mercoledì 18 luglio 2018

Soporifero



Una pennica da Hall of Fame, in pineta, con tutte le regole rispettate secondo il manuale settecentesco “De Pisolinum” 
Ricevuto medaglia da Morfeo in persona, il quale però ha obbiettato un pochetto sulla durata, secondo lui eccessiva. Effettivamente il confine tra pennica e sonno pomeridiano è molto labile. Alcuni esperti del settore hanno opinioni diverse: Ciccio di Nonna Papera ad esempio dice che la pennichella non debba superare i 15 mn; Poldo parla di mezz’ora. Una diatriba molto complicata, quasi inestricabile. 
P.S. La mia ha superato di gran lunga l’ora!

A lezione!


Ora che hanno molto tempo libero, potrebbero apprendere qualcosa da questo articolo. Eccetto la Fedeli, naturalmente, essendo rimasta ancora alle stanghette e ai fogli con tre righe.

mercoledì 18/07/2018
Giuristi per caso

di Marco Travaglio

Da quando i processi sono diventati come le partite di calcio e 50 milioni di italiani si dividono, nel tempo libero, fra gli aspiranti ct della Nazionale e i giudici a latere, se ne sentono di tutti i colori. Ora fa discutere una sentenza della Cassazione che ha condannato (ripetiamo per i duri d’orecchio e di cervice: condannato) a 3 anni due cinquantenni, un italiano e un romeno, per avere stuprato nel 2009 una conoscente romena che aveva cenato, fumato cannabis e bevuto fino a ubriacarsi con loro. In primo grado, il gup li aveva assolti: sia perché la giovane aveva cambiato tre volte versione, sia perché dopo il sesso e la fuga al pronto soccorso aveva telefonato ai presunti aggressori, sia perché i segni di resistenza sul corpo erano scarsi e controversi. In appello, la Corte aveva ribaltato la sentenza, condannando i due per lo stupro di gruppo a 3 anni con le attenuanti generiche (erano incensurati), prevalenti sull’aggravante di aver costretto la ragazza a ubriacarsi. Condanna confermata in via definitiva dalla Cassazione, che però ha trasmesso gli atti all’appello per far eliminare l’aggravante dell’uso di alcol (peraltro assorbita dalle attenuanti generiche), esclusa dalla legge se la vittima ha bevuto sua sponte, senza costrizione.

Non è un gentile omaggio ai due stupratori: è l’articolo 609 ter comma 1 n. 2 del Codice penale, frutto di una legge del febbraio ’96 (governo Dini, sostenuto da centrosinistra e Lega Nord con l’astensione del centrodestra): la pena va aumentata se la violenza sessuale è stata commessa “con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa”. Cioè se la vittima è stata costretta ad abbassare le difese per agevolare il compito dello stupratore. Ma non è questo il caso esaminato dal processo, dove anzi è emerso inequivocabilmente che la ragazza andò a cena con un amico e due conoscenti; tutti e quattro bevvero molto vino e si fecero qualche canna; poi l’amico se ne andò, ma la donna restò con gli altri due, che le avevano già rivolto avance a tavola; questi la portarono in camera costringendola a subire rapporti sessuali. Dunque lo stupro è provato, ma l’aggravante della costrizione all’alcol no. Una sentenza impeccabile, fra l’altro emessa da un collegio presieduto da una donna. Ma ecco i soliti politici e politiche che straparlano per finire sui giornali senz’aver letto (o, peggio ancora, capito) la sentenza. E magari una settimana fa attaccavano Salvini perché sparava non su una sentenza, ma su un’ordinanza della Cassazione (sui soldi della Lega).

