venerdì 10 aprile 2026

Bastardi!

 Maledetti infami e, soprattutto, vaffanculo a chi non s’indigna e a chi non grida al genocidio del boia Netanyahu e dei suoi sodali di merda!



Devo trovarlo!

 

Devo trovare un modo, comunità europea, ONU, tribunale internazionale, per non pagare più il canone per questa RAI fascista, il cui simbolo è questo balordo ottantunenne che si permette di zittire un deputato dell’opposizione reo di aver chiesto alla maggioranza “quali riforme avete fatto?” Devo trovare un modo per togliermi la polvere dai calzari e staccarmi dal sepolcro imbiancato della tv di stato, prepotentemente fascista!



L'intervento in aula di Gggioggia

 


Ricordo

 



Caro Lido,

sono passati ben 35 anni da quando te ne sei andato assieme a tutte le altre vittime della tragedia della Moby Prince a Livorno. Centoquaranta persone morte e non ancora onorate dalla giustizia di questo mondo, insensata, inumana.

Nessun responsabile, nessun colpevole, nessuna pena inflitta, come da canovaccio di questo stato molto abile ad insabbiare, come Ustica insegna. 

Resta l'amarezza ed il dolore di coloro, come te, che non ci sono più, restano le lacrime dei parenti, degli amici, di tutti coloro che avete lasciato quaggiù. 

Ti sia lievissima sempre la terra Lido! 

Paragoni

 


Comprensione

 







L'Amaca

 


La giusta distanza


DI MICHELE SERRA

Alla terza lettera di dimissioni dalla commissione del ministero della Cultura che assegna i finanziamenti per il cinema (dopo Mereghetti e Galimberti, anche Vocca) si immagina il dilemma, non trascurabile, che ha preceduto la decisione. È peggio rimanere in siffatta compagnia (ricordiamo che la commissione ha preferito Pingitore a Bertolucci e ha ritenuto indegno di nota il docufilm su Regeni) o è peggio lasciare il posto all'ennesimo pulitore etnico con l'incarico di cancellare dalla faccia della terra tutto ciò che è o sembra "di sinistra"? È peggio rimanere rischiando la complicità, o è peggio la fuga, lasciando campo libero al Minculpop che nelle arti distingue solo lo zelo patriottardo, meglio se maccheronico?

Se rimango, farò la figura del collaborazionista? Se me ne vado, farò la figura dell'anima bella, dell'aventiniano? Se mi trattengo in questa mischia per cercare di salvare il salvabile, non rischio forse di fare la figura della foglia di fico, così che il mio nome serva al governo per dire: "siamo pluralisti, nella commissione c'erano anche Tizio e Caia, che sono di sinistra"?

Dilemma aggravato da un ulteriore scrupolo: saprà qualcosa di cinema, chi mi sostituisce, o è un ulteriore tappabuchi governativo scelto per la fedeltà alla causa, certo non per il curriculum? Alla luce dei fatti, che hanno visto incompetenti promossi per affidabilità politica, e competenti cacciati o silenziati perché "nemici", abbandonare la mia sedia non sarà un dargliela vinta, a questo governo in cerca di regolamenti di conti e vendette?

Fortunato chi, in questo scorcio della nostra storia nazionale, non ha responsabilità pubbliche. E dunque non deve domandarsi qual è la giusta distanza da Roma, intesa ovviamente non come città, ma come distributrice di incarichi, prebende e ristori.

Natangelo

 



Capito?

 

Il capo comanda i suoi stanno zitti 


di Fabio Mini 

Con una serie di articoli sul New York Times, ripresi da tutti i media del mondo, Jonathan Swan e Maggie Haberman hanno raccontato (o ricostruito) la successione del processo decisionale che ha portato il Presidente Trump a unirsi ad Israele nella guerra contro l’Iran.

Con toni garbati, come si conviene a chi vuole continuare a scrivere di Casa Bianca, i due hanno imbastito una storia molto verosimile anche se non completamente vera e comunque accettabile sia dal presidente sia dai suoi detrattori. La tesi è che Trump non è un pazzo scatenato, un demente in preda a convulsioni e compulsioni criminali, ma un grande uomo lasciato solo al comando. Un uomo in cui i sottoposti confidano perché si affidano alla sua intelligenza e capacità, seguendo la Grande Retorica che vuole il Comandante sempre solo specialmente quando deve decidere della vita e della morte dei suoi uomini. Dei suoi, non degli altri. “Tutti si sono rimessi all’istinto del presidente. Lo avevano visto prendere decisioni audaci, assumersi rischi incalcolabili e, in qualche modo, uscirne vincitore. Nessuno avrebbe osato ostacolarlo in quel momento”.

In una serie di riunioni sulla situazione in Medio Oriente, dopo aver scomodato tre gruppi portaerei e spostato decine di migliaia di uomini dalle loro basi nel mondo e dalle Guardie nazionali in patria, occorreva valutare la raccomandazione di Netanyahu volato appositamente a Washington: “Guerra e subito”. L’amico e alleato Bibi, sostenuto dal Mossad e dai comandanti israeliani in videoconferenza avevano garantito una vittoria facile e decisiva. Trump avrebbe voluto continuare i negoziati, ma il genero Kushner non era d’accordo e si sa anche lui “tiene famiglia”. Gli israeliani erano stati chiari: si doveva e poteva decapitare l’Iran, attivare una rivolta popolare e una invasione curda – già pronte – e cambiare il regime teocratico con uno laico e fantoccio. Era una passeggiata, quattro missili e via. E soprattutto non c’era bisogno di nessun altro: Nazioni Unite, Alleati, Russi, Cinesi e non parliamo degli Europei o della Nato ormai zerbini consumati, tutti affan**. Trump era affascinato, anche se tenuto saldamente per le palle da Netanyahu: finalmente avrebbe fatto qualcosa di concreto, si sarebbe meritato il Nobel per la Guerra che avrebbe istituito e la presidenza a vita del Board of War, già costituito sotto falso nome. La valutazione dell’intelligence statunitense era scettica: gli israeliani erano in grado di decapitare la dirigenza politica, ma il resto era irrealistico. Lo stesso direttore della Cia Ratcliff definì il cambio di regime proposto da Netanyahu “ridicolo”, Rubio da buon diplomatico lo bollò come una “cazzata”, e il Capo degli Stati Maggiori congiunti Dan Caine decisamente critico: “Sono i soliti israeliani, promettono più di quanto possano mantenere e i loro piani fanno acqua. Sanno che senza di noi non riescono a fare nulla e ci mettono sotto pressione”. Il generale accennò al depauperamento dell’arsenale militare, al blocco di Hormuz e altre frattaglie, ma non si oppose. Non era il solo: Rubio nonostante la lucida e forbita analisi delle proposte israeliane non se la sentì di prendere una posizione chiara. Il vice Vance era contrario e indicò tutti i difetti dell’operazione: il caos regionale, la perdita delle alleanze arabe, la reazione militare iraniana, la perdita di tutte le scorte strategiche di materiali, il blocco di Hormuz, le conseguenze sull’economia interna e sull’elettorato Maga, ma alla fine disse: “Secondo me è una pessima idea ma se vuoi farlo ti sosterrò”. Poteva sembrare una comoda posizione da fedele subordinato, ma essendo il vicepresidente Usa e conoscendo il 25° Emendamento poteva anche essere la disponibilità ad assumersi le sue responsabilità: in caso di impeachment del presidente a causa della guerra, della crisi economica e del caso Epstein o di qualsiasi altro motivo, lui sarebbe stato il successore legale per almeno un anno con la quasi certezza di vincere le elezioni successive proprio grazie a quella “pessima idea”, come già accaduto negli Usa. Nelle ultime riunioni, di fronte a un presidente meditabondo, non furono più sentiti il segretario al Tesoro, quello all’Energia e la direttrice della National intelligence. Tutta gente che non capiva niente della materia in discussione che ovviamente non comportava né informazioni accurate, né previsioni sulle criticità finanziarie e energetiche. Trump era rimasto solo come aveva voluto rimanere. Alla fine è rimasto con sé stesso, circondato da altri se stessi, felice e soddisfatto di una decisione che aveva già preso tanto tempo prima con lo stesso Netanyahu grazie alla comune ossessione per l’Iran, mania di grandezza e istinti.

