mercoledì 25 gennaio 2023

C’è posta!


Dialogo a distanza tra Chicco Mentana e Travaglio. Il Direttore del TG La7 ha scritto questa lettera al Fatto Quotidiano di oggi:

Caro Marco, leggo sul giornale da te diretto un articolo a firma Alessandro Orsini in cui si afferma testualmente che “i media dominanti hanno assecondato la linea estremista di Biden e la narrazione secondo cui la Russia è uno Stato debolissimo con un esercito di cartone. Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Il Foglio, Libero, Il Giornale, L’Espresso, Radio 24, Enrico Mentana e molti altri irresponsabili hanno fatto a gara a sostenere questa rappresentazione grottesca della realtà”. Il signor Orsini sarà chiamato ovviamente a rispondere di questa offensiva falsificazione, da cui mi piacerebbe che il tuo giornale si dissociasse, al di là della paradossale elezione a “medium dominante” del sottoscritto, direttore del tg sulla rete che ben conosci. 
Un saluto.
Enrico Mentana

Questa è la risposta di Marco Travaglio:

Caro Enrico, sulla guerra abbiamo pubblicato e continuiamo a pubblicare pareri molto diversi, anche opposti. Il mio è più vicino a quello del professor Orsini che al tuo, anche perché il suo mi pare più aderente alla realtà che sempre più drammaticamente sta emergendo. Ma non vedo motivi per cui questa polemica, sicuramente aspra, debba approdare in un tribunale.

Ps. Non sottovalutare il tuo peso, e non solo quantitativo per le centinaia (o migliaia?) di ore di maratone sulla guerra, nel panorama dell’informazione televisiva: se non sei “dominante” tu, chi mai lo è?

M. Trav.

Le pagelle


Le pagelle Lazio Milan


Tatanasega 3

Mentre ho organizzato una dozzina di novene per riportare Mike in campo, continuo a nausearmi nel vedere questo palo con capelli nella porta dei Campioni. Oltre a essere responsabile di almeno due gol, il poveretto non è uscito in svariate  occasioni manco fosse un albino nel deserto del Namib. Vomitevole


Calabria 3 

Ha lasciato la fascia libera agli avversari più di un salone post convention di petomani. Correva e si dibatteva meglio di un’anguilla di Comacchio palesemente ad minchiam. Da percuotere.


Kalulu 4

Si è fatto anticipare sul gol come un idiota sotto anfetamine. Si è involuto peggio dei Jalisse. Impalpabile 


Dest 3

Corre e scatta come se avesse un incendio in casa, non capendoci una mazza. È stato sbeffeggiato sul gol peggio di un ricevitore di torte in faccia. Diuretico


Tonali 5 

Ha combattuto dando tutto se stesso. Ma aveva le munizioni a salve. Sottotono


Bennacer 6

Non ci fosse stato lui la batosta sarebbe stata epocale. Valoroso


Leao 2 

Il suo pressappochismo irrita più che guardare un mappamondo con un terrapiattista; urticante come vedere arrivare l’ascensore dal sedicesimo piano con dentro il campione mondiale di scora, con quell’espressione tra un imbecille e uno che si è appena accorto di aver portato in valigia i moon boot a Bali, ha girovagato a cazzo per tutta la partita, riproponendo la solita finta e il tiro a giro come un turnista alla catena di montaggio. Inverecondo 


Diaz 3

Ha funambolato senza alcuna dignità, impietosendo gli avversari che lo hanno accarezzato con carità cristiana, dispensandogli buffetti e battufolate di borotalco. È in uno stato fisico e mentale tanto pietoso che invoglia a pregare per la sua anima. Scioccante


Messias 5

Si è impegnato correndo sulla fascia. Ma non si può chiedere ad un’Apecar di correre il Gran Premio del Bahrain. Misericordioso


Giroud 3

Probabilmente girandosi troppo precedentemente non comprende più dove sia il davanti e il didietro. Tristezza.


De Kagheler 2

Ogni volta che entra tracanno barbiturici. Ha lo stesso timore di un vegano che entra nella macelleria di Cecchini a Greve in Chianti, di un testimone di Geova che suona alle sette del mattino a casa Tyson. Insignificante.

E poi c'è lui...

 


Ah Peter!

