venerdì 19 ottobre 2018

FdM


L’europarlamentare Rosa D’Amato iscritta automaticamente al torneo FdM (Figure di M...)

venerdì 19/10/2018
BUCCE DI BANANA
M5S vuole abolire i vitalizi nell’Ue

L’europarlamentare M5S Rosa D’Amato, ricordando come “prima la Camera dei Deputati e poi il Senato della Repubblica hanno tagliato i vitalizi riservati alla classe politica” si è rivolta in una lettera a tutti i parlamentari di Strasburgo invitandoli a “seguire l’esempio virtuoso che arriva dall’Italia e adeguare il trattamento previdenziale anche dei parlamentari europei”. “La nostra proposta - ha spiegato- è semplice: cambiare al più presto l’articolo 14 dello Statuto dei deputati del Parlamento europeo che disciplina il trattamento pensionistico degli eletti. Abbiamo presentato una proposta di risoluzione e inviato una lettera al Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, ma non abbiamo avuto nessuna risposta”. La risposta è arrivata invece dal servizio stampa del Parlamento Europeo, che in riferimento alla nota ha precisato che “Gli eurodeputati non hanno diritto ad alcun vitalizio, cioè un’erogazione mensile godibile alla fine del mandato parlamentare, ma solo a un trattamento pensionistico che inizia ad essere erogato al 63esimo anno di età”.

Non ce l'ho fatta!

Ammetto di non avercela fatta! La domanda di questo megaburocrate era troppo invitante. Chiedo venia!



Appello


Dai raga, non è che adesso ogni cinque minuti dovete fare la commedia di fingere di litigare per poi far ingoiare il rospo all'altro che si giustifica coi suoi favoleggiando sul fatto che altrimenti il governo sarebbe crollato! 
Dai, che lo spread sta andando forte! Finite questa sceneggiata e levate di torno quel condono in puro stile puttanier-fromboliere! 
Dai su che non siamo mica degli orfini!

Irritato


giovedì 18 ottobre 2018

Cresce l'onda


Cresce a dismisura la mia incazzatura per vicende ospedaliere a cui ho assistito, da parente, a cui atterrito ho dovuto gustarne l'acidità, il mix di sapori nauseabondi, frutto di un cocktail con ingredienti quali disorganizzazione, incapacità e, soprattutto, menefreghismo. 
Non è ancora il tempo di far nomi, raccontare fondati e provati episodi al riguardo per un'ovvia ragione legata al fatto che mio padre è ancora ricoverato. 
Da spettatore allibito ho visto il procrastinarsi di un semplice esame di giorno in giorno, di volta in volta fino a raggiungere l'incredibile ritardo di ben 16 giorni! 
Sedici giorni composti da dolori lancinanti, da notti in bianco, da lamenti biblici, senza che nessuno facesse qualcosa di serio se non il nascondersi dietro a degli antidolorifici. 
E badate bene: eravamo sempre presenti, ogni giorno, ad ogni ora, solleticando la professionalità degli operatori, sollecitando cambi di flebo esaurite, chiedendo pareri e consigli. Eppure, l'inefficienza dettata dal lassismo del reparto a fatto sì che l'esame che ha permesso lo sfanculamento del catetere, sia avvenuto a distanza di sedici dannati giorni dal ricovero.
Attendo e ricerco cause, concause, fatti, riferimenti, date, spiegazioni perché la voglia di partire al galoppo verso una giusta svergognata di questi inetti, è enorme. 
Penso pure a chi, essendo solo, senza affetto, senza visite negli ospedali italiani deve subire questa presunta incapacità ad attivarsi celermente per lenire sofferenze e problematiche di salute. 
Certo, non tutti per fortuna indossano il camice attendendo la busta paga, ci mancherebbe! Provare però sulla pelle di un caro l'insensibilità, la superficialità, una tetra e lugubre professionalità, porta ad assolutizzare, a far di tutta l'erba un fascio. 
Tengo dunque ancora il riserbo, non esplicitando oltremodo particolari e nomi; pur soffrendo preferisco il silenzio sulla vicenda, attendendo miglioramenti e quant'altro. 
Ma quando sarà il momento darò fiato alle trombe!  

Pensierino


Siamo dunque arrivati dove dovevamo giungere, nel tempo inane, dove bivaccano "i nani inani" che sono ovunque, maggioranza ed opposizione che sia. Culturalmente la distorsione di una normale socialità è stata soppiantata da un'invereconda corsa al vuoto contornato dal nulla: se pensiamo che sei milioni di poveri, dati Istat, dovranno rimanere poveri, senza speranza, perché ce lo chiede l'Europa, se ai miserabili nulla potrà essere elargito per non inficiare il presunto benessere delle generazioni future, allora è chiaro e limpido che l'inane ha spudoratamente vinto questa guerra ideologica fondata, negli anni, dal sopruso, dalla strizzatina d'occhi dell'amico dell'amico dell'amico, dall'accaparramento vigliacco di pochi su una moltitudine stordita per lustri dalla selvaggia, e lucrosa, campagna mediatica demenziale atta appunto ad ammansire cervici per il bene comune dei soliti noti.

I poveri devono necessariamente rimanere poveri, come l'India delle caste insegna, i lavoratori, veri, andare in pensione a 67 anni, e magari qualcuno spera pure in precoci dipartite, visto l'amorale e nefasta tipologia d'attività che molti in questo millennio sono costretti ancora a sostenere ed accettare, per sbarcare il lunario.

