Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 23 febbraio 2026
Ricapitolando
L’inchino, il riscatto, la fuga, memorie sotto zero
La fuga nel bosco del norvegese Atle McGrath dopo aver inforcato nello slalom. Il salto sul podio di Lucas Pinheiro Braathen, primo oro sudamericano ai Giochi. Alysa Liu durante l’esercizio che le è valso l’oro individuale nel pattinaggio di figura: è tornata alle gare nel 2024 dopo il ritiro del 2022. Una delle due cadute di Ilia Malinin durante il libero: gli costeranno l’oro. L’abbraccio di Francesca Lollobrigida al figlio Tommaso dopo il primo oro. Il primo abbraccio di Johannes Høsflot Klaebo alla fidanzata Pernille dopo 6 mesi. Lindsey Vonn in ospedale a Treviso dopo la serie di interventi alla gamba sinistra. La linguaccia di Arianna Fontana, 35 anni, arrivata a 14 medaglie ai Giochi invernali: ha superato Edoardo Mangiarotti (13). L’inchino di Sara Hector e Thea Stjernesund a Federica Brignone.
di Emanuela Audisio
L’edizione dei Giochi italiani è stata strana, pazza, sofferta ma soprattutto diversa e senza età. E ha ricordato che non c’è una sola via per arrivare al successo.
È stata come noi: strana, pazza, sofferta. Ma soprattutto diversa e senza età. Ha avuto tante facce, urla e lacrime. Diffusa anche come indicazione: vuoi vincere? Non esiste più una religione del successo, scriviti tu i Dieci Comandamenti e se ne salti qualcuno, pazienza. Piena di madri e di padri che abbracciavano i figli, di sorelle e di fratelli, di mogli che si salutavano, di famiglie in gara, di mondi capovolti, di brividi caldi e freddi.
Nel gigante ti aspetti lo svizzero? Arriva il brasiliano Lucas Pinheiro Braathen, nato a Oslo, che porta il carnevale sulla neve, che rifiuta la nazionalità norvegese anche perché non lo fanno vestire come piace a lui (gonne e unghie smaltate). Primo oro sudamericano. Diciamocelo, ci vuole coraggio: come rifiutare la maglia di Pelé se giochi a pallone. Nello slalom ti aspetti il norvegese? Fai bene perché Atle Lie McGrath nella seconda manche scende con 59 centesimi di vantaggio sul mondo, solo che inforca, e fa una cosa che nemmeno Ibsen nei suoi drammi: si toglie gli sci, fugge nel bosco, a piangere da solo (una settimana prima gli era morto il nonno). E sancisce l’undicesimo comandamento dello sport moderno: il diritto allo strazio privato. Perché il voyeurismo delle emozioni prevede che il drone e le telecamere frughino anche nel tuo cuore scassato. Anche no, grazie.
Non c’è una strada unica che porti alle medaglie, ma tante vie diverse. Puoi scegliere quella da asceta in modalità Shiningdel fondista norvegese Johannes Høsflot Klaebo, 6 ori in 6 gare (4 individuali, 2 di squadra) che da solo ha vinto più dell’Austria. Ad agosto ha chiesto alla sua fidanzata di sposarlo e poi le ha detto: cara, ci rivediamo a fine febbraio perché io ora vado in clausura. Nessun bacio fino all’altroieri. Anche perché Klaebo è ossessionato dall’igiene e dai microbi (Freud sul tema ha già dato), al ristorante mangia da solo, nel senso che la sala deve essere vuota, non dà interviste se tu come lui non hai la mascherina e se non stai distante almeno venti metri. Franco Nones che ha ospitato la Norvegia nella sua struttura si è lamentato: «Ha trasformato il mio albergo in un ospedale».
O puoi rilassarti, andare dal parrucchiere a farti sistemare il colore, berti un bicchiere e poi fare salti di felicità sul ghiaccio, don’t worry be happy, come la statunitense Alysa Liu mentre il suo compagno di squadra Ilia Malinin, oppresso dalle aspettative dei genitori e dall’essere il favorito, ancora non si è ripreso dal suo ottavo posto nel singolo. Nel Gala ha pattinato con una felpa con la scritta Fear, “Paura”, sulla musica con lo stesso titolo della canzone di NF (Benvenuta oscurità, vecchia amica mia) e alla fine si è rimesso le mani sulla faccia e ha pianto di nuovo per l’occasione sprecata. «Siamo umani e non robot con abilità sovrumane, cercherò di capire e di tornare tra quattro anni».
Le Olimpiadi sono così: se le guardi negli occhi spaventano, se le prendi sottobraccio ti accompagnano. Sono la storia dell’umanità, non ci mettono niente a fare un falò delle tue vanità, non sopportano i prepotenti, preferiscono essere carezzate. Eileen Gu, nata a San Francisco, atleta dello sci acrobatico che ha deciso di gareggiare per la Cina (paese di sua madre) si è messa a ridere quando le hanno rimproverato i suoi due argenti nel big air e nello slopestyle. La volevano far sentire colpevole e perdente, “solo” seconda. Lei non c’è stata a considerarsi un fallimento e ieri ha vinto l’oro nell’halfpipe, la sua sesta medaglia olimpica.
Se li rispetti i Cinque Cerchi s’inchinano davanti al tuo coraggio, ti regalano il senso di un percorso, ti fanno capire che nel viaggio puoi anche guidare tu le onde del destino. C’è chi parte in ginocchio, chi arriva stremato e chi alla fine resta in piedi. Come Federica Brignone che ha sopportato il dolore, i dubbi, ha scelto il ritmo perfetto per tagliare curve con morbidezza, senza pretendere un risarcimento. Tanto che le sue avversarie si sono inchinate non solo alla sua classe e ai suoi due ori, ma alla sua profonda leggerezza.
Essere capaci di attraversare la vita e anche a volte darle le spalle in un gesto di sfida vale una medaglia. Vedi Pietro Sighel nello short track, vedi Michela Moioli che nello snowboard scende con una faccia su cui sembra si sia accanito un visagista ubriaco (era caduta nella ricognizione), vedi la danza all’arrivo di Lisa Vittozzi, primo oro azzurro nel biathlon, vedi Arianna Fontana, record-woman, che a 35 anni ha ancora la rabbia agonistica per dire «purtroppo non ho visto la maledetta coreana», vedi Sofia Goggia che per mezz’ora deve ascoltare le urla di dolore della sua amica Lindsey Vonn (gamba sinistra spezzata) e poi scendere dopo di lei e vincere il bronzo.
Abbracci a Lindsey che è alla sua quinta operazione (l’ultima è durata più di sei ore) e ha una specie di Tour Eiffel al posto della gamba e che a 41 anni deve affrontare stagioni difficili. Le sue grida in diretta, il trasporto in elicottero hanno ricordato a tutti che una discesa libera è un tuffo nell’abisso della velocità.
Come Tommaso, coccolato da mamma Francesca Lollobrigida, ha reso evidente quello che tutte le donne sanno: se la società ti assiste e accoglie le tue necessità puoi non rinunciare allo sport, alle tue passioni e alla maternità. E la società può non rinunciare ad avere una donna in più in attività. È una foto di famiglia quella della Lollo con figlio, marito e papà, ma anche quella di Flora Tabanelli che fa acrobazie con il crociato rotto (sarà presto operata), vince il bronzo e si fa accarezzare dal fratello Miro, anche lui atleta del freestyle, che l’ha sostenuta nei mesi in cui sembrava impossibile il suo recupero.
