martedì 6 giugno 2017

Possibilità


Le cose sono due: o lo fanno andare a casa, e per lui sarebbe il massimo riconoscimento di una carriera da capo dei capi, oppure alla prossima parla, smerdando lo stato che con lui, si sospetta, fece trattative, vedasi papello. Ma in questo caso prima di pronunciar favella, assaggerebbe un ottimo caffè di andreottiana memoria...

 

Normalizzazione


Si nota, gioiosamente, come la democrazia sia stata ripristinata in tutti i bar italiani. Addirittura trovi la Gazza disponibile ed intonsa. Da non credere! Si vedono facce abbacchiate che, scrutando il cielo, parlano di cumulonembi anziché di tattiche offensive e di Galles. È il bello dello sport ciarliero: ognuno ha ancora la possibilità di dire la sua, di sognare il protagonismo nella prossima stagione. E quando qualcuno s'erge a sovrano, viene riportato a terra da Quattro e pesanti motivi. Solo a immaginare lo schiavismo che avremmo dovuto subire nel caso di tripla vittoria, vengono i brividi! Per fortuna la dea Eupalla (cit.) sa essere orizzontalmente dispensatrice di dispiaceri e di gioie. Anche se in qualche caso, come questo, coincidono con le sconfitte di altri...

Pensierino



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GLI INTERESSI DI BOTTEGA

di GUSTAVO ZAGREBELSKY - Repubblica 06.06.2017

Chi sa perché si debba chiudere la legislatura qualche mese prima della normale scadenza e votare in autunno? Se ce lo chiediamo, non sappiamo rispondere. Se lo chiedessimo, non avremmo chiare risposte. Infatti, non ci sono ragioni evidenti e, in mancanza, la stragrande maggioranza dei cittadini interpellati è per la prosecuzione fino alla scadenza naturale: c’è un governo, ci sono leggi importanti da approvare definitivamente, ci sono scadenze legislative importantissime da rispettare in materia finanziaria, ci sono rischi per la tenuta dei conti pubblici, ci sono apprensioni per le conseguenze di possibili violazioni dei parametri europei di stabilità finanziaria, per non parlare dei rischi della speculazione internazionale.
Vorremmo una risposta che riguardi non gli interessi di questo o quel partito in Parlamento e nemmeno di tutti o della maggior parte dei partiti, ma il bene del nostro Paese, quello che si chiama il “bene comune”. Nel nostro sistema costituzionale, a differenza di altri, non è previsto l’auto-scioglimento deciso dai partiti per propri interessi o timori. La durata prefissata e normale della legislatura (cinque anni) è una garanzia di ordinato e stabile sviluppo della vita politica.
LA “STABILITÀ” è stato il Leitmotiv invocato quando faceva comodo, anche quando si sono rese evidenti ragioni oggettive di scioglimento delle Camere, come dopo la dichiarazione d’incostituzionalità della legge elettorale, all’inizio dell’anno 2014.
Una risposta istituzionale non c’è. Ci sono anzi molta ipocrisia e reticenza che nascondono ragioni che sono, infatti, di mero interesse partitico. Da parte del maggior partito di maggioranza, il Partito democratico, si dice che votare in autunno o alla scadenza normale nella primavera dell’anno venturo non fa una grande differenza, ma poi si lavora forsennatamente a una legge elettorale nuova per andare al voto il più presto possibile. Lo muove il desiderio del suo segretario e della cerchia che gli sta intorno di una rivincita dopo la sconfitta nel referendum del 4 dicembre? Oppure, il desiderio di fare piazza pulita degli oppositori interni, privandoli della candidatura alle elezioni? Oppure, la volontà di ostacolare, strozzando i tempi, l’organizzazione di forze concorrenziali a sinistra? Oppure, il timore di dover sostenere misure impopolari da “lacrime e sangue” in autunno, che farebbero perdere consenso e voti alle elezioni a scadenza normale? Oppure, perfino la volontà di non dover sostenere riforme importanti e da lungo tempo attese su diritti fondamentali, come quelle che questo giornale ha segnalato e continua a segnalare, riforme che potrebbero essere in dirittura d’arrivo ma col rischio di far perdere consensi tra porzioni dei suoi elettori (misure antimafia, riforme della giustizia, lo
ius soli al posto dello ius sanguinis per la cittadinanza, il cosiddetto testamento biologico, il delitto di tortura, ecc.)? Dal Pd viene la spinta e gli altri partiti pro-elezioni anticipate si accodano per loro ragioni: chi perché pensa di poter subito incassare successi (M5Stelle, Lega), chi per rientrare in gioco (Forza Italia).
