mercoledì 16 gennaio 2019

Travaglio


mercoledì 16/01/2019
I salva-Salvini

di Marco Travaglio

Non sappiamo se Matteo Salvini, dalle reazioni alla sua comica passerella aeroportuale in costume da poliziotto col collega Bonafede travestito da Bonafede, abbia capito di aver esagerato. E abbia temuto per un attimo di aver dilapidato, con quell’inutile carnevalata, una parte del consenso per un indubbio successo del governo come la cattura di Cesare Battisti dopo 37 anni di latitanza garantiti da ben 24 esecutivi che poco o nulla avevano fatto per assicurarlo alla giustizia. Ma, se così fosse, ieri dev’essersi un po’ rincuorato alla lettura di molti giornali che ce la mettono tutta per riportarlo dalla parte del torto a quella della ragione. Perché non si limitano a denunciare, com’è giusto, la gogna forcaiola e la bava alla bocca giallo-verde dinanzi a un atto dovuto –per quanto storico – che merita una soddisfazione più sobria e composta; né a rammentare che “marcisci in galera” può dirlo un cittadino comune, non un ministro che ha giurato sulla Costituzione e dunque sulla funzione (anche) rieducativa della pena (nessuno però obiettò nulla quando Salvini disse “marcisca in galera” di Filippo Morgante, boss della cosca Gallico di Palmi catturato il 21 ottobre). Ma si spingono a vittimizzare un pluriassassino impunito che dal 1982 si faceva beffe delle sue vittime innocenti, dei loro familiari superstiti, dello Stato e della Giustizia. E lo mettono sullo stesso piano di ministri che al massimo sparano cazzate, mai pallottole.

Lo fa su Repubblica Francesco Merlo, che scrive sempre lo stesso pezzo equiparando carnefici e vittime, censori e censurati, berlusconiani e antiberlusconiani, guardie e ladri per giochicchiare con paradossi barocchi che divertono solo lui: “Sono solidali di ghigno e di grugno, Cesare Battisti che si atteggia a vittima e Matteo Salvini che si atteggia a boia… Sembrano scritturati dallo stesso regista… Il delirio è lo stesso… i due sono compari… Battisti per 37 anni ha esibito la sua impunità come Salvini e Bonafede stanno ora esibendo la sua cattura… ridotta a parodia della guerra tra sceriffi e banditi”. Parafrasando un vecchio motto dell’ultrasinistra anni 70: né con lo Stato né con Battisti (perché lo Stato è rappresentato da chi non piace a Merlo). I due ministri sarebbero persino colpevoli di “ricoprirlo di insulti, con una valanga di aggettivi, delinquente, vigliacco… sino appunto a criminale comunista”, povera stella: come se non fosse davvero un delinquente vigliacco e comunista (dei Proletari armati per il comunismo e dei Nuclei comunisti per la guerriglia proletaria). Invece Merlo può insultare, dandogli del “mozzo”, un ragazzo dello staff di Salvini.

