mercoledì 1 luglio 2020

Diritto all’oblio?


Leggendo questo articolo mi sono rasserenato: anche quest’anno andrà allo stesso modo degli altri. La dea Eupalla è fuori di sé! A questi il moggismo ha dato alla testa. Quindi, Crí o non Crí, pure stavolta di coppaconleorecchie neanche parlarne! 

mercoledì 01/07/2020
IL CORSO AI DIPENDENTI
Calciopoli: persi tutti i ricorsi, la Juve vuole il diritto all’oblio

di Stefano Caselli

Gli elementi per sospettare un fake, almeno a una prima lettura superficiale, ci sono tutti: corso di formazione, giornalisti, Juventus, Calciopoli e… diritto all’oblio: ma non è Lercio, è una notizia vera: “L’esecutivo dell’Ordine dei giornalisti – si legge sul sito Professionereporter – ha approvato un corso di formazione aziendale proposto dalla Juventus. Si parlerà, fra gli altri temi di diritto all’oblio. Il tema ha suscitato una discussione, data la scelta dell’argomento ‘diritto all’oblio’ e visto il coinvolgimento della Juventus nell’inchiesta Calciopoli. Potranno partecipare i giornalisti che si occupano di comunicazione per la Juventus”.

Precisiamo subito che non è l’Ordine dei giornalisti a promuovere il corso: “La richiesta ci è arrivata dalla Juventus – spiega Carlo Verna, presidente dell’Odg – si tratta di un corso aziendale e ci hanno chiesto di poter assegnare crediti formativi ai loro sette dipendenti che si occupano di comunicazione. La discussione è stata anche sul tema, ma quello non ci compete. L’esecutivo ha votato di concedere l’opportunità formativa a una società sportiva non editoriale. In punta di diritto, non sta scritto da nessuna parte che sia vietato”.

Detto questo, ci piace immaginare due diversi scenari del corso in oggetto:

1) I sette addetti alla comunicazione della Juventus vengono ulteriormente spronati sull’ingiustizia subita dal club di casa Agnelli: Calciopoli fu un complotto mediatico e – se anche avesse avuto qualche fondamento – è un dato di fatto che nei confronti dell’Inter ci sia stata un’evidente disparità di trattamento. Purtroppo però, ogni ricorso in tutti i tribunali sportivi, penali, civili o amministrativi della galassia è stato rigettato. Dunque, nell’impossibilità di proseguire l’impari lotta, cerchiamo almeno di non parlarne più.

2) Ragazzi, ci autodenunciamo. È andata proprio così. Però, almeno, non parliamone più.

Voltaire e Robecchi


mercoledì 01/07/2020
PIOVONO PIETRE
L’irresistibile Giachetti, il Voltaire de noantri che va in difesa di Salvini

di Alessandro Robecchi

Scrivetela su un foglietto e tenetela nel taschino della giacca, o in uno scomparto della borsa, nello zaino, in una tasca dei jeans. Poi tiratela fuori alla bisogna e leggetela ad alta voce: “Non sono d’accordo con quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”, firmato Voltaire. Fico, eh? Diciamolo, bella frase: fa colto, spaccia chi la pronuncia per persona di buone letture, anche se è convinto che Voltaire sia un difensore del Paris Saint Germain e non un filosofo letterato del Diciottesimo secolo. Siamo, insomma, davanti a una citazione liofilizzata, facile da ricordare, perfetta e pronta all’uso ogni volta che qualcuno fischia Salvini nelle piazze italiane (succede spesso). Meno male che Voltaire è morto (nel 1778, quasi due secoli e mezzo fa), altrimenti Salvini dovrebbe girargli qualche prebenda (magari non tutti i famosi 49 milioni, ma una percentuale sì).

Avviso doveroso: non si vuole qui parlare – che noia – del mangiatore compulsivo di ciliegie, dell’uomo-selfie (anche ai funerali), insomma, del più cinico e risibile arruffapopolo in circolazione, bensì di quella sindrome ultra-tafazzista dei presunti avversari che lo difendono sventolando una frase di Voltaire per sembrare ragionevoli e moderati. La quale frase, tenetevi forte, non è per niente di Voltaire, ma viene da un saggio del 1906 la cui autrice, Evelyn Beatrice Hall, si è più volte scusata per averla attribuita al filosofo, uno sgarbo sempiterno al vecchio parruccone Voltaire il quale è più o meno passato alla storia per una frase che non ha detto e nemmeno pensato, ma che viene usata regolarmente per difendere l’indifendibile e segnatamente per bacchettare chiunque contesti Salvini.

