre per la condanna a morte del patrimonio culturale “minore” del Paese nessuno (o quasi) abbia fiatato. Non è forse abbastanza evidente che è immorale anche inaugurare mostre da milioni di euro mentre nel cratere sismico dell’Italia centrale non ci sono soldi per evitare che piova sugli affreschi delle chiese ancora senza copertura?

Se la Superlega dei musei sembra ormai passata in giudicato, almeno per ora, c’è un altro ambito cruciale della cultura in cui da anni si prova a realizzarne una identica, per ora senza riuscirci: l’università. Il sogno proibito dei liberisti all’amatriciana che popolano i giornali italiani è quello di costruire una Superlega di atenei (del Nord) che abbiano i soldi per fare ricerca (al servizio del mercato), distinta per legge da una pletora di università di serie B che facciano solo didattica, cioè avviamento alle professioni. Un progetto che cementificherebbe la diseguaglianza cognitiva che già attanaglia il Paese, e sterilizzerebbe definitivamente quel poco di pensiero critico che ancora gli atenei riescono a produrre, a dispetto dell’aziendalizzazione imposta dalla Legge Gelmini e da una burocrazia della valutazione che sembra fatta apposta per distruggere la libertà del sapere.

L’ossessione di creare esclusivi (cioè escludenti) club per ricchi è uno dei riflessi condizionati di una società che ha fatto della selezione e del controllo l’unica religione. Nel calcio, questa volta, è stata stroncata sul nascere: ma in tutto il resto come andrà a finire?

Interessante Watson!

 

Destra clericale. Il cardinale Ruini adesso diventa misericordioso per assolvere il corrotto Formigoni

di Fabrizio D’Esposito

La nostra storia repubblicana è piena di politici cattolici corrotti: si pensi al suicidio inglorioso della Democrazia cristiana, che si schiantò sotto il peso delle inchieste giudiziarie di Tangentopoli. Lustri dopo quel tempo, questa odiosa tradizione non si è affatto interrotta. Anzi. Ed epigono arrogante di questa schiera di cristiani devoti più a Mammona che a Dio è certamente Roberto Formigoni, governatore lombardo per vent’anni, dal 1995 al 2013, e condannato per corruzione per il “Sistema” della sanità.

In questi giorni si è fatto un gran parlare di lui. Dapprima il tribunale interno del Senato gli ha restituito il vitalizio, poi è uscita la sua monumentale biografia, oltre cinquecento pagine, raccontata sotto forma di intervista. Già democristiano e fondatore del Movimento Popolare, il braccio politico di Comunione e Liberazione, indi berlusconiano e alfaniano, Formigoni con il ponderoso volume sulla sua vita cerca ovviamente una riabilitazione a imperitura memoria della sua parabola di uomo pubblico. E per rafforzare la sua pretesa d’impunità si avvale di una densa prefazione del cardinale Camillo Ruini, condottiero della Chiesa italiana dal 1991 al 2007 che tanti guasti ha provocato con il suo interventismo politico.

Arrivato a novant’anni, Ruini non ha rinunciato alla lotta partitica e oggi è una piccola bandiera sventolata dai clericali di destra che in nome della dura dottrina osteggiano papa Francesco e la sua misericordia. Ossessionato dall’anticomunismo, l’ex presidente dei vescovi italiani dipinge con tratto enfatico il ciellino Formigoni e giunto alla fine liquida così la condanna per corruzione: “Termino con una brevissima riflessione personale: Roberto Formigoni è stato costretto a una conclusione traumatica e immeritata della sua esperienza politica. È stato un danno non solo per lui ma per quanti condividono con lui una certa visione dell’Italia e del suo futuro”.

Cioè il danno lo hanno fatto i magistrati a Formigoni, non lui ai contribuenti lombardi per “il sistema corrotto e corruttivo della sanità”, per il quale l’ex governatore deve risarcire in solido con altri rei quasi cinquanta milioni di euro. Ma a colpire è la traballante morale ruiniana, tipica dello zelo fariseo di quei clericali convertitisi dall’andreottismo al centrodestra, e che considerano la corruzione in senso assolutorio e machiavellico, ché il fine giustifica sempre i mezzi. L’esatto contrario di quanto per fortuna sostiene papa Bergoglio. Sono tante le sue uscite in questi anni contro i politici corrotti. Per esempio: “La corruzione avvilisce la dignità della persona e frantuma tutti gli ideali buoni e belli. Tutta la società è chiamata a impegnarsi concretamente per contrastare il cancro della corruzione che, con l’illusione di guadagni rapidi e facili, in realtà impoverisce tutti”. Ecco.

C’è poi un’altra invettiva francescana che fa dubitare evangelicamente del cattolico Formigoni: “C’è un fiuto cristiano per andare avanti senza cadere nelle cordate della corruzione”. Delle due l’una: o questo fiuto cristiano, l’ex governatore corrotto, non l’ha mai avuto oppure si è tappato il naso. Con la misericordiosa benevolenza di Ruini.

domenica 25 aprile 2021

Proverbio



“C’è sempre qualcosa o qualcuno che ti farà ringhiare!” (Antico proverbio berbero) 
A sinistra quella che sembra una scialuppa è lo yacht di Giorgio che ha già annunciato aumenti alla sua collezione per comprarsene un altro almeno alla pari di quello a destra, 97 metri che la scorsa settimana bloccò i canali olandesi)

Con tempo e voglia

 


Credo ne valga la pena leggersi quest'inchiesta su Repubblica sui baroni, bastardi, che soffocano giovani promesse. 