Cioè a Leonardo Foa, reo di aver filmato l’arrivo di Battisti e soprattutto di essere “figlio del neopresidente Rai” (mica come quelli renziani di prima che ingaggiavano Merlo alla modica cifra di 240 mila euro l’anno). Passando alla stampa umoristica, il Foglio del rag. Cerasa è listato a lutto perché l’odiato governo sovranista ne ha azzeccata una: “La differenza tra vendetta e giustizia”, “Gli sciacalli”, “Vergogna”, “L’infame in ceppi e il paese marcio”, “La storia tradita”, “Uno Stato feroce”. Poi la parola passa all’esperto del ramo, Adriano Sofri, 22 anni mal scontati per il delitto Calabresi (anche se lui a sparare ci mandava gli altri). “Essere umani, essere Cesare Battisti” è il titolo della sua articolessa aperta da uno straziante pensiero per “Fred Vargas, scienziata e scrittrice” francese che “si impegnò senza riserve nella difesa di Cesare Battisti, convinta che un pregiudizio politico pesasse in modo determinante sui suoi processi… Immaginate di essere Fred Vargas” (cosa che non augureremmo al nostro peggior nemico) “e di leggere le parole di Salvini”: “avrei provato orrore e spavento e mi sarei confermato nella mia diffidenza verso lo Stato italiano”. Cioè: oggi Salvini insulta Battisti, ergo i processi di 30-40 anni fa contro Battisti li istruì Salvini e i 4 ergastoli per altrettanti omicidi non glieli inflissero decine di giudici di primo grado, appello e Cassazione, ma sempre Salvini, appena nato e già travestito con la toga al posto della felpa e della giacca della polizia.
Il nostro irenico difensore dei diritti umani prova a “mettermi nei panni di un parente o un amico di una vittima del terrorismo”, poi però indossa quelli più consoni dell’omicida: infatti professa l’“obiezione di coscienza radicale alla galera”. E definisce Battisti “responsabile provato o colui che credono il responsabile provato” (non gli bastano nemmeno 4 condanne definitive in 12 gradi di giudizio). Invece i ministri sono già colpevoli: “hanno già oltrepassato la soglia stessa della legalità formale”, sentenzia il noto giureconsulto pregiudicato. Che poi si scaglia contro i pentiti come un Riina o un Dell’Utri qualunque: “Le condanne di Battisti, sostiene qualcuno, si fondano sulla sola, e interessata e contraddetta, parola dei ‘pentiti’”, mentre i putribondi “magistrati di grido” come Spataro “dichiarano a suo carico che Battisti ‘non si è mai pentito’”. E ha fatto benone, perché collaborare con la giustizia dicendo la verità e ammettendo le proprie colpe è “delazione”. Una bella lezione di civismo e senso dello Stato: chi fa la spia non è figlio di Maria. Piero Sansonetti, al solito, confonde il garantismo (durante i processi) con l’esecuzione delle sentenze definitive: Battisti non era ancora entrato in cella e lui già invocava “un’amnistia”. Poi ci sono i salva-Salvini preventivi, i firmaioli del celebre appello pro-Battisti: chi se ne vanta, chi se ne pente, chi firmò a sua insaputa. Menzione d’onore a Christian Raimo, nientemeno che assessore alla Cultura del III Municipio di Roma e nostro idolo assoluto. Lui si accontenta di poco: “abolire l’ergastolo e le galere”. E Salvini prega ogni giorno il dio Po che glielo conservi in salute.

Tutti insieme!




martedì 15 gennaio 2019

Ranieri ben scruta


martedì 15/01/2019
Lo zen e l’arte di Salvini di svicolare

di Daniela Ranieri

Dopo tante ore di televisione sorbite e innumerevoli stringhe di testo sottoposte a attenta esegesi, domenica sera ci è parso di essere giunti al segreto della tecnica comunicativa di Matteo Salvini.

Da Giletti su La7, dove è andato principalmente a officiare il rito dell’ostensione del Cesare Battisti catturato, la temperatura è subito alta e la narrazione manichea come una puntata di Dragon Ball: Giletti parla di “sacrificio” dei “nostri uomini”; Salvini rilancia con “quello schifoso”, “quel vigliacco”, “quel soggetto”, “quel fenomeno”; Giletti si emoziona per “preso!”, come da comunicazione dei servizi; Salvini rilancia con “assassino comunista”, “italiani perbene”, “marcire in galera”. Questa variante climatica dell’ospitata salviniana, ormai un sottogenere del talk show politico, rivela come al tornasole che parte della facilità con cui il coltello di Salvini è entrato nel burro dell’Italia mentale deriva dal fatto che sulle questioni precise Salvini non risponde mai nel merito, ma fa una finta e dribbla l’avversario, aprendo un altro fronte tematico utile a lui. Un trucco dialettico vecchio come il mondo, giocato con tanta naturale maestria che quasi non ci se ne accorge.

“Perdonami, ho il cellulare acceso, perché quel soggetto lì dovrebbe salire in aereo verso le 10”, dice a scusante della sua distrazione, come se i servizi segreti non sapessero che in quel momento Salvini è in diretta Tv; da qui, il copione seguìto potrebbe adattarsi a qualsiasi scenario. Le domande di Giletti sono ascoltate, ignorate e bypassate; sono solo una pausa nella partitura preconfezionata e intercambiabile del rispostario salviniano, di solito ruotante attorno a un vortice: il conflitto tra la sua persona, dotata di qualità morali d’altri tempi (integrità, semplicità, genuinità), e la difficile contingenza di gestire un’immigrazione rapace e incontrollata.