La ricostruzione di Swan e Haberman non è solo il ritratto di un presidente che agisce d’istinto, è il ritratto di famiglia di un gruppo di potere incapace di discernere tra interesse personale del presidente e quelli dell’intera nazione.

Se il “quadretto” di come è iniziata la guerra è avvilente, quello che riguarda la tregua e la quasi certa prosecuzione della guerra diventa catastrofico. Gli Stati Uniti non stanno trattando, stanno traccheggiando per riprendere fiato e spostare armi e uomini da un teatro operativo all’altro. Sanno già di non avere i mezzi per sostenere un altro teatro di operazioni ovunque nel mondo. E la guerra in Ucraina non è finita, il Medio Oriente è in fiamme, l’Artico, il Pacifico e il Sud America sono ad alto rischio e gli stretti di Hormuz, Suez, Malacca, Taiwan, Panama sono tutte presidiate da forze americane con sempre minore autonomia logistica e quindi strategica. Le basi dovevano essere gli avamposti della proiezione di potenza e sono diventate le retrovie incapaci di sostenerla. Ogni forza spostata, ogni sistema venduto lascia un vuoto pericoloso. La tregua è una farsa a conclusione di una tragedia. Ciò che si vuole è l’umiliazione senza aver conseguito la vittoria. L’umiliazione è già un attacco alle fondamenta di una civiltà. Anche questa idea dell’estinzione della civiltà altrui per mezzo della eliminazione di massa delle persone che la rappresentano è incompatibile con l’iniziativa di tregua. Ed è difficile che sia un’idea degli americani. Non che non siano capaci di efferatezze. Tymoshenko, Poroshenko, Zelensky e i burocrati europei lo usano contro i russi, i nazisti contro gli ebrei, i giapponesi contro i cinesi. Tuttavia, nel caso iraniano è stato evocato l’annichilimento nucleare e la minaccia più concreta di questo tipo può venire soltanto da una potenza minore che fruisca dell’ombrello strategico di una maggiore che impedisca la ritorsione. In questa situazione si trova solo Israele che ha ordigni nucleari, capacità e volontà d’impiegarli ed è coperta dalla capacità strategica globale degli Usa. Di fatto, una tregua che non comprenda Israele e ciò che sta facendo in Libano e altrove non è tregua: è mano libera e sostegno al massacro che l’Iran non vuole o può accettare. Israele punta su questo per costringere gli americani a non concedere nulla e continuare la guerra. E anche se gli Usa uscissero formalmente dal conflitto, Israele pretenderebbe armi, soldi, intelligence e logistica per proseguirlo. Israele sa che Trump e tutta la sua corte non possono negare questo contributo. E Trump sa perché. Anche l’Europa è sotto ricatto e attribuire la crisi globale all’Iran è falso ma più semplice che attribuirla agli Usa. Israele sa che la strigliata di Trump al segretario generale della Nato Mark Rutte porterà all’intervento europeo nel conflitto. In un modo qualsiasi, ma comunque ipocrita. Rutte ha dovuto subire l’umiliazione di andare a giustificarsi per non aver appoggiato l’aggressione all’Iran. Una umiliazione che dovrà girare a tutti quei paesi membri che lo hanno incaricato di farlo, in ginocchio. Gli Usa rimarranno nella Nato non per dare sicurezza ma per riscuotere ciò che dicono di aver dato all’Europa dal 1945 in poi. Dovremo pagare in soldoni, sacrifici, recessione e dignità per un debito che non abbiamo mai contratto. Nessun seguace di Trump ha mai tenuto il conto di quanto l’Europa in silenzio ha dato agli Usa in tutto il secolo scorso. Nessun seguace di Netanyahu sa quanto è costato e costa all’Europa il sostegno o soltanto il silenzio sui crimini del suo governo. E nessun europeo è consapevole di quanto tali silenzi siano umilianti.

Poerelli!

 

Poveri surfisti israeliani, disturbati dalle bombe


di Selvaggia Lucarelli 

Tutti a preoccuparsi dello Stretto di Hormuz, di quel trascurabile braccio di mare tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman in cui le petroliere col greggio a bordo sono paralizzate da 40 giorni dalla tensione geopolitica dopo l’attacco american-israeliano all’Iran.
Tutti ridicolmente in apprensione, come se i problemi in mare fossero solo quelli.
Poi, per fortuna, dopo settimane di vacue discussioni su questo inutile collo di bottiglia marittimo, il giornalismo d’assalto ha finalmente spostato l’attenzione su un altro pezzo di mare strategico, nonché sulle vere vittime della situazione: i surfisti israeliani.

L’agenzia Ansa e quasi tutte le testate nazionali hanno rilanciato le commoventi interviste ai surfisti di Tel Aviv, con testimonianze drammatiche su come sia diventato stressante surfare sulle onde, col fastidio dell’orologio munito di allarme-bomba che può suonare proprio mentre si sta per cavalcare l’onda perfetta. “Fare surf in tempo di guerra non è come farlo in tempi normali, sei sempre in allerta ma il surf lo abbiamo nel sangue!”, “È la nostra terapia!”, dicono i poveri surfisti intervistati, freschi di abbronzatura e con la tavola sotto braccio. Una terribile agonia.

Ed è giusto che il giornalismo tenti di farci empatizzare con i surfisti israeliani all’indomani della carneficina di Beirut, con oltre 200 persone uccise a seguito dei raid israeliani. Lì, purtroppo, che stessero surfando o cenando a casa, i libanesi non possedevano gli orologi anti-bombe. Al massimo, da quelle parti, suonano i cerca-persone e di solito non è un preavviso: si salta direttamente in aria. Sono le delicate accortezze dell’intelligence israeliana che evita il fastidio di dover correre fuori da casa o dall’acqua e mettersi al riparo, magari con la muta bagnata, col rischio di prendersi pure un raffreddore.

Va ancora meglio ai gazawi, che in mare non possono neppure entrare per nuotare, navigare e pescare, così da evitare il famoso “effetto Marò”. Poi dicono che gli israeliani non proteggono i civili. Anzi, ci pensano così tanto che fanno fuori pure quelli che potrebbero radicalizzare i surfisti e spingerli a cavalcare le onde nonostante il divieto, per cui un anno fa, nel dubbio, l’Idf ha ammazzato Ahmed Abu Hassira, uno dei primi palestinesi a introdurre il surf a Gaza. Non stava surfando, ma non si sa mai.

Li chiamano giornalisti

 

Cazzatollah 


di Marco Travaglio 

Corriere:: “Il regime degli ayatollah è fallito da tempo… In piazza c’è chi inneggia alla monarchia e al ritorno del figlio del Pahlavi” (Polito, 12.1).

Repubblica: “Bazyar: ‘La rivoluzione ci sarà, il sistema non regge più’” (16.1). “Ebadi: ‘Per liberarci l’intervento straniero è indispensabile’” (11.3).