Agnese nel Paese dei baroni

di Carlo Bonini (coordinamento editoriale e testo), Antonio Fraschilla Luca Serranò e Corrado Zunino . Coordinamento multimediale di Laura Pertici



Vaffanculo barone». Con questo titolo fulminante, il 4 marzo scorso, viene condiviso sui social network un lungo articolo (dal più morbido titolo "On the barone") apparso sulla prestigiosa London Review of books , firmato da John Foot, storico e saggista britannico specializzato in storia italiana. È un amaro epitaffio della nostra università. Che ha il pregio di riassumere il senso e le ragioni con cui, da oltre mezzo secolo, decine di migliaia di giovani ricercatori prendono congedo dal nostro Paese. Siamo partiti dunque da quel "vaffanculo" per tornare a dare, ancora una volta, un nome, dei numeri, dei luoghi alla più intollerabile e silenziosa strage di intelligenza, speranza, merito che, ostinatamente refrattaria a inchieste della magistratura e sentenze di tribunali amministrativi, continua a selezionare in peggio la nostra classe dirigente e ci priva ogni giorno del nostro futuro. E siamo partiti da una ragazza (in un Paese per vecchi, si è tali fino all’alba dei 40) che di nome fa Agnese.

Una proposta indecente

«Spero che i termini della proposta tu li abbia capiti. Erano fondamentalmente politici, o strategici». «Politici», dice il professore di Statistica economica Roberto Benedetti, fiorentino, 56 anni, ordinario all’Università "Gabriele D’Annunzio" di Chieti-Pescara. «Proposta», dice ad Agnese Rapposelli, brillante candidata a un posto in dipartimento. Lui, accademico che conosce i modi dell’università italiana e presiederà la prossima commissione di Statistica economica, le ricorda: «Te l’ho offerto due anni fa e te lo rioffro adesso». Le ha offerto, e non si può rifiutare, di entrare in facoltà come ricercatrice, finalmente, dopo sette ricorsi al Tar, uno al Consiglio di Stato, uno, straordinario, al presidente della Repubblica. E due denunce in Procura.

Ci entrerà, questa volta attraverso un accordo. Vincerà il concorso di Statistica economica a tavolino, garantisce il presidente di commissione. L’importante è che Agnese ritiri l’ultimo ricorso firmato. L’accordo lo gestirà l’esperto professore ordinario. Parlerà con la collega, ostica. Poi dovrà curare gli altri statistici. «Devo metterli a posto — dice — perché anche loro hanno degli interessi». Farà un lavoro di tessitura largo e servono diversi complici: «Io, oltre a me stesso, rappresento tutto un sistema». Ci sono più bandi, davanti, per accontentare chi ci sta: «Tre posti in Statistica e uno in Statistica economica».

La conversazione tra Roberto Benedetti e Agnese Rapposelli viene registrata clandestinamente dalla ricercatrice nello studio universitario del professore la mattina del 29 maggio 2019. E quindi depositata quindici mesi fa dagli avvocati di Rapposelli alla Procura di Pescara. È un ascolto istruttivo (lo potete apprezzare nel longform pubblicato online), perché definisce con esattezza quello che è pane quotidiano nell’università italiana. I concorsi pubblici per diventare ricercatore o professore — e per ottenere un assegno di ricerca, una borsa di studio — sono gestiti dall’università che li ha banditi secondo schemi di convenienza, protezione, favore, interesse economico, familismo. Spesso — troppo spesso come documentiamo in questa inchiesta — per scegliere il miglior ricercatore e il docente più qualificato non si guardano i titoli conseguiti, i lavori pubblicati, le esperienze internazionali, la ricerca realizzata, la qualità dell’insegnamento. Al contrario, si impone al prescelto di entrare in una graduatoria parallela — «un sistema», come lo definisce Benedetti — che consentirà il suo ingresso definitivo in facoltà. Se e quando accadrà, a quali condizioni, lo decidono i baroni al vertice dell’ateneo. La conversazione, dunque.