Stefania Prestigiacomo di FI, “pur aspettando di leggere le motivazioni” (e allora che ne sa?), definisce “sorprendente la decisione della Cassazione” perché a lei, non si sa in base a cosa, “appare evidente che una vittima sotto effetto dell’alcol è ancora più indifesa. Questa sentenza riporta indietro le lancette dell’orologio”. L’ex ministra Pd Roberta Pinotti si associa all’autorevole parere di sua figlia (“che vergogna”) su una sentenza che “non prevede aggravante perché la vittima era ubriaca” (cazzata sesquipedale). L’ex ministra Pd Valeria Fedeli, dall’alto della sua falsa laurea, invita non si sa bene chi a “reagire e contrastare questa regressione culturale e politica!”. Punto, punto e virgola, punto esclamativo: massì, abbondiamo. Alessia Morani (Pd), inopinatamente laureata in Legge, blatera di “sentenza veramente scandalosa”, anche perché non la conosce: infatti sostiene che la Cassazione ha ignorato che “stuprare una donna ubriaca è comunque e sempre gravissimo anche se ha bevuto volontariamente” e ha stabilito che la ragazza “in fondo se l’è cercata” (con l’hashtag #poverenoi, anzi #poveralei). Alessandra Mussolini, nota giureconsulta, sollecita il Csm a “intervenire” (come se fosse il quarto grado di giudizio) e altri soggetti imprecisati a “combattere in prima linea”. Giorgio Gori, sindaco Pd di Bergamo, subito ritwittato dal governatore Pd dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, spiega alla Corte che “stuprare una donna ubriaca è PIÙ grave, non meno grave, a prescindere se abbia bevuto di sua volontà. Siamo ancora al ‘se l’è cercata’?”.

Casomai questi giuristi per caso volessero sapere qualcosa della sentenza che commentano, ne citiamo un paio di passaggi: “Integra il reato di violenza sessuale di gruppo, con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica, la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcoliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose o subdole, anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcol e droghe, rilevando solo la sua condizione di inferiorità psichica o fisica seguente all’assunzione di dette sostanze”. Ergo gli stupratori vengono condannati perché “le condizioni della vittima, pacifiche, non consentivano un consenso ai rapporti sessuali”. Però “l’assunzione volontaria dell’alcol esclude la sussistenza dell’aggravante, poiché… deve essere il soggetto attivo del reato che usa l’alcol per la violenza, somministrandolo alla vittima; invece l’uso volontario incide, sì, sulla valutazione del valido consenso, ma non anche sulla sussistenza dell’aggravante”. Ma la sentenza in difesa della stuprata viene ribaltata in un regalo agli stupratori da un branco di somari/e. I quali potrebbero più utilmente rivolgere il loro sdegno al vero scandalo di questo e di mille altri processi: gli stupratori non faranno un giorno di galera, perché in Italia le pene sotto i 4 anni si scontano comodamente a casa. Ma è improbabile che la cosa indigni FI&Pd, visto che è tutto merito di leggi volute e votate da loro.

Valli a capire!



Si saranno messi i guanti in lattice quelli di Repubblica per riportare questa notizia; avranno ingurgitato Maalox a catinelle. L’ho votata pure io pur sapendo quanto il sistema Rosseau sia fallace e guidato da mani infingarde. Certo ci vuole una selva di peli nello stomaco a votare una quarantanovenne da 26 anni nel mondo della tv per il consiglio d’amministrazione del servizio pubblico! E senza amicizie di cardinali, dei vari Lotti, Etruriana, Madia ma quello che più serviva: il beneplacito del Delinquente, la sua approvazione per continuare ad ingrassare sulla Rai, ridotta in macerie scientemente dai vari governi simil sinistrorsi, secondo quanto stipulato nel malefico patto del nazareno. Ma i pentastellati si sa sono incapaci, incompetenti, Di Maio è inadatto al ruolo e poi siamo pure razzisti, amici di Salvini, e guarda, guarda! i paraventisti  che tentano di inorridire con macabre foto di esseri umani assassinati dal sistema attuale, cosa mai fatta nei dieci anni addietro quando si stima una perdita di vite umane attorno ai centocinquantamila. Ma erano altri tempi quelli: in Rai soggiornavano gli amici degli amici, eccetto qualcuno s’intende alla Carlo Freccero e le notizie erano veline consegnate dall’Eco di Rignano e Laterina, dalla Spelonca di Arcore.
E questi qui invece han messo dei competenti. Valli a capire!

martedì 17 luglio 2018

Quesito



Sarà per rallegrare i ludopatici o perché alla famiglia Benetton interessano solo i bigliettoni che quando paghi alle casse autostradali ti piomba addosso una valanga di spiccioli sfanculanti i 5 euro cartacei, che poi per raccoglierli tutti ti stiri tanto la colonna al punto di far uscire ernie discali?