Perché dietro al 30 e lode dell’Italia c’è appunto una diversità di stili: c’è chi si allena a casa, chi viaggia con il proprio team, chi frequenta i centri federali, chi è costretto ad andare all’estero per mancanza di impianti, chi invece ci va volentieri perché quella è anche casa sua (Fontana). Mai visti così tanti bambini al traguardo, con bambinaie e senza, perché se l’età degli atleti aumenta (nello sci è scesa una madre di 46 anni con il figlio di 18) nessuno aspetta più il dopo per farsi una famiglia.
Commovente l’immagine di Elana Meyers Taylor che dice «Mommy won» nella lingua dei segni ai suoi bambini sordi, Nico e Noah. A 41 anni è diventata l’oro più anziano di sempre nel monobob, ma anche una madre che non rinuncia a viaggiare con marito e figli.
È stata l’Olimpiade degli abbracci di una generazione che non considera lo sport come un fight club, ma come una divertente fatica condivisa, anche se nel curling sono volate accuse di irregolarità, come anche nelle giurie del pattinaggio. Vedere due all-italian boys che si rotolano nella neve dopo essersi aiutati a vincere oro e argento nello ski cross come Simone Deromedis e Federico Tomasoni fa pensare che per fortuna lo sport aiuta ad affrontare le tempeste e le perdite (Matilde Lorenzi). E che le medaglie non servono a riempire i vuoti, riscaldano solo un po’, ma insegnano il rispetto verso sé stessi.
Ah sì, i Cinque Cerchi danno alla testa, sono una sbronza, anche emotiva, senza cerniera. E così dopo aver vinto il bronzo, nella 20 km di biathlon, sua prima medaglia olimpica individuale, il norvegese Sturla Holm Lägreid, piangendo a dirotto, ha confessato in diretta tv il tradimento dell’amore della sua vita. «Tre mesi fa le sono stato infedele, sto malissimo, ho bisogno di lei». Olimpica la risposta della (ex) fidanzata: «Non perdono un bel niente».
Ha perdonato finalmente suo papà Jeff, morto in un incidente domestico, l’americana Mikaela Shiffrin che è tornata a vincere l’oro olimpico nello slalom dopo 12 anni. Si è fatta fotografare in pigiama mentre dorme con la medaglia al collo, finalmente in pace. E ora tutti a nanna, con una collana di sogni.
Parola di regista
Davide Ferrario: “Da Fargo a Gomorra: le serie tv sono riciclaggio”
Al lungometraggio esordì nel 1989 con La fine della notte, quarant’anni più tardi Davide Ferrario cambia oggetto: La fine della fine, saggio-pamphlet per Einaudi, punta le serie, che tra prequel, sequel, reboot e spin-off non sanno più dirci addio. Lanciato il guanto, “sfido chiunque a fare i nomi dei registi delle sue serie preferite”, l’autore di Tutti giù per terra e Dopo mezzanotte apostrofa Fargo, giunta alla quinta stagione, “perfetto esempio di riciclaggio”, del famoso film dei fratelli Coen del 1996, e sanziona Gomorra, laddove “Ciro Di Marzio muore alla fine della terza stagione in un modo che sembra inequivocabile, eppure riappare come niente fosse all’inizio della quinta”.
Ferrario, l’importante era finire, oggi invece?
L’importante è continuare. La serialità si basa per sua natura su questo: anche quando termina, una serie prosegue in qualche altra maniera, nelle filiazioni di qua e di là. Un universo che non finisce mai.
Mutazione del linguaggio?
E delle aspettative, determinate dall’economia. Il linguaggio si adatta a dei mutamenti materiali, che sono quelli del consumo di storie. Il fine è sempre quello: fare soldi. Il cinema è un’arte e un’industria, per un secolo circa ha prodotto un canone che era il film, e prevedeva una fine: la serialità ha cambiato tutto.
Netflix.
La prima volta che ci sono entrato, mi ha fatto un’impressione infernale, condivisa da quanti mi confessano che ci mettono più tempo a scegliere un film che a vederlo. È una specie di enorme supermercato, Netflix, volevi comprare una scatola di pasta e ne esci mezz’ora dopo con tutt’altro: è l’offerta che detta quello che prendi.
Lei in piattaforma ha cercato – senza trovarlo – Brivido caldo di Lawrence Kasdan del 1981: confessi, è un nostalgico.
Ho un atteggiamento ambiguo. Essendo nato e cresciuto nel Novecento, ho un po’ di nostalgia per dei tempi che tutto sommato considero preferibili. Dall’altra parte, capisco che il mondo – non che progredisca – si evolve. Il virtuale, tutta la tecnologia digitale che ha dato questa accelerazione pazzesca negli ultimi vent’anni al senso dell’umano, per cui adesso l’intelligenza artificiale, è un’evoluzione darwiniana, come fu l’estinzione dei dinosauri: loro diventarono uccelli, noi stiamo diventando qualche cosa d’altro.
Migliore?
Ogni tanto mi imbatto in vecchi filmati, interviste negli anni Sessanta a un contadino, un operaio italiano che parla meglio di un liceale attuale, che è più strutturato per quel che vuol esprimere. Oggi non si capisce la complessità delle cose. Mi inquieta parecchio la quotidiana difficoltà con tutte le persone, anche in casa, di articolare dei discorsi che siano vagamente più complessi del “fuori c’è il sole” o del vocabolario di cento termini corrente. Ecco, c’è questa incapacità di descrizione del mondo.
Quali conseguenze?
Penso ai maschi, hanno perso gran parte del potere che avevano, e non sanno come declinare il loro disagio: non hanno proprio le parole, e neanche i gesti, l’alfabeto umano per dirlo. E quindi passano alla violenza, che è la forma più banale e anche più, ahimè, normale di reazione.
Analfabetismo funzionale.
Guardiamo a Trump, è un analfabeta, evidente. Credo lo rivendichi anche lui, basti vedere i suoi tweet. Ma ha una grande forza, che tutti dipendiamo da lui ogni giorno: non perché è il più potente, ma perché ha messo in piedi uno show che non si sa mai cosa succede l’indomani. E quell’imprevedibilità lì è esattamente quella delle serie.
Al netto del fermo-immagine cui ci stiamo consegnando: scrive, “se guardo Tutti giù per terra, che ho girato nel 1996, non c’è nulla in quel film che sia percepibile come anacronistico rispetto all’oggi in termini di look, tematica, stile: giusto l’aspetto dei computer e dei telefoni cellulari”.
Tutta questa voglia di novità che c’era nel Novecento, di ricreare il mondo da zero, dov’è finita? Tutti giù per terra continua a essere molto visto, me ne parlano ragazzi di vent’anni e fa anche piacere, ma è triste pensare che si riconoscano in un film di trent’anni fa: è come se il mondo si fosse fermato.
Eterno revival?
È la ruota del criceto: sembra di muoversi, ma si è all’interno dello stesso ciclo, anche dell’immaginario. È impressionante rivedere ogni anno uno Spider-Man, le Tartarughe Ninja, i Pokemon Go. Non passa mai niente.
La fine della fine, appunto.