Stampa: “Iran, la stretta degli Usa. Pahlavi scende in campo: ‘Il cambiamento sono io’” (17.1). “Dall’Iran libero benefici alla crescita” (Cottarelli, 1.3). “Azione coordinata per far cadere la Repubblica islamica” (Stefanini, 1.3). “’Teheran non ha quasi più lanciamissili’” (3.3). “La guerra Usa al regime è giusta, ma ora devono andare fino in fondo” (B.H. Lévy, 8.3).

Messaggero: “Teocrazia sempre più isolata. Un tracollo di Khamenei porterebbe la libertà a milioni di persone” (Campi,12.1).

Giornale: “Arrivano i nostri”, “Meno male che Trump c’è” (Cerno, 14.1). “La forza non ci piace, ma è l’unica via” (Minzolini, 1.3). “Liberi dal male”, “Lo stop al petrolio ridimensiona la Cina”(1.3).

Libero: “La spallata che serve per far cadere la Repubblica islamica” (12.1). “Cercasi Flotilla in rotta sull’Iran” (Sechi, 12.1). “Finalmente!” (1.3). “Hormuz chiuso per mancanza di assicurazioni. Ma ora ci pensa Donald…” (Dragoni, 5.3). “Petrolio e gas in netta discesa. Panico sui mercati già finito” (5.3). “Contro le armi di Israele, l’Iran è una tigre di carta” (21.3). “Il fantasma di Khamenei simbolo della sconfitta” (24.3). “’Teheran è crollata per il 70% e gli arabi stanno con Israele’” (31.3). “Con la sconfitta di Teheran tornerà anche il petrolio” (2.4).

Foglio: “Il regime iraniano si sta consumando” (9.1). “Sognare il regime change” (rag. Claudio Cerasa, 9.1). “Esportare la libertà a Teheran” (15.1). “Il ruggito di Israele per il regime change: è guerra preventiva” (1.3). “Non c’è momento più propizio per far cadere un regime” (2.3). “Essere antifascisti oggi significa augurarsi un Iran libero” (4.3). “Nel Golfo tutti d’accordo: la fine del regime apre una nuova èra” (5.3). “Sostenere il partito della resa incondizionata. In una settimana Israele e Usa hanno quasi raggiunto gli obiettivi militari” (7.3). “Ci sono più Ferrari a Teheran che a Roma. Il regime è finito” (12.3).

Riformista: “Spallata finale. ‘Regime al collasso, Israele darà il colpo di grazia’” (9.1). “Teheran, stiamo arrivando”, “Make Iran Great Again” (14.1). “Nirenstein: ‘Restaurazione della monarchia? Reza III si presenta come figura unitaria, può aprire la via alla democrazia” (14.1). “Fate presto” (15.1). “L’Asse del Bene” (3.3). “Una nuova primavera a Teheran” (Vernetti, 5.3). “La guerra di liberazione dell’Iran” (5.3). “I benefici infiniti della rimozione di un regime” (Marattin, 11.3).

E pazienza, dài, è andata così.


giovedì 9 aprile 2026

Obbrobrio

 


Al giovedì stando con mammà ho la sfortuna di guardare la tv pomeridiana, che definirei, senza ombra d’errore, Tele Rutto. A cominciare da La Volta Buona con la Balivo. Verso le 14, per un’ora c’è stata un’incensazione assurda del Ritocco, con la presenza di bambolotte in pvc, alcune senza più punte di naso, per errori chirurgici, altre devote del botulino, assurto a normalità, altre desiderose di altre correzioni, e per finire un imbecille che per limare un impercettibile gonfiore zona addominale, si è dovuto sottoporre ad altri interventi per sette, dicasi sette, anni. 

Ora il problema non è ascoltare forzatamente questi idioti da ultra sessantenne. Il pensiero va alle menti giovani alle quali arriva via etere questa normalità subdola del ricorso al chirurgo quale scelta saggia di vita. C’era anche in studio una pseudo attricetta reduce da due interventi accolta come eroina, con un sorriso demente perpetuo che probabilmente non potrà spegnere neppure ad un funerale. Sia chiaro: se uno a quaranta, cinquanta vuol farsi un ritocco sono caxxi suoi, ci mancherebbe. Inculcare ad ipotetici giovanissimi questa aria di normalità è da sciacalli. E gli paghiamo pure il canone!

Genio Guzzanti!

 



Chiacchierata

 





L'Amaca

 


La distruzione dell'altro
DI MICHELE SERRA

Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati "Hezbollah" per comodità logistica, diciamo così: per essere sicuro di colpire il mio nemico, distruggo tutto ciò che gli sta attorno. Come se qualcuno, per eliminare la camorra (sempre ammesso che i camorristi siano degni solamente di morire ammazzati), radesse al suolo Napoli. E nella sua mappa mentale cancellasse il nome "Napoli" e scrivesse "Camorra", così se qualcuno lo accusa di avere distrutto Napoli, lui può rispondere: "Ma no, ho distrutto Camorra". È già accaduto a Gaza, è venuto il momento di chiedersi se il Libano non rischi di diventare la fase due di quella carneficina.

La trasformazione degli esseri umani e delle popolazioni civili in bersaglio bellico prevede la loro de-classificazione su basi ideologiche o religiose o semplicemente antropologiche: nemici, infedeli, comunque "altri", e in quanto tali meno umani, meno "noi", meno depositari di una identità riconoscibile e di diritti identici ai nostri. Civiltà da distruggere in una notte, ha detto Trump, ma la parola «civiltà» dev'essergli scappata. Non è da lui ammettere che ne esista qualcuna, al di fuori di Mar-a-Lago.

Parla chiaro l'atto razzista con il quale il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Un passo deciso contro l'universalità della condizione umana e il concetto stesso di uguaglianza. Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo. Si fatica a crederlo. Eppure.

A proposito del Libano

 

Cicatrici libanesie colpe d’Israele 


di Lorenzo Kamel 

Il 31 marzo, il ministro della Difesa Israel Katz ha chiarito che Israele stabilirà e manterrà il controllo di una “zona di sicurezza” sull’intera aerea situata a sud del fiume Litani, – corrispondente al 10 per cento del territorio nazionale del Libano – emanando al contempo ordini di evacuazione per spingere la popolazione a nord del fiume Zahrani, posto a circa 15 chilometri a nord del Litani.

Ha inoltre sottolineato che tutte le abitazioni nei villaggi libanesi vicini al confine israeliano saranno demolite, come sta già avvenendo a Naqura, Taybeh e in numerosi altri villaggi, alcuni dei quali colpiti con munizioni al fosforo bianco e bombe a grappolo.

Settantotto anni prima, quando il Libano poteva contare sull’esercito più esiguo tra tutti gli Stati arabi, il villaggio di Hula, situato sulla sponda meridionale del fiume Litani, fu teatro di un efferato massacro. Venne conquistato dall’esercito israeliano senza incontrare alcuna resistenza. Quaranta persone indifese furono falciate dalle mitragliatrici in un edificio fatto saltare in aria sopra le loro teste. Il principale responsabile di quell’eccidio, Shmuel Lahis, ricevette un’amnistia presidenziale e in seguito venne promosso al ruolo di direttore generale dell’Agenzia ebraica.

Diversi altri villaggi, tra cui Qadas e Saliha, adiacenti al confine libanese, furono teatro di massacri e deportazioni simili. Larga parte dell’attuale composizione demografica del Libano meridionale non può essere compresa senza fare luce sulle dinamiche legate al 1948. In altre parole, ciò che oggi stanno vivendo un milione di sfollati libanesi – a cui vanno aggiunti almeno 30mila israeliani – va in larga parte ricondotto a una serie di cicatrici e strategie geopolitiche che molti ignorano, o preferiscono dimenticare.