C’è pervicacia, ma se le ragioni sono quelle anzidette le si dovrebbe definire “interessi di bottega”. Al di sopra, ci dovrebbe essere l’interesse nazionale di cui custodi sono il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica. Né l’uno né l’altro hanno il potere di costringere qualcuno, se non vuole più, a sostenere il governo in carica, ma entrambi hanno almeno il potere di promuovere un chiarimento in Parlamento, prima di qualunque crisi di governo e di scioglimento delle Camere, e di chiamare i partiti ad assumere esplicitamente le loro responsabilità di fronte al Paese: “esplicitamente”, cosa in questa fase non facile per assenza di argomenti degni della posta in gioco ma, proprio per questo, doverosa.
Il voto anticipato s’intreccia con la nuova legge elettorale senza la quale, si dice, non si può votare. Poiché il voto è urgente, la legge è urgentissima. Tralascio le assurdità contenute nel testo iniziale, spiegabili in parte col voler continuare con i “nominati” e non con gli “eletti”, in parte con la cementificazione degli oligarchi di partito, in parte con la sfrenata fantasia creativa degli autori. Di questo s’è ampiamente scritto e detto e, del resto, ad alcuni dei macroscopici abusi sembra che qualche volenteroso voglia porre rimedio. Ciò che colpisce, sopra tutto, è che, pur di avere una legge, si rinnegano tante cose dette centinaia di volte nel passato recente: che non ci sarebbero più stati compromessi dopo le elezioni (gli “inciuci”); che “la sera stessa” si sarebbe saputo chi avrebbe vinto e governato per cinque anni, che il bipolarismo e l’alternanza erano dati acquisiti e che mai e poi mai si sarebbe ritornati agli obbrobri della prima repubblica. Tutto questo era diventato quasi una questione di fede, ma in un lampo s’è dileguato. Anzi, si sente il contrario. Certo, proporzionale o maggioritario è questione opinabile e, infatti, le opinioni divergono. Ma, che si sia passati da un momento all’altro, senza una riflessione di merito, da ballottaggi e premi di maggioranza, cioè dalla logica maggioritaria, alla proporzionale, questo è piuttosto sconcertante e si spiega con la voglia di voto anticipato. Che cosa potrà accadere, se si potranno formare maggioranze e quali, se si dovrà tornare a rivotare, se si dovrà rimettere mano, ancora una volta, alla legge elettorale, tutto questo sembra interessare poco o nulla i partiti che chiedono elezioni subito. Vogliono cogliere il loro frutto. Poi si vedrà.
E pure, la legge elettorale non è solo un mezzo di realizzazione d’interessi immediati, ma è una prefigurazione del sistema delle relazioni politiche a venire e di questo si tace. Che cosa s’immagina? Di poter governare da soli? Se non da soli, con chi? Il dopo, naturalmente, è nelle mani degli elettori, ma questi avranno pure il diritto di sapere prima come sarà poi utilizzato il loro voto! Ma, sul dopo esistono sospetti, reticenze e, sulle ipotesi meno presentabili ai propri elettori, silenzi o tiepide smentite. Come potranno orientarsi gli elettori? Non è la stessa cosa se il Pd si prepara a una coalizione con Forza Italia, oppure con una qualche formazione alla sua sinistra; non è la stessa cosa se il M5Stelle è o non è disposto a collaborare con la Lega. Non si può trattare gli elettori come burini e considerare i loro voti come “bottino” o massa di manovra. Meritano altro. L’astensione diffusa dovrebbe essere presa in considerazione come un segnale di secessione interiore: un segnale ancora più forte a sentire i tanti, sempre di più, che dicono che a queste condizioni non sono disposti a votare ancora.

Sia consentito un accenno personale, che forse rispecchia uno stato d’animo anche d’altri. Guardo le convulsioni di questa fine-legislatura e non posso fare a meno di pensare alla Nave dei folli, la Stultifera navis di Sebastian Brant. Potrebbe essere istruttiva l’immagine che ne diede Albrecht Dürer per l’edizione del 1494. Sono stipati in uno spazio stretto, non sanno dove vanno; chi indica avanti, chi guarda indietro e chi a destra o a sinistra; altri sono inebetiti; uno è colpito da un pugno e cade in mare. Tutti hanno le classiche orecchie d’asino. Non c’è allegria. È un triste carnevale. L’unico che sembra divertirsi sta attaccato alla fiaschetta. La pazzia, però, è generale. Nessuno si preoccupa di dirigere la nave. Non c’è segno di consapevolezza del pericolo che incombe. Che un minuto dopo si possa affondare tutti insieme, non interessa a nessuno. Questa è la pazzia: stare o agitarsi ciascuno per proprio conto, girare in tondo, ciechi, senza connessioni, senza futuro. Credere di poter sopravvivere solo sopravvivendo. S’avvicinano le elezioni e la frenesia sulla nave impazza. Nella poesia di Rimbaud, il Bateau ivre danza sui flutti, leggero come un tappo, ed è abbandonato alle correnti. Noi, invece, l’abbiamo tra noi e danziamo con lui.

