domenica 14 giugno 2020

Ttttravaglio!!!


domenica 14/06/2020
La zona marron

di Marco Travaglio

Il bello delle statue abbattute perché immortalano personaggi colpevoli di essere vissuti secoli fa in modo diverso dal nostro, è che chi si scaglia contro la riscrittura della storia col senno di poi sta facendo la stessa cosa sulle misure anti-Covid. Ma non dopo secoli: dopo tre mesi. Basta ricordare cosa dicevano a febbraio-marzo politici, giornali e imprenditori di destra contro le zone rosse, gli stessi che ora emettono sentenze di condanna contro il governo. Scambiano i testimoni Conte, Speranza e Lamorgese per indagati “alla sbarra”, anzi per pregiudicati. E sorvolano sulla pm Rota che ha ritrattato l’incauta dichiarazione rilasciata dopo le audizioni di Fontana e Gallera sulle zone rosse spettanti al governo centrale. E ha precisato di aver solo riportato la versione dei due politici lombardi. Cioè una falsa testimonianza, alla luce della legge 883/1978 e del decreto 22.2.2020. Se non ci fossero di mezzo migliaia di morti (molti più di quelli che avremmo avuto se la Regione avesse chiuso la Val Seriana al primo allarme sul suo focolaio di Alzano, anziché riaprire l’ospedale in 3 ore e dormirci su 15 giorni, finché l’Sos fu raccolto dal Cts a Roma il 3 marzo e poi dal governo fra il 5 e il 7, quando ormai tutta la Regione era infetta), il “Senti chi parla” sarebbe uno spasso.

Il Cazzaro Verde intima a Conte di “scusarsi coi parenti e gli amici dei troppi bergamaschi morti”. Lui che il 27 febbraio inguaiava i vertici della Lombardia: “Il Paese affonda, con i governatori leghisti concordiamo che occorre riaprire tutte le attività e tornare alla normalità”. E l’indomani rincarava: “Voglio dire a Conte che il problema non è la zona rossa, ma riaprire subito tutto. Si torni a produrre, a comprare, a sorridere”. Infatti il 29 febbraio l’apposito Gallera proclamò: “Non sono all’ordine del giorno nuove zone rosse, nemmeno ad Alzano e in Val Seriana”. Per fortuna poi la palla passò al governo, che chiuse tutta la Lombardia e altre province, poi l’intero Paese. Alle sparate ciclotimiche del Cazzaro si associavano come un sol uomo il Giornale e Libero, che ora trattano Conte da criminale per aver fatto ciò che non ha mai voluto fare la Lombardia (diversamente da regioni molto meno contagiate, che disposero 46 zone rosse e 70 arancioni in autonomia). Sentite Sallusti News, ieri: “Conte si autoassolve”, “Premier alla sbarra (sic, ndr) uno choc per M5S”, “L’incubo del premier”. È lo stesso house organ che il 28 febbraio esultava: “Isolato Conte. Il Nord riparte. Riaprono musei e duomo” . E Sallusti salmodiava: “Adesso bisogna velocemente tornare alla piena normalità, unica ricetta per sconfiggere paure e falsi allarmismi”. Nostradamus gli faceva una pippa.