«Non è una minaccia», assicura Benedetti alla ricercatrice, ma se l’offerta dovesse per qualche ragione essere declinata, «è assai difficile che tu vinca un concorso senza poi passare in magistratura». Già, l’università non tollera i ricorsi. «La soluzione a tutto ciò potrebbe venire solo ed esclusivamente se all’interno del mondo accademico viene fatto un posto per te». I posti si apparecchiano, non si vincono. L’accademico, infatti, promette: «Questo io ritengo personalmente di poterlo ottenere, la commissione la farei io». «Se non ti fidi», azzarda, «tutte queste cose te le segno col sangue ». La risposta della candidata, che respinge l’offerta — «la mia morale non me lo permette, questa non è università» — mette sul chi vive il professore. «Non ti sto offrendo nulla di illegale», abbozza. Semplicemente, «tu c’avresti il tuo bando sul tuo dipartimento senza pestare i piedi a nessuno ». Quindi, quasi in cerca di complicità, il richiamo paternalistico ad arrendersi alla realtà, di dismettere quell’approccio naif che non porta da nessuna parte. Soprattutto se sei figlia del popolo. «Io non sono figlio di professori universitari, però le cose, per ottenerle, ho dovuto imparare qual è il sistema (…) Tu sei più che matura e brava per ambire a una cosa del genere, quindi ti aiuto ad ottenere quello che tu da sola non potresti ottenere ». Agnese non ci casca e il commiato torna a farsi allora vagamente minaccioso: «È ben ovvio che in qualsiasi occasione io ti posso andare contro, lo devo fare, perché tu mi stai creando dei problemi», dice Benedetti. La candidata uscirà dalla stanza del prof e tornerà a lavorare (ha un contratto in scadenza, con l’università) e a studiare. Il Tar del Lazio, per due volte, il Tar Abruzzo, per tre volte, e il Consiglio di Stato nelle sentenze fin qui emesse, le daranno sempre ragione. Nei tre successivi concorsi, Agnese arriverà regolarmente seconda.


Il luminare di Agraria fuori dal recinto


«Insopportabile impersonalità delle università italiane: pochi baroni che insegnavano a masse di studenti sconosciuti, attorniati da piccole folle di petulanti e servili assistenti. Nel 1955 tornai in Italia come lettore. La mia impressione negativa fu fortissima. Avevo scordato quanto profonde fossero le differenze tra il sistema di educazione universitario negli Stati Uniti e in Italia. Il sistema italiano era una struttura a tre caste, in cui i pochi, e per la maggior parte anziani professori, occupavano la casta superiore, immediatamente inferiori a Dio, mentre un gruppo consistente di speranzosi e servili assistenti rappresentava la seconda casta, lo stato intermedio, e gli studenti, dei quali nessuno si occupava, costituiscono la base della piramide».

Franco Modigliani, l’economista che ha rivoluzionato la finanza moderna, Premio Nobel nel 1985, maestro, tra gli altri, di Mario Draghi, racconta quel che sa e quel che pensa dell’università italiana. Lo ricorda una biografia dal titolo

Avventure di un economista

(Laterza). Siamo appunto nel 1955. «Il rettore dell’Università di Roma mi definì, mentre in America ero già full professor, un giovine promettente, mentre il professor Corrado Gini, un "barone", in occasione di un convegno di economisti a Washington, ad un certo punto tirò fuori l’orologio dal taschino e mi chiese: "Senta, ieri mi si è rotto l’orologio, me lo potrebbe far accomodare per cortesia, e poi me lo fa recapitare in albergo?"». Il giovane Modigliani gli rispose che la richiesta avrebbe dovuta farla al garzone della portineria dell’albergo. L’allievo-assistente, fatto di una pasta differente, scrive e commenta: «Questa è una delle origini profonde della crisi italiana. Perché una classe universitaria e una classe dirigente che è stata selezionata in base alla sua capacità di subire umiliazioni, di non avere amor proprio, è quella che non è in grado di guidare l’Italia».

Sono passati 66 anni da quel lontano 1955. Ma l’Italia ha ancora i suoi baroni, e i suoi garzoni. E la classe dirigente di domani continua a essere misurata sulla capacità di subire umiliazioni o stringere il patto con Faust e il suo "Sistema". Sono un esercito di laureandi e post-laureati precari e disperati. Il professor Francesco Fedele, come raccontò

Repubblica ,

nel settembre 2013 allargò le porte del reparto di Cardiologia dell’Ospedale Umberto I di Roma a sei specializzandi obbedienti, tra cui uno che era diventato il suo autista personale. Il futuro cardiologo accompagnava il prof primario all’università, all’aeroporto, ai convegni, ma anche in salumeria. E non era un furbo lecchino, piuttosto un neoliberto senza via d’uscita. Raccontò un compagno a lui vicino: «Il cosiddetto autista del professor Fedele è lo studente con la media più alta del mio corso, una persona davvero in gamba che, emigrata da Lamezia Terme a Roma, indisponibile a una nuova fuga, è stata costretta a lavorare come uno schiavo in reparto e, quindi, ad abbassarsi al ruolo di autista. Chi rimane in questo Paese non è uno stupido, è qualcuno che crede che si possa migliorare, che questa decadenza sociale possa finire. Finora, è stato impossibile denunciare un professore e avere una possibilità di entrare con le proprie gambe in una scuola di specializzazione». Non solo all’Umberto I.


