sabato 15 settembre 2018

Verissimo


La gente tende a valutare l’importanza relativa dei problemi in base alla facilità con cui li recupera dalla memoria, e questa è in gran parte determinata da quanto i media si occupano di quei temi.

Daniel Kahneman - psicologo - premio Nobel Economia 2002

Lotta strana


“Chiediamo di non essere trattati solo come un costo, umiliando noi e costringendoci a preoccuparci del futuro delle nostre famiglie. Noi non chiediamo privilegi, ma di vedere riconosciuto il nostro coraggio e il nostro talento. Nel giornalismo, come nella vita, uno non vale uno, ognuno ha la sua storia e non può essere sfregiata con un colpo di ramazza”.

I giornalisti de “il Giornale” in lotta con la proprietà... la proprietà del Giornale... ahh! Si il fratello di Lui! 
Dicono di vedere riconosciuto il loro... talento e... il loro coraggio. In effetti di coraggio in questi anni ne hanno avuto da vendere per raccontare una realtà virtuale al meglio dei fratelli Grimm!

Altra angolazione


Le dimissioni di Nava da presidente Consob viste da un'altra angolazione, quella di Bonanni di Repubblica, il quale si dimentica due cose: il Presidente della Repubblica, silente per antonomasia, non ha detto nulla al proposito, un silenzio assenso. E il mettersi in aspettativa da Bruxelles avrebbe ridotto lo stipendio di Nava di almeno 6mila euro mensili.

L’INDIPENDENZA È IL PECCATO

Andrea Bonanni

Le dimissioni a cui Lega e Movimento Cinque Stelle hanno costretto il presidente della Consob, Mario Nava, segnano un gravissimo salto di qualità nella logica illiberale del populismo al potere. Finora la maggioranza governativa giallo- verde si era dimostrata particolarmente avida nella spartizione dello spoil system, lasciando poco o nulla alle opposizioni. Ma un conto è occupare ingordamente poltrone che competono al potere politico. Ben più grave è costringere alle dimissioni il presidente di una Authority super partes, nominata dal presidente della Repubblica e che deve, per definizione, essere indipendente dalla politica. Più grave ancora se, come nel caso di Nava, lo si fa per un manifesto dissenso ideologico verso la persona e quello che rappresenta.
Quando Di Maio dichiara trionfante «vi prometto che ora nomineremo un servitore dello Stato e non della finanza internazionale» compie un triplo sfregio ai principi democratici. Primo: ignora che la nomina del successore di Nava spetta al presidente della Repubblica e non al governo. Secondo, in puro stile leninista, si arroga il diritto di interpretare «lo Stato » , che invece in questo caso è rappresentato dall’indipendenza dell’Authority che lui ha appena decapitato. Terzo, accusa una autorità indipendente di essere al servizio « della finanza internazionale » solo perché il suo presidente è un funzionario della Commissione Ue, che viene quindi considerata un’entità estranea e ostile quando è un naturale complemento dell’amministrazione italiana.
Questo è un punto particolarmente preoccupante della vicenda Nava. Formalmente, il M5S ha sollevato la questione della sua compatibilità nell’incarico perché l’alto dirigente è stato semplicemente distaccato dalla Commissione europea e non si è dimesso dall’organico dell’esecutivo comunitario. La motivazione è chiaramente pretestuosa, come dimostrano le recenti dichiarazioni di Di Maio intrise di ostilità politica. Inoltre lo stesso Nava ha già ricordato che la correttezza della sua nomina era stata vidimata, oltre che dalla Commissione europea, dalla presidenza del Consiglio, dalla presidenza della Repubblica e dalla Corte dei Conti. Ma la battaglia formale ingaggiata dai populisti che occupano le commissioni parlamentari delle due Camere dimostra che, ai loro occhi, la Commissione Ue, e dunque l’Europa, sono potenziali nemici.
Solo ipotizzando un prossimo scontro frontale e generalizzato tra Bruxelles e Roma, infatti, si può immaginare che un funzionario della Commissione alla testa di una Authority italiana possa trovarsi in una situazione di conflitto di interessi. E ancora, il conflitto nascerebbe soltanto nella presunzione che l’interesse italiano sia rappresentato solo ed esclusivamente dalla posizione del governo, e non da quella della Commissione e dell’Europa. Per esempio nel caso, del tutto ipotetico, che questo governo imboccasse senza una consultazione popolare una strada che conducesse l’Italia ad uscire dall’euro violando i Trattati europei, chi rappresenterebbe meglio gli interessi degli italiani? Roma o Bruxelles?
Mario Nava è un alto dirigente della Commissione europea che si è occupato per gran parte della sua carriera proprio di regolamentazione dei servizi finanziari. La sua competenza è fuori discussione. Il suo obiettivo, dichiarato al momento della nomina, è quello di proteggere il mercato, gli investitori e i risparmiatori dalle troppe pressioni della politica nazionale. Ma proprio questo, evidentemente, è ciò che dà fastidio alla Lega e al M5S che, in un’ottica di rinazionalizzazione dell’economia per sottometterla alla politica, non potevano vedere di buon occhio un difensore della libertà di mercato in un posto che avrebbe potuto ostacolare le loro ambizioni.
Costringendo Nava alle dimissioni perché, come ha spiegato lui stesso, «il non gradimento politico limita l’azione della Consob in quanto la isola e non permette il raggiungimento degli obiettivi » , il governo italiano imbocca la strada antidemocratica già presa da quello polacco e da quello ungherese. Il populismo non può tollerare che esistano, nella compagine dello Stato liberale, altri poteri indipendenti dal potere politico, che lo controllano e che lo bilanciano. Che si tratti della magistratura, delle università, della libera stampa, o anche delle Authorities di controllo dell’economia, questi poteri vengono sottomessi, o combattuti. A Varsavia, a Budapest e adesso anche a Roma. Le dichiarazioni di Salvini sui giudici e di Di Maio sulla stampa sono lì a indicare una strada di cui la rimozione di Nava è solo il primo miglio.