Giletti lo provoca sull’epilogo della vicenda delle 49 persone lasciate in mare per 19 giorni: “Si dice che lei abbia ceduto sull’immigrazione”. “Guardi, io bado ai fatti: penso che gli italiani mi riconoscano concretezza, coerenza, serietà. I fatti dicono che nel 2018 sono sbarcati quasi 100mila immigrati in meno rispetto al 2017”, ed è ovvio che la risposta non c’entra niente con la domanda. Sulla minaccia di non identificare i migranti, ipotesi che creerebbe folle di clandestini in giro per l’Europa, ribatte: “Buono sì, scemo no”; poi inscena il noto teatrino parassitario: “Sono 30enni più robusti di me, col telefonino, le cuffiette, le scarpe da tennis”. Assicuratasi l’attenzione emotiva del pubblico, vira sul climax: “Spacciano, scippano, stuprano!”. Boato catartico del pubblico, lieto che qualcuno di autorevole osi quello che esso si permette solo dopo qualche bicchiere.

“Ma Conte si è sentito superato?”, insiste Giletti. Salvini: “Qual è la questione importante, di fondo?”, fa Salvini. “Che finché si fa capire agli scafisti che coi soldi che incassano comprano armi e droga… In Italia si arriva chiedendo permesso e per favore”. L’applauso è al pugno di ferro che il ministro nasconde sotto il pullover e ha il merito di far dimenticare a tutti la domanda, che riguardava i rapporti dentro il governo e non gli scafisti. Giletti: “Ma non si può applicare un protocollo valido sempre?”. Risposta: “Anche perché ci sono delle Ong che fanno i furbetti”.

Salvini sa che i telespettatori non sopportano le polemiche dei saccentoni (perciò hanno nausea di Renzi). Lontani i tempi in cui entrava in studio con l’iPad e sciorinava numeri e percentuali, oggi semplifica, porta la discussione al livello della chiacchiera da pianerottolo. L’unico strappo lo fa parlando di sbarchi, usando numeri spesso in conflitto con quelli del suo ministero, e di povertà: “Ci sono 5 milioni di italiani che vivono in Italia da poveri”, il che è falso: nei 5 milioni rientrano anche gli stranieri.

Giletti gli chiede dell’emendamento pro-Rixi, la modifica al codice penale che consentirebbe ai pubblici ufficiali di invocare l’indebita percezione e non il peculato, che ha pene più severe e una prescrizione più lunga. Salvini non ha idea di cosa sia il comma Rixi. A malapena sa che Rixi è il sottosegretario ai Trasporti. Le “manine” non concorrono alla sua epopea. Scarta di lato: “Sull’onestà mia non transigo, e anche su quella dei 5Stelle”, che nulla c’entrano visto che Rixi è della Lega. Poi fa il trucco zen del “Non pensare all’elefante bianco”: “Per carità, ci possono essere leggi fatte meglio. Stiamo lavorando alla riforma del processo civile e penale. Non è giustizia quella che ti dà una sentenza dopo 10 anni, magari sei fallito o sei sotto terra”, ovvietà che cancella dalla mente di chi ascolta l’eventuale favore all’imputato Rixi che egli chiama “fratello”. Poi si alza ed esce salutando con le mani giunte, come il Dalai Lama.

lunedì 14 gennaio 2019

Una prece


Quanti vaffanculo subliminali ci vengono serviti al bancone! (ANSB - Associazione Nazionale Salvataggio Baristi)

Caffè lungo, caffè leggermente lungo, caffè un po’ ristretto, caffè ristretto, caffè né lungo né ristretto, caffè macchiato tiepido, caffè macchiato senza schiuma, caffè macchiato caldo, caffè macchiato freddo, caffè macchiato con soia tiepido, caffè macchiato con soia bollente, caffè macchiato soia fredda, caffè schiumato soia, caffè macchiato caldo in tazza bollente, caffè schiumato freddo, caffè schiumato senza latte, caffè macchiato con latte senza lattosio freddo, caffè macchiato con latte senza lattosio caldo, caffè macchiato con latte senza lattosio tiepido, caffè schiumato con latte senza lattosio, caffè ristretto al vetro e schiumato con latte senza lattosio, caffè decaffeinato schiumato con soia, caffè decaffeinato macchiato con soia, caffè decaffeinato macchiato con latte freddo senza lattosio, caffè ristretto macchiato fino all’orlo della tazzina, caffè lungo macchiato fino all’orlo della tazzina, caffè ristretto in tazza grande, caffè lungo in tazza grande, caffè in tazza grande macchiato schiumato, caffè in tazza grande macchiato freddo, caffè in tazza grande macchiato con latte senza lattosio, caffè in tazza grande schiumato con latte senza lattosio, caffè in tazza grande macchiato con latte freddo senza lattosio, caffè in tazza grande schiumato con soia, caffè in tazza grande macchiato con latte freddo di soia, caffè in tazza grande macchiato tiepido, caffè in tazza grande con acqua calda a parte, caffè in tazza grande con acqua freddo a parte, caffè americano ristretto macchiato freddo, caffè americano ristretto macchiato caldo, caffè americano schiumato, caffè americano schiumato con latte senza lattosio, caffè americano schiumato con soia, caffè con una punta di latte caldo, caffè con una punta di latte freddo, caffè con una punta di latte tiepido, caffè con una punta di latte bollente senza schiuma, caffè d’orzo macchiato caldo, caffè d’orzo macchiato freddo, caffè d’orzo macchiato tiepido, caffè d’orzo macchiato con soia, caffè d’orzo macchiato con latte senza lattosio, caffè d’orzo ristretto con la schiuma di latte di soia a parte, caffè non pressato, caffè appena schiumato con soia, caffè appena schiumato con latte senza lattosio, caffè in tazza bollente con acqua fredda a parte