Intanto i focolai divampavano in tutta la Lombardia. Ma il 2 marzo la cantatrice calva di Arcore oracolava: “Pensare di salvare lo Stato e far morire l’economia è pura utopia. Salviamo a ogni costo commercio e impresa e lo Stato si salverà”. Il 5 marzo altra apertura memorabile: “Sanno solo chiudere”. Ora vogliono il premier all’ergastolo perché non chiuse quando non volevano loro.
Libero è il consueto angolo del buonumore. Titolo: “Conte torchiato tre ore. La pm non lo assolve” (e come si assolve un testimone?). Editoriale di Annalisa Chirico, quella che fa l’innocentista anche sul mostro di Rostov e voleva riaprire l’Italia ancor prima che chiudesse: “Le vittime non avranno giustizia”. E autorevole analisi di Renato Farina in arte Betulla, che di processi se ne intende avendo patteggiato per concorso in sequestro di persona: “Conte ha voluto i pieni poteri. Fugge le responsabilità. Scarica le sue colpe su chi capita, perfino sugli imprenditori”. È lo stesso virologo della mutua che tre mesi fa fustigava il premier perché prendeva sul serio il virus: “È un pirla di virus qualsiasi”, “non montiamogli la testa” con inutili restrizioni. Era il 27 febbraio e Libero titolava: “Virus, ora si esagera. Non ha senso penalizzare ogni attività”. E il 28: “La normalità è vicina. Il virus ci ha stufati: si torni a vivere”. Cioè a morire. Il 2 marzo, capolavoro feltriano: “Lasciateci lavorare. Dopo i veneti, anche i lombardi scendono in piazza per essere liberati da alcune restrizioni. Confindustria e sindacati chiedono a Conte di riprendere l’attività”. Ora vogliono impalarlo per aver chiuso troppo poco e tardi.
Poi c’è il mondo a parte dei giornaloni, che scrivono tutti lo stesso pezzo. L’idea che un premier faccia il suo dovere di testimoniare senza strillare al complotto o tentare di sottrarsi (come B., Salvini e Napolitano sulla Trattativa) li sgomenta. La scena, normale fra persone perbene, “non è bella” per Claudio Tito di Repubblica; fa “una certa impressione” a Marcello Sorgi della Stampa; ed è “preoccupante” per Massimo Franco del Corriere. Seguono le solite geremiadi sulla “politica debole” (infatti Conte non ha sparato ai pm) e la “supplenza della magistratura”. Tutta colpa dei 5Stelle (e di chi, se no?) che, assicura Tito in un idioma non indoeuropeo, hanno “sistematicamente agito per trattenere la politica nel perimetro ancellare della propaganda e della giustizia sistematica”. Tito aggiunge che il governo è stato “incapace di spiegare all’opinione pubblica o meglio di persuaderla delle scelte compiute”. È lo stesso Tito che sparava sulle conferenze stampa in cui Conte spiegava e persuadeva. Perché i politici sono quello che sono, ma certi giornalisti riescono sempre a essere peggio.

sabato 13 giugno 2020

Stralcio


-E incocciai contro la stessa domanda che angustiava il noto principe danese: perché soffrire oltraggi di fortuna, sassi e dardi, quando basta che mi bagni il naso e lo metta nella presa della corrente per non avere più a che fare con angoscia, crepacuore e il pollo lesso di mia madre? Amleto scelse di non farlo per paura di ciò che gli sarebbe potuto succedere nell’aldilà, ma io non credo nella vita dopo la morte, e quindi, data la cupa visione che ho della condizione umana e della sua dolorosa assurdità, perché andare avanti? Alla fine, non sono stato in grado di trovare un motivo plausibile, e sono giunto alla conclusione che noi uomini siamo semplicemente programmati per resistere alla morte. Il sangue è più forte del cervello. Non c’è motivo logico per cui rimanere attaccati alla vita, ma chi se ne importa di quello che dice la testa. Il cuore dice: hai visto Lola in minigonna?-

(A proposito di niente - Woody Allen)

Domande salviniane


Inizia la grande serie delle domande salviniane 


L'Amaca di Serra


Veri maschi contro il virus

L'Amaca di Michele Serra

La mascherina è di sinistra? La domanda è cretina, me ne rendo conto, così cretina che esito a formularla nonostante mi giri per la testa da parecchio tempo.
Ma è la cronaca a riproporla di continuo, direi quasi ogni giorno: sono quasi sempre i politici di destra a levarsela con disinvoltura (buon ultimo l’onorevole Sgarbi, sgridato da Mara Carfagna). Così come, nel mondo, sono stati soprattutto i leader di destra –Trump, Bolsonaro, Johnson – a sottostimare la pandemia.
Forse per negarle, virilmente, la soddisfazione di mostrarsi troppo preoccupati.
Può anche darsi che la paura sia roba da femmine. Non per caso i Paesi nei quali il Covid ha fatto meno vittime, notizia giustamente stra-citata da settimane, sono tutti governati da donne. Di conseguenza, si capisce che gli animosi maschi di destra preferiscano perire nella pugna (Trump armi in pugno, Bolsonaro a cavallo, Sgarbi gridando «capra!» al virus) piuttosto che chinare il capo all’evidenza. Non fosse che levarsi la mascherina, come ormai sanno anche i bambini delle scuole elementari nonostante la chiusura delle stesse, non espone all’inclemenza della malattia solo il proprio bel volto intemerato; espone gli altri al tuo fiato.
Circolare senza mascherina è dunque il più classico dei “me ne frego”, da pronunciare petto in fuori. Questo ci rimanda, inesorabilmente, alla domanda iniziale: la mascherina non è di destra né di sinistra, ma non mettersela è una forma di arditismo a costo zero. Il prezzo lo pagano gli altri. 

venerdì 12 giugno 2020

Rimbombanti


Leggo un articolo e mi stappo i neuroni più che i bronchi con il Vicks! 