La Ue, per ora, si è limitata a ricordare polemicamente l’importanza che le Authorities siano effettivamente indipendenti dal potere politico. Perché si arrivi anche per l’Italia a impugnare l’articolo 7 contestando la violazione di diritti fondamentali, come avvenuto per Polonia e Ungheria, ancora ce ne vuole. Ma, dopo quelli dell’Onu per il trattamento dei migranti, il governo italiano ha adesso puntati addosso anche gli occhi dell’Unione europea. E sono occhi sempre meno benevoli.

Omertà


C'è un sentimento che sembra aleggiare attorno alla vicenda del ponte Morandi, una specie di velo omertoso che avvolge protagonisti e semplici comparse; lo si ritrova nella scena muta davanti al magistrato tenuta dai super consulenti del ministero, che avrebbero dovuto controllare la staticità del ponte: Salvatore Buonaccorso, Giuseppe Sisca, Antonio Brencic e Mario Servetto (nomen omen). I quattro iper tecnici si sono trincerati dietro ad un silenzio, a volte prezioso e d'oro, ma non in questo frangente, visto che la delicatezza ed il rispetto per le vittime avrebbe dovuto agitare le menti e i cuori, ammesso che li abbiano, di questi illuminati chiamati, e pagati profumatamente, ad un controllo della oramai sfarinata struttura. L'altra silente location è sita in Treviso presso la sede della famiglia Benetton, azionisti di maggioranza della società Atlantia che gestisce la concessione aurea di Autostrade: in un articolo del Fatto di oggi emerge l'omertà di molti dipendenti che, sfuggendo alle domande, si rifugiano in scuse oramai divenute becere. Colpisce pure il silenzio del sindaco di Ponzano Veneto, cuore dell'impero Benetton, Monia Bianchin del PD, la quale non ha trovato il tempo per ricevere il giornalista, manco fosse il primo cittadino di New York. Ma il premio omertà va sicuramente ad un anonimo, per fortuna sua, ragazzo con tanto di barba, anche lui a libro paga Benetton, che a precisa domanda ha risposto: "Genova? Non so che cosa è successo, ero all'estero."
Non fosse per il dolore pregnante la tragedia, sarebbe stato giusto e sano rispondergli "e ci potevi rimanere all'estero, povero ed indiscusso coglione!"
United Color of Blandizie.