Alla fine non hai bisogno di una fine, perché il mondo ti si presenta continuamente in questa maniera sfuggente: non c’è un senso, c’è un fluire e ci stai dentro.
domenica 22 febbraio 2026
Toni e il NO
Voterò no: da separare sono politica e giustizia
La riforma della Giustizia, oggetto del referendum del 22-23 marzo, è una riforma, a mio parere, da un lato completamente inutile e dall’altro estremamente pericolosa.
È una riforma inutile perché non tocca neanche in minima parte i problemi della Giustizia intesa come servizio per i cittadini, come per esempio i tempi e la durata dei processi, la scandalosa situazione delle nostre carceri, problemi che avrebbero bisogno di leggi ordinarie e di stanziamenti di bilancio e non di una modifica della Costituzione.
Ma soprattutto è una riforma estremamente pericolosa perché mira a rivedere il delicato equilibrio tra gli assetti di potere degli organi costituzionali, indebolendo in particolare la Magistratura nel suo complesso e, quindi, la sua possibilità di azione autonoma e indipendente. Il vero obiettivo nascosto della riforma Nordio è quello di indebolire l’azione della Magistratura nella sua funzione di controllo, di legalità nei confronti di pubblici poteri (in linea con quello che sta accadendo in America o in Ungheria) e di annullare l’unica separazione che conta e che occorre, invece, mantenere: quella tra la Politica e la Giustizia.
A proposito di...
L’asse Usa-Berlino tiene sotto scacco l’Europa
I leader occidentali sono sfilati alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. Non ci sono state novità particolari, se non la conferma di quanto ormai da tempo gli analisti più attenti affermano. L’Europa polacca, scandinava e baltica ha deciso che la guerra contro la Russia è inevitabile. L’Ucraina è stata un esperimento distruttivo del Paese e di una generazione di diciottenni ma, come gli almeno 500 mila morti nella guerra in Iraq, è un esperimento che valeva la pena, secondo le famose parole della democratica Madeleine Albright. Kiev doveva permettere di isolare la Russia e – come la Rand Corporation, think tank del Pentagono, suggeriva nel 2019 – eroderne il potere con una guerra a bassa intensità. Kiev è un utile diversivo per permettere all’Ue, braccio della Nato che spende il 5% del Pil a debito in armi americane, di accollarsi la guerra. Il cancelliere tedesco Merz – che incarna la nuova Germania, riunificata, armata e russofoba, dove si è posto fine in tempi accelerati, e nell’indifferenza dei leader europei, alla tradizione pacifista tedesca del dopoguerra e all’Ostpolitik di Brandt, pilastro della distensione – ha tuonato contro Mosca, facendo eco ai burocrati dell’Ue.
Rubio, segretario di Stato e consigliere alla sicurezza nazionale (i due incarichi sono per la prima volta assommati nella stessa persona), neocon ex nemico del presidente Trump, che ha costruito la sua carriera fomentando la diaspora cubana per l’illegale assedio economico e militare contro l’Avana, ha rassicurato gli europei: l’ordine euro-atlantico continua a vigere con regole diverse. Non ci sarà più bisogno della finzione del multilateralismo: Onu, Osce, Consiglio d’Europa e la stessa Ue sono destinate all’irrilevanza. L’Europa dovrà essere un alleato disciplinato, provvedere alla propria sicurezza e fare propri gli obiettivi neoconservatori di Washington, riassumibili nella difesa del dollaro, con la supremazia militare, contro gli emergenti che si raggruppano intorno al rivale strategico, la Cina.
Intanto in Europa gli artefici dell’ibrido Ue – non organismo integrato né libero scambio, burocrazia non eletta, priva di divisione dei poteri e di legittimità democratica, asservita a politiche neoliberiste e carente di diritti sociali -, dunque gli stessi artefici di questa Europa atlantica e braccio destro della Nato, senza alcun pudore purtroppo, tornano alla ribalta, illustrando come col voto a maggioranza e le cooperazioni rafforzate, rivolte ai Paesi fondatori e ai più disposti a marciare verso un’integrazione sempre più stretta, si potrà costruire un progetto federale, capace di autonomia strategica da Washington. Non spiegano come Berlino potrà accettare il debito comune, la fiscalità condivisa e una vera e propria convergenza economica che andrebbe a suo svantaggio nell’Europa degli interessi nazionali. Quanto alla difesa comune e al mercato unico dei capitali, si guardano bene dal chiarire se veramente nutrono l’illusione di una moneta europea che possa fare concorrenza al dollaro e se pensano che gli Stati nazionali sono ormai d’accordo a delegare i propri poteri alla capitale più forte, Berlino, come responsabile della difesa europea. Siamo di fronte a una nuova mistificazione grazie alla quale la classe dirigente europea asservita a Washington – a quello Stato profondo statunitense che, malgrado Trump, costituisce il vero potere euro-atlantico – vorrebbe dar vita con un’integrazione maggiore a un organismo più agile per poter prendere senza intralci le decisioni consone agli interessi americani. Spiace che tanti analisti cadano nella trappola e discettino contro il progetto federale europeo, sostenendo l’anacronistico ritorno allo Stato nazionale. Esso in realtà sarebbe ancora più fragile, asservito a Washington e alle lobby finanziarie.
La libertà di parola e i nostri diritti costituzionali, in un mondo in transizione, minacciato dalla corsa al nucleare, dalla robotica e dalla distruzione climatica, non sono più difesi. Il progetto di legge Del Rio-Gasparri equipara di fatto le critiche a Israele all’antisemitismo. Un’esperta italiana dell’Onu, sotto sanzioni Usa e mai difesa dal ministro Tajani, viene nuovamente attaccata da Germania, Francia e Italia per non aver detto che Israele è “nemico dell’umanità”. Ma, anche se l’avesse detto, non sarebbe certo una colpa. I massimi vertici istituzionali nostrani considerano la Russia paragonabile al Terzo Reich e noi non possiamo indicare un governo che ha sterminato oltre 70 mila palestinesi, praticato l’apartheid, attaccato i suoi vicini uccidendo in attentati terroristici individui appartenenti alla leadership, che dichiara l’Onu un covo di antisemiti e non applica dal 1967 la legge onusiana, dunque non possiamo indicare il governo di Israele, (chiamato Israele come il governo della Russia è chiamato Russia) un nemico dei nostri valori umanistici?
L'Amaca
Com’è difficile parlare di Gaza
di Michele Serra
Si capisce che il presidente della comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, non abbia gradito il goffo “fuorionda” sulla squadra israeliana di bob. Si capiscono meno le motivazioni del suo sgradimento. Meghnagi lamenta «l’attacco quotidiano di gente ignorante contro gli atleti israeliani e il popolo civile, senza sapere che cosa è successo realmente a Gaza… La sinistra questo incitamento all’antisemitismo lo sta facendo quotidianamente».
Ora, a parte che «la sinistra» non significa niente, è un generico anatema politico che ammucchia persone, storie e parole molto diverse le une dalle altre; il timore è che sia proprio Meghnagi a ignorare «che cosa è successo realmente a Gaza». Al netto della disputa sulle fonti, la certezza è che Gaza è stata rasa al suolo per i suoi quattro quinti. Che più di sessantamila dei suoi abitanti, tra i quali un numero molto alto di donne e di bambini, sono stati uccisi. Che obiettivi civili — ospedali, scuole — sono stati colpiti in quanto «rifugio di terroristi» (termine ormai così lasco, così sciattamente pronunciato, che alla fine è carta straccia: e i terroristi veri ne saranno ben lieti). Che la popolazione di Gaza al completo ha pagato con la distruzione delle proprie case e della propria vita quotidiana la carneficina razzista del 7 ottobre, seguita da una carneficina razzista circa cinquanta volte più grande, vedi alla voce: rappresaglia vergognosamente eccedente l’offesa subita.