Basti qui ricordare che nel 1919, durante la Conferenza di Parigi, dove le potenze vincitrici stabilirono i termini di pace dopo la fine della Prima guerra mondiale, una delegazione dell’Organizzazione sionista mondiale guidata da Chaim Weizmann presentò un memorandum nel quale veniva rivendicato uno Stato ebraico esteso fino al fiume Litani (in aggiunta al Sinai e molto altro). Un anno prima (1918), Yitzhak Ben-Zvi e il futuro primo ministro dello Stato di Israele, David Ben-Gurion, pubblicarono un libro intitolato La terra d’Israele, nel quale i due autori descrivevano “il nostro paese” come esteso dal fiume Litani al Golfo di Aqaba (odierna Eilat).

Non c’è dubbio che negli ultimi decenni Hezbollah abbia lanciato razzi, droni e missili anticarro dal Libano meridionale verso il nord di Israele, in particolare a partire dall’8 ottobre 2023. Hezbollah ha una documentata storia di attacchi (anche) contro obiettivi civili, compiuti con vari mezzi.

I dati disponibili restituiscono però un quadro almeno in parte diverso rispetto a quello sovente presentato su numerosi media (principalmente occidentali). Tra il 2007 e il 2022, Air Pressure ha documentato 22.355 violazioni illegali dello spazio aereo libanese da parte delle forze israeliane. Per quanto riguarda il periodo dal 7 ottobre 2023 in poi, la rete televisiva britannica Channel 4 ha documentato che gli attacchi israeliani in Libano (un paese che da anni registra il più rapido aumento al mondo di nuovi casi di cancro e decessi correlati al cancro) hanno superato quelli di Hezbollah con un rapporto di 5 a 1. Ultimo ma non meno importante, la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) ha documentato, dall’accordo di cessate il fuoco del 27 novembre 2024, quasi 7.800 violazioni israeliane dello spazio aereo libanese, con rapporti che indicano oltre 10.000 violazioni alla fine del 2025.

Alla luce di questi e diversi altri dati e considerazioni, appare evidente che non pochi attori in questa regione avvertano altri come una minaccia. Israele, l’Iran e numerose altre entità statali e non statali sono percepite e vissute in tale modo da un ampio numero di popolazioni e paesi limitrofi. Ma questo non è un motivo sufficiente per normalizzare la decisione di uno Stato di bombardare il territorio di un altro (spesso prendendo di mira ospedali e infrastrutture civili), tantomeno se ciò avviene senza alcun coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Unsc).

Alcuni ritengono che, affinché Israele si senta “al sicuro”, ogni Stato sovrano confinante con Israele debba limitare le proprie capacità difensive e distruggere o ridurre le proprie industrie militari. Questo privilegio è concesso a un solo Paese a livello mondiale, ironicamente proprio quello che sta imponendo (a milioni di civili in Cisgiordania) la più lunga occupazione militare della storia moderna e contemporanea, nonché lo stesso che, solo nell’ultimo anno, ha effettuato pesanti bombardamenti su sette entità geografiche e sovrane.

Occorre precisare che tanto Hezbollah quanto l’Iran sono considerati dagli Stati Uniti e da Israele come i principali ostacoli alla realizzazione della visione di Trump e dei suoi alleati per il Medio Oriente. D’altro canto, il disarmo di Hezbollah è avvertito dalla sua base sociale come una minaccia esistenziale all’autonomia comunitaria che gli sciiti hanno costruito nel corso dei decenni.

Ciò appare ancora più significativo se si tiene a mente un altro aspetto raramente menzionato: quando nel 1982 l’allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon invase il Libano, le sue truppe dovettero attraversare la parte meridionale del Paese e vennero accolte dalla popolazione locale, a chiara prevalenza sciita, in modo assai favorevole. Erano infatti percepiti alla stregua di “liberatori” impegnati, tra gli altri obiettivi, a contrastare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), accusata di aver trasformato l’intera area in una sorta di “Stato nello Stato”.

Nelle parole di Uri Avnery, un protagonista di quei giorni, “gli sciiti impiegarono poche settimane per comprendere che Israele non aveva alcuna intenzione di lasciare l’area (ci rimasero 18 anni). Fu proprio allora, per la prima volta nella loro storia, che decisero di ribellarsi” e organizzarsi.

Telefonata

 


Ellekappa

 


Meno male che convoca!

 



Ahbbé!

 

Dies Iran 


di Marco Travaglio 

Sembra ieri che, grazie ai bombardamenti american-israeliani, l’Iran era lì lì per diventare il paradiso terrestre: regime change, mullah e pasdaràn morti o in galera o convertiti al cristianesimo e/o all’ebraismo, abolizione dell’Islam, governo liberaldemocratico col figlio dello Scià o qualcun altro scelto da Trump e/o Netanyahu, addio arricchimento dell’uranio, oppositori in trionfo, ragazze truccatissime coi capelli al vento, petrolio gratis e chiù pilu per tutti. Il Battaglione Bibi, sparso fra i media, la destra propriamente detta e la sinistra di destra (i “riformisti”) non avevano dubbi: sì, vabbè, qualche migliaio di innocenti sarebbero morti ammazzati, ma non era il caso di sottilizzare. Ora, ove mai reggesse la tregua dopo i 38 giorni della guerra più pazza del mondo, il bilancio è più che lusinghiero. Hormuz, prima gratis per tutti, viene riaperto solo a chi paga il pizzo all’Iran, che ne diventa padrone. Il regime è più forte di prima, avendo resistito al peggior attacco da 40 anni, con Khamenei jr. (più oltranzista e incazzato) al posto di Khamenei sr. (un po’ meno). E se nel 2003 l’anziano ayatollah scomunicava con la fatwa le armi nucleari, ora nessun iraniano oserà più negare che l’atomica sia l’unico deterrente contro altre aggressioni. Giovani e donne che manifestavano contro il regime, illusi da Trump col famoso “resistete, stiamo arrivando”, si ritrovano in balia di una repressione ancor più dura.

In sintesi: gli Usa hanno perso la guerra, come tutte le altre dal 1946. E anche la faccia: nessuno negozierà più con chi bombarda l’interlocutore con cui sta trattando; nessuno si fiderà più di parole retrattili che non valgono nulla (diversamente da quelle di Xi Jinping e Putin, che parlano poco, ma poi mantengono). Il 27 febbraio, alla vigilia dell’attacco, il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore nei negoziati insieme ai trumpiani Witkoff e Kushner, dichiarò alla Cbs che l’Iran aveva fornito “piena disponibilità allo stoccaggio zero dell’uranio arricchito”, accettato ispettori Aiea e supervisori Usa (mentre Israele ha sempre rifiutato ispezioni ai propri siti nucleari) e perfino un’intesa sui missili da negoziare con gli Stati del Golfo: insomma “era pronto un accordo molto più avanzato di quello negoziato da Obama”. Ora invece l’Iran proseguirà coi suoi piani nucleari e ha mostrato una disponibilità di missili molto superiore alle stime delle disastrose intelligence di Usa e Israele, sforacchiando l’Iron Dome di Bibi e smascherando le ridotte scorte missilistiche dei due nemici. Ci sarebbero poi le comparse: la Meloni che “non condanna e non condivide” e la Von der Leyen che dice “grazie al Pakistan per la sua mediazione”. Ma della servitù parliamo magari un’altra volta.

mercoledì 8 aprile 2026

Kotiomkkn

 



Continua imperterrito

 


Differenze mediatiche

 



L'Amaca

 


Provaci ancora, Kanye

DI MICHELE SERRA

«Da quando in qua gli scemi non possono viaggiare?», mi dice un vecchio amico, cinico ma saggio, commentando il veto britannico all'ingresso nel Paese del popolarissimo rapper americano Kanye West.