 

Ucraina, avanti così siamo a 90 secondi dalla fine nucleare
di Peter Gomez
Missili e proiettili dalla Corea del Nord. Droni dall’Iran e dall’altra parte presto carri armati Abrams dagli Stati Uniti, Leopard dalla Polonia e pure dalla Germania. Benvenuti nell’Ucraina aggredita da Putin, il Paese dove nei palazzi del governo c’è chi fa affari a colpi di mazzette e al fronte si viene massacrati a colpi di cannone. Secondo le stime dell’esercito norvegese sono 180 mila i militari russi feriti o passati a miglior vita, ma sono almeno 100 mila quelli di Kiev a cui si devono aggiungere circa 30 mila civili uccisi. No, non vanno bene le cose in Ucraina. I russi sono tornati lentamente ad avanzare e i buoni propositi occidentali, come spesso accade in guerra, sono andati a farsi fottere.
Dieci mesi fa tutti i leader, da Joe Biden a Emmanuel Macron, ci spiegavano quanto fosse importante “evitare l’escalation”. Oggi, tranne i missili a lunga gittata, in Ucraina l’Occidente manda di tutto. L’escalation è in atto e verosimilmente durerà per tutto il 2023. I generali americani spiegano che “ben difficilmente” gli uomini di Kiev nei prossimi 12 mesi riusciranno a liberare la loro patria. Così l’orologio dell’Apocalisse, si legge nel bollettino del scienziati atomici, non è mai stato tanto vicino allo zenith: stando alle previsioni degli esperti, solo novanta secondi ci separano dalla fine del mondo nucleare. Ma di negoziati ormai nessuno parla più. Anzi, come ricorda il generale Marco Bertolini, ex capo del Comando operativo vertice interforze e nel 2019 candidato senza fortuna al Parlamento europeo nelle file di Fratelli d’Italia, tutto lascia supporre che prima o poi pure l’Occidente metterà gli stivali sul terreno. “Ci stiamo rassegnando – dice Bertolini – a una guerra che con noi non c’entra niente”.
Del resto basta fare due conti. La Russia ha una popolazione quasi quattro volte più grande dell’Ucraina. Se il regime di Putin tiene – e per ora sta reggendo bene – può richiamare molti più soldati di Kiev. In una guerra di attrito come ormai è diventata quella Ucraina, il numero di uomini impegnati sul terreno fa la differenza. Se ai russi non mancheranno le armi – e per ora al contrario di quanto ci raccontavano non mancano – prima o poi l’Occidente si troverà davanti a un dilemma: lasciare che gli invasori riprendano una veloce avanzata o inviare i nostri militari? Lo sappiamo. Sarebbe la guerra mondiale. Sposterebbe l’orologio atomico avanti di un altro minuto. Ma chi lo può, a questo punto, escludere?
Nelle tante chiacchierate informali che chi scrive ha fatto con molti importanti politici di maggioranza e di opposizione, sempre ci siamo sentiti ripetere: “Sono dei pazzi”. Frase riferita genericamente un po’ a tutti: Putin, Biden, Zelensky e tanti altri. Ma quasi nessuno ha il coraggio di dirlo pubblicamente. Perché le cose potrebbero anche non precipitare. La guerra mondiale o peggio nucleare potrebbe anche non scoppiare. E tutti temono le conseguenze per un’Italia che, in caso di vittoria ucraina o di un cessate il fuoco, si sfila dal fronte occidentale. Chi è appena andato al governo non vuole perdere gli appoggi politici americani ed europei e ha anche paura che gli alleati penalizzino l’Italia economicamente. Chi sta all’opposizione ha dei timori in più: venir massacrato dai media. “La scialuppa è piena di buchi”, ci ha detto un ministro, “ma è l’unica che abbiamo”. Così la politica italiana ci resta aggrappata costringendo i cittadini a fare altrettanto. Pregate tutti di non venir trascinati all’inferno.