Ora: che senso ha questo ostinato ignorare il sangue e il dolore degli altri? Come se ne viene fuori, da questo macello interminabile, se non chiamando le cose con il loro nome? Beato Meghnagi se crede di potersela cavare distribuendo a destra e a manca, soprattutto a manca, accuse di «antisemitismo» che c’entrano, con l’indignazione dei tre quarti del pianeta per la distruzione di Gaza, zero.
Il pensiero della scrittrice
Di Pietrantonio
Noi, inerti davanti a quella vita che non abbiamo salvato
di Donatella Di Pietrantonio
L’errore umano, la cura che diventa danno, l’attesa. Il dolore privato e quello condiviso nella storia che ha fermato il Paese
Il ghiaccio ustiona. Sembra un ossimoro, ma è la verità. Il contatto prolungato del ghiaccio con i tessuti umani produce effetti paragonabili a quelli delle alte temperature. Sulla nostra pelle, per esempio, la più nuda di tutte le pelli. Provate con un cubetto del freezer premendolo sul dorso della mano. Questo diceva il professore a noi studenti di odontoiatria, spiegandoci le istruzioni da dare ai pazienti sottoposti a manovre chirurgiche. Dopo le estrazioni dentarie la borsa di ghiaccio tenuta sulla guancia induce la vasocostrizione, limita il sanguinamento, ma va usata con moderazione. Pochi secondi e via, poi di nuovo, per un massimo di mezz’ora. Quante volte l’ho ripetuto mimando il gesto: premere sul viso e allontanare.
Se vale per la pelle figuriamoci per una struttura delicata come il pericardio, la sierosa che riveste il cuore. Se lo sappiamo noi dentisti figuriamoci quanto dovrebbero saperlo le figure mediche e professionali che a vario titolo trattano, conservano, trasportano un organo così prezioso: espiantato da un corpo che perde la vita, trapiantabile ma solo in un lasso di tempo di poche ore in un altro corpo che aspetta la guarigione, la salvezza, un futuro.
In Riparare i viventi l’autrice francese Maylis de Kerangal ci ha raccontato con una intensità senza pari la sequenza concitata e insieme esattissima di atti medici necessari a spostare un cuore momentaneamente fermo ma vitale dal donatore al ricevente. In ogni punto di questa sequenza l’errore umano è una possibilità reale, da tenere in conto. E allora come si fa a evitarlo o almeno a ridurne le conseguenze in tempo utile? Oltre all’applicazione di un protocollo scientificamente validato, non dovrebbero essere più di uno e rigorosi i livelli di controllo sulla procedura?
Nei trapianti moltiplicare gli occhi che guardano sarebbe già una garanzia, anche in quelle fasi non proprio chirurgiche ma preparatorie. Il successo di un intervento non dipende solo dalle competenze e dall’abilità del chirurgo, ma da una costellazione di dettagli organizzativi e tecnici che concorrono in maniera sinergica al risultato finale. Può essere decisiva l’idoneità di un contenitore: il più avanzato tecnologicamente è il Paragonix SherpaPak di cui pure l’ospedale Monaldi di Napoli è dotato. Purtroppo si è preferito lasciarlo lì e trasportare il cuore pediatrico in una specie di box da pic-nic. Motivo: il personale non era stato formato all’uso del contenitore ideale. A leggerne le schede tecniche vengono i brividi: ogni dispositivo è integrato con un’app digitale per il monitoraggio della temperatura; «studi clinici hanno dimostrato una riduzione del 43% della disfunzione primaria del trapianto (PGD) rispetto al ghiaccio».
Continuare a leggere fa rabbia e fa male: mantiene l’organo al di sopra del punto di congelamento, riducendo il rischio di lesioni da freddo. Utilizzati in 18.000 casi di trapianto nel mondo, questi dispositivi migliorano i tassi di sopravvivenza post-trapianto.
Non so se è tutto vero, ma se fosse vera solo la metà ostinarsi a usare contenitori paragonabili ai miei tupperware sarebbe da criminali. Non parliamo poi del ghiaccio che si è rivelato insufficiente, non parliamo del ghiaccio secco che è stato aggiunto. Dell’assenso a procedere in sala operatoria, non proprio espresso ma forse solo percepito.
Mi viene in mente il countdown che precede il lancio dei missili. Non serve a far salire la suspense, come qualcuno potrebbe credere, non è servito a ispirare la meravigliosa Space Oddity di David Bowie. A ogni numero che si scala corrisponde la verifica di qualche parametro necessario al successo della missione. Se qualcosa non va il conto alla rovescia si interrompe, si provvede a un ripristino. Quante volte si sarebbe dovuto fermare il countdown per questo bambino, quante volte.
Una catena di errori, pressappochismo, superficialità ha portato ieri alla sua morte in conseguenza del trapianto che avrebbe dovuto, al contrario, salvarlo. Non lo ha ucciso la malattia, ma la cura.
Le responsabilità individuali saranno accertate e giustizia, forse, sarà fatta, come amiamo ripeterci. Il Paese, che si divide su tutto, si è ricompattato in questo grande rituale della solidarietà alla famiglia, preghiera per il bambino, in questo lavacro collettivo che ci fa sentire più umani mentre si mescolano dolore e spettacolo, bollettini e scoop, e ci si ritrova intorno alla definizione lacrimevole e ottocentesca di “cuore bruciato”.
Credo molto nella responsabilità dei singoli e non mi piace usare argomenti generali per giustificare le colpe personali. Ma le responsabilità della morte di Domenico non sono solo individuali, sono anche sistemiche. La nostra sanità pubblica che era tra le migliori al mondo è la stessa che lo ha curato per due anni e non ha saputo proteggerlo nel momento per lui più importante. Questo caso è anche sintomatico dello stato attuale del nostro sistema sanitario.
Il cuore è nel nostro immaginario il più nobile e vitale degli organi. Un cuore pediatrico, poi, è sacro. Sono rari ed è giusto così, perché i bambini non dovrebbero mai morire. Neanche quelli che ricevono un cuore.
La tocca piano!