Travaglio


sabato 15/09/2018
La Nava e la fava

di Marco Travaglio

Il 23 settembre il Fatto compie nove anni. E da nove anni, a costo di peccare di superbia, ne siamo orgogliosi ogni giorno. A volte, poi, ci sentiamo persino utili. Per esempio ieri, quando abbiamo pubblicato tre notizie che forse, senza il Fatto, non sarebbero esistite. Una è l’annuncio del sottosegretario all’Editoria Vito Crimi, che fa proprie due storiche battaglie del nostro giornale: contro i finanziamenti pubblici alla stampa e per un tetto pubblicitario alle tv commerciali (dunque soprattutto a Mediaset), che diversamente dalla Rai non hanno limiti di spot e (almeno nel caso di Mediaset) beneficiano da 24 anni di un surplus di annunci commerciali rispetto a quelli che meritano in base allo share: un surplus chiamato “politica”, “conflitto d’interessi”, “scambio di favori”, “marchette”. La seconda è la condanna disciplinare inflitta dal Csm all’ex presidente della Corte d’assise di Chieti, Camillo Romandini, finito nei guai per due accuse: aver intimidito la giuria popolare che con lui giudicava 19 ex dirigenti e tecnici Montedison per la discarica di Bussi, per farli assolvere; e non essersi astenuto dopo aver partecipato, poco prima del verdetto, a una cena col governatore-parte civile Luciano D’Alfonso, in cui si parlò anche del processo. Fu Antonio Massari, sul Fatto, a svelare i retroscena della sentenza, così la Corte d’appello fece in tempo a tramutare l’assoluzione plenaria di primo grado nella condanna di 10 imputati.

La terza notizia sono le dimissioni di Mario Nava da presidente Consob, appena cinque mesi dopo la nomina. Chi volesse sapere a cosa serve il Fatto, può leggersi gli altri quotidiani sul tema. Corriere della Sera: “Nava lascia la Consob: ‘Non gradito alla politica’”, “La solitudine del tecnico che voleva rilanciare il mercato”, “L’Italia si mostra non in grado di trasmettere… la stabilità. Predominerà il sapore sgradevole delle scelte politiche mai tese a garantire assetti istituzionali durevoli. Quanto, invece, a garantirsi fedeltà e riconoscenza. Se non addirittura a dare luogo a manovre di piccolo cabotaggio e personalismi” (commento di Daniele Manca). Repubblica: “Consob, Nava lascia. M5S esulta”, “Consob, si dimette il presidente Nava assediato dal fronte gialloverde”, “Le purghe grilline”, “‘Per i gialloverdi c’era una grave incompatibilità tra Nava e il suo incarico’. ‘Pare fosse addirittura competente’” (vignetta di Ellekappa). La Stampa: “Dopo mesi di attacchi da parte di 5 Stelle e Lega il presidente lascia: ero sgradito, impossibile lavorare”, “Da Ferrovie a Rai, così i giallo-verdi hanno pianificato i cambi al vertice”.

Il Messaggero: “Nava: ‘Basta attacchi, mi dimetto’. Il presidente Consob lascia dopo il pressing di Lega e 5Stelle”. Chi ha la fortuna di leggere questi quotidiani, penserà che questo fiero campione della competenza e martire dell’indipendenza sia stato prima nominato dalla cicogna e poi cacciato dai feroci epuratori legastellati, ansiosi di mettere le mani sulla Consob. Chi invece legge il Fatto sa bene fin da aprile – quando Nava fu nominato dal fu governo Gentiloni  dopo le elezioni e la sconfitta della maggioranza di centrosinistra e ben prima della nascita del governo gialloverde – che Nava era totalmente incompatibile con la Consob. Per un motivo molto semplice: è un dipendente della Commissione europea (capo della divisione Affari finanziari) e tale è rimasto anche quando è passato a guidare l’autorità indipendente di controllo sulla Borsa. Cioè: non s’è posto in aspettativa (come impone la legge istitutiva della Consob), ma è rimasto distaccato “in comando” e “nell’interesse” del governo Ue. Come possa un’autorità “indipendente” essere presieduta dal dipendente di un’altra amministrazione, lo sanno solo i magliari dei giornaloni che lo difendono e spacciano le sue dimissioni, tanto doverose quanto tardive, per una congiura del nuovo governo. Che invece, nella persona del premier Conte, gli aveva offerto una via d’uscita dal vicolo cieco in cui si era pervicacemente cacciato: lasciare la Ue o andare in aspettativa.
Ma Nava non ne ha voluto sapere, per non perdere i privilegi del suo status: l’immunità dalla giustizia nazionale, gli scatti di carriera, i benefit e la tassazione agevolata del suo stipendio, molto più alto a Bruxelles che alla Consob. Come ha spiegato Giorgio Meletti, “prendendo l’aspettativa Nava avrebbe visto i 244 mila euro lordi dello stipendio tassati in Italia al 40% e dunque ridotti al netto a 146 mila, pari a soli miseri 10 mila euro al mese”. Invece, “rimanendo dirigente a Bruxelles in distacco, avrebbe goduto della tassazione agevolata degli eurocrati al 7%, che avrebbe portato il netto mensile da 10 a 16 mila euro”. Sulle prime, Nava aveva persino mentito ai commissari Consob, spiegando che l’aspettativa gli era preclusa dalle norme europee. Ma era stato sbugiardato a stretto giro dalla stessa Avvocatura della Consob e pure dal commissario Ue Oettinger che, rispondendo a un’interrogazione 5Stelle, aveva spiegato come l’aspettativa sia un’opzione normale dei funzionari che traslocano altrove. Infatti Mattarella, imbarazzato dalle bugie e dall’arroganza del personaggio (“se le istituzioni hanno problemi con me, mi chiamassero”), non ha speso una parola in sua difesa, ben diversamente da un anno fa, quando fece scudo al governatore Visco contro gli assalti di Renzi e dei suoi epuratori, ansiosi di mettersi in tasca Bankitalia (infatti ora Renzi spalleggia Nava contro i “cialtroni” gialloverdi, confermandone  l’assoluta indipendenza da tutti fuorché dal Pd). Ma tutto questo i giornaloni non lo scrivono: siccome il governo ha sempre torto, a prescindere, anche quando ne fa una giusta, molto meglio raccontare la Nava e la fava.

