mercoledì 22 giugno 2022

Richiesta



C’è qualcuno che mi può spiegare il termine “coerenza”? Chiedo per un amico…

Basiti



Spiegare a mente fredda quello che i bulbi oculari hanno visto, le coclee udito, le sinapsi elaborato, è impresa immane se non impossibile. Chi era presente si è trovato dinnanzi ad una delle migliori esibizioni live di una rock band, con picchi che han lasciato basiti gli astanti, tra loro per fortuna anche molti giovani, che si spera, essere avviati verso questo genere musicale unico ed irripetibile. La voce di Mick Jagger è la stessa di venti, trenta anni fa, la sua gestualità ed il ritmo insufflato ai sessanta mila idem. La chitarra di Keith ha raggiunto vette epocali, Ron si è preso anch’egli la sua parte di gloria, nel tripudio generale; ottimi, come sempre, batteria, basso, coro, tastiere e fiati. Insomma, quello che emerge da questo amplesso col Rock è che al momento, come da cinquant’anni a questa parte, nessuno può scalfire il titolo di migliore rock & roll band del globo a questi giovani oramai ottantenni. E l’imponderabile sta proprio qui!

Che ho visto!

 


Ieri sera sono andato a Milano, San Siro, a vedere l'ennesimo concerto dei Rolling Stones! Difficile spiegare, quasi impossibile, le sensazioni ricevute nel vedere uno delle loro migliori prestazioni, da sempre, alla soglia degli ottant'anni! 

Inspiegabile il clima, il coinvolgimento, la vitalità di Jagger, la chitarra di Keith, di Ron. Inspiegabile come possano ancora oggi presentarsi in questa versione che ha lasciato attoniti e sbalorditi gli oltre sessantamila presenti. 

Si, i Rolling sono il Rock, i Rolling anche oggi sono il top per i concerti dal vivo. Nessuno da oltre quarant'anni riesce a superarli live. 

Inspiegabile veramente, credetemi! 

Sono ancora adesso basito difronte a sì tanta energia. 

W il Rock, W gli Stones! 

Robecchi e il Centro

 

Che originali Letta, Calenda e Renzi: l’unica “strategia” è puntare al centro
di Alessandro Robecchi
Bevete molta acqua, mangiate la frutta e si vince al centro. L’antica saggezza ci colpisce ogni minuto, è una specie di ritornello che echeggia ovunque, un’esortazione, quasi un ordine. È un po’ come lo sport, o il sesso, che più se ne parla e meno se ne fa: se il famoso centro avesse un voto ogni volta che sui giornali si legge “si vince al centro”, avrebbe il 110 per cento. Diciamolo: è un argomento in cui sarebbe ora di mettere un po’ d’ordine, perché ormai sappiamo che una iattura del Paese (una delle) è l’affollamento di volenterosi costruttori di centri, che nelle intenzioni dovrebbero essere più centrali dei centri esistenti, che già sono parecchi. Gli ultimi boatos riguardano un ipotetico centro dal fantasioso nome “L’Italia c’è” (Matteo, sei tu?), che dovrebbe contenere i soliti noti e meno noti, cioè Calenda Carlo e la pattuglia di Più Europa (e alé, una cabina del telefono l’abbiamo riempita), con la leadership affidata al sindaco di Milano Beppe Sala.
L’altro grande costruttore di centri, Renzi Matteo, si sbraccia per un centro più tecnocratico ed elitario che lui chiama “Area Draghi”, cioè tutti quelli che ci sono nel governo Draghi tranne quelli che stanno nel governo Draghi ma non piacciono a lui, e che forse interpreta come l’unica maniera per avere un seggio da qualche parte. Poi c’è un ancora più grande centro, detto Campo largo, ambizione di Letta Enrico, che vorrebbe in qualche modo federare intorno al Pd – grande forza di centro – tutti gli altri fabbri e carpentieri dei centri in costruzione, più forse qualcuno che sta più a sinistra, ma che poi, tranquilli, quando si vota in Parlamento (che so, per le armi) vota come il centro.
Per lisergico paradosso, la formula “si vince al centro” ha avuto sulla stampa italiana una discreta impennata proprio mentre in Francia il centro macroniano prendeva una sberla solenne, anzi due: una da destra e una da sinistra, e se si hanno sotto gli occhi i risultati francesi, la frase “Si vince al centro” sembra un commento sarcastico-perculante. Coerentemente, tutto il centro possibile e immaginabile italiano, non ha quasi commentato le elezioni francesi e tutti i titoli sono per Le Pen trionfante e per il Napoleone centrista acciaccato. Se si parla di una sinistra unita e plurale, che ha ottenuto un risultato storico, e che è la prima forza d’opposizione in Francia, si scartabella nel tradizionale armamentario dialettico centrista: Mélenchon e i suoi sono populisti, anti-sistema, il Chavez francese, estremisti, anti-atlantici e aggiungere insulti a piacere.
Naturalmente non dovete pensare al centro come a un puntino statico, ma a una sostanza collosa che si muove nel tempo e nello spazio. Oggi in Italia le disavventure del marketing fanno in modo che ci sia una certa confusione: la più grande e magmatica forza di centro, il famoso Campo largo, si ostina a dirsi “sinistra”, che è un po’ come quelle fighettissime botteghe milanesi che vendono aperitivi a venti euro ma mantengono l’antica insegna novecentesca: fabbro, o lavanderia. E poi c’è pure la questione geografica, perché membri illustri del famoso centrissimo twittano sentite felicitazioni alla sinistra che vince in Colombia (la Colombia è lontana), ma zero commenti sulla sinistra francese resuscitata (anzi è una bella seccatura). Resta l’impareggiabile spettacolo di arte varia di tutti quegli omini, operosi e intervistati ogni giorno, che si affannano a costruire centro in un posto dove, se ti guardi in giro, non c’è altro che centro.