Separare i coglioni
di Marco Travaglio
Ricapitolando. A Torino il pm chiede l’arresto di tre manifestanti al corteo di Askata e il gip ne manda uno ai domiciliari e due all’obbligo di firma: quindi separiamo le carriere perché i giudici obbediscano ai pm. A Roma il pm chiede la condanna di 29 fascisti di CasaPound per i saluti romani ad Acca Larentia e il gup li proscioglie: quindi separiamo le carriere perché i giudici disobbediscano ai pm (cosa che peraltro già fanno a carriere unificate). A Palermo il giudice civile condanna il Viminale a risarcire 90 mila euro alla SeaWatch per il sequestro illegittimo di una nave, che sarebbe stato legittimo se il prefetto l’avesse confermato entro 10 giorni dal ricorso dell’Ong, invece non fece niente rendendolo nullo. A Roma il giudice civile condanna il Viminale a risarcire 700 euro a un algerino con 23 condanne, 11 arresti e 2 espulsioni perché, anziché rimpatriarlo, lo trasferì dal Friuli a Brindisi; ma poi, senza dirglielo né notificargli il provvedimento scritto, lo spedì in Albania, da dove non si può rimpatriare nessuno senza riportarlo in Italia. A Roma il giudice civile condanna il Viminale a risarcire 21 milioni ai proprietari di un palazzo occupato dal 2004 e sequestrato nel 2018 che doveva sgomberare dal 2022, ma non l’ha mai fatto. Quindi separiamo le carriere di giudici e pm, anche se in queste cause civili il pm non c’è e non serve nessuno per segnalare al giudice che il Viminale viola continuamente le leggi e ci costa ora 700, ora 90 mila euro, ora 21 milioni perché non sa fare il suo mestiere, autorizzando il sospetto che convenga separare gli incapaci dal ministero dell’Interno, oltreché da quello della Giustizia.
Tragicomica finale: secondo i video e i suoi quattro colleghi, l’agente che uccise il pusher marocchino nel boschetto di Rogoredo non doveva difendersi da nulla. La vittima era disarmata, lui ci faceva affari finché la freddò con un colpo alla tempia, s’inventò una pistola a salve e trascinò i colleghi a coprirlo, ritardare i soccorsi e adattare la scena alla falsa versione. La Procura ha indagato lui e i colleghi per verificarne i racconti. Lega, melones e trombettieri vari l’hanno lapidata perché “i pm stanno coi pusher”, ergo separiamo le carriere. Il governo ha varato e il Colle ha avallato un dl Sicurezza che costringe i pm a non indagare gli agenti che sparano, ma a segnarli su un registro a parte (i “diversamente indagati). Salvini ha lanciato la raccolta firme “Io sto col poliziotto”: così, a prescindere. Purtroppo le firme si sono fermate a quota 7.045 perché le parti fra l’aggressore e l’aggredito si sono invertite. Quando separeremo il governo dai coglioni sarà sempre troppo tardi.
Promessa
Confermo che se fai schiattare questo maiale, non metterò mai e poi mai in discussione il libero arbitrio! Lo prometto!
sabato 21 febbraio 2026
L'Amaca
Gli alieni contro Epstein
di Michele Serra
Gli alieni probabilmente esistono ma non sarà possibile incontrarli, a causa della distanza cosmica che ci separa. C’è qualche remota possibilità di comunicazione, però tenendo presente che tra il “pronto, chi parla?” e la risposta, a parte i problemi di traduzione, potrebbero passare molti anni. Difficile immaginare una conversazione brillante.
Questo è quanto si può dire di ragionevole sul tema. Senza scomodare la scienza: è ciò che suggerisce lo stato delle cose. Ma, come è noto, niente è più forte del voler credere. E il voler credere, sul tema “extraterrestri”, è irresistibile. Non ha argini. Gli alieni esistono perché esiste la necessità incrollabile di credere che esistano. Milioni di umani lo vogliono.
Su questa attesa (mi viene da dire: messianica, ma non vorrei offendere alcuno) sta giochicchiando Trump, che promette imminenti desecretazioni e rivelazioni e pubblicazioni di files sugli Ufo che stanno già sovreccitando una parte sperabilmente minoritaria, ma non piccola, dell’opinione pubblica americana. Quella del “non ce lo vogliono dire”, limitrofa ai novax e ai complottisti.
Pare che tra i materiali misteriosi promessi da Trump ci sia ben poco di misterioso, nonché ben poco di inedito. Ma basterà un avvistamento inspiegabile, una scia luminosa non tracciata ufficialmente, per rinfocolare le speranze dei fedeli. Tra gli Epstein files, molto terrestri, e gli ET-files, molto celesti, che Trump darà in pasto al popolo, si gioca l’ennesima partita tra realtà e illusione. Ultimamente ha vinto molto spesso l’illusione. Ma il risultato finale – non disperiamo – è ancora in discussione.
Per un oro
La solitudine di Klaebo
“Vivo per vincere dopo temo il vuoto”
La sequenza degli ori di Klaebo: sprint, sprint a squadre, staffetta nel 2018; sprint e sprint a squadre nel 2022; 10 km, sprint, skiathlon, sprint a squadre, staffetta nel 2026
di Giampaolo Visetti
Oggi nella 50 km l’atleta norvegese a un passo dal record di ori: 6 in 6 gare. «Presto dovrò imparare la tecnica di stare al mondo»
«Ci sono due cose che mi fanno paura. Prima delle gare temo di ammalarmi. Dopo, mi spaventa il vuoto. Il tempo passa anche per me: quando smetterò di sciare dovrò sforzarmi di trovare la mia strada». Non è semplice diventare anche Johannes Hoesflot, dopo essere stato solo Klaebo. Questi Giochi non incoronano il fondista più vincente della storia: mostrano al mondo un campione che domina senza tradire fatica, attento a non esagerare, estraneo a frasi costruite per la memoria altrui. L’atteso oro nella 50 chilometri di oggi lo consegnerebbe alla mitologia delle Olimpiadi invernali: sei vittorie su sei gare, come agli ultimi Mondiali, 13 medaglie di cui 11 d’oro in tre edizioni. A 29 anni il rocketman norvegese non finge di sottovalutare quelli che definisce «certi buoni risultati».
A poche ore da un’impresa senza precedenti, che promette di proiettarlo nella dimora esclusiva delle invincibili divinità dello sport, da Duplantis a Pogacar e da Bolt a Phelps, insiste però sulla sua verità: «La mia testa — dice nel suo rifugio a Castello di Fiemme — è sempre fissa alla prossima sfida e sarà così anche a Giochi finiti. Vivo in una bolla e giorno per giorno, non ho alternative: mi mancano le risorse mentali per occuparmi di paragoni con persone a me ignote, o di record ancora da pesare. Pianificare una carriera è il passatempo di chi l’ha già conclusa».
Sulla tivù norvegese i suoi trionfi italiani toccano il non disprezzabile share del 90%. In Scandinavia l’inventore della “Klaebo-run”, capace di salire a venti chilometri orari pendii da scialpinisti, fino a oscurare Mart Bjørgen, Bjørn Daehlie e Ole Einar Bjøorndalen, in questi giorni sorprende però per una metamorfosi caratteriale. «Per la prima volta — ammette il nonno-allenatore Kare, che lo segue da quindici anni — Johannes si concede brevi sorrisi e qualche parola. Forse a scioglierlo è il calore italiano».
Il primo a confessare la debolezza di accettare il mondo è proprio lui. «Ai Mondiali di Trondheim — dice — mi hanno incitato 30 mila persone. Mi sentivo solo, ma ero a casa tra famigliari e amici. Ho capito che per resistere non posso escludermi dalla realtà. A Tesero accetto così la presenza degli altri, compresa la mia fidanzata. Ascolto tutti: il mio esilio nella disciplina presto finirà e avrò bisogno di imparare la tecnica di esistere».
