mercoledì 11 ottobre 2017

Travaglio contro l'eversione


Un altro 4 dicembre

di Marco Travaglio

Un governo illegittimo, sostenuto da una maggioranza fittizia figlia di una legge elettorale incostituzionale e spalleggiato da un capo dello Stato eletto da quella falsa maggioranza e già firmatario di una legge elettorale incostituzionale, impone la fiducia a se stesso su una nuova legge elettorale incostituzionale senza averne il potere (la legge non è di iniziativa governativa, ma parlamentare) per impedire al Parlamento di discutere, emendare ed eventualmente bocciare una norma studiata a tavolino da quattro partiti per favorire se stessi e far perdere le elezioni alla prima forza politica del Paese (il M5S) e alla sinistra non allineata, e per consentire a un pugno di capi-partito di nominarsi i due terzi delle prossime Camere, truccando le regole del gioco a pochi mesi dalle urne in barba alla raccomandazione del Consiglio d’Europa del 2003 (citata anche da sentenze della Corte di Strasburgo) di non modificare le leggi elettorali nell’ultimo anno prima delle elezioni. Stiamo parlando della legge “nostra” per antonomasia: quella che regola il diritto di voto, la sovranità popolare sancita dall’articolo 1 della Carta e ora confiscata dai partiti come “cosa loro”.
I precedenti di un voto di fiducia sulla legge elettorale sono, nell’ultimo secolo, appena tre e tutti poco rassicuranti: il primo sulla legge Acerbo del 1923, che assicurò a Benito Mussolini una maggioranza in Parlamento che non aveva nel Paese; il secondo sulla cosiddetta “legge truffa” del 1953 (un modello di democrazia al confronto degli ultimi obbrobri: assegnava un piccolo premio di governabilità a chi si aggiudicava il 50% dei voti più uno); il terzo nel 2015 sull’Italicum, poi dichiarato incostituzionale dalla Corte. Infatti ieri è inorridito persino Napolitano, il che è tutto dire. Nemmeno B. aveva osato tanto nel 2005, quando impose il Porcellum, anche lui alla vigilia del voto. E dire che la legge Calderoli, portando la firma del ministro delle Riforme, era di iniziativa governativa, così come l’Italicum firmato dieci anni dopo dalla ministra Boschi: dunque in quei casi, per quanto forzata, la fiducia un senso poteva averlo. Stavolta il governo Gentiloni si era volutamente e dichiaratamente tenuto fuori dalla legge elettorale, infatti il Rosatellum-1, il Tedeschellum e il Rosatellum-2 sono stati tutti di iniziativa parlamentare. Il Rosatellum prende il nome dal capogruppo del Pd alla Camera, previo accordo con Pd, Ap, FI e Lega: due forze di maggioranza e due di opposizione. Che c’entra il governo Gentiloni?

