venerdì 7 agosto 2020

Pagliaccio!



Scaramacai rutta ed erutta il solito fango melmoso nella speranza di ribaltare l’attuale esecutivo, dimenticandosi volutamente che a quei tempi si navigava ad minchiam, tutto era in divenire, l’effetto devastante scompigliava progetti esecutivi, la paura la faceva da padrona. E questo tronfio ora parte a razzo per invocare dimissioni senza conoscere una minchia, dimenticandosi del duo comico sodale al suo fancazzismo che la sfortuna ha messo a dirigere la tragica situazione Lombardia, i quali non fecero nulla fondamentalmente perché mononeurotici e, Fontana, pure impegnato nel lucro parentale di camici poi donati, farabutto! Il contenitore barbuto d’idiozie continua imperterrito a spargere liquami e teoremi ruttologici frutto della sua cultura indegna ed indecorosa che spinge la laringe ad emettere il solenne vaffanculo delle grandi occasioni. Pagliaccio!

Selvaggia!


Viva Francesca Pascale, libera da B. e di baciare Paola Turci

di Selvaggia Lucarelli

Premessa: sono eterosessuale, ma se avessi trascorso 15 anni con Silvio Berlusconi, oggi piacerebbero le donne anche a me. In realtà mi piacerebbero anche i lampadari e gli gnu, qualsiasi cosa tranne gli uomini, ma queste sono considerazioni personali.

La premessa è necessaria per dire che se davvero Francesca Pascale e Paola Turci vivono una storia d’amore come si vocifera, non si capisce cosa debba destare stupore. Vorrei sapere chi tra un ottuagenario liftato che racconta barzellette sconce come l’ubriacone al bar e una cantante sexy che dimostra 20 anni di meno e racconta la vita con la sua voce strepitosa, sceglierebbe l’ubriacone al bar. Io, se fosse vero, la capirei la Pascale. E dico la verità: capirei ancor di più la Turci. Voi che “Una comunista che fa le vacanze su uno yacht pagato da Berlusconi!”, dovreste aprire la mente: è la prima donna over 50 a cui Berlusconi paga qualcosa nella vita, ed è pure comunista. Non c’è peggior sfregio, per uno come lui. È come se dovesse pagare le rate dell’auto alla Boccassini. In più, la Pascale adotta sottili strategie per prendersi le sue rivincite: mantiene i suoi benefit milionari, ma se ne sta lontana dalle mete pettinate care a Berlusconi e se ne va in Cilento, appoggia le Sardine, bastona Salvini, si espone sui social, insomma fa tutto quello che non poteva fare quando stava con lui. E non solo: s’è risparmiata l’incubo di farsi 4 mesi di quarantena nella villa di Nizza con Silvio, assieme ai fantasmi della servitù morta di “The Others” e ai poltergeist comunisti che infestano le residenze di famiglia. Roba che la povera Marta Fascina, chiusa in villa con lui, deve essersi fatta due palle così grandi che ora si fidanzerà con Fiorella Mannoia. Insomma, non so voi ma io tifo spudoratamente per la coppia Turci-Pascale. E chi è così bigotto da giudicare la presunta relazione della Pascale con una donna, è perché ha dimenticato quella lunghissima e neanche troppo clandestina di Berlusconi con un uomo: Massimo D’Alema.

E che dire?

 Nel ringraziarvi delle 170mila visualizzazioni raggiunte, vorrei celebrare il traguardo con un dubbio ahimè mefitico, quello cioè di come appariamo agli occhi di lorsignori, o per meglio dire il fantomatico establishment: mi ci metto per primo, siamo degli allocchi, babbani, rincoglioniti. 

Lo dico per ragionamento che nasce in anni lontani, quando vidi alla tv un esperimento in un supermercato: misero due scaffali vicini con lo sciroppo di menta, in uno scaffale di colore bianco con evidenziato che non conteneva coloranti, nell'altro bottiglie del classico colore verde con l'etichetta "contiene coloranti". Ebbene si svuotò quello nocivo, perché la menta è verde. 

Andiamo ai giorni nostri e guardiamoci intorno, in special modo nei social: sono sorti dei gruppi organizzati, e pagati, il cui unico obiettivo è lo stravolgimento della realtà per il tornaconto del proprio "datore di lavoro". Prendetevi del tempo e visionate il profilo del Cazzaro su Twitter: ogni occasione è buona per sfornare post il cui unico obbiettivo è il gradimento per innalzare i sondaggi, senza dignità, remore o tentennamenti. Se il rosso è di moda parte il tweet incensante, se diventa sfanculato ecco fulmineamente un cinguettio opposto a quello appena postato. 

Saliamo di potere, prendiamo quelli dell'Idiota Biondo che riesce anche ad annunciare la fine dei contagi! Non sono i commenti il centro del problema. Tutt'altro. E' la certezza che ci berremo ogni falsità, ogni contraddizione, ogni becero proclama. Ci conoscono, siamo quelli della menta pregna di coloranti. Ci hanno analizzato, studiato, soppesato, sanno che possono spingersi oltre la ragione, oltre l'evidente, senza titubanze di sorta. 

