Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 21 giugno 2020
La Bbaaand!
Palapal amara
Come quei ragazzini presi dai nonni a trangugiar ciliegie che subito dopo la tirata d'orecchie, agitandosi, accusano gli amici di prima di averne mangiate molto di più, così questo PalapalaAmara, appena resosi conto di essere stato sbattuto fuori dall'Associazione Nazionale Magistrati, ha iniziato a far nomi e cognomi di coloro che, a suo parere, avrebbero agito e cogitato come lui stesso, ovvero in modalità ben lontana dal ruolo e importanza che la magistratura stessa richiederebbe.
Una sit comedy tra le più intricate questa, tra sigle, personaggetti (cit.), propositi, imboscate, spifferate, burattinai e, ahimè, politici.
La funzione della magistratura in tutta la sua globalità esigerebbe un altro comportamento, puro e senza nessuna macchia. Tutto quello che è avvenuto invece, la riduce ad un mercato rionale con conseguente perdita di credibilità.
Il famigerato sottobosco, alla Cosimo Ferri per intenderci, andrebbe vissuto ed usato solo per cercare funghi. In altri luoghi, soprattutto dove si decide sulla reclusione di persone e conseguentemente della verità su fatti delittuosi, occorre che la macchina giri oliata e pulita, lontana da quelle inettitudini tipiche dei sontuosi luoghi del parlare forbito popolato da uomini e donne scelte dal popolo affinché alimentino la democrazia in loro nome, il parlamento appunto.
Se la magistratura riuscirà a scrollarsi di dosso le variopinte e pullulanti sanguisughe, alimentanti il potere personale grazie alle voci sparse ad hoc in cui si racconta di manovre per nomine di giudici ed affini, potrà farlo solo e soltanto affidandosi ai tanti valorosi appartenenti alla categoria che da sempre, spendendo la propria vita, sono vanto e difesa dei principi costituenti lo stesso stato.
Nomi non ne faccio, ma arrivarci è facile, molto facile.
Un ottimo Serra
Alex tira fuori il meglio di noi
di Michele Serra
Di più che cosa si può dare agli altri? È così perfetto, Zanardi, come oggetto di amicizia e di ammirazione, che viene il sospetto che volergli bene sia troppo facile, troppo inevitabile. Il popolo che lo abbraccia, e maledice la sua sfortuna, è anche lo stesso popolo che arpiona, nella tonnara dei social, qualunque debolezza; che ha inventato e adopera con gusto, in segno di scherno per ogni moto di solidarietà, la parola "buonismo"; che nelle varie piazze televisive usa l’insofferenza e il malumore (le due qualità meno zanardiane al mondo) come modalità quasi fissa; un popolo la cui proiezione politica è tra le più lacerate e aggressive d’Europa, come se stare in società significasse soprattutto disprezzarsi, e desiderare l’annientamento altrui.
Poi questo popolo — vedi i giorni della pandemia — manifesta improvvisi, travolgenti sentimenti di unità e di solidarietà. Si sente buono senza sospettare buonismi, ha il ciglio umido senza temere retorica, canta volentieri lo stesso Inno che il giorno prima gli pareva una marcetta strombettante, ostenta italianità dopo averla deprecata per una vita, si raduna al capezzale di una persona bella e sfortunata senza farsi domande sugli altri partecipanti, che sono milioni e tutti molto diversi, ma resi tutti uguali dalla trepidazione per l’amico Alex. È come se una routine depressa, e abbastanza cinica, trovasse momenti di vigoroso e necessario rimedio, nei quali i buoni sentimenti, e addirittura l’incredibile sentimento della concordia, possono finalmente sboccare con naturalezza. La morte in agguato (quella da virus e quella che prova a ghermire per la seconda volta un uomo pubblico molto amato) fa da catalizzatore, il pericolo rinserra i ranghi, si torna a sentirsi popolo non nel senso, meschino e limitato, della propria fazione politica, ma in quello, più pieno e nobile, di un destino comune.