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È ancora il capo di Cosa Nostra ecco cosa si rischia a liberarlo

di ATTILIO BOLZONI -  Repubblica 06.06.2017

È il sogno che ha sempre avuto: uscire dal carcere, tornare nella sua Corleone. Dal giorno della cattura, avvenuta in misteriose circostanze il 15 gennaio del 1993, Totò Riina non ha pensato ad altro. Un’ossessione: riacquistare in qualunque modo la libertà perduta quando era all’apice della sua potenza. Anche lui, come ogni mafioso, ha sempre coltivato la speranza che — prima o poi — lo Stato gli potesse fare uno sconto, un piccolo regalo in virtù dei tanti segreti che porterà fino nella tomba. Una grazia. È arrivato quel momento magico per quello che — ancora oggi — è formalmente il capo dei capi di Cosa Nostra? Lo ripetiamo, a scanso di equivoci: al vertice della Cupola, malato o non malato, c’è sempre lui. C’è sempre il contadino di vicolo Scorsone che omicidio dopo omicidio e massacro dopo massacro ha conquistato la Sicilia e ricattato l’Italia. C’è sempre uno che si fa ascoltare anche quando sta zitto.
Quanto sarà aiutato da questa sentenza della Cassazione è ancora difficile dirlo, anche se ragionevolmente il boss siciliano più famoso del mondo secondo noi — e con tutto il rispetto per i convincimenti dei giudici della Suprema Corte — passerà i suoi ultimi anni sempre dietro le sbarre e sempre isolato in un braccio speciale.
Più che una svolta nella vicenda carceraria dello “zio Totò”, questo pronunciamento della prima sezione penale è un segnale devastante che viene lanciato a meno di due settimane dalle pompose celebrazioni del 23 maggio in onore di Giovanni Falcone e a poco più di un mese dal venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino. I giudici del Tribunale di Sorveglianza di Bologna dovranno decidere sul destino di Riina il prossimo 7 luglio, proprio alla vigilia della strage di via Mariano D’Amelio. Ma ve lo immaginate, Totò Riina libero mentre si ricorda il giudice Borsellino saltato in aria per mano sua?
C’è qualcosa di veramente indecifrabile nell’amministrazione della giustizia del nostro Paese, quando la questione è la mafia e quando di mezzo ci sono i mafiosi. Come si può rimettere in libertà l’uomo che ha dichiarato guerra allo Stato per un quarto di secolo e ha abbattuto tutti gli uomini dello Stato che si sono opposti ai suoi voleri e ai suoi piani? Per quello che ha rappresentato e ancora rappresenta,Totò Riina a piede libero è come liberare tutta la mafia, un perdono collettivo. Il messaggio che viene dalla Cassazione va decisamente oltre i ricorsi della difesa o i cavilli o i tortuosi percorsi che attraversano i codici. Rimettere fuori uno come Riina è una coltellata alle spalle ai familiari delle centinaia, migliaia di vittime che il corleonese ha reso tali. «Spegnilo», diceva ai suoi. E a turno, i suoi “canazzi da catena” andavano e uccidevano.
Fermo il principio che anche lui deve avere garantita ogni cura e al meglio sino all’ultimo respiro — come qualunque cittadino italiano libero o detenuto — sembra davvero una provocazione scarcerare il più sanguinario dei mafiosi per il suo «decadimento fisico» e per assicurargli «il diritto a morire dignitosamente». Anche perché con il cervello lui c’è sempre. Un po’ affaticato ma sempre lucido. Sempre in agguato.
Per provare a ragionare su questa sentenza e non cadere nella trappola delle suggestioni ci sono due considerazioni da fare. La prima. Se davvero Riina tornasse in libertà perché non più pericoloso o in grado di ordire trame e ordinare delitti, come giustificheremmo per esempio quell’imponente apparato di protezione intorno al pubblico ministero palermitano Nino Di Matteo, che da più di un anno vive prigioniero proprio per le minacce di morte del boss di Corleone, che va in giro con una scorta che non hanno nemmeno i presidenti della Repubblica? Totò Riina libero per (presunta) incapacità di nuocere e Nino Di Matteo ostaggio di cosa, di uno che non gli può torcere un capello? Qualcosa non quadra. La seconda considerazione. Lo stato di salute di Riina — che disteso su una barella non si perde un’udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia — non è paragonabile a quello di Bernardo Provenzano, che negli ultimi mesi era alimentato con un sondino. Eppure anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, al tempo, ha dato ragione a chi — pure in quelle condizioni — ha tenuto l’altro mafioso corleonese al 41 bis fino al giorno della sua morte. Perché Provenzano, ormai ridotto a un vegetale, doveva stare rinchiuso e Riina — meno malandato — può tornare libero?

Curatelo, curatelo bene. Ma dentro.