Nordio travagliato

 

Nordio Belushi
di Marco Travaglio
Carlo Nordio pensa che raccogliamo firme (quasi 150 mila ormai) per farlo dimettere perché ce l’abbiamo con lui. Nulla di più sbagliato: noi siamo solidali con lui e vorremmo liberarlo di un peso che neppure il suo proverbiale stomaco moquettato è in grado di digerire. Quando B. cancellava i suoi reati dal Codice penale, si dimezzava la prescrizione, tentava di trasferire i suoi giudici e i suoi processi, aboliva l’appello del pm perché un pm aveva appellato una sua assoluzione, non si faceva scrupoli di inventare pietose scuse né si nascondeva dietro i sacri valori, il garantismo, la privacy, la presunzione d’innocenza, l’eredità di Cesare Beccaria (che tendeva a confondere con Cesare Previti): diceva che i magistrati sono matti, un cancro da estirpare, peggio delle Br; rivendicava il diritto di evadere alla festa della Guardia di Finanza; rievocava i tempi in cui andava per assessori “con l’assegno in bocca”; chiedeva di oscurare La Piovra perché danneggia l’Italia; si presentava in tribunale sotto la scritta “La legge è uguale per tutti” per dirsi “più uguale degli altri perché ho preso i voti”. Se Nordio si fosse candidato con FI, che poi è proprio il suo habitat naturale, potrebbe dirlo papale papale: “Signori, mi han fatto ministro per distruggere definitivamente la Giustizia e impedire che corrotti, corruttori, truffatori, peculatori, frodatori, evasori, abusatori d’ufficio, trafficanti d’influenze, truccatori di appalti, mafiosi col colletto bianco siano intercettati, scoperti, processati, condannati, arrestati ed espulsi dalla vita pubblica. Quindi non rompetemi le palle: è una vita che sogno di vendicarmi dei colleghi che, diversamente da me, ce l’hanno fatta”.
Invece non può, perché s’è incomprensibilmente candidato con FdI (che incomprensibilmente l’ha candidato e fatto ministro): un partito che dice (e sottolineo dice) di battersi contro mafia e corruzione, per la legalità e financo per la certezza della pena. Quindi è lì che si arrabatta da mane a sera per escogitare scuse tipo Blues Brothers (“Ero senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, e le cavallette!”). La più esilarante è che lui attacca le intercettazioni per evitare abusi mediatici: come se il ministro della Salute attaccasse il bisturi perché si può usarlo per sgozzare qualcuno. In ogni caso ieri il Garante della Privacy ha seppellito il suo alibi: dal 2020, dopo le riforme Orlando e Bonafede, gli abusi mediatici – già risibili prima – sono scesi a zero. E ora gli tocca inventarsene un’altra. Ma è vita, questa? Dia retta, torni a casetta. Alla sua età, il free climbing sugli specchi può essere letale.

L'Amaca

 

Tutto quello che ci fa male
DI MICHELE SERRA
Si susseguono da giorni, sui media di ogni ordine e grado, le informazioni sulla pericolosità dell’alcol per la salute umana. Suggeriscono una drastica astinenza, e non lo fanno per spirito quaresimale, ma sulla base della ricerca medica e di riscontri scientifici.
Il problema è che lo si sapeva già. E nonostante lo si sappia, una cantina ben munita non solo non incute timore, ma mette allegria: perché fa pensare al convivio, agli amici, a quella comune e condivisa dissipazione quotidiana che chiamiamo vita.
Di molte sostanze, attività, comportamenti, conosciamo la nocività, ma ne sperimentiamo, al tempo stesso, anche la piacevolezza, secondo il vecchio detto popolare che le cose buone sono anche quelle che fanno male. Fa male mangiare troppo condito, fa male l’indolenza fisica, fanno male il vino e il tabacco, fa male l’eros quando mette a repentaglio il raziocinio, fanno male le passioni troppo accese (basti pensare alla politica), fa male il poco sonno e dunque l’abuso del proprio tempo. Oserei dire, in sostanza, che fa male vivere. Ma nonostante la vita ci accompagni ogni giorno un poco di più verso la morte, noi viviamo lo stesso, e anzi forse proprio per questo viviamo più intensamente.
Questo non significa, ovviamente, che non servano misura e temperanza. Servono.
Evitano la deriva. Mantengono la rotta, e la dignità dei naviganti. Ma l’idea di una vita asettica, sanissima, virtuosissima, è anche l’idea di una pagina intonsa, sulla quale nessuno ha osato scrivere neppure una riga. Si beve un bicchiere, dunque, e a volte anche due, per festeggiare la vita, come disse il padre di tutti i convivi, Sandro Veronelli. La morte aleggia su ogni brindisi perché aleggia su ogni vita. Evoè!