Se Marchionne, pace all'anima sua, è il santo del giorno, se culturalmente s'accetta senza blaterare che un magnaccia messo a capo di una multinazionale guadagni centinaia di volte la paghetta di un suo infimo subalterno, se continua ad essere rosea la vita di chi accumula cariche, pensioni dorate, privilegi alla Re Sole senza venir preso giustamente a calci per il culo, allora sì, dai diciamocelo, questa "era inane", con "i nani inani" pullulanti, ha clamorosamente vinto, stravinto alla grande, in un trionfo tipico di Roma antica.
A chi credeva e sperava in ciò che oramai viene considerato quisquilia, fregnaccia, polvere di stelle, non resta che cambiare canale, gustandosi magari un meraviglioso Grande Fratello Vip, perché la sorte, l'avvenire, la storia non gli appartiene; è gestita, centellinata, liofilizzata da dorati specialisti in materia, esperti senza pari, navigati timonieri: i nani inani, appunto.

mercoledì 17 ottobre 2018

Commento ilare


mercoledì 17/10/2018
Scambiatevi un segno di pace (fiscale): in fondo siamo all’osteria

di Alessandro Robecchi

Guardo la mia piccola pila di multe regolarmente pagate e mi si apre il cuore. Ci sono un paio di autovelox (buste verdi), un paio di divieti di sosta del mio Comune (buste bianche), poi quella volta che mi era scaduto il ticket del parchimetro, e poi la mia preferita: la multa presa mentre ero alle Poste a pagare una multa. Record. L’ho incorniciata, cioè, prima pagata, poi incorniciata. Osservo queste piccole madeleine del mio essere automobilista imperfetto – tutte pagate – alla luce della nuova pace fiscale e modifico la mia idea di stato di diritto: sono un coglione. Fossero solo le multe.

Il problema, invece, è la semantica, la scelta delle parole, la costruzione delle formule. In un Paese dove esiste un decreto, votato ogni anno, che si chiama Milleproroghe, infinito elenco di cose non fatte, trovare nuovi nomi fantasiosi per vendere vecchia merce come un semplice condono non è facile.

“Pace fiscale” è una buona soluzione. Intanto è in italiano (i governi precedenti l’avrebbero chiamato “Fiscal Love”) e poi descrive bene il clima da osteria, ehi, qua la mano, pare di vedere una locanda con vecchi contadini, una pittura dell’Ottocento. “Pace fiscale” presuppone che si chiuda una guerra, che tacciano i cannoni e si ritrovi una garrula cordialità tra chi non ha pagato e chi dovrebbe – leggi alla mano – fargli il culo. È una guerra a cui quelli che hanno regolarmente versato tutto, magari cristonando e negandosi altre cose, magari rimandando un acquisto perché la multa veniva prima, assistono mentre gli cascano le braccia. Cose tra loro, insomma, tra chi ha sgarrato (poco, la multa, ma anche parecchio, fino a 100 mila euro, in un Paese dove il reddito medio pro capite è di 27 mila), e chi cerca di incassare quel che può. Che c’entriamo noi che siamo in regola, a parte un retrogusto di fregatura?

Si dirà che è il ritornello che si sente ad ogni condono, quando si chiama in italiano (ah, i vecchi “concordati” di Silvio!) e quando si chiama in inglese (la Voluntary Disclosure, che pareva una categoria di Youporn). È vero in parte.

Divertente invece che sia così solerte nel perdonare, condonare e cancellare regole chi proprio in questi giorni si appella a regolamenti e cavilli d’altro tipo. La Lega, che voleva addirittura un tetto più alto per il suo condono, che tuona ad ogni passo contro la burocrazia che strangola il cittadino, usa la burocrazia per strangolare altri cittadini, purché stranieri. Le storie delle mense scolastiche di Lodi sono note: la burocrazia usata come cappio punitivo e guinzaglio corto, i moduli dai paesi d’origine, la guerra di scartoffie per negare diritti, una specie di tassa sull’articolo 3 della Costituzione mascherata da “rispetto delle regole”.

Il “debole-coi-forti-e-forte-coi-deboli”, che è la cifra dell’esplosione salviniana nel Paese, non poteva avere in un solo giorno descrizione più plastica: di qua si perdona chi ha sgarrato, si chiude un occhio, si tende la mano (pace!); di là, dalla parte dei nuovi italiani che lavorano qui, pagano le tasse qui, mandano i figli a scuola qui, ci si fa occhiuti e pedantissimi, chiedendo documenti impossibili e costosi per provare il gusto di un piccolo apartheid di paese (guerra!).

Per i bambini di Lodi, i migranti di Riace, i “negozietti etnici” (sic) si pretende ferreo rigore burocratico-amministrativo, spesso inventato lì per lì con intento punitivo, mentre per gli altri si mette una toppa ogni tanto, si perdona, si sana, si “mette in regola” con lo sconto. La vecchia barzelletta che la legge è uguale per tutti si aggiorna con “la burocrazia è uguale per tutti”, su base etnica. La doppia morale, insomma – legge e ordine, ma per chi dico io – diventa tripla. Tutto made in Salvini, con gli altri testimoni muti e inani, come la mucca che guarda passare il treno.