Le “Brigate Voltaire”, insomma, non dormono mai: se si fischia qualcuno (purché di destra), ecco alzarsi puntualissimo il pipicchiotto voltairiano sedicente di sinistra che la ricorda tra virgolette. Ultimo, dopo la cacciata di Salvini da Mondragone, l’irresistibile Roberto Giachetti, che ci ha fatto la grazia di non citare direttamente l’aforisma farlocco del grande letterato, ma ne esprime con parole sue il concetto: “Non esiste al mondo che in un paese democratico a un esponente politico (per di più il segretario del maggiore partito italiano) venga impedito di fare un’iniziativa politica”. Gioco, partita, incontro: ci aspettiamo a stretto giro un digiuno giachettiano, uno sciopero della fame dei suoi.

Che poi, quella di Salvini a Mondragone non era “un’iniziativa politica”, era una provocazione bella e buona. Andare a parlare in un posto segnato da un’emergenza sanitaria pericolosa, incendiato da una situazione esplosiva, con una comunità di stranieri (bulgari questa volta) sfruttati all’inverosimile ed eversivamente additati come untori non è un’iniziativa politica, è correre verso l’incendio portando taniche di benzina (ci stupisce l’autorizzazione del Viminale, semmai). Se invece si volesse fare a Mondragone un’iniziativa politica seria, si potrebbe andare a chiedere di vedere i contratti di lavoro dei famosi bulgari, i loro contratti d’affitto, le posizioni Inps e Inail, e magari pure incrociare i dati per capire se quelli che fanno lavorare i braccianti bulgari nei campi a un euro e mezzo l’ora non siano per caso gli stessi che gli affittano un posto letto a prezzi da Costiera amalfitana. Ecco, quella sì, sarebbe un’iniziativa politica. Purtroppo non la farà Voltaire, che è morto, e nemmeno Giachetti, che è vivo e lotta insieme a lui (a Salvini, non a Voltaire).

martedì 30 giugno 2020

Rieccolo tra i maroni!


Ecco la scintilla, la buona novella, la calce bianca con cui ridipingere il sepolcro. Tal Ronzulli chiede addirittura di farlo senatore a vita. Una registrazione di un giudice deceduto, Amedeo Franco, ringalluzzisce Farsa Italia perché da quelle parole emergerebbe la persecuzione ai suoi danni da parte della magistratura “cumunista” come dice il cinese sarcogafato. La Gelmini chiede la commissione d’inchiesta sui presunti misfatti e, personalmente, non vorrei mai che questa registrazione, rimasta nascosta per anni, non costituisse il varo dell’operazione Quirinale per il pregiudicato già ai lavori sociali a Cesano Boscone. Sarebbe un cataclisma sociale, uno schiaffeggiare la dignità di un popolo intero per ritrovarsi lassù sul colle questo maleficio democratico, ganglio che non riusciamo ad estirpare definitivamente per il bene di tutti. 
Anche se fosse vero, che cioè la magistratura avesse a suo tempo deciso di levarcelo dai coglioni, e sia ringraziata per questo, anche se fosse tutto reale, non ne costituirebbe il punto focale. No, non sarebbe assolutamente prioritario tutto questo. Il fulcro della pericolosità del miliardario erotomane è tutt’altro: il pagamento di tangenti alla mafia di Riina, accertato sino al 1994 nella misura di 250 milioni di lire ogni sei mesi, il cui postino era il suo fratello di latte Marcello Dell’Utri.
Trovino quello che gli pare. Il giudizio non cambia: fu ed è tuttora il peggior male di questa malandata democrazia. 

Ps: chi è l’unico della maggioranza ad aver manifestato solidarietà?  
Provate ad indovinare! È facile. In ballista per tutte le stagioni, attualmente al tre percento...