Inaudito


Ma dai! E questi sarebbero candidati per il cda Rai? Ma non vi vergognate voi pentastellati? Beatrice Coletti ad esempio: manager televisiva, con trascorsi in Sky, Fox, Disney Channel, La7, Sole 24 ore! Ma non capite che questa è una professionista del settore, una che ci capisce! Non ha amicizie toscane, e questo è un delitto, non conosce cardinali, non è adatta a negare l’evidenza, a blaterare alla Luna, permettendo allo Zio Delinquente Naturale dell’Ebetino di continuare ad ingrassarsi sulle ceneri del servizio pubblico! E questo Enrico Ventrice, documentarista, filmmaker, che ha lavorato negli Usa per la Global Vision Group Newset, è mai stato a Laterina, si è mai fermato a Rignano? Dai, ma come si fa a candidare degli esperti del settore? Vi rendete conto che così rischiamo di avere un servizio pubblico degno di un paese democratico, gente che spazzi via come pula dirigenti servili, amici di Lotti, fidanzatini di Mediaset? È inaudito tutto questo! Non mi dite poi che state pensando anche a fare direttori dei tg che incollino le veline arrivate dal partito e le mandino in rete ossequiosamente! Non ci posso credere che pensiate di arrivare a questo! Vi rendete conto che facendo questo potremmo pensare di vivere in un paese normale? Pensateci! Magari inserite la vigilessa fiorentina Antonella Manzone, ora al Consiglio di Stato chiaramente per competenza! O qualche funzionario del comune Etruriano di Laterina! Dai, non fate così!

Selvaggia mitica!


martedì 17/07/2018
LA POLEMICA
Chili di troppo, le strane idee delle fan di Chiara Ferragni
SU INSTAGRAM - PRIMA LE FOTO SULL’ANSIA DI RECUPERARE SUBITO LA FORMA DOPO IL PARTO, POI LE POLEMICHE SULLE AMICHE IN COSTUME. TUTTE MAGRE

di Selvaggia Lucarelli

A settembre Chiara Ferragni si sposa a Noto, in Sicilia, e  ha già annunciato che i festeggiamenti dureranno tre giorni, anche perché la cittadina verrà “travestita” grazie a fiori, luci e ruote panoramiche  da Festival di Coachella. Insomma, grazie al tocco magico dell’influencer, Noto passerà dall’essere capitale del barocco a capitale del tarocco. Ignorare la notizia sarebbe un buon proposito, se non fosse che la Ferragni ha organizzato un addio al nubilato a Ibiza che ha avuto una copertura mediatica ben superiore a quella dei Mondiali di calcio e dell’ultima dichiarazione di Salvini che non so quale sia, ma pure fosse “Non mangio mai cavolfiori che poi mi si impuzzolisce la cucina”, sarà già l’apertura di tutti i tg nazionali.

La Ferragni, che è solita festeggiare le ricorrenze che la riguardano con sobrietà (per il suo ultimo compleanno aveva noleggiato un Frecciarossa, suo figlio Leone era già su Instagram quando non aveva neppure tutta la testa fuori, Fedez le ha chiesto di sposarlo all’Arena di Verona in diretta tv) ha deciso di dire addio al suo stato di nubile in una località isolata, mistica, meta di pellegrinaggi e ritiri ascetici in compagnia di pochi intimi: Ibiza. Con 19 amiche.

Le amiche, ovviamente, in cambio della vacanza a scrocco che Chiara ha rimediato a sua volta a scrocco dagli sponsor e di qualche foto destinata a finire su una pagina Instagram da 13 milioni di follower, si sono prestate alle gag mediatiche preparate a tavolino dalla Ferragni. Tali gag prevedevano che tutte indossassero un bomber acrilico il 12 luglio perché era il bomber acrilico dello sponsor (con su scritto #chiaratakesibiza), nonché un costume rosso dello sponsor, intero e sgambato da immortalare in piscina, in una foto di gruppo che ha scatenato una polemica infinita sui social e sui giornali.

Se pensate che la polemica sia stata in difesa di queste povere amiche costrette a fare marchette indossando la divisa per un weekend al mare, roba che manco la vacanza con l’Inps di Fantozzi, avete sbagliato di brutto. Le poverette sono state descritte come “rotonde e felici, assieme a Chiara con i suoi cinque chili in più guadagnati con la gravidanza” da una giornalista del Corriere della Sera che sui fianchi possiede a sua volta cinque chili in più ben nascosti sotto la maglietta. Di tritolo, però, perché è evidente che si tratta di una kamikaze. Maria Teresa Veneziani infatti (questo è il nome della suicida), è stata cazziata pubblicamente dalla Ferragni, la quale nelle sue storie l’ha accusata di bodyshaming, provocando un’onda di indignazione che io toglierei momentaneamente la scorta a Roberto Saviano per darla alla Veneziani, almeno finché Chiara non pubblicherà la sua prossima storia in cui Leone vomita sulla sua canotta Blumarine e tutto sarà dimenticato.