Le parole dorate e doranti sono queste: 

Se si continua ad insistere nell’attribuire a un virus, e cioè a un fattore esterno, il motivo della crisi che ci attende, si continua a negare l’evidenza di un modello finanziario ed economico che funziona solo con eccesso di leva, compressione dei redditi, ampio debito speculativo e pochi investimenti nell’economia reale, un modello che  non è sostenibile.

E questo non l'ha scritto un bolscevico, nononono! Fanno parte di un articolo apparso su Milano Finanza e scritto da Maurizio Novelli.
Se ne stanno accorgendo dunque che la locomotiva non ha più nessun macchinista e che il treno è guidato da terra da gente senza scrupoli che armeggiando sugli scambi tenta di non farlo deragliare e soprattutto sbattere contro il muro, prima o poi in arrivo, della sacrosanta ragione umana!

E ancora: 
Se il debito cresce decisamente più del reddito che lo deve sostenere, è ovvio che questo modello condanna a crisi inevitabili sempre più sistemiche i cui postumi compromettono la tenuta del sistema finanziario e poi di quello capitalistico.  
 Ed infine: 
Sperare che questa volta tutto sarà risolto stampando moneta è pura arroganza finanziaria. Difendere a oltranza un modello di crescita che non produce più ricchezza (se non per pochi) ma solo debiti (per molti) sarà probabilmente l’errore fatale
Ragionando da incompetente in materia mi accorgo però di due o tre evidenze: 

  1. Gli squali oramai stanno arrivando alla canna del gas. Chi specula sta facendo affari d'oro e chi s'indebita lo fa in modalità clamorosa. I puntelli che le Banche Centrali tentano di inserire nelle mura pericolanti del sistema tecno-rapto-finanziario-plutocrate stanno perdendo a poco a poco efficacia. Il tutto avviene mentre la corsa al rigonfiamento continua implacabile. 
  2. E' il sistema che non funziona, checché ne dicano i soloni pregni di ricchezze. Il sistema, questo sistema, va rivoluzionato, ebbene si lo ridico, rivoluzionato. Occorre ridistribuire ricchezze in modo che moltissimi possano riacquistare il bene più prezioso: la dignità.
  3. Ci siamo lasciati abbacinare dal vorticoso giro di fondi, troiai insulsi, avendo lasciato fiducia ove non esiste, dove tutto ruota attorno al lucro e all'accaparramento.
  4. Stanno tentando, riuscendoci ancora, di intorbidire cervici inane convincendo molti a non ricapitalizzare i titoli acquistati, per non annichilire il sistema. Chi compra lo può fare, chi vende no. 
Purtroppo s'intravedono i titoli di coda con tutto quello che ciò comporterà. Il momento post pandemico sta evidenziando la fine di un regno di pochi, sulla pelle di molti. E se tutto si accatasterà, saranno pianti e stridori di denti. La rivoluzione appunto. 

Semplicemente al telefono


"Buonasera sono Marco di Sky in che cosa posso esserle utile?" 

"Buonasera Marco ho appena installato Sky Q e volevo chiederti come potrei passare in modalità Tv gestendo con il telecomando di Sky la Tv"

"Ma noooo (tono scocciato). Lei deve togliere il cavo antenna dalla tv e inserirlo nel decoder e poi vedere il digitale dal canale 5001 in poi" 

(pensierino: se stasera non riuscirò a vedere Juve Milan su Rai 1 me lo impapero con tanto di microfono) Andiamo avanti:

"Va be ok! Un'ultima cosa: ma l'on demand classico che avevo prima con i programmi da vedere in streaming dove lo trovo?"

"Ma noooo (tono scocciato: il ritorno) con Sky Q è tutta un'altra cosaaaa! Ma le ha lette le istruzioni??"