Un link, il coraggio della verità


Che il giornalismo debba trovare forza e coraggio dall'amara realtà, è un dato di fatto e una speranza. 
Molti scribacchini sono ormai assuefatti al potere, recitando quotidianamente quel "zi badrone" simbolo del pronismo di questa era, nefasta per certi aspetti, come nella fattispecie l'informazione. 
Informare per evidenziare errori, sottoboschi, per rialzare animi e fronti. 
Leggete ad esempio questo articolo Cliccate qui! di Giulio Gambino sul sito TPI (che vi consiglio di leggere)
Ampio respiro, libertà, accuse fondate. 
Tutto quello che necessita per sentirci nella dignità. 

Se vi venisse voglia...


Vanni Santoni nel suo libro "La scrittura non si insegna" elenca dei libri a suo parere essenziali per iniziare a pensare di poter diventare scrittore. 

Alla ricerca del tempo perduto , Marcel Proust 
Ulisse , James Joyce 
2666 , Roberto Bolaño 
Underworld , Don DeLillo 
Europe Central , William T . Vollmann 
Abbacinante , Mircea Cartarescu 
Infinite Jest , David Foster Wallace 
Austerlitz , W.G . Sebald 
Pastorale americana , Philip Roth 
Meridiano di sangue , Cormac McCarthy 
Il tempo è un bastardo , Jennifer Egan 
Anna Karenina , Lev Tolstoj 
Guerra e pace , Lev Tolstoj 
I fratelli Karamazov , Fedor Dostoevskij 
I demoni , Fedor Dostoevskij 
Oliver Twist , Charles Dickens 
L’arcobaleno della gravità , Thomas Pynchon 
Mentre morivo , William Faulkner 
L’urlo e il furore , William Faulkner 
Middlemarch , George Eliot 
Orgoglio e pregiudizio , Jane Austen 
Emma , Jane Austen 
Tutti i racconti , Anton Čechov 
Nove racconti , J.D . Salinger 
Tutti i racconti , Alice Munro 
Tutti i racconti , Donald Barthelme 
Finzioni , Jorge Luis Borges 
L’Aleph , Jorge Luis Borges

Tralasciando che, se così fosse, non potrei mai aspirare a divenir scrittore, mi strugge essere ignorante, molto ignorante in materia.
Di questo elenco ne avrò iniziati una decina, altri non li ho mai sentiti neppure nominare. Di alcuni autori ne scopro l'esistenza oggi. 
Mi chiedo: ma è giusto così? E se li avessi letti tutti sarei un'altra persona? Leggere per divenire o per leggersi interiormente? A servizio di chi o cosa si legge? La lettura dovrebbe levar spazio a cosa nelle ventiquattr'ore? Di quanto leggiamo cosa rimane a galla e quanto scende nelle profondità dell'essere? Il primo della lista, Proust, l'ho letto per un buon 40%. Mi sono fermato per riflettere, ho perso la strada, conservo ricordi di quanto m'emozionai. Lo voglio ricominciare da capo. O forse no, troppo grande e grave il suo percorso. E l'Ulisse l'ho iniziato, contorcendomi se me stesso, ruggendo, maledicendo il tempo perduto che ricerco ancora per darmi dello stolto, del beota. Joyce mi dicono essere il top, lo credo, se lo dicono molti, ma non lo riesco a comprendere. E allora? l'avrà scritto anche per me o per i soliti noti? 
Quanta letteratura non potrò mai incontrare nella mia vita? E scialacquare? La letteratura russa, quella americana, i greci, gli italiani, gli inglesi. Come fare per fagocitarne il più possibile? O forse è meglio non impazzire davanti a cotanta bellezza? 
Credo che la risposta stia tutta qui: rilassarsi, non guardare avanti, gustare quello che è possibile. Il resto verrà da sé. Ciò che non si conosce non esiste. Non forma ma ecco il pertugio: formarsi mastodonticamente a quale scopo? L'Io necessita di conoscenza in bicchieri, in caraffe, in piscine a seconda del proprio soddisfacimento. Tutto il resto è vanità. Con questo non voglio dire che sono riempibile solo con un ditale, che mi basto poco per raggiungere la pienezza. Probabilmente ci vorrebbe una piscina ma l'ignoranza m'adduce a pensare diversamente. Che al mercato mio padre comprò. 