Ora, è evidente che la giornalista ha scritto una cosa superflua e fessa: superflua perché la forma fisica delle amiche di Chiara Ferragni non era una notizia e fessa perché, per giunta, la più rotonda era una taglia 38. Ancora più fessa l’osservazione sui cinque chili in più della Ferragni anche perché se togli cinque chili alla Ferragni, della Ferragni rimangono tibia e ciglia finte.

Il Corriere ha cercato di rimediare in corsa: ha tolto “le amiche sosia rotonde e felici”, l’ha corretto con “amiche sosia atletiche e felici” e infine ha scritto solo “le amiche sosia”, che poi è stata la prima correzione indovinata visto che a quel punto si sentivano tutte e diciannove chiatte e pure infelici. Da qui, il corto circuito. Le fan della Ferragni hanno ricordato in massa alla giornalista che non si offendono le donne sul web dandole della stronza-acida-giornalista di merda, ma, soprattutto, la Ferragni è diventata improvvisamente la paladina delle forme, del fianco generoso, dei cuscinetti sulle chiappe, delle donne rotonde, lei che di rotondo ha, al massimo, il vinile di una collezione di Fedez.

Lei che a 17 giorni dal parto ha fotografato in palestra la sua pancia già sgonfia e tonica, dicendo che c’era ancora molto lavoro da fare. Lei che per anni ha esibito un corpo di una magrezza che ha spesso allarmato stampa e fan e che della magrezza ha fatto a tal punto la sua ossessione da rispondere a una commentatrice scema che le faceva notare un accenno di pancia: “Ho partorito 5 mesi fa”, non “Chi se ne frega se ho la pancia!”. Lei che del selfie perfetto ha fatto (legittimamente) la sostanza.

Insomma, una giornalista che dovrebbe scrivere di costume e si sofferma sulle forme in un costume da bagno, una che vive a dieta e diventa paladina delle ragazze in carne, le fan che chiedono alla giornalista di non fare l’hater e diventano hater della giornalista. Doveva essere un addio al nubilato. È stato un arrivederci alla coerenza.

Travaglio!


“Da anni non guardo il Tg1 per motivi d’igiene personale” è da Hall of Fame!

martedì 17/07/2018
Signorsì e Signornò

di Marco Travaglio

Da anni non guardo il Tg1 per motivi di igiene personale. Quindi non conosco Claudia Mazzola, la telegiornalista inserita dai 5Stelle nella cinquina di aspiranti candidati al nuovo Cda Rai messi ai voti sulla piattaforma Rousseau. L’unica cosa che so di lei è quel che leggo sui social, stupiti dal fatto che i 5Stelle la candidino dopo che quattro anni fa Rocco Casalino l’aveva duramente attaccata sul blog di Grillo per un suo servizio, accusandola di “disinformazione”, “propaganda del governo” e “vergogna”; e alcuni parlamentari M5S avevano chiesto le dimissioni sue e dell’allora direttore Mario Orfeo. Il che mi basta e mi avanza per sperare vivamente che Claudia Mazzola, se ha i requisiti di competenza, entri nel nuovo Cda Rai. Sarebbe il primo caso, nella storia repubblicana, di lottizzazione all’incontrario: cioè di un partito che premia nel “servizio pubblico” un suo avversario, vero o presunto. Se pensiamo ai Cda precedenti, o anche solo all’ultimo (pieno di ex parlamentari o di portaborse che a stento distinguono un televisore da un forno a microonde, con un paio di lodevoli eccezioni, fra cui di Carlo Freccero, indicato dai 5Stelle senz’averli mai votati), sarebbe un enorme passo in avanti. E una sorprendente prova di intelligenza e apertura mentale da parte di un movimento che spesso compie sforzi immani per apparire stupido e intollerante almeno quanto i partiti che dice di combattere.