Il cambiamento del modello Klaebo sarebbe questo: da un incrocio tra un asceta e un eremita, a un mistico stupito dalla terrena curiosità, disposto perfino a spiegare con gentilezza le fondate ragioni del suo silenzio. «Per sciare ad alto livello è necessario curare il fisico, la mente, la salute, la tecnica, i materiali e le cere per far scivolare gli sci. C’è molto da fare e la vita ti concede poco tempo tra i migliori: o pensi a questo, passando mesi da solo a lavorare in luoghi remoti, o affini la simpatia e rinunci a esplorare i tuoi limiti».
Dopo il quinto oro nella Team sprint un cronista norvegese ha cercato di infilarsi dell’inedita disponibilità espressiva e gli ha chiesto i “progetti per il futuro”. Risposta: «Tornare in albergo dal fisioterapista e andare a dormire». Domanda di riserva: come commenta le parole del suo allenatore, che la definisce il migliore sportivo della storia? «Il mio commento è: grazie».
Uno scontroso gigante di ghiaccio? «Al contrario — dice Klaebo — spero si capisca che vivo con la mascherina e mangio da solo perché non posso ammalarmi, che rinuncio a essere un ragazzo per chiarire chi è un atleta, che scio anche di notte perché la semplicità è nascosta nella complessità. Non si nasce forti, lo si diventa se non si smette mai di migliorare in modo rapido. Dire no fino all’istante dell’addio, è inevitabile».
Un solo cedimento: l’uomo che scia solo contro sé stesso confessa che «per la prima volta ai Giochi mi sto perfino divertendo». «A livello mentale sto meglio rispetto agli ultimi anni. Mi sembra di essere più maturo, aspetto e spreco meno energie». Nella 50 chilometri di oggi, l’ultimo verso di una poesia alla Henrik Ibsen: Johannes Klaebo solo, due ore a scivolare lontano da tutti nelle foreste innevate, per diventare un inafferrabile raggio di luce. «Vincere sempre — dice a occhi chiusi — resta un’eccezione quasi impossibile. Se mi succede cercherò di capire cosa significa».
Micron
Ha ragione la Meloni
Siccome la Meloni, nervosa per i sondaggi, non ne azzecca una neppure per sbaglio, citando sentenze e processi a casaccio per spingere al Sì qualche disinformato in più, le serviva giusto qualcuno che la riportasse almeno per un giorno dalla parte della ragione. E chi poteva essere il genio? Macron. La premier commenta l’assassinio a Lione del giovane attivista di destra Quentin Deranque e il “clima di odio ideologico che attraversa diverse Nazioni”. Macron, anziché associarsi e magari invitarla a dire lo stesso sulle vittime dall’Ice trumpiana, la zittisce: “Non commenti gli affari francesi: ognuno resti a casa sua e le pecore saranno ben custodite”. Strano: la sua ministra Laurence Boone, quando la Meloni vinse le elezioni nel 2022, minacciò di “vigilare sullo stato di diritto” a casa nostra. Così la Meloni ha buon gioco a ricordarglielo con un velenoso post scriptum: “Non vogliamo tornare ai tempi delle Br, a cui la Francia dava asilo…”.
Ma è fin troppo generosa. La Francia continua a sottrarre alla nostra giustizia 10 terroristi che hanno sparso sangue in Italia negli anni di piombo. Furono arrestati nel 2021 su richiesta del ministro Bonafede (governo Conte 1). Ma la magistratura francese negò la loro estradizione grazie alla famigerata “dottrina Mitterrand”, vaneggiando di “processi non equi”, come se il nostro non fosse uno Stato di diritto. Il più noto è Giorgio Pietrostefani (ex Lotta Continua, condannato a 22 anni con Sofri come mandante del delitto Calabresi), che Parigi non estrada in base a una frottola: che cioè sia stato condannato in contumacia (invece ha presenziato a tutti e i 7 gradi di giudizio). Poi ci sono sei ex Br: Sergio Tornaghi (ergastolo per l’omicidio Briano); Giovanni Alimonti (11 anni e mezzo per banda armata e tentato omicidio del vicequestore Simone); Marina Petrella (ergastolo per l’omicidio Galvaligi, i sequestri D’Urso e Cirillo, quest’ultimo con l’uccisione di due agenti di scorta, e l’attentato a Simone); Roberta Cappelli (ergastolo per gli omicidi Galvaligi, Granato, Vinci e gli attentati a Simone e Gallucci); Maurizio Di Marzio (5 anni per l’attentato a Simone); Enzo Calvitti (18 anni e 7 mesi per banda armata e terrorismo). Gli altri tre sono Raffaele Ventura (ex Autonomia Operaia, 20 anni per l’omicidio Custra); Luigi Bergamin (Proletari armati per il comunismo, 25 anni per banda armata e concorso nell’omicidio Santoro); Narciso Manenti (Nuclei armati contropotere territoriale, ergastolo per l’omicidio Gurrieri). Dieci latitanti per undici morti ammazzati, le cui famiglie attendono giustizia da 40-50 anni grazie alla complicità francese. Altro che “ognuno a casa sua”. Chissà che direbbe Macron se ora l’Italia desse asilo agli assassini di Quentin Deranque.
venerdì 20 febbraio 2026
Giammai!
È questo il giornalismo che vogliamo! Domande schiette e mai servili, la professionalità dei giornalisti al top! E quei calunniatori che insinuano falsità come quella che vorrebbe gli stipendiati dalla famiglia che oltre alle tv detiene anche un partito di maggioranza essere proni al potere. Giammai!
Sic transit gloria mundi
E' la foto migliore per descrivere quando ti accorgi che il castello di privilegi su cui hai poggiato la tua miserrima vita si è sgretolato, facendoti piombare nelle merda più profonda, che ti fa prevedere che gli anni che ti rimarranno saranno un finale degno del bastardo che sei.
Italia olimpica
Questa vicenda dolorosissima evidenzia ulteriormente gravi carenze specialistiche e organizzative. Dal 2023 era stata consegnata all’ospedale napoletano un contenitore di organi di nuova generazione, ma nessuno ancor oggi è in grado di utilizzarlo per eclatante incompetenza. Nessun corso, nessun preparazione. E stiamo parlando di trapianti. In un paese normale, oltre al dolore per il bimbo, scatterebbe un licenziamento a cascata, dal direttore sino al responsabile degli aggiornamenti, ammesso che esista. Nel nostro invece avverrà la solita e mefitica sceneggiata: scarico di responsabilità - mancata individuazione dei responsabili - processo a qualche sottoposto- avvocatoni - prescrizioni, con annesso l’annuale gioia per il miracolo di San Gennaro. Ma esiste nel sottobosco una più grave colpa, infingarda e subdola: l’agonia del sistema sanitario nazionale, il depauperamento delle risorse a scapito del privato, all’aumento delle spese militari, alla crescita del disavanzo dello Stato, vedasi i probabili cinque miliardi che dovremmo pagare per la vetrina di lor signori per le Olimpiadi. Quel bimbo che sta per lasciarci tuona nelle nostre coscienze, avvertendoci, se ancora ve ne fosse bisogno, che viviamo in un brutto e sconquassato paese. Vola sereno in alto piccolino! E scusaci tanto!
L'Amaca
L’ultimo evento generalista
di Michele Serra
Ci si avvicina a Sanremo con una certa ansia preventiva – la settimana prossima l’intero apparato mediatico nazionale sarà consacrato al Festival: fino allo sfinimento. Ma anche, bisogna ammetterlo, con una specie di sbalordito rispetto per quello che – al di fuori del calcio e dello sport in generale – è forse l’unico evento “generalista” rimasto nel nostro Paese.