 

Ssscanzi!


martedì 30/06/2020
IDENTIKIT
Dalle ciliegie al Ponte Salvini (oramai) ne fa più di Bertoldo

di Andrea Scanzi

Non è vero che Salvini sia in stato confusionale. Tutt’altro. Se dalla crisi del Papeete in poi pareva aver iniziato una china comicamente discendente, confermata peraltro dai sondaggi a picco, nelle ultime settimane è tornato il Cazzaro Verde che dà orgogliosamente del tu a Churchill.

Già durante la fase più cupa del lockdown, Salvini aveva dato prova di commovente saggezza. Per esempio con la proposta delle chiese aperte per Pasqua, un ottimo modo per far arditamente conciliare la celebrazione della Resurrezione con l’aumento dei trapassi. Ma è negli ultimi giorni che l’uomo che sussurrava ai citofoni è salito garrulamente in cattedra.

Dapprima è andato da Floris e, candido come un bambino, ha dimostrato di non avere ancora capito nulla dell’utilizzo della mascherina, che per lui è un orpello fastidioso da togliere anzitutto quando ci si trova vicini a una signora: evidentemente Salvini, e con lui il suo popolo, preferiscono infettare con educazione piuttosto che salvare le vite mascherati. Teoria affascinante. Poi si è scofanato otto chili di ciliegie mentre Zaia parlava di bambini morti. Non solo: di fronte alla figuraccia planetaria, non solo non ha chiesto scusa ma – ospite di SkyTg24 – ha negato l’evidenza di fronte alla giornalista attonita: “Ma scusi, le sembra possibile che io cominci a mangiare le ciliegie mentre parlano di bambini morti?” (no, non parrebbe possibile, ma purtroppo è esattamente quel che è accaduto).

Dal 2 giugno in poi, con encomiabile senso civico, ha organizzato assembramenti a manetta, stretto mani senza lavarsele e abbracciato tutti in nome del Sacro Selfie: esattamente ciò che non andrebbe mai fatto in tempo di pandemia. È stato contestato in ogni piazza, reagendo a tali manifestazioni col garbo di sempre (ovvero zimbellando Azzolina, Bellanova e più genericamente “i comunisti, i radical chic e i centri sociali”).

Sabotato dalla Meloni, che gli sta saccheggiando l’elettorato senza neanche dare il meglio di sé (anzi), nel corso del suo tour in Puglia è riuscito a non citare mai il candidato meloniano (da lui mal sopportato) Fitto. Metà partito appoggia già Zaia, conscio del fatto che se il Cazzaro Verde continua così la Lega tornerà a percentuali da Tabacci greve, ma lui continua a fare chissà perché il ganassa. Emulo di Pappalardo (Antonio), nel treno verso Andria si è fatto fotografare senza mascherina (obbligatoria) e in uno dei posti dove è vietato sedersi (daje!). Continua a straparlare di “no al plexiglas(s) nelle scuole”, quando il plexiglas(s) è stato (ovviamente) eliminato dalle linee guida del governo. Pur di raccattare consensi e like, è arrivato persino a fare un post sui gemelli ammazzati dal papà nel Lecchese. Vive in televisione, spesso riverito neanche fosse uno statista, ma ciò nonostante ha il coraggio di gridare (come la Meloni) al “regime di Conte”. Durante un’assai sobria sfilata sul ponte di Genova, vestito come un playboy daltonico e ben poco atletico, ha scambiato i pannelli fotovoltaici per dei mitologici “pannelli di metano”. Si potrebbe andare avanti in eterno, perché ormai Salvini ne fa più di Bertoldo, ma non basterebbe il giornale intero. Lasciamolo quindi continuare così, implacabile come un fagiano lesso e rutilante come una Duna smarmittata in salita: chi siamo noi per negare a un cazzaro verde di emulare, in tutto e per tutto, il tragicomico nonché subitaneo tramonto del cazzaro rosé?

Mes o non Mes?