venerdì 14 settembre 2018

Kazzoridi?




Chissà...


A leggere questo articolo chissà perché mi vengono in mente nomi quali Prodi, D’Alema, Violante, Gentiloni e, soprattutto Nazareno, inteso come patto stipulato tra il Bomba e il Delinquente Naturale. Chissà perché...

L’ANALISI
Ecco cosa rischia Mediaset: un salasso da 750 milioni l’anno (il 20% dei ricavi)
LE CIFRE - MERCATO DEI BRAND SBILANCIATO SULLE TELEVISIONI: IL BISCIONE PESA PIÙ DI QUANTO VALE

di Marco Palombi

- Fedele Confalonieri - Ansa
Per capire quanto Silvio Berlusconi sia preoccupato per le dichiarazioni bellicose dei grillini di governo sulla pubblicità in tv (e quante pressioni farà sull’alleato Matteo Salvini per bloccare ogni atto ostile) basta fare i conti: Mediaset rischia di perdere centinaia di milioni di euro.

A oggi il sistema funziona così: le aziende, i cosiddetti “Brand”, affidano il loro budget pubblicitario a un Centro Media che lo gestisce; per ottenerlo i Centri Media offrono al Brand gli sconti sul listino che hanno ottenuto dalle concessionarie pubblicitarie. Sembra un meccanismo di mercato, in realtà il mercato c’entra poco. Grazie alla forza politica e ad antiche alleanze commerciali abilmente mantenute negli anni - prima tra tutte quella con GroupM, il centro media del colosso WPP, a lungo guidato da Stefano Sala, che oggi è a capo proprio di Publitalia - la concessionaria di Mediaset riesce a intermediare una bella fetta della torta e, soprattutto, a convogliarne poi la maggior parte alle tv di Berlusconi.

Parliamo di soldi. Secondo i dati Nielsen, i “brand” hanno investito in Italia nel 2017 circa 6,2 miliardi di euro, di questi 3,8 miliardi (il 61%) sono andati alla solo pubblicità tv, una percentuale assai più alta rispetto alla media del resto d’Europa. Mediaset, nel bilancio consolidato dell’anno scorso, dichiara di aver ricavato dagli spot 2,1 miliardi di euro, “il 38,3% del mercato” (che quindi stima, a differenza di Nilsen, a 5,5 miliardi di euro).

Un bel risultato, che in realtà è una sorta di “miracolo” che diventa evidente se si considera il solo mercato tv: con ascolti medi stimabili nella fascia 30-35%, le tv del Biscione si accaparrano il 55-60% delle risorse (abnormi) destinate dai brand agli spot televisivi (la Rai, ad esempio, nel 2017 valeva 730 milioni).

Riportare in qualche modo la fetta pubblicitaria di Cologno Monzese alle sue dimensioni di ascolti potrebbe costare al gruppo una cifra non inferiore ai 750 milioni l’anno (il 20% abbondante dei ricavi messi a bilancio nel 2017).

Una minaccia mortale che può concretizzarsi in vari modi: quello indicato da Vito Crimi qui sopra è il sistema dei “tetti” per abbassare la quota di investimenti che va alle tv e spostarla su altri comparti (la “carta” vale in tutto 1 miliardo); un’altra via potrebbe essere quella di ridurre il potere degli intermediari (i Centri Media) facendone dei meri consulenti senza potere sui budget. È la via per aprire il mercato scelta dalla Francia, il Paese di Vivendi, il secondo azionista Mediaset.