E perché mai chi del Rosatellum non condivide il metodo (l’accordo con B. e Salvini) o il merito (coalizioni finte e solubili, nominati à gogo, niente voto disgiunto, 6 pluricandidature) dovrebbe affossare il governo? E quali cause di forza maggiore giustificano la fiducia per approvarlo in blocco, senza emendamenti né dibattiti, visto che il Parlamento ha il tempo e i numeri per votarlo con le normali procedure? E che fine hanno fatto i moniti del Quirinale contro gli abusi di fiducia anti-Parlamento?
Dinanzi a questo sterminio della democrazia parlamentare e della legalità costituzionale, ci sarebbe da attendersi una reazione delle istituzioni di garanzia, a cominciare dal presidente della Repubblica, che invece tace e acconsente (a parte i fervorini ai giudici che osano ancora aprire bocca). E dai presidenti di Camera e Senato, che già avallarono la fiducia all’Italicum, ma che ora – visto quel che stabilì la Consulta – dovrebbero pensarci bene prima di perseverare. I loro poteri – lo sostiene un gruppo di giuristi interpellati da Libertà e Giustizia – consentono di rifiutare la messa in votazione della fiducia. Se invece ignoreranno un’altra volta la legge dello Stato per piegarsi alla legge del più forte, passeranno alla storia come i complici di una stagione incostituzionale senza fine. Si leggano il presidente emerito della Consulta Gustavo Zagrebelsky, nell’ultima intervista a Silvia Truzzi sul Fatto: “Immaginiamo che si approvi una nuova legge elettorale in prossimità del voto e che questa legge sia incostituzionalissima, addirittura per contrasto evidente con i precedenti della Corte. Le procedure non consentirebbero di rivolgersi a essa in tempo utile. Si voterebbe con quella legge e le nuove Camere resterebbero in carica tranquillamente, ma incostituzionalmente, in virtù del principio di continuità… I politici eletti avevano tutto l’interesse a terminare il mandato parlamentare. Con la conseguenza aberrante che le sentenze della Corte non hanno sortito effetto e il gioco può essere ripetuto all’infinito: basta votare la legge quando non è più possibile ricorrere contro i suoi vizi”. Chiamatelo regime, o fascismo 2.0, o come volete. Ma una cosa è certa: la democrazia parlamentare è un’altra cosa, anzi è l’opposto. E pensare che questi impuniti hanno appena approvato la legge Fiano per rivietare il fascismo e magari abbattere qualche obelisco del Duce, salvo poi calcarne le orme con lo stesso Fiano relatore.


Chi condivide la nostra denuncia può fare molto in queste ore decisive. Aderire sul sito del Fatto all’appello anti-Rosatellum (80 mila firme in 10 giorni). Tempestare di email e messaggi sui social Laura Boldrini perché blocchi la fiducia e i parlamentari del Pd perché abbiano il coraggio di opporsi. Scendere in piazza Montecitorio oggi alle 13 con i 5Stelle e poi sempre a Roma in piazza del Pantheon alle 17.30 con Bersani (Mdp), Anna Falcone e le altre sinistre, per dire No alla deriva autoritaria e Sì alla sovranità popolare. Come al referendum del 4 dicembre 2016: anche un anno fa ci credevano pochi e rassegnati, invece fummo 19.420.271. E stravincemmo.

Ritratti



martedì 10 ottobre 2017

Nuova rubrica


Nuova rubrica sul canale YouTube The Sciamau.

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Ascolta si fa sera... web

L'inaudito


Tra i grandi fratelli vip, le smargiassate mediatiche rimbambenti pletore di diversamente pensanti, sta avvenendo un fatto inaudito, al limite dell'eversione, nel nostro già sconquassato paese: il Partito Democratico, dopo aver ideato assieme ai sodali, ovvero il circolo privato di un pregiudicato chiamato Forza Italia, il partitino minuscolo ed altamente inquisito dell'attuale ministro degli Esteri Alfano (non me ne renderò mai conto appieno di questa inusitata indecenza) e la Lega del presenzialista insalubre Salvini, ha deciso oggi, per bocca di quel Rosato che assomiglia in certe scene comiche all'Aziz che con i bombardamenti alle spalle rassicurava sul fatto che tutto stava procedendo al meglio, di mettere la fiducia a questa legge elettorale molto più incostituzionale di quelle già piombate dalla suprema Corte. 
Il giochino è chiaro: fare una legge capestro per poi, visti i tempi biblici della corte costituzionale che dovrebbe dichiararla, dato i precedenti, fuori dai canoni democratici, quando il parlamento si sarà già insediato, consentire la fine della legislatura pur con l'assemblea non eletta secondo i dettami costituzionali.
La fiducia ad una legge elettorale, che dovrebbe essere la classica regola del gioco, per tutti, rappresenta un'eversione, un attacco alla democrazia. 
Pertanto occorrerà che il Silente, parli, parli, parli e respinga quest'obbrobrio elettorale tanto scandaloso da essere sottratto al giudizio del Parlamento sovrano. Si, Sovrano! 
Perché sovrano è il popolo qui da noi ed il Parlamento è sovrano perché è l'assemblea eletta dal popolo. 
Spero, voglio sperare che quest'ingiustizia venga bloccata, respinta, rimandata ai mittenti. 
Il Bomba di Rignano con i suoi risolini insensati, con le parole vuote esigenti un potere non derivante dal popolo sovrano, bensì snaturato da accordi sottobosco con gentaglia senza scrupoli, sta minando la nostra Costituzione ed il Garante di essa, il Presidente della Repubblica, dovrà intervenire in merito, consentendo la discussione di ogni articolo, di ogni postilla, di ogni aspetto di questa legge di parte, fatta da pochi per il potere di pochi. Uno schiaffo alla democrazia.
Basta! 
Siamo stufi di essere presi per i fondelli dai soliti noti! 
Occorre, necessita, una rivolta popolare, un'alzata di scudi verso coloro che, volendo rimanere al potere, sminuzzano ed inficiano le conquiste pagate a caro prezzo dai nostri avi. 
Presidente! Intervenga! Salvi la Costituzione!   