Per dire, c’è una guerra in corso all’Università di Foggia che ha portato il Dipartimento di Agraria, dopo un filotto di denunce e controdenunce, a sopprimere la facoltà esistente, il Safe — Scienze agrarie, degli alimenti e dell’ambiente — per crearne una nuova, Dafne, e lasciare fuori dal dipartimento bis, un recinto protettivo, i quattro contestatori che si erano messi di traverso. Sono due ricercatori e due professori ordinari. Uno degli insubordinati è Matteo Alessandro Del Nobile, ordinario del corso di Scienze e tecnologie alimentari, autore o coautore di oltre trecento lavori sulla scienza degli alimenti, ventisettesimo studioso al mondo per pubblicazioni nella sua disciplina. Quando la classifica diventò nota, il rettore Pierpaolo Limone disse entusiasta: «È un risultato che ci onora come Università di Foggia». Ora, su spinta degli accademici chiamati a rispondere dei loro bandi, e dei vertici universitari chiamati a rispondere della gestione dei fondi pubblici, il Magnifico ha chiuso il luminare e i suoi collaboratori in un dipartimento fantasma. «Devo tutelare la salute dei 56 docenti attaccati», ha spiegato Limone, «sono sotto stress». Il gruppo lasciato in disparte, dal marzo 2016, ha messo insieme quattro denunce alla Procura. Tre concorsi cuciti su misura o affrontati in violazione dei regolamenti universitari, e altro. L’altro ha messo in luce come «a volte il concorso è la moneta di scambio per ottenere cose più remunerative ». Quelle che, nel gennaio 2019, fa emergere la Finanza con un’informativa che ora è architrave della richiesta di rinvio a giudizio per diciannove docenti, tra cui il prorettore vicario in carica, Agostino Sevi, l’ex rettore Giuliano Volpe, il professor Gianluca Nardone, lui dirigente del settore Agricoltura della Regione Puglia, il direttore del progetto Antonio Pepe, il direttore generale dell’università, Costantino Quartucci. Le accuse sono, a vario titolo, di abuso d’ufficio, truffa, peculato.

Per il periodo 2011-2015, il ministero dell’Istruzione ha girato al Distretto regionale Dare 35 milioni di euro con lo scopo di finanziare cinque progetti dell’Università di Foggia di carattere agroalimentare. I quattro interni guidati da Del Nobile si sono accorti presto di alcune preoccupanti anomalie: l’Ateneo, di fronte alle loro richieste di spiegazioni, li ha estromessi dai lavori. «In modo illegittimo», accerterà la Finanza. Gli altri docenti e collaboratori sono rimasti dentro i progetti firmando atti d’impegno «vessatori, irrituali e penalizzanti». Le indagini hanno accertato, ancora, che molti professori avevano dichiarato attività di ricerca svolte in periodi, in verità, precedenti la loro nomina e che l’Ateneo aveva contabilizzato all’allora Miur costi mai sostenuti. Una truffa per 315 mila euro. Il Distretto agroalimentare regionale, il consorzio Dare appunto, aveva invece trattenuto per sé due milioni del rimborso spettante all’Università di Foggia. Una cresta di tutto riguardo.

Ancora: nei "Rapporti tecnici", necessari per indicare lo stato di avanzamento dei lavori, le attività descritte erano state pagate all’ateneo e svolte da altri. Qui si parla di 193 mila euro illegittimamente percepiti. E i rimborsi orari dei docenti per la ricerca — "time sheet" — erano stati amplificati con prestazioni mai avvenute (per altri 112 mila più 130 mila euro). Infine, l’università aveva attivato tre cottimi fiduciari in tre caseifici per la fornitura di prodotti lattiero-caseari. Le ditte, regolarmente pagate dall’Ateneo di Foggia, non hanno però fornito quello che era stato concordato. Qui il sovraccosto pubblico è stato calcolato in 52.500 euro. La contestazione globale, truffa e peculato, è pari a 2,8 milioni. L’ateneo avrebbe modificato in modo retroattivo la quota da trattenere e una parte di quei soldi è finita, dice la procura, negli stipendi dei suoi dipendenti. Tra loro, la sorella di Agostino Sevi. Il prorettore non ha mai pensato di dimettersi e il ministero dell’Istruzione non si è mai costituito parte civile.

Qualche numero

Il mondo accademico usa due argomenti per provare a smontare l’assioma che vorrebbe «i concorsi pubblici universitari non più credibili». Il primo: chi fa ricorso è chi non ha la forza per arrivare primo. Il secondo: non esistono dati per dimostrare in scienza e coscienza che l’università produca bandi su misura e commissioni aggiustate per pilotarne l’esito. In verità, un po’ di numeri esistono. Le sentenze della Giustizia amministrativa su contenziosi universitari dal 2014 al 2020 sono state più di 5 mila (fonte "Il diritto delle università nella giurisprudenza", Giappichelli editore). E nel triennio 2017-2020 sono aumentate del 40 per cento. Il presidente del Tar Lazio ha comunicato che solo nel 2015 ben 1.240 procedimenti di ricorso sono stati avviati per la procedura di Abilitazione scientifica nazionale (che consegna alle università docenti di prima e seconda fascia).