Neppure stavolta guarderò il dito, il solito dito: Mes si, Mes no, come prima c'erano le mascherine, le riaperture, le inefficienze, i sospetti, il virus è più debole, non mi sembra, e Zangrillo che assieme ad altri virologi politicizzati che decreta la fine pandemica, Toti che aprirebbe pure i tombini pur di accalappiare voti, ma il Mes questo Mes che continua a farla da padrona, tutti europeisti o sovranisti, la maggioranza non ce la fa, il governo è alla canna del gas, Conte che dice, Conte che fa, e visto che ci siamo ma questo Mes potrebbe essere la porta da cui l'Europa, la Angelona ci controllerà?, io userei il Mes ce lo chiede l'Europa, io no non lo userei perché diventiamo schiavi, e il Cazzaro in giro per il sud rimandato a casa, bravi bravissimi, sora Cicoria che parla di economia, latente, patente per la conduzione dello stato, e poi il Puttaniere che trasloca da palazzo Grazioli e lui sui soldi non si è mai fatto problemi e questi miliardoni del Mes perché non agguantarli. 
Mes, Mes, Mes. 

Non ci capisco una mazza in merito, lo ammetto, non essendo economista. Non mi piace dire una cosa per l'altra. Occorre studiare, conoscere, informarsi. 
Vi trasmetto dieci ragioni per non prendere i soldi del Mes. 
Li pubblica oggi il Fatto Quotidiano. Non ho altri spunti per il si, mi bastano quelli per il no. Così, a naso. 

di Salvatore Cannavò

Il segretario del Pd ha esposto in una lettera al Corriere della Sera i motivi per cui l’Italia dovrebbe ricorrere al Mes, il Meccanismo europeo di stabilità. Dieci motivi molto specifici per utilizzare quei 36 miliardi circa che il Mes mette a disposizione dell’Italia entro il 2022, con una “linea di credito rafforzata”, Eccl, denominata Pandemic crises support. Si va dall’investimento nella ricerca alla digitalizzazione del settore sanitario, dalla medicina territoriale al miglioramento di ospedali e strutture sanitarie, oltreché aumentare gli stipendi del personale. Zingaretti, però, fa finta di non sapere che quei fondi non sono gratis e non tanto perché hanno un costo, ma perché sono inseriti in una cornice ben precisa, delineata dalle regole della Ue. Con l’obiettivo di darsi un profilo si allinea a un europeismo di maniera che al momento ha un unico obiettivo: costringere il M5S, e Giuseppe Conte a cui non è stato anticipato il testo della lettera, a subordinarsi al quadro politico europeo. Non che Conte non abbia già fatto molto in quella direzione, in fondo l’elezione di Ursula von der Leyen è anche merito suo, ma qui si vuole una resa totale. Eppure di motivi per non cedere a questa richiesta ce ne sarebbero molti.

1. Non è vero che mancano le condizionalità

Sull’assenza di condizionalità c’è un ritornello al limite della molestia. Se non bastasse l’articolo 136 del Trattato di funzionamento dell’Unione europea, deciso dal Consiglio europeo del 25 marzo 2011 e poi approvato l’anno successivo – “La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità” – basterebbe rileggersi il Trattato istitutivo del Mes: in base all’articolo 14, per un Paese non finanziariamente solido si prevede la linea di credito “rafforzata”, Eccl che nelle linee guida (Guideline on Precautionary Financial Assistance) prevedono all’articolo 5 “una sorveglianza rafforzata da parte della Commissione Ue”. Questi documenti non sono mai stati menzionati né si prevede di modificarli.

2. Il Mes non è un fondo salva-Salute

L’Eurogruppo ha adottato una decisione per la concessione della Eccl finalizzata alla crisi pandemica e sottoposta a precise e ben elencate spese sanitarie, “dirette o indirette”, e questo è vero. Ma il Mes è rimasto quello che è, un trattato intergovernativo che permette a un organismo sovranazionale di funzionare come una banca. Che presta soldi per riaverli indietro. Da questo punto di vista, si potrebbe tranquillamente dire che la condizione relativa alle spese sanitarie non è sostitutiva delle altre condizioni, ma è semplicemente aggiuntiva.

3. La Commissione non può garantire di più

Nella lettera con cui i due commissari europei, Paolo Gentiloni e Valdis Dombrovskis, hanno dovuto assicurare che la “sorveglianza rafforzata” deve essere “semplificata”, i due commissari si sono riferiti al Regolamento 472/2013 del Consiglio europeo che prevede, appunto, le condizioni di una sorveglianza a seguito dei prestiti del Mes. Ma non si sono mai riferiti né al 136 del Tfue né, tantomeno, al Trattato istitutivo del Mes. Che restano saldamente in vigore.