Notizie intersecanti


Leggo due notizie apparentemente distanti tra loro che, a mio parere, s'intersecano. 

La questione Ilva: il piccolo governicchio che dispone delle nostre vite, sta soccombendo difronte alla proposta di Arceol Mittal, la multinazionale indiana che ha acquisito l'Ilva. Per la cronaca il gruppo Am Investco Italy, la società aggiudicante è formato da ArcelorMittal Italy per il 51%, da ArcelorMittal S.A. per il 34% e il restante 15% al gruppo Marcegaglia (che è anche presidente Eni, ma questo è un altro discorso)
Il refrain è lo stesso, da tantissimi anni: taglio degli stipendi e esubero di personale. Il gruppo guidato dal ceo di Mittal Europa, Geert Van Poelvoorde (che suona un po' come Frau Blucher di frankesteiniana memoria) vorrebbe azzeramento di anziani e integrativi e naturalmente la cesoia occupazionale di almeno 4.400 unità.
Il ministro Calenda non ha la forza dei francesi in merito, essendo il suo, e nostro, governo abituato ad ammiccare alle multinazionale e a Confindustria, sull'esempio del Bomba che se è riuscito a governare mille giorni lo deve proprio a loro. Come dimenticare lo sfanculamento dell'Articolo 18 e il jobs act? Grazie a queste manovre di destra pura infatti, i contratti a tempo indeterminato stipulati dopo il varo del jobs act valgono meno di una prolusione di Orfini su "Guardare a sinistra." 
Il punto focale non è quello del guadagno degli imprenditori, tutt'altro: se uno investe è giusto che guadagni. Il problema è quando il guadagno diventa un abnorme lucro sulla pelle di chi, ad esempio, sputa l'anima in fonderia. I costi del personale sono visti da questi imprenditori trasformatisi in tecno-finanziarie viventi, come degli ostacoli all'esigenza degli azionisti, avidi e senz'anima, dediti all'accaparramento senza confini, tendente ad infinito e usato per sentirsi immortali. 

E l'altra notizia riguarda questa signora: 



Ornella Barra Co-Chief operating officer del colosso farmaceutico Wba, incensata da ovunque perché, come racconta il Secolo XIX di oggi, iniziò la sua scalata dalla Farmacia Bellagamba di Chiavari di cui era dipendente per divenire una delle donne più influenti del pianeta. 
Addirittura ha tenuto una lezione nell'aula magna dell'università credo di Genova, abbellendola con frasi del tipo "Abbiate coraggio di dire sempre ciò che pensate." 
Benissimo dottoressa! Allora le dico ciò che penso: i 5 miliardi di utili del colosso da lei diretto sono uno schiaffo all'intera umanità perché penso che il lucro non dovrebbe essere di casa dentro ad una multinazionale farmaceutica. Le sue 230.000 farmacie nel mondo sono in buona percentuale dei supermercati dove si appioppa di tutto a persone che credono ancora nel farmacista di vent'anni fa. 