Alla fine del 2017 e all’inizio del 2018, per ragioni di pura sopravvivenza, sono nate due associazioni di contestazione dell’andazzo dei concorsi dell’alta formazione. E sono arrivati altri numeri. Il 10 novembre 2017, in uno studio legale di Trastevere, otto persone — tutte "vittime di università" — firmano lo statuto di "Trasparenza e merito". Due di loro, l’avvocato cassazionista Giuliano Grüner e il chirurgo Pierpaolo Sileri — che si candiderà alle elezioni del "4 marzo" con i Cinquestelle e diventerà viceministro alla Salute con il Conte 2, quindi sottosegretario con Draghi —, tra il 2015 e il 2016 avevano registrato minacce e profferte del rettore dell’Università di Tor Vergata, Giuseppe Novelli. Hanno fatto partire un’indagine che ora è a processo e, inedito nell’accademia italiana, hanno costretto un potente barone accusato di tentata concussione e istigazione alla corruzione a uscire di scena. Giambattista Scirè, tra i fondatori di "Trasparenza e merito" e oggi diventato amministratore unico, è a suo modo il simbolo della mala Università italiana. Ricercatore di Storia contemporanea, nove anni e quattro mesi fa vinse un concorso da ricercatore e docente (per tre stagioni) all’Università di Catania, sede di Ragusa. La commissione insediata gli preferì un’architetta, segretaria dell’ex preside del dipartimento di Scienze umanistiche. Scirè in questi nove anni e quattro mesi ha frequentato e vinto cause in tutte le sedi della giustizia amministrativa, ha ricevuto una lettera di solidarietà dal Quirinale, ha fatto condannare commissioni, ma è sempre fuori dall’accademia. Vive, in casa dei genitori, con un primo risarcimento fin qui utile a pagare gli avvocati.

L’associazione "Trame" oggi è partecipata da 670 studiosi che ritengono di aver subito un torto da un ateneo del Paese. Quasi sempre, un concorso. Hanno tra i 22 e i 75 anni, e una leggera prevalenza maschile. Sono professori (115), ricercatori (303), precarissimi assegnisti, borsisti, post- doc (252). Sono equanimemente distribuiti al Nord, al Centro, al Sud. Il 12 per cento combatte la sua battaglia dopo essere fuggito all’estero. In tre anni di vita, questa pletora di aspiranti acc ademici ha prodotto 3.180 segnalazioni, 750 delle quali sono diventate ricorsi amministrativi o esposti-denunce in procura. Gli associati di Trasparenza e merito si occupano di "bandi sartoriali", ovvero cuciti su misura a un candidato. Di chiamate per professori associati e ordinari senza libero accesso, eccessi di discrezionalità tecnica delle commissioni di concorso, titoli e pubblicazioni che non corrispondono a quello che ha richiesto il bando, elusione da parte degli atenei delle disposizioni del Piano anticorruzione in materia di sorteggio dei commissari, eccesso di potere del dipartimento rispetto alla valutazione della commissione del concorso. "Trasparenza e merito", tra l’altro, ha dato il là a inchieste profonde nelle Università di Firenze e Catania.

Catania, tutti parenti

«Alla fine qua siamo tutti parenti… D’altronde l’Università nasce su una base cittadina abbastanza ristretta, una specie di élite culturale della città». L’ex rettore dell’Università di Catania Francesco Basile, intercettato dalla Digos quando era in carica, parlava così. L’ateneo di Catania, uno dei più antichi e grandi d’Italia, era come «una grande famiglia», dove il sangue fa premio sulla conoscenza, e l’appartenenza sul merito.

Proseguiva con questo incedere l’allora Magnifico, prima di essere travolto insieme ad altri due ex rettori, sette capi dipartimento e quarantacinque docenti dalla mega indagine coordinata dal capo della procura etnea Carmelo Zuccaro e dall’aggiunto Agata Santonocito che ne ha chiesto il rinvio a giudizio, a diverso titolo, per associazione a delinquere e per aver truccato e pilotato una cinquantina di concorsi per ricercatore, ordinario e associato. Le "famiglie" evocate da Basile sono quelle indicate dai cognomi dei "figli d’arte" in cui si inciampa nelle carte dell’inchiesta. Come Velia D’Agata, figlia dell’ex procuratore capo di Catania, Vincenzo D’Agata, che si è aggiudicata una cattedra da ordinario in Anatomia umana. Quando la sua idoneità stava per scadere, si è discusso come permetterle di scavalcare Sergio Castorina, che otterrà poi una cattedra analoga negli stessi giorni. Alla fine la soluzione si trova ricorrendo a una procedura di chiamata ristretta. Non prima, però, di incontri ai quali hanno partecipato Basile e lo stesso ex procuratore.