Tic toc

 

L’incubo atomico
Il ticchettio sinistro dell’orologio anti Apocalisse

di Gabriele Romagnoli

Se un orologio fermo ha ragione due volte al giorno, quello dell’apocalisse può averla almeno una volta. Si può soltanto sperare che non sia questa. Il Bollettino degli scienziati atomici ha appena spostato le lancette che, secondo le loro considerazioni e previsioni, avvicinano alla fine del mondo. Ora sono ad appena 90 secondi dalla simbolica mezzanotte che indica il traguardo dei tempi. Mai state così prossime, neppure durante la crisi dei missili di Cuba, le guerre del Golfo o dopo l’11 settembre. L’anno scorso, all’inizio del conflitto in Ucraina, erano a 100 secondi, due anni fa, in piena pandemia, a 120. Che cosa ha determinato questo avanzamento al punto più critico mai toccato? Il fatto che il comunicato sia per la prima volta in tre lingue è un indizio. Lo è perché al tradizionale uso dell’inglese sono stati accostati quello del russo e dell’ucraino. A dire: è lìche sta ticchettando il congegno, lì che sono state innescate le complicazioni dell’orologio e ancora lì sta proseguendo il conto alla rovescia che potrebbe lasciarci, quanto ancora? Novanta secondi sono un allarme e non una misura. Le valutazioni degli scienziati-orologiai sono una proporzione che ha parametri non definiti. Serve a scuotere le coscienze, come si fa allacciando al polso un cronometro che ha perso il battito. Sono attendibili? In parte. Ma la vera domanda è un’altra: è davvero questo il problema? È l’esattezza scientifica della misurazione o la sensazione che ne sta alla base e quest’ultima si fonda soltanto su quel che vediamo o piuttosto su quel che non vediamo?
Con ordine. Ogni annuncio di spostamento di queste letali lancette è accolto con reazioni opposte: da un lato sollievo (se arretrano o restano immobili) o timore (se vanno avanti) dall’altro scherno. Quest’ultimo atteggiamento è di chi ritiene si stia gridando “Al lupo! Al lupo!”, ma non si abbia alcuna prova della sua presenza all’orizzonte, né dei suoi movimenti. In affetti quando lo strumento fu creato, nel 1947, le lancette furono messe a 7 minuti dalla sovrapposizione per considerazioni empiriche, proprio come quelle che ne hanno poi determinato gli spostamenti. È evidente che l’orologio ha un valore metaforico. Non segue criteri codificati. Non è un mezzo, è un messaggio. È il modo in cui la comunità scientifica lancia un avvertimento. È come il monito delpresidente della Repubblica nel suo discorso di fine anno o l’appello del papa all’Angelus. Quindici anni fa venne calcolato che se il movimento delle lancette fosse proseguito con la stessa velocità il mondo sarebbe finito nel 2157. Al passo attuale (dieci secondi per anno, quindici se valutiamo la media dell’ultimo biennio) si arriverebbe appena oltre il 2030. Ma non c’è costanza nella Storia.
Accelera senza preavviso. Viene determinata da fattori che sfuggono ai radar. “Scienza politica” è un ossimoro: mette insieme termini non accostabili. A quale legge obbedisce la strategia di Putin? Quale statistica può applicarsi al comportamento dell’Europa con una guerra alle sue porte? Neppure il cambiamento climatico ha una progressione certa, basterebbe una sterzata decisa dai governi di tutto il mondo, per quanto utopistica, a rallentare, fermare, se non invertire la corsa.
Eppure gli scienziati atomici hanno sentito il ticchettio avvicinarsi. Ancor più, non hanno invece sentito qualcos’altro che solitamente lo accompagnava. Anche noi possiamo udire lo stesso suono minaccioso: è nelle dichiarazioni che contengono la parola guerra accanto all’aggettivo “reale”, nelle volontà espresse di fornire nuovi armamenti, nelle contromosse che seguiranno. Che cosa non si sente, invece? La reazione di massa a quel che sta succedendo. Una miccia così pericolosa è ridotta a confine da talk show: di qua chi dà le colpe a questo, di là chi dà le colpe a quello. C’è stato più baccano intorno alle opinioni di un professore che alle azioni di un dittatore. Il suo avversario? “Mamma chi è quel signore?” “Un superospite di Sanremo”. Le manifestazioni? Meme su Tik Tok. E certo che l’orologio fa proprio così. Ma dai, mica esploderà davvero? Possiamo sempre guardarci l’ultimo Top Gun, perché a 90 secondi dal disastro Maverick sa sempre cosa fare per uscire dai guai. Oltre, potrebbe essere troppo tardi, perfino per Tom Cruise.