Nella sua non breve carriera, accanto a pezzi di musica che molti considerano memorabili, West ha affastellato una notevole serie di bestialità, tra le quali fanno spicco l'antisemitismo e l'omaggio a Hitler. Poi si è scusato, con confuse allusioni alle sue condizioni psichiche passate e assicurando di essere, in fin dei conti, un brav'uomo; e ha chiesto un incontro chiarificatore con la comunità ebraica di Londra.

Il quadro complessivo, in questo come in altri casi simili, è di una persona che non sa mai bene che cosa sta dicendo, ma lo dice lo stesso. «Quello parla solo per dare aria ai denti», diceva mio padre (e ancora non aveva mai sentito parlare Trump). Si torna, dunque, alla domanda del mio amico: sarà giusto, sarà utile attribuire la fama di Nemico Pubblico a un blaterone che spara cazzate a raffica, e in seconda battuta si rende conto di avere perso la faccia, e soprattutto di avere perso clienti, e mentre si scusa sembra perfino meno credibile di quando accusava?

Ma poi, per confessare fino in fondo perché il mio amico (e pure io) avremmo visto di buon occhio l'arrivo a Londra di Kanye West: l'incontro tra il suddetto e la comunità ebraica rischiava di essere un capolavoro di comicità alla Mel Brooks. Che cosa avrà mai da dire un afroamericano fan di Hitler a un gruppo di ebrei londinesi, mentre costoro lo fissano, forse severi, forse solo esterrefatti? Una diretta televisiva dell'incontro (con i ricavi devoluti a Amnesty) ce la saremmo vista volentieri.

Cronaca della Bellezza

 


Quel tramonto della Terra sulla Luna segreta


DI MARCO BELPOLITI 

L'eclissi e il crepuscolo del pianeta blu nelle immagini catturate da Artemis durante il sorvolo del lato oscuro del satellite

Il fatto che la Luna, gemella opalescente e infeconda della Terra, ci mostri solo un lato, per via della sincronicità della rotazione dei due corpi celesti, ha sconcertato gli esseri umani sin dal momento in cui hanno fatto questa scoperta.

Che lassù, nell'universo senza fine, vi sia qualcosa che non possiamo osservare, ci sembra ancora impossibile.

Per guardare queste immagini, e potercele trasmettere attraverso lo spazio, alcuni di noi, novelli esploratori, sono dovuti andare in orbita nell'etere celeste e circumnavigare il pallido Satellite, e perciò allontanarsi così tanto dal nostro Pianeta. È stato infatti necessario viaggiare lontano dalla superficie, che sappiamo essere sferica da un numero limitato di secoli, e su cui appoggiamo più o meno solidamente i nostri piedi: 400.171 chilometri dalla Terra, distanza enorme.

C'è un'immagine, quella in cui la palla rotonda di Selene appare come un disco grigiastro lambito da zone più scure, è quella del suo lato oscuro, la parte invisibile del pianetino nato dall'immane cozzo con Theia, il misterioso corpo celeste da cui sarebbe nato non solo il Satellite ma la Terra stessa: 4,35 miliardi di anni fa. Grigia e polverosa appare la Luna, ma tonda come il Pianeta azzurro che abitiamo e che stiamo distruggendo da tempo immemorabile.

Diventeremo vuoti come lei? Eccola che tramonta dietro la superficie cinerina, la nostra Patria: che emozione! Noi veniamo da là. Ai viaggiatori spaziali avrà preso la paura di non poter tornare indietro, di non poter rientrare nell'atmosfera coperta da biancastre chiazze di nubi e azzurri profili di quelli che sappiamo essere mari e oceani? Il timore di dover restare per sempre lassù a contare le albe e i crepuscoli del nostro meraviglioso globo? La Luna è il corpo celeste preferito dai poeti, cui porre, questo sì, domande che restano per lo più inevase.

"Il lato oscuro della Luna", scrivono ora i giornali, facendo eco al titolo di un celebre album d'un gruppo musicale. Ma "oscuro" — parola latina di difficile analisi, dicono i linguisti — significa privo di luce, o meglio: poco illuminato, poco chiaro. Non nero, perché il nero assoluto non esiste, o almeno noi non lo possiamo vedere: un paradosso.

Ed ecco un'altra foto in cui la luce del Sole si fa strada da dietro il disco affumicato del Satellite, una luce che ne lambisce il profilo e sembra sul punto d'avvolgere lo stesso cerchio nerastro, forse divorarlo. La Terra che tramonta come una Luna, ma diversamente luminosa, sembra piccola là in fondo, eppure tutto resta incommensurabile. Ma chi ha potuto vedere questo tramonto, o l'annerimento del cielo, proprio lì, deve aver provato una sensazione di grande potere.

L'occhio è una parte del nostro cervello, parte rotonda, o almeno sferica, che si è sporta sino al confine ultimo del nostro corpo, affinché noi potessimo comprendere tutto, persino l'universo incalcolabile, e questo grazie a forme che conosciamo già, che sono in noi e appartengono a quel linguaggio iscritto nel nostro corpo.

Capiamo e immaginiamo anche ora, attraverso queste fotografie, cos'è l'universo, che di solito vediamo nell'alto, in quella superficie o meglio sostanza o etere, che noi chiamiamo cielo. Invece di farci sentire piccolissimi, annichiliti da queste immagini catturate da una macchina costruita da noi, ci ispira piuttosto un senso di potenza, qualcosa di grande, di sconfinato: possiamo immaginare. Ci proviamo, anche se non è poi vero, ma cosa importa? La Terra tramonta, così come vediamo accadere da quel Pianeta sterile e per sempre deserto. Sapremo salvarla e salvarci con lei?

Com'è delicata la Luna, che si allontana da noi, dicono gli astronomi, di 3,8 centimetri l'anno. Abbiamo a disposizione ancora due miliardi d'anni prima che ci abbandoni e fugga via. Un tempo lunghissimo e anche così breve, se visto da lassù.

Contro il Ballismo

 

Cinema Usa. Il salvataggio del pilota sembra un film: brutto e inverosimile 


di Alessandro Robecchi 

Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco.

La ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il suo pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla contraerea, si espelle con il seggiolino. “Ferito”, dice la versione ufficiale; “gravemente ferito” dice un’altra fonte. Ok, si salva e si mette al sicuro in una grotta, ma… a un centinaio di chilometri dall’abbattimento, cioè in 24 ore, fa due maratone e mezza, in salita (fino a 2.100 metri, temperatura sotto lo zero), si suppone appesantito dall’equipaggiamento. Gli americani mandano a salvarlo una specie di esercito, perché gli Mc130 (due) non sono aeroplanini agili e leggeri, ma affari giganteschi che trasportano truppe e mezzi, una vera invasione. Intanto la Cia – mai sottovalutare la Cia, ragazzi – crea una falsa pista, cioè fa credere all’Iran che il pilota sta da un’altra parte, astuti come faine, e quegli altri ci cascano con tutti i turbanti. Mah. Quindi salvano ’sto pilota pluri-maratoneta-alpinista ancorché ferito, ma sfiga vuole che i due Mc130 si scontrino tra loro sulla pista di un aeroporto abbandonato (prima versione), oppure si impantanino nella sabbia (seconda versione), oppure siano colpiti dall’esercito iraniano (terza versione). Insomma, soccorso e soccorritori, un centinaio di marines, rimangono a piedi, e fanno saltare i loro stessi aerei, per non lasciarli al nemico. Mah. La trama si infittisce: chiamano al volo altri tre aerei, tipo Uber ma sulle montagne dell’Iran, e si fanno portare via, non prima di farsi abbattere qualche elicottero. Ora il pilota è sano e salvo, dice il film, ma non sappiamo chi è, come si chiama, e non c’è nemmeno la fotina con lui che fa “vittoria” con le dita. Auguri comunque.