Per lo stesso motivo sarebbe una gran cosa se Conte e Di Maio confermassero a presidente dell’Inps un illustre economista come Tito Boeri. Nominato da Renzi malgrado il grave handicap di non essere toscano e di non appartenere al Giglio Fradicio, Boeri era entrato quasi subito in rotta di collisione col presunto rottamatore (che voleva cacciarlo già un anno fa), mostrando un’indipendenza che ora lo rende immune da qualunque sospetto di collusione con i partiti. È vero: l’ha fatta fuori dal vaso con la seconda relazione tecnica al decreto Dignità che, con criteri economicamente molto dubbi, prevede un crollo di 8 mila contratti a tempo determinato all’anno (e perché non 6,5 o 9,7? Boh). Un oracolo che ha lo stesso valore scientifico di un oroscopo e che la Ragioneria dello Stato – quella sì sospettabile di remare contro il nuovo governo, all’insegna del motto di tutti gli Ancien Régime: “Quieta non movere et mota quietare” – ha subito colto al balzo per dare una mano alle solite lobby. Ma i governi intelligenti le voci critiche e autorevoli come quella di Boeri devono attirarle e incoraggiarle, non respingerle. Evitare accuratamente di circondarsi di yesmen.

E , fra un Signorsì e un Signornò, preferire sempre il secondo. Il potere dà alla testa e avere a tiro qualcuno che ti aiuta a non sbagliare e a tenere i piedi per terra è la migliore garanzia di successo e di longevità. Se, al posto della sua corte di tirapiedi & leccapiedi toscani, Renzi si fosse circondato di tanti Boeri (che invece restò rara avis, e sempre in bilico) in grado di contraddirlo, avrebbe capito per tempo quand’era il caso di fermarsi. Un attimo prima di varare la Buona Scuola, il Jobs Act e altre boiate che gli inimicarono milioni di italiani. Un istante prima di schiantarsi sulla Costituzione, sull’Italicum e sul Rosatellum. E un secondo prima di stroncare sul nascere il dialogo con i 5Stelle, per gettarli fra le braccia di Salvini. Anche B. si era giocato due governi su tre per non aver saputo ascoltare prima Bossi, che rovesciò il primo sulla riforma delle pensioni, e poi gli alleati centristi e finiani, che lasciarono il terzo in dissenso sull’economia e sulla legalità.

Chi pretende cieca obbedienza e fedeltà assoluta, cioè le virtù dei cani e i vizi degli uomini stupidi, resta solo con un branco di bestie e di cretini. E si suicida. È il rischio che corrono ora i nuovi detentori del potere, se non sapranno scegliersi i collaboratori giusti, cacciando i veri nemici con un sano spoils system e conservando o attirando i veri amici. Anche se oggi, nella strana alleanza giallo-verde, le forze centrifughe sono molto più spiccate che nelle coalizioni precedenti, perché il governo Conte non si regge su un’alleanza strategica fra partiti contigui, ma su un’unione tattica suggellata da un contratto fra due contraenti diversi, se non opposti, e certamente concorrenti. Estinta FI e disperso il Pd, la dialettica maggioranza-opposizione si gioca tutta nell’area di governo. E addirittura in seno al contraente maggiore: i 5Stelle, che lasciano convivere varie anime molto diverse e talora contraddittorie (attorno a Di Maio, Grillo, Fico e Di Battista), mentre la Lega appare per ora (ma fino a quando?) un monolite plasmato a immagine e somiglianza del capo assoluto Salvini, che come il duce ha sempre ragione e non viene mai messo in discussione da alcuno.

Al momento, l’assenza di voci critiche dal fronte leghista potrebbe indurre Di Maio a tacitare le voci critiche dentro e fuori i 5Stelle per strillare più di Salvini e contendergli la scena. Ma sarebbe pura miopia. Se l’opposizione tace perché non sa cosa dire, le diversità nel movimento e nel governo vanno non solo tollerate, ma incoraggiate come un valore aggiunto e un’opportunità per il futuro. Non è affatto detto che il potere logori chi ce l’ha e che il 32% del 4 marzo sia una vetta ineguagliabile da cui si può solo scendere. I primi successi raccolti in Europa sui migranti da due figure mediaticamente inconsistenti come Conte e Moavero dimostrano che gli strilli quotidiani alla Salvini non pagano. Alla lunga gli italiani ubriachi di sparate potrebbero stufarsi e preferire uno stile di governo sempre intransigente nei fatti, ma più tranquillizzante nei toni. Allora chi avrà più frecce al proprio arco vincerà. E chi ne avrà una sola, magari spelacchiata, perderà.

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