"Ascoltami bene: non tenere più quel tono a cazzo perché se dopo la telefonata mi arrivasse il test di gradimento ti do un meno quindici che lavoreresti nei prossimi giorni con la palandrana e i guanti da escursione dolomitica!"

"Ma nooooo (tono supplichevole) ma che ha capito! Ci mancherebbe che le manchi di rispetto! Mi scusi, sono a sua disposizione! Mi dica pure, mi chieda qualunque cosa!" 

(Dalla voce servile ho percepito che anche se gli avessi chiesto la conformazione orografica di Tristan de Cunha, mi avrebbe risposto con celerità filiniana)

"No, non ho altro da chiederti. Buonasera"

"Buona serata anche a lei e grazie di aver chiamato!"

(Ci mancava che mi chiedesse se necessitassi di una Margherita con Justeat (a sue spese naturalmente)  

 

Interessante


venerdì 12/06/2020
LA STORIA E LE SUE FONTI
Senza futuro non c’è memoria
L’ESEMPIO DELLE FOIBE - IN QUELLA VICENDA LE FALSIFICAZIONI VIVONO ANCORA. MA STUDIARE LA STORIA SERVE A NON FORNIRE UNA FALSA TESTIMONIANZA. PER QUESTO LA SCUOLA VA TENUTA LIBERA E INDIPENDENTE

di Chiara Frugoni

Perché studiare la storia? Nel 1967 il dottor Stephenson chiuse in una gabbia, al cui soffitto era appesa una banana, 5 scimmie; sotto la banana, una scala. La scimmia che provò a salire la scala per afferrare il frutto fu “punita” con un getto d’acqua ghiacciata; e insieme furono colpite anche le altre scimmie, restate a terra. E ogni volta che una si avvicinava alla scala, i getti d’acqua colpivano tutte le scimmie.

Quando Stephenson si accorse che tutte avevano imparato la “lezione”, sostituì una scimmia con un’altra all’oscuro delle dinamiche della gabbia. Il primate naturalmente tentò più volte di raggiungere la banana, ma le altre la bloccarono sempre, prima che il getto d’acqua punitivo la colpisse. La scimmia così desistette dal suo proposito. Via via tutte le scimmie furono sostituite, fino a che in gabbia vi furono solo bestie mai annaffiate, consapevoli del divieto ma senza saperne il motivo. Ecco perché studiare la storia, si potrebbe concludere: per non finire come le scimmie di questo esperimento. Giusto, no?

Ma se controlliamo le fonti di questo esperimento, vediamo che non fu come lo si racconta: non ci fu nessuna scala e nessuna banana, i getti erano d’aria e non d’acqua, le scimmie venivano addestrate a non manipolare un oggetto (non una banana) singolarmente, e poi veniva introdotto un animale ignaro dei getti d’aria, procedendo a coppie dello stesso sesso. Lasciamo perdere i discorsi sulla validità o meno dell’esperimento: in ogni caso, la sua fama ci insegna l’importanza di controllare le fonti storiche, e di non dare patenti di verità a quel che si trova in giro perché funzionale al nostro pensiero. È vero, si deve studiare la storia, ma anche stare attenti alla sua falsificazione.

Un esempio lampante, che per troppi lampante non è, riguarda il caso delle foibe, perché si tratta di evitare falsi storici (interessati, ma resistentissimi). Secondo l’Enciclopedia Treccani “le foibe vennero largamente utilizzate durante la Seconda guerra mondiale e nel dopoguerra per liberarsi dei corpi di coloro che erano caduti a causa degli scontri tra nazifascisti e partigiani, e soprattutto occultare le vittime delle ondate di violenza di massa scatenate a due riprese […] da parte del movimento di liberazione sloveno e delle strutture del nuovo Stato jugoslavo creato da Tito”. La destra, in Italia, si è gettata di slancio sul tema, con una doppia equazione basata su una matematica valoriale assai creativa quanto ingannevole e interessata: 1) i partigiani jugoslavi che hanno ucciso gli italiani (fascisti e civili) sono innanzitutto partigiani = i partigiani italiani hanno anche commesso stragi di civili italiani e 2) i fascisti hanno commesso crimini ma anche i partigiani lo hanno fatto = crimini fascisti e crimini partigiani sono equiparabili. L’immagine più famosa che accompagna i pezzi sui giornali nell’anniversario delle vittime delle foibe offre cinque fucilati di schiena che attendono la scarica che li ucciderà.