Perché ci siamo ridotti così? Cosa ci manca per ribellarci, per incutere loro timore e rispetto? Azzardo ipotesi: non riusciamo più a fortificarci attraverso sane letture, aggiornamenti quotidiani, ampie visioni, opinioni libere da ogni impiccio. Depressurizziamoci, ritorniamo in noi, prima che sia troppo tardi. Siamo il sogno di ogni pusillanime che è riuscito ad emergere non si sa come e perché. Riappropriamoci di noi stessi, per far scomparire come neve al sole i tanti, troppi, tronfi insulsi e deleteri. 

Grazie ancora per le 170mila visite! 

Besos!        

Oh, si scherza eh?!

 




Ancora Serra!

 

L’insostenibile Calderoli


di Michele Serra


L’uso attento delle parole e il senatore Calderoli non sono entità compatibili, come dimostra il lungo iter di offese grandi, medie e piccole uscitegli di bocca, negli anni, non si sa se dolosamente o per deragliamento. Se il politicamente corretto ha il torto di essere un negozio di porcellane, Calderoli ha il torto, conquistato sul campo, di essere l’elefante in capo.
Da ieri, però, Calderoli può fregiarsi del titolo di inventore del politicamente incomprensibile, in virtù di una digressione (in Senato) sul maschio poligamo e la femmina monogama che avrebbe dovuto illustrare la sua posizione a proposito della doppia preferenza; ma è riuscita, spiegando nulla, solo a irritare molte e molti dei presenti, e a disorientare il presidente di turno, La Russa, che non sapendo come comportarsi suonava il campanellino.
A tarda ora (nei giornali di una volta si diceva: al momento di andare in macchina), non si è ancora in grado di capire esattamente che cosa intendeva dire davvero, il Calderoli.
Si è solo capito che aveva ripetuto in Senato, laddove dovrebbero risuonare parole alte e soprattutto esperte, certe vecchie cose da barberia, l’uomo farfallone, la donna timorata. Quanto basta per far suonare le sirene d’allarme quelle che segnalano il pregiudizio sessista - che nei Paesi anglosassoni sono onnipresenti, e da noi un poco di meno anche perché suonerebbero notte e giorno, ininterrottamente, ovunque, tanto radicati, e antichi, e "normali", sono i pregiudizi e i luoghi comuni a proposito del genere (oddio, genere: avrò usato la parola giusta?).
In sostanza, però, si è capito che il politicamente corretto, tra tanti evidenti difetti, ha anche un rimarchevole pregio.
Che è suggerire, anzi imporre una certa circospezione, una certa delicatezza, una certa intelligenza, quando ci si avventura su un terreno che è disseminato di trappole e, soprattutto, di potenziali lesioni di libertà e di dignità lungamente calpestate: per esempio, in questo caso, la libertà della donna di non essere "fedele" conservando comunque – proprio come se fosse un uomo – reputazione e libertà d’azione.
Per farla breve. Calderoli ha detto, probabilmente, solo una vecchia, ottusa fesseria, certamente condivisa dall’ottanta per cento dai maschi suoi coetanei (di destra e di sinistra). Nel giorno in cui un giovane consigliere ex-grillino di un Municipio di Roma ha detto, in sede pubblica, che l’omosessualità è una malattia provocata dai vaccini, non staremo a crocifiggere un anziano leghista convinto che il maschio è cacciatore, la femmina l’angelo del focolare. Però, insomma, con la sua fedina penale di dichiarazioni razziste e (non meno grave) di panzane politiche tipo le trecentomila leggi date alle fiamme quando era ministro della Semplificazione (in tutto le leggi sono circa centottantamila), non potrebbe, il Calderoli, darsi una calmata?
Infine. Come una specie di post-scriptum reso obbligatorio dai fatti. Calderoli ha concluso il suo insensato intervento dicendo che la destra, comunque, ha candidato per le Regionali un sacco di donne. È vero. Ugualmente vero è che la sinistra, per le Regionali, ha candidato un sacco di uomini. Al di là del giudizio, tutt’altro che scontato, sulle candidature (meglio Bonaccini o Borgonzoni? Meglio Giani o Ceccardi?), su questo punto Calderoli ha tragicamente ragione. La sinistra potrebbe difendere con molto più agio la parità di genere se, santo cielo, la praticasse.

L'Amaca

 