Ok, ora parliamo della crisi del cinema americano.

Voglio dire, con una trama così puoi anche vincere la statuetta che si consegnano tra loro ogni anno, ma rimane un polpettone zoppicante e fantasioso. Per ora la critica (i famosi fact-checker a guardia dell’informazione democratica, per dire) sembra cascarci, mentre in Iran dicono che il film è molto fiction: si sarebbe invece trattato di un’operazione di terra, con vere truppe di invasione, per impadronirsi dell’uranio iraniano, operazione miseramente fallita con grosse perdite, figuraccia bruciante, catastrofe militare.

A chi produce certi film non piace ricordare i flop passati, ma viene in mente comunque l’operazione Eagle Claw, 24 aprile 1980, quando un Jimmy Carter sotto elezioni tentò la mossa disperata del blitz per liberare gli ostaggi a Teheran: fu un disastro. Ecco, nonostante le recensioni entusiastiche sugli invasori che salvano il loro pilota, l’epica, la retorica e gli effetti speciali, il film di quest’anno sembra molto un remake 46 anni dopo, con gli stessi esiti. Il produttore del film, Donald Trump, ha fatto il suo spettacolino insieme agli sceneggiatori, ha parlato di “una delle più audaci operazioni nella storia degli Usa”, e ha detto che Dio li ha aiutati perché era Pasqua (giuro). E forse pensa davvero che noi spettatori ci crediamo, paghiamo il biglietto e mangiamo i popcorn, orgogliosi di esser presi per scemi.

E quello di oggi!

 



Natangelo di ieri

 



Nel silenzio cosmico

 



Lezione di politica internazionale

 

Manco le basi 

di Marco Travaglio 

Dice bene Guido Crosetto al Corriere: “È una situazione che non ha precedenti nei decenni recenti” e rischiamo “che ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più… L’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia… Sono esseri umani come noi quelli che hanno deciso che per far finire un conflitto fossero accettabili anche Hiroshima e Nagasaki. Purtroppo continuiamo ad avere armi nucleari e chi non le ha le cerca. Non abbiamo imparato nulla”. Poi però, non essendo un passante o un commentatore super partes, ma il ministro della Difesa di un Paese Nato, dovrebbe agire in conseguenza e in coerenza con la premessa. Questa follia senza precedenti impone scelte senza precedenti: a cominciare dal divieto di usare le basi italiane in questa follia, per fare tutto il possibile per impedire follie ancor peggiori. Cioè un’offensiva di terra o un attacco atomico di due potenze nucleari (Usa e Israele) contro un Paese che vuole diventarlo (l’Iran). Invece Crosetto si presenta alla Camera per dire che le basi restano a disposizione della sporca guerra di Usa&Israele perché “nessun governo di nessun colore politico” le ha mai vietate. Oh bella: ma se questa guerra “non ha precedenti”, richiede decisioni che non hanno precedenti. Altrimenti è una guerra come tutte le altre, e non lo è. Anche quelle fatte o provocate dalla Nato in Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia e Ucraina violavano il diritto internazionale e facevano danni immani. Ma almeno se ne conosceva il movente: imporre cambi di regime e di confini che gli Usa e i loro complici ritenevano convenienti ai propri interessi, salvo poi fallire.

Quella all’Iran nessuno sa perché sia stata scatenata e a chi convenga, se non a un solo essere umano sulla terra: Benjamin Netanyahu che, senza guerre, finirebbe in galera e per evitarlo ha sterminato decine di migliaia di persone, rendendo per giunta Israele molto meno sicuro. Non conviene agli Usa né a Trump, ogni giorno più impopolare per la clamorosa giravolta da isolazionista-mediatore a premio Nobel per la Guerra. Non conviene all’Europa, che al solito pagherà il prezzo più alto (su energia, profughi e terrorismo). Non conviene all’opposizione iraniana, che anzi vede l’ala più oltranzista del regime rafforzarsi con la resistenza ai due nemici esistenziali e nella propaganda sull’atomica unico deterrente di autodifesa. Se ne giovano solo Cina e Russia, in una tragicomica eterogenesi dei fini. Tutto questo Crosetto lo sa, infatti denuncia “la volontà di distruggere altri Paesi”. Ma poi inverte soggetto e complemento oggetto: “L’Iran vuole distruggere Israele”. No, ministro: è l’opposto. Perciò, checché ne dica lei, siamo in guerra. E dalla parte sbagliata: con l’aggressore contro l’aggredito.

martedì 7 aprile 2026

Click!

 


Nella foto un pupazzo totalmente insignificante ed in balia di un famigerato boia sionista. Alla sua destra un coniglio di peluche.

Stop violenza

 



L'Amaca

 

Il cinema delle fettuccine

di Michele Serra

Le scelte della commissione ministeriale incaricata di distribuire fondi pubblici al cinema italiano sono pura satira contro il governo: no Bertolucci, no Archibugi; di un film su Regeni (zecca rossa) chi se ne frega — vuoi mettere il biopic su Gigi D’Alessio e quello sul re delle fettuccine? Vuoi mettere il nuovo progetto di Pingitore? Volendo portare il tutto a sintesi: vuoi mettere Novecento con il Bagaglino?

Sembra una parodia spietata della cultura di destra; invece è proprio la cultura di destra del nostro Paese, che con poche eccezioni (alla luce dei fatti: eroiche) incarna, spietatamente, un complesso di inferiorità devastante, che toglie lucidità di giudizio e impedisce dignità nei comportamenti.

Il ministro Giuli, che qualche libro ha l’aria di averlo letto, verifichi le scelte della “sua” commissione ministeriale e dica se si sente rappresentato da una faziosità così smaccata da risultare, alla fine, ridicola.

Ridicola, peraltro, risalendo alle radici del problema, è anche l’intenzione di premiare, nelle opere finanziate, «l’identità culturale italiana»: provincialismo becero se applicato al cinema in generale, e al cinema italiano in particolare, internazionale per fama e per ispirazione.

O è sconsigliabile, per un regista italiano, girare un film su Parigi o sul Tibet? O sullo stoccafisso invece che sulle fettuccine?

Il nazionalismo, che esprime un pensiero rattrappito in qualunque campo, è particolarmente insensato se applicato alle arti. Nessun artista è così misero e sprovveduto da pensarsi così piccino. Date a Buttafuoco, Veneziani e Cardini il compito di commissariare (con spietatezza) la cultura di destra. Ne avremmo grande sollievo anche noi di sinistra.

Sempre loro

 

Le primarie secondarie 


di Marco Travaglio 

Fino all’altro giorno il Pd predicava le primarie di coalizione per scegliere il candidato premier progressista. Poi, letti i sondaggi che danno Conte favorito sulla Schlein e unico competitor in grado di battere la Meloni e di guidare il prossimo governo, contrordine compagni: primarie? Chi ha mai parlato di primarie? A leggere i giornaloni, sembra che le abbia inventate Conte. Eppure il partito nato nel 2007 all’insegna delle primarie è il Pd. Che ancor prima di nascere, nel 2005, le sperimentò per scegliere il candidato premier dell’Unione: si presentarono Prodi, Bertinotti, Mastella, Di Pietro, Pecoraro Scanio e Scalfarotto, votarono in 4,3 milioni e stravinse col 74,1% il favoritissimo Prodi, che l’anno seguente batté B.. Poi però il Pd impose sempre il suo segretario come candidato premier senza primarie: Veltroni nel 2008, Bersani nel 2013, Renzi nel 2018, Letta nel 2022. Ma solo perché lo schema era sempre quello del partito egemone sui partitini-cespuglio. E tutti e quattro i pretendenti fallirono.