Foto di grande effetto ma che ritrae invece l’uccisione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943). Studiare la storia serve anche a questo: a non dare falsa testimonianza.

Dico cose scontate se ricordo che la fine del lavoro in fabbrica, di un lavoro in cui si sta uniti e ci si può confrontare, la sopravvenuta flessibilità e la precarietà del lavoro, la caduta delle grandi ideologie hanno portato a una perdita anche degli ideali che le avevano generate, a un grande individualismo, in cui – penso ai giovani – si lotta per poter lavorare, sempre in cerca di un contratto che scade. Questa vita così instabile ha come ricaduta l’impossibilità di fare progetti, nella propria vita privata e nella vita collettiva.

Perfino il volontariato o l’impegno più serio di una parte cattolica si riduce a lenire, a riparare, ma non a costruire, a proiettarsi in un futuro migliore. Tutto questo produce un’altra conseguenza che rovescia paradossalmente l’adagio dei miei tempi: “Senza memoria non c’è futuro”. Credo che si debba dire che “senza futuro non c’è memoria”, perché la necessità del sopravvivere, l’impossibilità di programmare, il dovere di vivere ognuno per sé, hanno atrofizzato il senso di una continuità con le persone che ci hanno preceduto e tolto necessariamente al passato la sua spinta ideale e modellizzante, il senso che essere uomini e donne significhi essere eredi, eredi consapevoli del passato.

A tale situazione difficile hanno dato un potente aiuto – in senso negativo – le riforme scolastiche che si sono susseguite da Berlinguer a oggi. Son sempre più messe in secondo piano le Antichità greca e romana, sempre più si sente dire come siano per pochi e quasi inutili la conoscenza del greco e del latino, per non parlare del Medioevo, anzi, dei “secoli bui” del Medioevo (anche se il vero buio è di chi li chiama così, evidentemente non conoscendoli), con una scuola ridotta a un ruolo ancillare dell’impresa (basti dire “la scuola lavoro”!), prontissima a formare manodopera a basso costo. La scuola non è più il ruolo della cultura ma dell’impresa: un termine che mostra l’abisso di incultura o il cinismo di chi l’ha formulato. I frutti avvelenati già si vedono: i ragazzi del ricco Nord-Est che hanno lasciato la scuola per un immediato guadagno sono in difficoltà con il lavoro, perché si trovano in concorrenza con la mano d’opera più a buon mercato degli immigrati, non sapendo progettare, ma solo “stare al pezzo”. Le persone qualificate invece, trovando difficilmente lavoro in un’Italia sempre più incapace di programmare il proprio futuro, in molti casi prendono la via dell’estero (più che del “problema” dell’immigrazione, si dovrebbe infatti parlare di quello dell’“emigrazione” dei nostri giovani, dopo aver studiato).

Le varie riforme della scuola tendono anche a privare gli studenti dello studio del passato per renderli incapaci di riflettere e di capire. Indebolire lo studio della storia, della sua importanza, non equivale forse a pensare che la civiltà si possa trasmettere senza rapporto di filiazione, che si possa spezzettare il tempo e lo spazio in isole artificiali, privi di collegamenti e di vista d’insieme? Ma Venezia non sarebbe stata Venezia se non fosse stata un arcipelago. In Italia, le città mostrano ognuna la propria storia ben visibile in palazzi, piazze, monumenti, chiese (e poi nei musei), traboccando di riferimenti del passato e opere d’arte. Renderne problematica, acritica, la comprensione vuol dire condannare i nostri giovani all’apatia, alla mancanza di curiosità intellettuale, modificare, in senso negativo, il modo di percepire la realtà. Senza un legame consapevole e attivo verso il proprio passato, la storia diventa voce muta, lo spessore della vita umana si assottiglia, come se l’umanità non avesse mai imparato a scrivere ma si limitasse a ripetere, una generazione dopo l’altra, mirabili atti senza memoria, senza consapevolezza di sé rispetto agli altri, di sé, rispetto ai compagni che l’hanno preceduto e lo seguiranno.

 

Da Chiara Frugoni, “Come e perché studiare la storia” in Arsenio Frugoni, “La storia coscienza di civiltà”, con uno scritto di Chiara Frugoni, Brescia, Scholé, 2020, figure 14, euro 10.