Pessimi calcolatori

di Michele Serra

Sul terrificante botto di Beirut si affastellano le interpretazioni, le spiegazioni, le dietrologie. A monte di ciascuna di esse c’è il fatto oggettivo che l’essere umano — la più evoluta delle scimmie, ma il più goffo e ridicolo tra gli dei — è capace di stoccare in una zona fittamente abitata milioni di litri di un micidiale esplosivo, il nitrato d’ammonio.
Quanto ne basta per provocare la terza più grande esplosione della storia — così dicono — dopo Hiroshima e Nagasaki.
La pietà è importante, purché comprenda anche la pietà di noi stessi, della nostra micidiale imprevidenza, presunzione, incoscienza. Molti degli incidenti che ci conducono a morte (e con noi adulti i bambini, che ancora non sono diventati colpevoli come noi) sono la diretta conseguenza della nostra inguaribile spocchia. Come se Prometeo avesse rubato il fuoco per bruciarci dentro. Le catastrofi ambientali, i ponti che crollano, le deforestazioni e le escavazioni avide, le stragi da profitto come a Bhopal (quindicimila vittime tra dirette e indirette!), dicono di noi che preferiamo dimenticare il rischio pur di lucrare qualcosa che il rischio stesso prima o poi spazzerà via, come una fiammata finale.
Siamo, dunque, pessimi calcolatori.
"Non si può fermare il mondo" è la replica a ogni eccesso di scrupolo, o di prudenza.
Bisognerebbe inserire in questa dialettica (che riguarda anche il Covid) anche l’ipotesi che sia il mondo a fermare noi, scoppiandoci sotto il naso mentre beviamo un long drink al porto. Siamo pieni di boria, ma per davvero. E la boria è la peggiore consigliera possibile per fare progetti a lunga scadenza.

giovedì 6 agosto 2020

Ahh Daniela!


giovedì 06/08/2020
Per i liberal-chic, i licenziamenti sono l’igiene del mondo: il loro

di Daniela Ranieri

C’è un’invasione. Su Repubblica, il giornale dei progressisti, Tito Boeri boccia il blocco dei licenziamenti disposto dal governo per la crisi post-Covid, prodromo a suo dire di un “licenziamento dei licenziamenti” che ci renderà uguali alla Corea del Nord. Le aziende, dice Boeri, congelano le assunzioni, non rinnovano i contratti a tempo determinato e soprattutto “vivono una grande stagione di incertezza sul loro futuro”. Vero; mentre è noto che il lavoratore licenziato vive una grande stagione di certezza sul futuro, quella di morire di stenti; ma che sono quei musi lunghi? Su con la vita! Bisogna sapersi rinnovare, rimettersi sul mercato, reinventarsi, da tornitori diventare copywriter, da sarte rider delle pizze (è una nostra inferenza: i lavoratori Boeri nemmeno li nomina). Anche perché, parliamoci chiaro: il Reddito di cittadinanza e quello di emergenza “per chi viene per legge tenuto fuori dal mercato del lavoro dal divieto di licenziamento” (sic) sono il vero flagello d’Italia. Volete che la gente lavori e sopravviva? Licenziatela e toglietele i mezzi di sussistenza. Il licenziamento per i liberali del terzo millennio è ciò che era la guerra per i futuristi del Novecento: l’igiene del mondo.

Lo conferma Federico Rampini a Stasera Italia, dove già Cottarelli aveva decretato di cacciare il presidente dell’Inps per improduttività. Dal suo studio climatizzato con vista Central Park, presumibilmente nella posizione del loto (l’inquadratura è a mezzobusto), Rampini sputa veleno: “Bisogna fa-re pu-li-zi-a in un mondo di sa-bo-ta-to-ri della rinascita italiana (li deportiamo? ndr), si sono fatti il lockdown a casa! Questi già non facevano un lavoro intelligente prima, hanno lavorato ancora peggio… un alibi per un esercito di lazzaroni, a loro lo stipendio non glielo nega mai nessuno!”. Non si sa di quali dati si avvalga il prestigioso studio di Rampini: bisogna fare a fidarsi. E sentiste come pronuncia “improduttività”: ogni consonante è una frustata meritocratica.

La vibrata invettiva ha scatenato i meglio darwinisti sociali e competitivisti di Twitter, quelli per i quali la povertà è colpa dei poveri e se i ricchi diventano più ricchi ne beneficiamo tutti, come del resto la Storia ha ampiamente dimostrato. Intanto il sindaco Sala, quello del grido “Milano non si ferma” in simultanea con Confindustria e col non fermarsi dei focolai letali, ha autorevolmente spiegato che “l’effetto grotta per cui siamo a casa e prendiamo lo stipendio ha i suoi pericoli”. Naturalmente i pericoli sono per i ristoratori e i commercianti del centro, privati della clientela della pausa pranzo (lavora, consuma, crepa), gli stessi che commissionarono il video epilettico che lui gaiamente diffuse per invogliare la gente alla promiscuità. Prevedibilmente, da tutti costoro e dai giornali che li ospitano nemmeno una parola sui ladri padroni delle imprese private che hanno finto la cassa integrazione continuando a far lavorare i dipendenti e razziando soldi pubblici: quelli sono eroi della ripresa.

Ricapitolando: se proprio i lavoratori non vogliono essere licenziati, o se godono di uno stipendio in (finta) cassa integrazione, che almeno si rechino al lavoro (invece di pagarsi da soli corrente, connessione, pc, cancelleria etc.), e magari, se ci tengono tanto alla Patria, che si contagino (gravando sui conti pubblici per circa 3.000 euro al giorno in terapia intensiva, ma queste sono sottigliezze per perditempo). Col loro sacrificio, vero collante della solidarietà nazionale, potremmo ammortizzare il lato emotivo e retributivo della crisi facendone degli eroi. Aveva ragione Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del pianeta: “La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi” (ma non è detta l’ultima parola, aggiungiamo noi, quindi occhio).