Tra Battisti..



Tu chiamale se vuoi... reclusioniii!

sabato 12 gennaio 2019

Madama la marchesa


C'è un aspetto troppe volte passante in secondo piano che m'attizza oltremodo: ogniqualvolta si scopre un baratro dentro a quelle spelonche che normalmente chiamiamo banche, non s'avverte consequenzialmente una ricerca, un'entrata in galera di qualche ribaldo che, grazie ad amicizie politiche, si fa imprestare soldi per progetti farsa, cuccandosi e godendosi il relativo bottino, rimanendo per giunta pure impunito. 
La recente vicenda della Banca genovese Carige ha fatto affiorare altri mascalzoni (come chiamarli se no?) trasformanti puffi in "sofferenze bancarie" nome utile agli allocchi per farsi confondere e non guardare il fulcro di tutto: la rapina mascherata da prestito. 
Ma si, grazie al Fatto Quotidiano possiamo pure farli questi nomi! 
Cominciamo da Giovanni Berneschi e Ferdinando Menconi, condannati in appello nell'inchiesta truffa del ramo assicurativo di Carige: 138 milioni.
Passiamo poi al miliardo e quattrocento milioni (avete letto bene) di crediti relativi a 85 posizioni, alcune chiuse, altre rinegoziate, molte da essere definite o cedute. 
Gruppo armatori della Messina: 450 milioni di prestito che ritorneranno, forse, nel 2032!!

Passiamo al gruppo Erzelli: 250 milioni d'investimento per il progetto del polo tecnologico genovese sostenuto dal PD. E se a questi soldi si stanno aggiungendo pure quelli pubblici, fa specie che il presidente del collegio sindacale Carige ricoprisse anche un ruolo in quel progetto. 

90 milioni alla famiglia Orsero, quelli della frutta, caduti in disgrazia economica. Raffaella Orsero sedette nel cda di Carise, Cassa di Risparmio di Savona, controllata da Carige. 

E poi le società di Francesco Bellavista Caltagirone che sta riempiendo di cemento il porto di Imperia, andatevi a vedere chi ne è sindaco, con posti barca ancora deserti; la società Villa Gavotti finanziata con 91 milioni da Carige e poi fallita, la società di Andrea Nucera, finanziata per ben 66,2 milioni, ed il cui titolare è scappato a Dubai, ahi-ahi. 

Insomma! Briganti altolocati che mai e poi mai finiranno in galera, né verranno ridotti giustamente in povertà. Alla faccia nostra si sollazzeranno con i soldoni elargiti da Carige, brindando in spettacolari verticali di Krug. 

E di banca Carige naturalmente nessuno in galera. Come da sempre e per sempre. 
Vuoi vedere che alla fin fine i responsabili di questi misfatti saremo noi coglioni che c'innervosiamo se la bolletta della luce è scaduta da un giorno e non è stata ancora pagata? 

Super Scanzi


sabato 12/01/2019
Conte, uno “normale” nell’era dei fenomeni

di Andrea Scanzi

Se volete ridere (per non piangere), rileggetevi gli epiteti con cui venne accolto Giuseppe Conte tra maggio e giugno. Neanche aveva cominciato a fare il presidente del Consiglio, che già era stato dilaniato dalla stessa classe dirigente che – con la sua incapacità – aveva aperto la strada al Salvimaio e dalla stessa informazione che – con la sua ruffianeria – ne aveva incensato i predecessori. Conte era un millantatore, un prestanome, un incapace: un omino inutile, telecomandato come Ambra con Boncompagni. E questi erano i complimenti: di solito lo si riteneva null’altro che un mezzo deficiente, comandato per giunta da due minus habens come Salvini e Di Maio. È ancora il parere di chi resta turborenziano, tipologia umana che temo non potrebbe essere salvata neanche dal combinato disposto di Jung e Freud.

