Un metro, un metro e mezzo: quando entrano nel bar li riconosci dal fatto che si spostano nell’aere senza camminare, guardando la Gazza con sufficienza tanto sia scontato l’esito finale (per loro). I cugini, già vincitori, come da sempre, dello scudetto estivo, sono già protesi a maggio, sicuri che quest’anno la dea Eupalla li abbia consacrati al trono italico. Sabato prossimo ci sarà la tradizionale reunion di famiglia alla Scala (giù le mani dal padre di tutti gli stadi!) e per noi, cugini poveri, sarà l’occasione per aiutarli a ritoccare il suolo, svaporando la traboccante alterigia. Ci stiamo preparando a quest’incontro parentale facendo le giuste novene, con riti ad hoc, bruciando incenso al Cigno di Utrecht affinché veleggi un po’ della sua immensa arte sulle undici gloriose casacche dai colori indelebili, sinonimo di vittorie e di coppe dalle orecchie a gò gò!
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 15 settembre 2019
Andarsene
Dante se ne è andato, dopo una vita misteriosa, vissuta su una carrozzina tra mille difficoltà, al punto di insinuare il dubbio che mai quaggiù si risolverà, se sia cioè giusto trascorrere un'esistenza in quel modo o se il soccorso divino abbia supportato le eclatanti asperità. Dante era comicamente presente, percosso da dosi di medicinali inaudite, sottoposto ad un continuo, estenuante, invadente, trattamento sanitario in grado di mantenerlo in uno stato quasi di torpore, di confine soporifero tra l'essere e il non essere.
Dante possedeva delle qualità nascoste, sigillate dietro ad un'apparenza ingiusta, dolorosa, dequalificante. Riusciva a sorridere, a gioire solo dal fatto di vedere qualcuno.
Da tanti anni non ho trovato tempo e dignità per rincontrarlo, per guardarlo negli occhi, sempre vivi mai domi contro il destino che l'ha relegato a sprofondare nell'inamovibilità.
Riecheggiano i suoi spasmi vocali, le ripetizioni gutturali quasi incomprensibili come una radio di guerra soffocata dai disturbi dell'etere. Rivedo i suoi cappellini di cui andava fiero, i ninnoli che adulava, la risata profonda, le smorfie del viso collante per entrare a contatto con lui.
E mi viene da dire la classica frase di circostanza, ma non la dirò pur se debbo ammettere che in fondo in fondo, biecamente, mi sconvolgo interiormente nel pensare che si, in fondo, ora Dante riposa in pace, estrapolato da una realtà troppo pregna di sofferenza, d'inutilità apparente, di limo strascicante con il contorno di solitudine immensa, di ricordi sbiaditi, tenui, cammei per la routine giornaliera del prezzo pagato da lui, senza sapere perché.
Dante era un gigante, un guardiano del faro in piena tempesta, un viaggiatore nel deserto nell'affannosa ricerca di un'oasi, di verde, di acqua, di normalità.
Tutti i cosiddetti ultimi, allorché salpano, apparentemente non dovrebbero lasciar nessun vuoto, nessun rimpianto, nessuna lacrima. Non è così Dante e, credimi, non so perché.
Corri amico mio, corri finalmente! E perdonami per non esserci stato. In effetti bastava così poco...
venerdì 13 settembre 2019
Come scusi?
Rigurgiti
Non è un'immagine dei tempi andati bensì i funerali di Stefano Delle Chiaie, svoltisi ieri nella chiesa di San Lorenzo fuori le mura, adiacente al cimitero del Verano.
Tralascio i saluti romani di poveri inetti, le maglie nere con i simboli di Avanguardia Nazionale, i cori nostalgici e quant'altro ha reso lugubre ed in parte comica questo saluto finale ad un fascista della peggior specie.
Non mi va neanche di sottolineare la presenza di Borghezio, autentico scandalo umano vivente.
Quello che preme sottolineare è la figura del parroco, amico del defunto, don Pietro per la cronaca, e le sue parole durante la funzione funebre:
"Abbiamo stimato ed amato Stefano, perché era un uomo molto serio, dalle idee profonde. Quando si conoscono certe persone è un dono di Dio."
Sono parole di un'indicibile, vergognosa, becera e vigliacca natura, pronunciate da uno che dovrebbe rappresentare la chiesa, la sua natura rivolta al bene e, soprattutto, alla verità, alla libertà, alla valorizzazione di quei talenti che non si confanno ad uno stragista.
Questo pretucolo dovrebbe essere immediatamente allontanato, messo in grado di non nuocere al magistero.
Questo fascista in talare è l'essenza di quella mistura di fascismo e cattolicesimo, ossequioso verso nostalgici, principi neri, ricconi eterni, da estirpare, ridicolizzandoli.
Per il bene comune, di tutti. Per respirare carità ed amore.
Vade retro satanasso fascista!
giovedì 12 settembre 2019
Rieccola!
E' tornata l'apportatrice del gruberismo, la signora delle domande a mezzo sorriso, la congiunzione tra lo snobismo e Capalbio, il collante degli agognanti le mitiche verticali di Krug a discutere forbitamente di povertà universale.
Nella prima puntata, per mettere i puntini sulle "i", ha ospitato il nababbo della simil sinistra De Benedetti, tra l'altro non favorevole al patto giallorosa, il trait d’union tra finzione e irrealtà, bramoso di continuare a rigonfiarsi come ai tempi d'oro, allorché guadagnava tanti euroni grazie agli spifferi borsistici dell'amato Bomba.
Certo, la sfida sarà epocale: come fingere di non provare astio, disprezzo, alterigia nei confronti dei compagni di viaggio del suo amato partito? Come evidenziare le diversità facendo da spartiacque, da lanciatrice di sagole agli amici di sempre nel contesto attuale, non propriamente luminoso?
Lady Bidelberg è maestra in materia: impercettibilmente, soffusamente, continuerà nella sua arte sopraffina di domandare infischiandosene delle risposte, riposte nel suo sorriso plastico, ops, sottintendendo subliminalmente un concetto canzonatorio irridente l'ospite proveniente dalla mai amata sponda. Sottigliezze da vera manager di sé stessa, per un mantenimento di status alla Pierfi per intenderci, il nettare del gruberismo appunto!
martedì 10 settembre 2019
No, certamente...
Quello che non ha potuto, o dovuto, fare la giustizia ordinaria, al solito, lo compie il ciclo biologico.
Se ne va un fascistone della malora, impelagato in tante orribili vicende, in primis la strage alla stazione di Bologna.
Il prossimo sarà un 2 agosto diverso: non sereno, ci mancherebbe, visto gli ancora troppi punti oscuri che infangano ulteriormente le povere vittime; però sicuramente più pulito.
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