4. Perché non può esistere un Mes light?

Con queste premesse è comprensibile capire perché ricorrere al Mes presenti dei rischi: perché le caratteristiche del Trattato che lo regola sono tutte in piedi. Paragrafo 2 delle premesse: c’è il chiaro rinvio all’articolo 136 che prevede la “stretta condizionalità”; paragrafo 4: La “stretta osservanza” del quadro della Ue, della sorveglianza macro-economica, del Patto di stabilità “dovrebbero rimanere la prima linea di difesa contro la crisi di fiducia che incide sulla stabilità dell’area euro”. Articolo 12: “Ove indispensabile, per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e dei suoi Stati membri, il Mes può fornire a un proprio membro un sostegno alla stabilità, sulla base di condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto. Tali condizioni possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite”.

5. La natura del Mes: garantire la stabilità

Come si vede da queste citazioni, la parola chiave del Mes è “stabilità” non “solidarietà”. E infatti l’introduzione del Mes nel Tfue non ha utilizzato, magari modificandolo, l’articolo 122 che parla di “spirito di solidarietà tra gli Stati membri”, ma ha introdotto un articolo nuovo che ritiene indispensabile “salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme”.

6. Il senso politico dell’articolo 136 del Tfue

Non è un caso che nel discutere di Recovery fund e degli “eurobond” che gli sono sottintesi, si faccia riferimento proprio al 122 Tfue. Se le intenzioni fossero davvero quelle che vengono espresse ripetutamente e in tutte le salse, perché non si modifica il trattato del Mes e lo si trasforma in un organismo che, in uno “spirito di solidarietà”, punti a emettere bond europei che servano ai Paesi che ne hanno bisogno?

7. Il ricorso al Mes non riduce il debito

In realtà neanche questo sarebbe risolutivo, perché anche in assenza di “strette condizionalità” – quando si tratta di prestare denaro qualche condizione deve essere sempre prevista – si gonfierebbe comunque il debito pubblico. Per ora il Patto di stabilità è sospeso, ma che succederà quando sarà riattivato? E come si comporterà il Mes di fronte alla difficoltà economica di un Paese come l’Italia? Il problema della condizionalità non è tanto un ostacolo per accedere al Mes, ma un problema per il dopo, quando la crisi sarà magari superata e all’Italia sarà richiesto di rientrare, sia pure nell’arco di dieci anni.

8. Al Mes non ci ricorre nessuno, chissà perché

Questo punto è stato spiegato proprio sul Fatto Quotidiano da un testimone d’eccezione, Emanuele Felice, responsabile economico del Pd: “Il Mes è senza condizioni e a tassi di interesse molto bassi – spiegava – ma il problema è che se lo chiediamo solo noi si può creare un ‘effetto stigma’ sui mercati che può far salire il tasso sul resto del nostro debito. Così è difficile dire se ci guadagniamo”. Infatti, la Spagna non ha intenzione di farvi ricorso e anche Portogallo e Grecia hanno fatto sapere di non averne l’intenzione. Saremmo solo noi: stigma assicurato.

9. Il Mes è un creditore senior, come il Fmi

Anche questo punto in genere è sottovalutato, ma come si evince sempre dal Trattato del Mes “i capi di Stato e di governo hanno concordato che i prestiti del Mes fruiranno dello status di creditore privilegiato in modo analogo a quelli del Fmi. Tale status produrrà i suoi effetti a decorrere dall’entrata in vigore del presente trattato”. Avere un creditore senior abbatte, automaticamente, la credibilità del debito residuo per cui è ipotizzabile che i tassi di interesse per un debito che non è privilegiato possano salire.

10. Caro Mes, ma quanto mi costi?

I prestiti Mes sono costati a Cipro lo 0,76 per cento. Le tabelle ufficiali, complicate, paralno di tasso base, commissioni e una tantum per circa lo 0,2%. Secondo il sito del Mef, “l’andamento del tasso medio ponderato di interesse dei titoli di Stato domestici calcolato sulla base dei rendimenti lordi all’emissione fra il 2018 e il 2019 è passato dall’1,07 per cento allo 0,93 per cento”.

Il risparmio sembra essere di 270 milioni l’anno. Davvero vale la pena?