Ancora, come l’ordinario di Economia politica Roberto Cellini che fa notare l’inopportunità di chiamare il figlio del direttore del Dipartimento di Scienze politiche Giuseppe "Uccio" Barone, Antonio. Per l’ex direttore generale Lucio Maggio «non è che il figlio di Barone è un genio... Tutt’altro». Barone jr., alla fine, otterrà la cattedra di Diritto amministrativo. Come vincerà un’altra figlia e nipote d’arte: Alberta Latteri, il cui padre Ferdinando è stato anche lui rettore a Catania. Diventerà ricercatrice il 29 agosto 2017. Secondo i pm, dopo un interessamento dell’ex Magnifico Antonino Recca. L’allora rettore Basile ha spesso un ruolo chiave. Come per la chiamata a ordinario di Biologia. La scelta ricade su Massimo Gulisano, ma a quel posto ambisce anche Luca Vanella, un figlio d’arte: il padre è Angelo, noto docente dell’ateneo. Basile convince Vanella a non creare problemi: «Entro fine anno farai tu il concorso». E il giovane risponde: «Va bene, faccio un passo indietro». Se non si tratta di legami di sangue, è il vincolo dell’obbedienza che lo sostituisce. Sebastiano Granata diventa ricercatore perché così vuole il direttore Giuseppe Barone.

Il Sistema Firenze

E per ottenere il risultato, secondo i magistrati, viene messo in piedi perfino un finto convegno «sui volontari italiani in Russia» al fine di «anticipare le spese di vitto e alloggio» a una commissaria che doveva aiutare Granata.

Parlando con la Granata di possibili concorrenti al concorso, e quindi al suo piano, il professor Barone aggiunge: «Vediamo chi sono questi stronzi che dobbiamo schiacciare». Vince Granata e quest’ultimo manda un affettuoso sms al mentore: «Caro prof, mi ha confermato, una volta di più, non solo di essere un maestro fantastico, ma anche un vero papà». La famiglia è un passepartout ed è lessico. La famiglia è garanzia che passata la tempesta tutto si aggiusterà. Dopo l’inchiesta giudiziaria nell’ateneo è infatti calato il silenzio. Tutti gli indagati continuano non solo a insegnare (nessuno è stato sospeso), ma anche a ricoprire posizioni di vertice e qualcuno siede perfino nei nuclei di valutazione interni e nelle commissioni concorsuali. Il nuovo rettore, Francesco Priolo, non ha ancora fatto costituire l’ateneo nelle udienze preliminari come parte civile. Tutto tace.


«Sapevo a cosa sarei andato incontro, isolamento, solitudine, sospetti. Ma non potevo accettare il sistema». Nel 2014 il professor Oreste Gallo, associato di Otorinolaringoiatria a Firenze, denunciò per la prima volta l’esistenza di un grumo di potere capace di condizionare i concorsi a Medicina. A distanza di anni poco sembra essere cambiato, almeno a scorrere gli atti dell’inchiesta della Finanza che nel marzo scorso, con una raffica di perquisizioni eccellenti, ha terremotato l’ateneo fiorentino. Indagati il rettore Luigi Dei, i vertici dell’Azienda ospedaliera universitaria di Careggi e quelli del pediatrico Meyer. E con loro una rete di professori (tra cui Roberto Bernabei, medico di Papa Francesco) e primari che avrebbero tramato per alterare il normale percorso dei bandi e cucirli addosso al candidato scelto. «Siamo persone di sistema», diceva uno dei principali indagati, il professor Niccolò Marchionni, senza sapere di essere intercettato.

Un rifermento, quello al "Sistema", su cui i pm Luca Tescaroli e Antonino Nastasi hanno insistito a lungo durante gli accertamenti, finendo per ipotizzare l’esistenza di un’associazione a delinquere. Questa, esplosa lo scorso 4 marzo, è la terza inchiesta sui concorsi di Medicina dell’Università di Firenze negli ultimi cinque anni. «È una vecchia storia, e di certo non riguarda solo questa città», racconta ancora Gallo. «Non bastano i titoli e l’ambizione, c’è un muro invisibile che separa alcuni candidati da tutti gli altri». Il professore che ha fatto emergere la rete aggiunge: «Così come è costruita, la legge si presta a questo tipo di distorsioni. Nelle commissioni esaminatrici finiscono persone scelte dai dipartimenti, i gruppi di potere hanno gioco facile». Il primo esposto Gallo lo presentò dopo aver scoperto che i vertici della facoltà avevano anteposto altri concorsi a quello di ordinario di Otorinolaringoiatria. Un espediente per favorire candidati interni al dipartimento, cui si sarebbero prestati, secondo le accuse (il procedimento penale è ancora in corso), i vertici di Medicina e alcuni professori. Uno schema non troppo diverso da quello disegnato da quest’ultima inchiesta fiorentina, nella quale sono iscritte sul registro degli indagati ben 39 persone. Oltre all’associazione a delinquere, finalizzata a un numero imprecisato di abusi di ufficio, i pm contestano alcuni episodi di corruzione. Per questo motivo sono state chieste misure di interdizione per otto indagati, tra cui il rettore Dei, il professor Marchionni e il direttore generale dell’Ospedale di Careggi, Rocco Damone. Nelle carte si legge un dialogo del rettore dell’Università di Firenze con un docente: «C’è fior fiore d’inchieste della magistratura. Sono concorsi questi, ma t’immagini se si va a dire che si fa un concorso e si sa già chi viene?». In altri passaggi si scopre la reazione del gruppo di fronte alla candidatura a sorpresa di una concorrente in grado di scompaginare i piani, la professoressa Anna Linda Zignego. «Ci hanno mandato i link per accedere ai candidati… Oh… La femmina ha un curriculum pesante», dice la mattina dello scorso 13 novembre Marchionni sempre a Bernabei. «Prenditi molto tempo e scrivimi una lettera all’indirizzo di casa», replica l’altro, «che bisogna studiare con accortezza tutti…». La sera stessa Marchionni contatta Ungar per informarlo del curriculum dell’avversaria e delle valutazioni da lei ottenute in precedenti concorsi: «Si sono trovati esattamente con lo stesso problema, che hanno affrontato esattamente nello stesso modo, cioè dicendo quant’è brava, buona produzione scientifica, però non si riesce nemmeno a capire cosa ha fatto dal punto di vista clinico… Quindi, bisogna fare in quel modo lì». Fare fuori la candidata sottolineando la sua presunta fragilità sul piano della medicina applicata. Sono una quindicina i concorsi finiti sotto la lente, tutti manipolati, secondo le accuse, dallo stesso centro di potere. Agli altri restavano le briciole.