E soprattutto avrei qualche domanda da porle: 

Perché se mi servono tre aspirine, devo comprare la confezione intera? 

Perché la ricerca sugli antibiotici che dovrebbero combattere ceppi ultra resistenti va a rilento? Non sarà mica perché gli antibiotici sono poco redditizi?

Perché il biotestamento trova delle enormi difficoltà ad essere approvato ovunque? Non è in relazione al fatto che l'accanimento terapeutico è enormemente lucroso per chi vende i medicinali?

Nei paesi poveri perché c'è sempre carenza di medicine? Vale quindi la regola che se uno non ha soldi è destinato a morire? 

Mi assicura che nel caso venisse scoperto un farmaco molto meno invasivo degli attuali nella lotta contro i tumori, ma economicamente svantaggioso, per voi naturalmente, questa novità farmacologica verrà immessa lo stesso sul mercato? 

Tutto qui.  

Dialoghi marmorei



Travaglio grande satiro!


martedì 10/10/2017

Una storia toscana

di Marco Travaglio

Fortuna che sabato ho preso il treno e ho trovato, dimenticato sul sedile da un passeggero appena sceso, il sacro incunabolo. Un documento essenziale della svolta epocale destinata a sconvolgere la politica italiana, ragion per cui da ora in poi, per le nostre vite e i destini della Nazione tutta, nulla sarà più come prima. Voi penserete magari alla legge elettorale scritta da Renzi &B. su misura del prossimo governo Renzi&B., o all’autopromozione di Giuliano Pisapia a cameriere ufficiale di Matteo. Ingenui. La vera svolta è tutta lì, sull’ultimo numero di Chi, in uno scoop mondiale (“Solo su Chi”, e dove se no). Il titolo parla da sé: “Matteo Renzi tutto casa e chiesa”. Il sommario pure: “Immagini esclusive della nuova vita (e delle vecchie abitudini) del segretario Pd e della sua famiglia, dopo il trasloco nel centro di Firenze. L’ex premier gira in Vespa, insegna all’università e va a messa di sera”. E le didascalie, non avete idea delle didascalie: “In moto senza scorta”, “In Chiesa con i ragazzi la domenica”, “Gli piace stare tra la gente”. Il tutto sullo stesso rotocalco berlusconiano che quest’estate ci ha regalato B., l’altra metà del cielo, mentre accarezzava prima un agnellino poi – all’autogrill – una noce di prosciutto al pepe. Capite bene che cosa ci saremmo persi, noi che non leggiamo abitualmente Chi, se sabato non avessi preso il treno e lo sbadato passeggero non vi avesse scordato la prestigiosa rivista anziché ritagliarla, collezionarla, inquadrarla in aurea cornice. Va detto che il direttore Alfonso Signorini ha un po’ sottovalutato lo scoop dalla sua inviata e dal suo fotografo in quel di Firenze: infatti non li mette in copertina, e nemmeno nel primo sfoglio, dedicato al compleanno e al vero amore di Antonella Clerici e alle prove di matrimonio di Belén Rodriguez e Andrea Iannone. Poi, finalmente, ecco Renzi. La notiziona, casomai non l’aveste ancora capito, è che “la Renzi family ha fatto i bagagli e lasciato la quiete di Pontassieve per trasferirsi nel centro di Firenze, come testimoniano queste immagini esclusive”. Potete ben immaginare la fatica, gli appostamenti, i sotterfugi, forse gli strattoni subiti dal povero paparazzo prima di riuscire a rubare qualche scatto a un tipo così schivo, riservato, ritroso, allergico alle apparenze. Riprenderlo per strada, a piedi o sulla “nuova Vespa azzurra di Agnese”, mentre fuggiva inorridito alla vista del fotografo e ricavarne delle immagini nitide, in primo piano, con la luce giusta, quasi posate, dev’essere già stata un’impresa titanica. Specie quando il fotografo lo ritrae di profilo a bordo della Vespa, lo sguardo fisso sull’avvenire (o semplicemente ebete) sul ponte dell’Arno.
E senz’alcuna traccia di movimento, quasi fosse fermo. O quando gli si piazza di fronte, a un metro dalla ruota anteriore, col rischio di farsi investire e finire al pronto soccorso. Ma come avrà fatto il nostro eroe a intrufolarsi in chiesa e a immortalare Matteo e i pargoli proprio mentre conversano col parroco e ricevono l’ostia, contro il consenso degli interessati? Li avrà attesi per ore e ore travestito da candelabro, o da acquasantiera, o da perpetua, o da sagrestano, ben sapendo che un uomo così pio e geloso della privacy avrebbe scacciato il mercante dal tempio. Un po’ come fu per Una storia italiana, il fotoromanzo autoagiografico che B. spedì per posta a 8 milioni di italiani alla vigilia delle elezioni del 2001 e che di questo scoop è il progenitore. Talis pater, talis filius (senza offesa per babbo Tiziano). Se B. era padre esemplare, marito fedele, nonno amorevole e statista eccelso, anche R. non scherza. Basta il suo trasloco per far parlare di “vita nuova”, “nuova stagione”, “scelta importante”, “inizio di una nuova fase politica più matura, ormai libera dai retaggi del passato e con in più anche il prestigioso incarico che gli è stato offerto presso la sede fiorentina della Stanford University”, anzi “la prestigiosa Stanford University”, prestigiosa soprattutto perché “per tre mesi Renzi terrà 10 lezioni sui temi europei in inglese”. Ecco: in inglese, su questo il prestigioso ateneo non ha voluto transigere, ché i ragazzi hanno diritto di divertirsi un po’, almeno durante la ricreazione. E lui ha subito accettato, perché è notoriamente madrelingua e perché “non riceve alcuno stipendio dal partito, ma si mantiene con i proventi del suo libro ed eventuali collaborazioni”. Tipo l’insegnamento universitario, “in pieno Obama Style”. Sulla materia c’è l’imbarazzo della scelta, data l’enciclopedica cultura del nostro, ma viste le recenti inclinazioni sarebbe perfetto il Diritto costituzionale.