Nessuno guarda più niente, legge più niente, ascolta più niente al di fuori delle proprie consuetudini tribali – il termine è brutale, lo so: ma è utile per indicare consumi culturali e informativi radicalmente divisi per gruppi non comunicanti, o poco comunicanti. L’idea che esista ancora un “luogo” condiviso, se non da tutti, da moltitudini di italiani, è in un certo senso rassicurante. E forse sottilmente ricattatorio: se un numero esorbitante di italiani (io tra loro) guarderà Sanremo, anche solo a tocchi e occasionalmente, magari è anche per il disperato bisogno di condividere con gli altri almeno un pezzetto di questo Paese, altrimenti frantumato, devoto a pratiche e idee sconosciute le une alle altre.
Con tutto il rispetto per la canzone, l’idea che la canzone sia l’unico territorio condiviso è un poco deprimente. Ma è meglio che niente. Se anche Sanremo (come i telegiornali, come i palinsesti, come tutto) decadesse dal suo ruolo unitario, e fosse banalmente una tra le tante fonti, confusa tra cento, tra mille, confermando la tendenza alla disgregazione, che è il contrario dell’aggregazione, non sarebbe una buona notizia. Se la tendenza alla frammentazione è irresistibile, e conformista: Sanremo è anticonformista.
Brutta UE
Bellicosa e Frivola: la Ue come gli Usa
Dopo aver pomposamente scoperto l’acqua calda, e cioè che il vecchio ordine internazionale è finito, i leader europei riuniti a Monaco per l’annuale Conferenza sulla Sicurezza hanno dato il meglio di sé e si sono collettivamente inginocchiati davanti al nuovo impero senza norme prefigurato dal presidente Trump.
Solo così si spiega l’entusiasmo con cui hanno ripetutamente applaudito il discorso del ministro degli Esteri Marco Rubio. Non è mancata, alla fine, una standing ovation che conferma l’ottusità di cui son capaci i governanti europei, quando sono in preda a quella che Barbara Tuchman, storica della Prima guerra mondiale, chiamava la “bellicosa frivolezza degli imperi senili” (I Cannoni d’Agosto).
Un anno prima, sempre alla conferenza di Monaco, il vicepresidente J.D. Vance s’era scagliato contro gli europei, accusandoli di calpestare la libertà di pensiero e di criminalizzare nei loro paesi le destre estreme. Rubio non ha detto cose diverse, pur elogiando con dovizia la comune storia transatlantica. Ha solo adottato, con impressionante successo, la formula Mary Poppins: “Basta un po’ di zucchero e la pillola va giù”.
La pillola accolta con giubilo è addirittura più amara, se solo si pensa ai motivi per cui, nel secondo dopoguerra, gli Stati europei decisero di unirsi per curare le malattie che per secoli avevano afflitto il nostro continente: guerre, cruente conquiste e occupazioni coloniali, nazionalismi autoritari.
Il nuovo ordine esposto da Rubio si sbarazza del “culto del clima”, della tolleranza sull’immigrazione e di tutti gli argini predisposti nel dopoguerra – Nazioni Unite con le sue varie agenzie, diritto internazionale con le sue numerose Convenzioni – e una volta fatta piazza pulita ripropone l’ordine sfociato in due guerre mondiali. L’ordine delle colonizzazioni predatorie, eroicamente imposte, secondo Rubio, “dai nostri missionari, pellegrini, soldati, esploratori”, disposti “per cinque secoli a traversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che s’estendevano in tutto il globo”. Ordine “sfiancato dalle atee rivoluzioni comuniste e da insurrezioni anticoloniali che hanno trasformato il mondo ricoprendo vaste aree della mappa con la rossa bandiera di falce e martello”.
Ordine infine che l’Onu “non sa far rispettare” (non per sua colpa, ma per i veti Usa in Consiglio di Sicurezza) e per fortuna c’è Trump a trattare sull’Ucraina, a imporre tregue a Gaza, a evitare l’atomica iraniana. Trump, che quando si “stufa” sgancia bombe (potrebbe rifarlo in Iran) o sequestra presidenti come Maduro. “Non viviamo in un mondo perfetto – così Rubio – e non possiamo continuare a permettere a coloro che minacciano i nostri cittadini e che mettono in pericolo la stabilità globale di nascondersi dietro le astrazioni del diritto internazionale”.
Quando parlano di “sistema di valori europei” e respingono la “lotta culturale Maga” e la sfrenata libertà di parola sbandierata dal movimento di Trump, i dirigenti europei pensano forse d’aver mostrato indipendenza dall’amministrazione Usa. È il caso di Friedrich Merz, che a Monaco ha constatato l’esistenza, in materia, di un “profondo fossato fra Europa e Stati Uniti”. Giorgia Meloni, avendo gran paura dei fantasmi, ha subito preso le distanze (“Non condivido le critiche alla cultura Maga!”) senza accorgersi che quelle di Merz o Macron sono parole-soffioni, che il vento volatilizza appena emetti un respiro.
Naturalmente non si può escludere che un giorno l’Europa diverrà il porcospino d’acciaio annunciato da Ursula von der Leyen, con Germania e Ucraina detentori degli eserciti più letali del continente. Ma ci vorrà molto tempo perché ciò avvenga, e se dovesse avvenire sarà la rovina. Perché le insurrezioni anticoloniali che Rubio colloca nel passato sono tuttora in corso, a cominciare dalla Palestina in parte annientata in parte annessa. Chi ha detto che gli imperi senili avranno la meglio sul Sud del mondo?
Nel frattempo – e il frattempo conta – l’Europa non esercita alcun ruolo fruttuoso: né come Unione, né nei nuovi formati E3 (Francia, Germania, Inghilterra) o E6 (Francia, Germania, Italia, Olanda, Spagna, Polonia). Non lo esercita in Ucraina, perché nei negoziati di Ginevra tra Usa e Kiev l’Europa non c’è, a dispetto di Macron secondo cui “dobbiamo assolutamente avere un posto a tavola”. È assente nel negoziato con l’Iran, che pure dovrebbe includere gli ex garanti dell’accordo stipulato da Obama e affossato da Trump (Francia, Inghilterra, Germania).
Come può l’Europa esigere posti a tavola, quando Kaja Kallas, mascherata non solo a Carnevale da Alto Rappresentante Ue per la politica estera e la sicurezza, afferma che la Russia al quarto anno di guerra resta minacciosissima e tuttavia “è a pezzi, ha l’economia in brandelli, è sconnessa dai mercati energetici europei e i suoi cittadini stanno fuggendo”.
Questo non significa che l’Europa non ha potere. Ma è il potere di nuocere e mentire, non di edificare, finalmente, architetture di sicurezza continentale con la Russia che ci sta accanto. Gli europei hanno inventato l’arte occidentale della diplomazia e non sanno più che sia, lasciando il posto a speculatori edilizi apparentati a Trump come Steve Witkoff e Jared Kushner. Figura stramba Kushner: sempre immobile nella sua maglia nera a girocollo e sempre impettito quando siede o sta in piedi, pare un replicante.
Anche quando avvertono, come Meloni, che parteciperanno “solo come osservatori” al Comitato d’Affari detto anche Board of Peace sul futuro di Gaza e Cisgiordania, guidato da Trump senza limiti di tempo, fingono di ignorare che simili organi neocoloniali soppiantano l’Onu e cancellano ogni parità tra i membri.