Certo se i due vasi non comunicanti della psicologia pubblica italiana, quello della quotidianità sciatta, quello dell’emergenza eroica, fossero un po’ meno separati, non sarebbe male. Se solo un decimo dell’emozione pro-Zanardi restasse poi in circolo anche per necessità più convenzionali, diciamo per la gestione ordinaria dei rapporti tra italiani, e dunque fossero anche i piccoli sentimenti, le piccole occasioni di rispetto e di cura a poter contare su di noi. Se per sentirsi italiani, con la minuscola, non ci fosse bisogno di avere le Frecce Tricolori che passano sopra il tetto, o il tenore che canta il Nessun dorma (non se ne può più, tra l’altro, lo stesso Puccini supplica di sospendere almeno qualche replica), o il campione esemplare, l’amico di tutti, che giace esanime e intubato. E se dunque bastasse la ragionevole, non emotiva, non retorica cognizione che siamo italiani semplicemente perché abitiamo qui, non perché una minaccia o un dramma ci costringe a esserlo; beh, sarebbe bello. Vorrebbe dire cominciare a trovare l’unica cosa che davvero ci manca, come popolo, che è la misura. Le nostre vele o si gonfiano per tempeste emotive, oppure si afflosciano miseramente. Ma i venti di media portata sono i migliori per navigare, e per arrivare primi, come Zanardi insegna, l’allenamento quotidiano è la sola via.
sabato 20 giugno 2020
Addio ad un Campione
Ero ragazzino e pur essendo già rossonero, invidiavo ai cugini quel sinistro magico, soprattutto sulle punizioni, fu lui l’inventore della “foglia morta”. Essendo mancino e sentendomi diverso, a quel tempo obbligavano a scrivere con la destra, non nel mio caso in quanto avrei composto geroglifici strani, stravedevo quindi per i sinistri, in primis per Rombo di Tuono che fu l’unico in grado di incunearmi il tradimento per abbracciare il suo Cagliari, ma la cosa non andò in porto, il cuore si sa non può modificarsi. E poi appunto Mariolino, quello con i calzini perennemente abbassati. Un faro nella notte brumosa di quei tempi. Riposa in pace Campione!
La scomparsa rivelante
La prematura morte di Carlos Ruiz Zafon oltre che a dispiacermi rivela in me una sperequazione culturale di cui soffro fin da quando ottenni la padronanza dei miei poveri mezzi e, badate bene, ciò non si verificò alla canonica età della sveglia ormonale, no, fu molto più in là, diciamo a cavallo dei venticinque!
E quindi, come se fossi entrato dentro ad un locale dove tutti stiano discutendo di un argomento a me ignoto, provocandomi quella classica espressione ebetina con tanto di muso allungato, bocca semiaperta, sopracciglia inarcate, che generalmente m'aguzza l'udito per carpire significati e notizie in merito in grado di evitarmi la classica figura dell'ignorante allo stato puro e brado, confesso qui senza alcun ombra di disagio che di Zafon non ho letto mai nulla e, un piccolo imbarazzo sta nascendo a dire il vero per quanto sto per dire, non ho mai sentito, letto o intavolato una discussione sulla sua persona.
E mentre leggo commenti, dolori, sofferenze per il suo andare verso altri lidi, m'interrogo, addolorandomi, per le immense praterie lasciate ad ingiallire nei tempi che furono, quando le ore faticavano ad affastellarsi senza un valido motivo, le giornate non lasciavano alcunché di particolari spunti da poter essere successivamente rivissute in cervice e la noia ingialliva ogni cosa, la fatica era ovunque, figurarsi nel prendere in mano un libro!
Sento quindi una mancanza di rispetto per i tanti, troppi insufflatori di sana e robusta sagacia culturale, come Zafon, da me tralasciati con noncuranza tipica di un idiota senza confini.
Mi amareggia non aver letto a suo tempo i grandi cammei di questo scrittore catalano; il rammarico è ancor più grande nell'apprendere che il suo libro principe, "L'Ombra del Vento" fu da lui scritto e immesso nel circuito sommessamente, senza squilli di trombe ed anticipazioni di augusti critici; solo il passaparola, il donar apprezzamenti tra un vorace lettore ed un altro (intendo anche lettrici naturalmente) han permesso a questo capolavoro di raggiungere vette riservate solo ai grandi.
Nell'augurarti una buona nuova vita caro Carlos, ti rinnovo il mio dispiacere per non averti incontrato prima a causa, lo ripeto, di quella atrofia intellettuale provocante in me scempi di tale vastità che il poco tempo ormai a disposizione (quello nella cameretta di una "villaquiete" qualsiasi non conta, per ovvie ragioni di lucidità) non riuscirà sicuramente a colmare.
Non è nulla, anzi è una toppa già vicino a scollarsi ma questa mattina, umilmente, ho già scaricato il tuo tesoro letterario. In breve credo di leggerlo, al tuo ricordo naturalmente.
Riposa in pace!
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