Il muro di gomma

La prova del nove della scientificità del "Sistema", della sua applicazione sistematica, è del resto in una ricerca italiana pubblicata su

Lancet.

Negli atenei della Toscana e nelle quattro grandi città di Roma, Milano, Napoli, Bologna il 94 per cento dei vincitori, dal 2010 a oggi, è stato un interno. Nel 62 per cento dei casi — qui si parla solo delle università toscane — si è presentato al concorso un solo candidato. Gli altri, sapevano che era inutile. Ammesso ce ne fosse bisogno, è la dimostrazione che la Legge Gelmini, che doveva combattere il baronato, è stata un fallimento plateale. L’"Osservatorio indipendente per i concorsi universitari" è associazione di tutela delle vittime di università nata in tempi recenti. Vede tra gli iscritti addirittura un rettore — Giorgio Zauli, Università di Ferrara — e ha rodato un metodo interessante. Laddove gli associati avvistano un "bando profilato", scrivono una lettera e con la posta certificata la inviano al rettore dell’università, al direttore di dipartimento, al presidente della società della disciplina coinvolta. Agli «illustrissimi professori» l’Osservatorio segnala: il bando «emanato dal Suo Ateneo» potrebbe contenere «elementi di irregolarità». Su 105 segnalazioni, hanno risposto 24 atenei. E in undici casi il rettore ha revocato, annullato, rettificato il bando. All’Università di Torino l’Osservatorio ha avvistato, nell’aprile del 2018, quaranta assegni di ricerca su ottantatré fuori standard. L’Alma Mater di Bologna fermò un concorso nell’ottobre 2018 e uno nel febbraio 2019. Poi, di fronte a tanta insistenza, l’università cambiò il regolamento sulle chiamate dei professori di prima e seconda fascia e non fermò più nulla. Marco Federici, presidente dell’Osservatorio, abilitato all’insegnamento in università ma precario della scuola, dice: «L’Università di Bologna nei bandi ha l’abitudine di attribuire un numero di punti enorme a compiti amministrativi interni, cosa che viola le pari opportunità tra tutti i candidati. Chi è stato ricercatore o associato a Bologna ha non pochi vantaggi in una chiamata a professore del proprio ateneo». Chiosa: «Il comportamento dimostra quanto sia grave concedere tutta questa autonomia agli atenei». Un problema centrale è che gli atenei italiani non ottemperano neppure alle indicazioni della magistratura amministrativa, a meno che un Consiglio di Stato, stufo di tanta sordità, non li commissari e si sostituisca alle commissioni indicate. La risposta di molte università alla contestazione crescente è quella di disattendere le sentenze, lasciarle in sonno. Di fronte a indicazioni precise dei giudici amministrativi, gli atenei non fermano i risultati dei concorsi censurati in tribunale, non riformulano i giudizi sui vincitori, non rifanno le commissioni.

Il caleidoscopio delle gestioni dei concorsi delle autonome università italiane è davvero fantasioso. Nella Firenze del processo Careggi, negli anni, soprattutto gli ultimi del rettore Luigi Dei, è passata liscia l’assunzione di quattro coppie — marito e moglie, compagno e compagna — nello stesso Dipartimento: Scienze politiche e sociali. Otto membri del ristretto corpo docente, fatto di 48 tra professori e ricercatori, sono congiunti. L’Università della Calabria ha provato a risolvere il concorso di Storia della filosofia antica in cui era stato riammesso un candidato che già aveva presentato titoli falsi rifacendo la classifica: la candidata arrivata seconda è stata retrocessa al terzo posto e il terzo è stato spinto al secondo. Il vincitore contestato, straordinariamente voluto dal Dipartimento, è rimasto vincitore. Al Consiglio nazionale delle ricerche si è andati oltre. Il Tar del Lazio ha disposto il riesame dei titoli di fronte al ricorso della chimica Clara Maria Silvestre. La commissione ha formalmente accettato, ma quando è passata alla rivalutazione per il posto da dirigente di ricerca ha introdotto nuovi criteri e ha lasciato Silvestre a 0,1 punti dal vincitore. È una battaglia che toglie il fiato, per chi la intraprende. E segna la vita. Michele Burgio, dialettologo di Palermo, il più giovane abilitato a professore associato in Italia nel suo settore, si è riparato a insegnare nelle scuole serali della sua città dopo essere stato isolato in facoltà. «Avevo contestato un concorso pre-assegnato all’allievo della presidente di commissione, uno sgarbo intollerabile», racconta. «Tutti gli amici del dipartimento mi hanno tolto gli inviti ai compleanni, la bicchierata di Natale e il saluto. Intorno a me, è calato il silenzio. Come se fossi morto». Dopo il primo ricorso, il Dipartimento ha rifatto il concorso e ha riassegnato la vittoria al protetto, solo con uno scarto inferiore. «Mi sono fermato nelle contestazioni, ma solo perché mi sono dovuto occupare della mia vita».