Citando il filosofo Peter Sloterdijk, Merz dice che “è finita la lunga vacanza europea dalla storia del mondo” e che tocca tornare al lavoro. Berlino vi è tornata sin dai tempi del socialdemocratico Scholz, quando investì centinaia di miliardi in armi e decise per la prima volta dal 1945 di schierare truppe contro Mosca in Est Europa: 4.800 militari entro il 2027 in Lituania.
In Ucraina, tutto vogliono i governi europei tranne la fine della guerra. Wolfgang Ischinger, regista della Conferenza di Monaco, non poteva essere più chiaro: “Fino a che continua la guerra combattuta con coraggio e vigilanza dagli amici ucraini, l’Europa si sente sicura”. L’Europa è anche contro il ritiro delle missioni Nato in Iraq e Kosovo, prospettato da Trump.
Merz accampa valori europei, ma il fossato Usa-Ue cui accenna non è così profondo. È stato il ministro degli Esteri francese Barrot a chiedere le dimissioni di Francesca Albanese, autrice del rapporto Onu sul genocidio a Gaza, per una frase su “Israele nemico dell’umanità” mai pronunciata. La bufala è stata smontata (condannato è il sistema militare-industriale complice del genocidio) ma il ministro di Macron insiste, spalleggiato dai governi di Italia, Germania, Inghilterra.
Quanto al libero pensiero, è la Commissione europea su indicazione della Kallas che ha deciso di sanzionare, con ritiro di carta di credito e senza controlli giuridici e parlamentari, il pensiero di esperti come l’ex colonnello svizzero Jacques Baud, reo di putinismo. Sono Commissione e Parlamento Ue a giudicare “sicuri per il rimpatrio dei migranti” Stati che violano i diritti come Egitto e Tunisia. Un profondo fossato culturale sui valori, fra Stati Uniti ed Europa di oggi? I disvalori e la frivolezza bellicosa li accomunano, molto più di quello che proditoriamente ci danno a credere.
Asina
Separare le balle
di Marco Travaglio
Ogni giorno Giorgia Meloni pesca una sentenza senza leggerla e ce la spiega per convincerci a votare Sì alla sua “riforma” che non ha letto o non ha capito. Altrimenti non la spaccerebbe per un farmaco miracoloso che imporrà ai magistrati di decidere come vuole lei, visto che per farlo non le basterebbe riformare sette articoli della Costituzione: dovrebbe proprio abolirla. Martedì se l’è presa col giudice “politicizzato” che le avrebbe vietato di rimpatriare l’algerino irregolare Redouane Laaleg, 11 volte arrestato, 23 volte condannato e 2 volte espulso per “pericolosità sociale”, ma mai mossosi dall’Italia. Purtroppo nessun giudice ha vietato di espellerlo (se ha 23 condanne e 11 arresti è grazie ai giudici): è il governo che non lo espelle, un po’ perché il regime alleato di Algeri non collabora, un po’ perché gli incapaci del Viminale, anziché rispedirlo in Algeria, gli hanno comunicato il trasferimento a Brindisi e poi, con l’inganno, l’hanno portato nel centro vuoto in Albania (da cui non può essere rimpatriato, se non rientrando in Italia). E non gli hanno neppure notificato la misura. Così l’avvocato ha chiesto e ottenuto dal giudice Bile (così politicizzato che era consulente di B.) la condanna del governo inetto a pagargli 700 euro di danni.
Mercoledì la Meloni ha sventolato un’altra “sentenza assurda”: quella del Tribunale civile di Palermo che condanna lo Stato a risarcire un totale di 90 mila euro all’ong SeaWatch per il sequestro della nave capitanata da Carola Rackete che nel 2019 salvò dei migranti e poi irruppe in porto contro il divieto del Viminale, speronando una motovedetta della Gdf. Ma la sentenza non cita neppure la speronatrice. Si occupa di ciò che accadde dopo: il fermo amministrativo della nave. E non dice affatto che fosse illegittimo. SeaWatch ricorse alla Prefettura di Agrigento che, anziché replicare entro 10 giorni come impone la legge confermando o revocando il fermo, non rispose niente. Quei 10 giorni di silenzio-assenso resero nullo il fermo, ma la nave restò bloccata altri due mesi. Quindi il giudice ha dovuto risarcire SeaWatch per i 60 giorni di fermo illegale, che sarebbe stato legale se il prefetto l’avesse ribadito. L’Avvocatura dello Stato ha ammesso l’errore, sostenendo però che le leggi sono ambigue e il ricorso andava rivolto alla Gdf. Purtroppo il modulo consegnato ai marinai diceva che dovevano ricorrere al prefetto: un altro errore del Viminale, che ci costa 90 mila euro (almeno in primo grado: il governo può fare appello). Fra l’altro, nelle cause civili ci sono i giudici, ma non i pm: la separazione delle carriere non c’entra una mazza. Per scoprirlo, la Meloni deve armarsi di santa pazienza e fare come chiunque voglia criticare le sentenze: cioè leggerle.
giovedì 19 febbraio 2026
L'Amaca
Guardie rosse e parole nere
di Michele Serra
Della triste e sanguinosa vicenda francese (il pestaggio mortale del giovane estremista di destra Quentin Deranque) mi ha colpito un dettaglio che forse non è un dettaglio: il nome del movimento antifascista accusato del pestaggio, la Jeune Garde, la giovane guardia.
Ha origini militari, specificamente napoleoniche: un corpo speciale di cavalleria al diretto servizio dell’imperatore, che lo istituì nel 1813 per la sua personale protezione. Lo si ritrova poi, più di un secolo dopo (gli anni Trenta del Novecento) prima in una tonante marcetta rivoluzionaria, incisa su disco dallo chansonnier Monthéus e inneggiante all’imminente vittoria della vigorosa gioventù proletaria sui flaccidi borghesi; poi in una fresca derivazione del 2010, sempre tonante, sempre marcetta e sempre rivoluzionaria. Tamburi e trombe (come nella tremenda e meravigliosa Canzone dei cannoni di Brecht-Weill: «soldati e bombe, tamburi e trombe») e testi decisamente bellicosi.
Detto che anche la Marsigliese, e in genere gli inni politici di tutte le risme, non sono affatto pacifici e spesso grondano sangue (e sempre grondano retorica), mi sono domandato perché mai, nel 2018 quando è nato, un movimento antifascista debba darsi un nome militaresco, che potrebbe tranquillamente appartenere a un movimento fascista. Jeune Garde: non sarebbe perfetto per un nuovo squadrismo?
Domanda: non si potrebbe storicizzare un po’? Provare a segnare una differenza — dopo due secoli di gloriose lotte proletarie, tamburi e trombe — tra il linguaggio delle armi e dell’ardimentosa gioventù (giovinezza! giovinezza!) e quello che dovrebbe essere il linguaggio della liberazione — anche dalle armi, tra l’altro? Forse che è più “di lotta” usare un linguaggio otto-novecentesco e richiamarsi di continuo alla logica di guerra? E se fosse invece molto più “di lotta” trovare nuovi nomi e nuove parole che la fanno finita, con il gusto del sangue e il suono orribile delle teste rotte?
Prove concrete