Ora invece il Pd ha un possibile alleato, il M5S, a pochi punti di distanza (14 contro 21-22%), con un leader più popolare del suo, che per giunta ha già fatto due volte il premier lasciando un buon ricordo trasversale. Quindi le primarie avrebbero ancor più senso di quelle del 2005, pura investitura plebiscitaria del candidato già designato. Per la prima volta i cittadini sceglierebbero il candidato premier in una sfida vera, senza rete. Come nel 2023 alle primarie del Pd, quando gli elettori ribaltarono la scelta degli iscritti su Bonaccini segretario e gli preferirono la Schlein. Infatti l’11 novembre scorso Elly dichiarava: “Ci sono modalità a cui io sono apertissima, come le primarie di coalizione, e si fa così in una coalizione così ampia e articolata”. Il 17 settembre la Serracchiani le promuoveva come “uno strumento che sta nel Dna del Pd”. Il 22 dicembre il presidente Bonaccini le lanciava come “un ottimo strumento di scelta”. Il 31 dicembre la prodiana Zampa tagliava corto: “Si è sempre detto che le primarie creano fratture nell’elettorato e nel partito, ma non è mai stato vero. Servono per misurarsi con idee diverse. Non bisogna avere paura della competizione democratica. All’inizio si creano dei momenti di tensione molto grande, non sono una passeggiata, ma se fatte in tempo utile c’è spazio poi per una ricomposizione”. Ora è tutto un distinguo tra “federatori esterni”, “papi stranieri”, “primarie” di programma e altre supercazzole, senza che nessuno spieghi cosa diavolo sia cambiato rispetto a pochi mesi fa. Così la gente penserà che le primarie vanno bene solo quando si sa di vincerle. Invece, quando si sa di perderle, diventano secondarie: meglio abolire gli elettori.


domenica 5 aprile 2026

Auguri!

 


Flop!

 

Tutti i flop del governo dai “rave” alle bistecche 


di Daniela Ranieri 

A parte che adesso Giorgia Meloni veste Scervino, che per una che faceva le flessioni alla sezione di Colle Oppio è un considerevole upgrade, cos’è cambiato da quando si è insediato il suo governo nell’ottobre 2022? Se si fa questa domanda ai fan di Meloni, che sono ancora tanti anche se non sono mai stati la maggioranza come lei millanta(va) (è stata votata dal 26% del 63% degli elettori, quindi ha sempre avuto semmai il 14% dei consensi degli italiani), fanno fatica pure loro a trovare qualcosina di cui attribuirle il merito. La cosiddetta Autonomia differenziata (in realtà secessione delle Regioni ricche) le è stata smontata dalla Corte Costituzionale; la riforma della Giustizia è stata seppellita dalla proterva vanità dell’asserito ministro Nordio e dagli affari del suo viceministro Delmastro con la figlia teenager di un prestanome della mafia romana, oltre che da 15 milioni di italiani; l’abolizione dell’abuso d’ufficio è stata censurata dal Parlamento europeo, che obbliga l’Italia a ripristinarlo immantinente. L’unica misura rimasta in vigore è il primo decreto legge (dotato di carattere d’urgenza), del novembre 2022: firmato dal Cupido dell’Interno Piantedosi, si proponeva di sgominare il crimine che si annida nei rave, laddove sarebbero bastate le leggi vigenti (il Testo unico di pubblica sicurezza e il Codice penale). Infatti l’altro giorno, ancora stordito dai postumi dell’incidente referendario e dai fumi della bisteccheria Delmastro-Caroccia, l’apparato di comunicazione del governo ha diramato il successo dell’operazione con cui è stato fermato un rave abusivo in provincia di Torino, con sequestro di impianti di amplificazione talmente ingenti che potevano benissimo esser destinati a una serenata prematrimoniale o a un karaoke di Pasquetta. L’immigrazione? Nei primi due anni di governo gli sbarchi sono triplicati; poi hanno cominciato a calare, ma solo perché, secondo il database dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), sono aumentate le morti in mare. Nel 2025 nel Mediterraneo centrale i morti sono stati 1.873; nei primi 40 giorni del 2026, ciò che ha fatto esultare Meloni in un video celebrativo, sono stati 484. Secondo Ispi, il rapporto tra chi si imbarca da Tunisia o Libia e chi muore è del 16%. Eppure Piantedosi glielo aveva detto, dopo il naufragio di Cutro, nel marzo 2023 (94 morti): “Non dovete partire! Io sono stato educato alla responsabilità, di non chiedermi io cosa mi posso aspettare dal luogo e dal Paese in cui vivo!”, tutto ciò mentre si decomponevano i corpi di 35 bambini affogati. Meloni, ricevendo i superstiti e i parenti dei defunti, aveva chiesto loro: “Non conoscevate i rischi della traversata?”; loro niente: hanno continuato a mettersi in mare. Poiché colpevolizzare i genitori di bambini affogati non ha funzionato e Giorgia non è riuscita ad acciuffare “gli scafisti per tutto il globo terracqueo” come promesso, il governo ha puntato tutto sugli accordi con l’Albania per “esternalizzare” gli sbarchi. È finita la pacchia: l’Italia, che aveva promesso circa 3 mila trasferimenti al mese, 39 mila all’anno, detiene attualmente nel centro di Gjadër la bellezza di 25 “ospiti” di nazionalità diverse, soprattutto Egitto e Nord-Africa. Il costo dell’operazione è di circa 670 milioni in 5 anni (2024-2028), 134 milioni l’anno. Oltre 250 milioni li buttiamo nei costi per i viaggi, per portare i migranti in Albania e rimpatriarli nei loro Paesi, oppure per riportarli indietro in Italia, a botte di 80 mila euro a rientro, perché vulnerabili o minorenni. Di molti di loro, i giudici hanno dichiarato illegittimi i trattenimenti.

E le tasse, che Giorgia chiamò “pizzo di Stato”? Aumentate per tutti, tranne che per i milionari (che pagano solo 200 mila euro l’anno). Reddito di cittadinanza abolito, con grande gioia di “riformisti” e renzian-calendiani. Risultato: 5,7 milioni di individui in povertà assoluta, il 9,8% dei residenti. La Sanità pubblica? Giorgia si è sgolata da Vespa per decantare i molti soldi messi sulla Sanità in termini assoluti, quando ormai anche i bambini sanno che i fondi si calcolano in rapporto al Pil e all’inflazione. Intanto aumentano petrolio e gas a causa delle guerre altrui che il governo sta stupidamente continuando a foraggiare, si bloccano i salari e diminuisce il potere d’acquisto. L’ultima genialata: per tagliare le accise sui carburanti per 20 giorni, incidentalmente a cavallo del referendum miseramente fallito, sono serviti 550 milioni, di cui 80 sono stati presi dalla Sanità; ma tranquilli: dal 7 aprile i prezzi della benzina torneranno a salire, mentre alla Sanità mancheranno 80 milioni. C’è da dire che Meloni ha un fiuto infallibile per le alleanze: ha puntato tutto su Trump e Netanyahu, un pericoloso alienato e un genocida messianico, entrambi dotati di atomica, che stanno portando l’umanità sull’orlo della distruzione.

Estika

 



Sempre loro

 



Natangelo

 



L'Amaca

 


La voce lieta della propaganda

DI MICHELE SERRA


Il governo Meloni non ha colpe dirette nei funesti contraccolpi economici della guerra di Trump e Netanyahu; ha qualche responsabilità, magari, nel non avere rimediato nemmeno in piccola misura al costante affanno dell'economia italiana, ben precedente questa guerra e questo governo.