Messina, il commissario seriale d’esame

Salvatore Cuzzocrea, dal 2018, è il rettore di una delle università più complicate della storia repubblicana, Messina. Il farmacista, secondo titolo di laurea in Medicina ottenuto in un corso gestito tra Roma Tor Vergata e Tirana, è arrivato ai vertici dell’ateneo siciliano annunciando di volerlo liberare dai partiti. Nemici e ostacoli sono stati immediati, e hanno trovato terreno fertile nella prassi del neorettore di partecipare — in modo seriale — alle commissioni dei concorsi pubblici della sua università. Dal 17 aprile 2018 ad oggi (con i concorsi più rarefatti) Cuzzocrea, che nel frattempo è diventato vicepresidente della Conferenza italiana dei rettori (Crui), ha preso parte come membro a quattro commissioni nel suo settore scientifico disciplinare.

Nel 2017, da prorettore, fu presente in cinque procedure interne e due commissioni contravvenendo l’atto di indirizzo del ministero sul Piano anticorruzione, che prevede tre presenze al massimo. L’Autorità Anac suggerisce ai magnifici di astenersi e la Legge Gelmini chiede che i docenti chiamati a giudicare «non siano componenti dell’organo di direzione politica dell’amministrazione». Nel 2018 Cuzzocrea presiedette una procedura di passaggio a professore associata a cui partecipò una ricercatrice — valida, peraltro — che aveva condiviso con il rettore, suo testimone di nozze, un largo numero di pubblicazioni. Cuzzocrea mise a verbale il fatto che fosse coautore, nessuno sollevò obiezioni, ma sul punto due sentenze della magistratura amministrativa sono chiare: avrebbe dovuto evitare. Si difende Cuzzocrea: «Non ho mai violato la legge, ho sempre pensato che un rettore resta un professore ed è giusto che valuti gli studenti. Credo di avere il curriculum per farlo, visto che l’Università di Stanford mi posiziona tra i primi trenta ricercatori nel mondo. In futuro non parteciperò più a commissioni giudicanti».

Una riforma esiziale

Raffaele Cantone da procuratore della Procura di Perugia ha fatto emergere la grottesca illiceità dell’esame in Lingua italiana del calciatore uruguaiano Luis Suarez, la scorsa estate in predicato di passare alla Juventus. L’Università Stranieri di Perugia è arrivata a coltivare la possibilità di una truffa così grossolana perché da tempo, in nome dell’autonomia, i suoi dirigenti, a partire dall’ex rettrice Giuliana Grego Bolli e il suo direttore generale Simone Olivieri, si muovono calpestando regole e leggi e, non a caso, hanno fatto precipitare l’ateneo in un baratro di perdite di bilancio, rarefazione di iscritti e azzeramento di credibilità. Ebbene, proprio Cantone, da presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, aveva subito gli strali di una parte consistente del mondo accademico italiano per la sua azione normativa sul campo. Il magistrato il 26 settembre 2017 diceva a Repubblica:

«Quello universitario è un mondo suscettibile e capace di grandi difese corporative. Il rapporto professionale padre-figlio, ricorrente di per sé, in facoltà è forte. All’Anac arrivano diverse denunce e ci segnalano, soprattutto, conflitti di interesse che interverrebbero nelle scelte, nei giudizi, nelle promozioni ». Cantone segnalò la capacità di autoprotezione dell’accademia malata: «A mettersi contro il sistema nell’università si rischia. Dobbiamo constatare che negli atenei c’è un deficit etico e soprattutto un’abitudine a tollerare l’andazzo, a considerarlo parte del sistema. Anche le persone con più capacità, a volte, per sopravvivere devono sottoporsi a pratiche umilianti».

Il rettore dell’Università di Palermo, Fabrizio Micari, già candidato del centrosinistra alle ultime regionali, ritiene che le difese degli atenei dagli esterni, da chi è fuori da una scuola, siano legittime. Dice: «Nel mondo universitario la cooptazione esiste e non può essere considerata necessariamente un male. Il professore bravo è quello che crea scuola, accoglie e fa crescere i suoi allievi, nella logica rinascimentale della bottega. La cooptazione esiste in Germania e nel mondo anglosassone». La questione è che questi sono ancora concorsi pubblici, non chiamate all’anglosassone. Spiegatelo alle migliaia di giovani Agnese italiane.