Egli, sia detto en passant, può anche vantare un’invidiabile statura (“Francesco, il figlio maggiore, è cresciuto così tanto da aver superato il padre, già alto”) e una tracimante popolarità (“qui è molto amato”). Specie nella “nuova vita da ‘leader della porta accanto’, non chiuso nei palazzi”, questo mai, “ma immerso nella realtà quotidiana della città che lo conosce dalla nascita e che lui ha studiato a fondo e attraversato in lungo e in largo, sempre in bicicletta, per anni. In mezzo alla gente, in strada a stringere mani e a chiacchierare di tutto”. E se, a Roma, “cerca di tenersi in forma giocando a tennis ritagliandosi un’ora all’alba”, a Firenze “Renzi si vede mentre fa la spesa o parla con i professori dei suoi figli. Proprio come piace a lui”. Ogni tanto entra in un bar e che fa? Voi non ci crederete, ma “ordina”. E il barista, emozionato, estrae l’iPhone e “gli mostra una foto scattata insieme anni fa”. Chissà come fa quella diavolessa di Giulia Cerasoli di Chi a sapere anche questo, sempreché non sia travestita da macchina del caffè. O, Dio ne scampi, non sia lo pseudonimo di Woodcock o del capitano Scafarto che hanno ricominciato a intercettarlo. Infatti Signorini pare sussurrare a Silvio: “Guarda il nostro Matteo, non è un amore?”.