La sua vera colpa, gigantesca, è avere parlato a un Paese invecchiato e smarrito senza alcuna gravità e serietà, nessun rispetto della realtà (i numeri accidenti, sono pur sempre numeri!), con i toni lieti e puerili del racconto edificante e della propaganda autocelebrativa. Non l'avessero fatto, il giudizio su Meloni e la sua pattuglia di improvvisatori sarebbe ugualmente negativo, ma più rispettoso, per la serie: ce l'hanno messa tutta, po'racci, ma non erano in grado di farcela. Così, invece, quando sarà il momento dei bilanci sarà inevitabile rinfacciare a questo governo il suo stonato trionfalismo.

Cedere alla tentazione della propaganda è un grave difetto di tutti o quasi i governanti — le eccezioni esistono. Ma quella di Meloni è stata, fino a qui, gravemente offensiva nei confronti di un popolo che, con tutti i suoi difetti e i suoi problemi, non è stupido. Sappiamo di non essere una società in rovina, ma neppure in buona salute. Perché non parlarci come si parla agli adulti? Lo sventolio incessante e non sempre congruo del tricolore, l'accusa automatica di antipatriottismo rivolta a qualunque osservazione critica, l'imbarazzante codazzo di militanti travestiti da giornalisti il cui unico obiettivo è inzuccherare i problemi e glorificare «Giorgia»: tutto questo non era obbligatorio. Non serve al Paese e danneggia per primo il governo, il cui unico organo efficiente e in perenne attività, a giudicare dal coro ormai inudibile della propaganda, sono le tonsille.

Buona Pasqua a tutti (a bassa voce).

Il filosofo e il Sepolcro

 



C'è un segreto laico nascosto nel mistero della resurrezione

DI MASSIMO RECALCATI


Il ritorno pasquale di Cristo, il suo sepolcro vuoto, raccontano a tutti gli uomini che qualcosa sopravvive alla morte: una forza indistruttibile, piena di luce, generata dagli incontri importanti della nostra vita. Capaci di lasciare un segno indelebile.

Come è possibile leggere da laici il mistero cristiano della resurrezione? Cosa ci può scuotere di questo racconto-evento se non si possiede il dono della fede?

Il cinismo scientista del nostro tempo alzerebbe a questo punto la sua mano con disincanto per affermare con sicurezza perentoria che nessun uomo può risorgere dalla morte perché la morte è il nostro destino inesorabile. Il racconto-evento della resurrezione di Cristo sarebbe allora una mesta storia di consolazione di fronte al carattere finito e leso della nostra esistenza? Sarebbe, più semplicemente, una fuga di fronte alla realtà inaggirabile della nostra fine? Ebbene contro questo riduzionismo non potremmo invece provare a trarre insegnamento dall'esperienza del risorto?

Intanto si potrebbe notare un'intima contraddizione che permea la narrazione evangelica. Gesù non è un immortale eppure vince la morte. La sua posizione non è quella che viene mitologicamente attribuita agli dei pagani o quella che la filosofia greca riconosceva all'anima, il cui carattere spirituale non può essere imprigionato nel carcere del corpo secondo una celebre immagine platonica. Gesù non scansa affatto la morte ma la incontra e l'attraversa. L'urto con la sua imminenza scava in lui l'angoscia che tocca tutti gli esseri umani di fronte all'approssimarsi della loro fine. Tanto più che tutto il suo insegnamento è stato ispirato da un profondo desiderio di vita. Per questo restituisce la vista ai ciechi e l'udito ai sordi, per questo permette ai paralitici di tornare a camminare e ai lebbrosi di essere mondati, per questo libera gli uomini e le donne dai loro rapporti di dipendenza, per questo sottrae la Legge dallo spirito di vendetta e dalla ritorsione patibolare. Insomma, egli non smette mai nel corso di tutto il suo insegnamento di fare risorgere la vita dalla morte.

La resurrezione non è dunque l'evento nel quale culmina la sua predicazione perché tale predicazione viene costantemente ispirata dalla necessità quotidiana della resurrezione. Gli esseri umani non sono fatti per morire, sosteneva Hannah Arendt, ma per nascere, per nascere un'infinità di volte. Non dunque per morire, ma per insorgere, per risorgere una infinità di volte. Per questa ragione la sua prima preghiera nell'orto del Getsemani è una supplica rivolta al padre affinché la sua propria vita possa continuare a vivere, affinché la festa della vita non termini ma continui eternamente, affinché Egli allontani dalla sua bocca il calice amaro della morte.

Se Gesù fa esperienza della morte, del venerdì e del sabato santo, della croce e della chiusura del suo corpo esangue nel sepolcro, è perché la sua vita è radicalmente umana. Nel Getsemani ha tremato come un uomo, ha sudato sangue come un uomo, ha pianto come un uomo, ha supplicato il padre come un uomo, ha vissuto il tradimento dei suoi e l'assoluto abbandono come un uomo. Nessun Dio lo ha risparmiato dall'essere uomo. Nessun Dio lo ha salvato dal suo essere uomo. La sua croce è in questo senso la nostra croce. Dei credenti e dei non credenti.

Ma è qui che tocchiamo un'altra intima contraddizione nell'evento-racconto della resurrezione. Dopo la sua deposizione dalla croce e la sua sepoltura, dopo la sua separazione dalla vita umana, Gesù riappare ai suoi. Il suo corpo falciato della morte e caduto nel nascondimento del sabato santo, perduto nel buio, ritorna alla luce del giorno. Ma non si tratta della rianimazione magica di un morto o della vita di uno spettro che ritorna dall'Ade. Il sepolcro resta infatti vuoto, non esibisce una presenza ma un'assenza. Ma questa assenza diviene una presenza che irradia. A significare — ed è questa ai miei occhi la lezione laicamente più profonda della Pasqua cristiana — che nella morte non tutto muore. Esiste un resto indistruttibile che non smette di sprigionare luce. È un grande tema biblico: ciò che resta non è semplicemente ciò che sopravvive — il corpo del risorto non è un corpo sopravvissuto alla morte — ma ciò che consente un nuovo inizio.

Accade a Noè, accade a Mosè, accade a Gesù. Un resto indistruttibile testimonia che la morte non può essere l'ultima parola sulla vita. In gioco non è un episodio sovrannaturale ma un incontro che non cessa di ripetersi. Per questo il corpo di Cristo insiste nelle sue apparizioni post-pasquali sulla spiaggia del "mare di Tiberiade", nel camminare a fianco di due suoi discepoli in marcia verso Emmaus o nel mostrare il proprio costato trafitto ai suoi discepoli radunati insieme. Ma — ed ecco la seconda intima contraddizione — mentre insiste nel mostrarsi non può non sottrarsi. «Noli me tangere!» dice perentorio rivolto a Maria Maddalena dopo esserle apparso fuori dal sepolcro. A segnalare che ciò che continua ad esistere dopo la morte non è più nell'ordine della semplice presenza, ma dell'incontro che non cessa di ripetersi.

Gesù non è stato nella sua vita un maestro tra gli altri, ma un evento-incontro che ha trasformato le vite di coloro che ha visitato. Egli non può in questo senso essere cercato tra i morti perché nella forma dell'incontro egli resta sempre vivo. Ma nessuno può possedere né trattenere la sua vita. È quello che accade negli incontri che hanno lasciato in noi un segno indelebile. Lei non è più qui, lui non è più qui, non posso più toccarlo, non posso più raggiungerlo. Ma la sua morte non coincide con la sua sparizione né con la sua putrefazione perché chi non è più qui è ancora qui, è ancora con noi, non cessa di incontrarci. Per questo Gesù può dire ai suoi dopo la sua morte: «Io sono con voi tutti i giorni».