Era più che lecito avere dubbi su un sostanziale sconosciuto, scelto dal M5S come ministro della Pubblica amministrazione nell’impossibile monocolore 5 Stelle e – di colpo – catapultato in cima a un governo di per sé stravagante. Ora, però, se ci fosse un minimo di onestà intellettuale e non questo generalizzato tifo purulento di qua e di là, bisognerebbe ammettere come e quanto Conte stia stupendo: in positivo. Ne è prova ultima la risoluzione, colpevolmente tardiva ma politicamente encomiabile, del caso Sea Watch-Sea Eye. Una risoluzione (si ribadisce tardiva, e in quel ritardo c’è tutta la colpa del governo italiano e dell’Unione europea) che dimostra non solo il talento diplomatico di Conte (e Moavero), ma pure la sua autonomia.

Da mesi va avanti la nenia secondo cui, nel governo, faccia tutto Salvini. A furia di ripeterlo nei social e talk-show, è divenuto una sorta di Dogma. Ma è così vero che Salvini regni e signoreggi su Di Maio, Conte e il mondo intiero, compresa la non marginale Galassia di Andromeda? È vero mediaticamente ma non politicamente: a parte il dl Sicurezza, pieno peraltro di storture, per ora di concreto Salvini si è fatto – più che altro – le pippe a manetta. Conte, reputato “prestanome” dagli stessi che celebravano Monti (noto filantropo vicino ai deboli), veneravano la Diversamente Lince di Rignano e santificavano Gentiloni dimenticandosi quel suo essere “prestanome” di Renzi, ha più volte messo all’angolo Salvini. Sulla Sea Watch, sugli inceneritori, sulla legge Anticorruzione. E si spera pure su trivelle e Tav.

A settembre, in tivù, osai affermare che sul Salvimaio avevo (ho) miliardi di dubbi e certe cose mi facevano (fanno) schifo il giusto, ma che Conte era la sorpresa più positiva dell’esecutivo e che mi pareva già allora il miglior presidente del Consiglio dai tempi di Prodi. Fui massacrato, e ovviamente il massacro arrivò dai soliti scienziati rintanati nei loro attici con vista grandangolare sul proprio ombelico. Oggi ribadisco il concetto, ben sapendo che neanche gli faccio tutto ’sto gran complimento: anche una sogliola morta di onanismo sarebbe preferibile a Renzi.

Conte è migliorato pure nei suoi discorsi in Parlamento, dove all’inizio soffriva parecchio, e in tivù, dove – altro suo unicum – si ostina ad andare pochissimo. Le prime volte, da Floris a ridosso del voto (quando raccontò di provenire dalla sinistra) e poi ancora a DiMartedì dopo la nascita del Salvimaio, parve moscio. Idem all’esordio da Vespa, durante la quale mostrò il santino di Padre Pio a cui è devoto. Pochi giorni fa, ancora a Porta a Porta, si è rivelato molto più sicuro e quasi baldanzoso (“Salvini non vuole sbarchi? Vorrà dire che li farò prendere in aereo…”). L’uomo non disdegna l’ironia. A volte esagera (“I tagli ai pensionati sono impercettibili, nemmeno L’avaro di Molière se ne accorgerebbe”) e a volte ci prende (“Chi butto dalla torre tra Renzi e Gentiloni? Renzi si è già buttato da solo…”). Sottovalutandolo (quasi) tutti oltremodo, hanno finito col rendere ancora più evidenti le sue qualità: un’altra delle troppe cantonate di una cosiddetta “opposizione” che non riuscirebbe a essere così ridicola neanche se ci si impegnasse deliberatamente.

Aggiungo un ultimo aspetto legato alla sua veste diplomatica. Quando Conte va all’estero, è assai a suo agio con le lingue (compresa quella italiana: e già qui c’è del clamoroso). Non solo: ai summit coi (presunti) grandi della Terra, non fa le corna e neanche si improvvisa ilare bullo come quell’altro gradasso quando incontrava Schulz. Cordiale, affabile: sicuro di sé. Forse è la prima volta dal 2006 che tanti italiani non si vergognano di un presidente del Consiglio. Non che Conte sia un fenomeno: è solo un uomo serio e normale alla guida di un governo improbabile e sbilenco, che a volte le indovina e più spesso no. Ma anche solo essere “normali”, in questi tempi di fenomeni finti e politica sputtanata, suona quasi rivoluzionario.