Travaglio

 

L’Etat c’est Lui
di Marco Travaglio
Putin ha già vinto. Non tanto in Ucraina, dove purtroppo continua ad avanzare. Quanto in Italia, dove il Parlamento è ormai ridotto a una parodia della Duma. Ci si attendeva un soprassalto di dignità del fu Potere Legislativo dinanzi a un governo che lo bypassa sistematicamente e lo degrada ad aula sorda e grigia, anzi a bivacco di manipoli. Dinanzi a un premier che pensa di dover informare le Camere di quel che fa, anziché chiedere alle Camere cosa deve fare. E dinanzi al sottosegretario Amendola che, alla richiesta di M5S e Leu al governo di presentarsi alle Camere prima di decisioni importanti (come Conte a ogni Dpcm), risponde: “Impossibile: vorrebbe dire che il governo è commissariato dal Parlamento” (salvo poi cedere sul punto). La versione moderna di L’Etat c’est moi del Re Sole. I pieni poteri sognati da Salvini sono cosa fatta e a tutti (o quasi) sta bene così.
L’aspetto più avvilente del presunto “dibattito” parlamentare, insieme alla distanza siderale dalla realtà dell’Ucraina e dal comune sentire degli italiani, era proprio il mantra dei governisti: non vorremmo essere qui, ci scusiamo di disturbare il manovratore, promettiamo di non farlo più. A parte rari interventi raziocinanti, era il campionato mondiale di adulazione al Capo, un sequel della saga di Fantozzi. Casini ricordava che i dittatori sono più svelti dei governi democratici, ergo il Parlamento non rompa: Draghi parla, le Camere applaudono e tutti a casa. Monti sosteneva che non è il momento di dar voce al Parlamento (che sull’Ucraina non si riuniva dal 3 marzo) perché il premier ha altro da fare. Richetti, l’altro calendiano oltre a Calenda, esortava Draghi a “resistere” non si sa bene a chi, dipingendolo come un San Sebastiano trafitto “h 24” da feroci quanto imprecisati oppositori (forse gli uomini invisibili che stringono la mano a Biden). Infatti il fratello d’Italia, teoricamente oppositore, era più governativo dei governativi. I cui interventi – M5S, Leu e Lega esclusi – erano un coro di vestali del culto mariano e servi encomi ai trionfi diplomatici del premier, peraltro mai visti. Alcuni davano una leccatina pure a Di Maio che, conscio dell’ora grave, era impegnatissimo a reclutare truppe per il nuovo Partitino della Poltroncina dopo Udeur, Ncd e Iv. Le sole deviazioni dal discorso unico del partito unico erano gli insulti a chi vuol ridiscutere l’invio a casaccio di armi e agli analisti non allineati (“prezzolati da Mosca”), non bastando le liste di proscrizione. Ma alla fine anche quel penoso dibattito, impensabile in una democrazia ma perfetto per la Russia e la Corea del Nord, ha avuto la sua utilità. Ci ha svelato il nuovo articolo 11 della Costituzione, ancora secretato come i bollettini del Dis: “L’Italia ripudia la Costituzione”.