martedì 16 febbraio 2021

Gran bel pezzo!

 

Una perversione chiamata mafia nella solitudine del Mezzogiorno

di Isaia Sales

Oggi in tanti richiamano l’attenzione sul pericolo che le mafie possano diventare protagoniste della complicata fase economica che si è aperta con la pandemia. A volte anche con qualche esagerazione. Ma c’è stato un lungo periodo storico in cui non pochi studiosi, diversi esponenti politici e addirittura una parte consistente della magistratura, ritenevano che le mafie non esistessero come organizzazioni strutturate e che tutt’al più fossero solo espressione di un carattere bollente degli abitanti di alcune regioni meridionali, di una loro arcaica e personale concezione della giustizia. E quando a partire dalla seconda metà degli anni ottanta del Novecento è entrata sulla scena politico-giudiziaria l’antimafia, cioè una risposta finalmente adeguata sul piano legislativo/ repressivo, essa è stata sempre guardata con sospetto e diffidenza da ampi settori della politica, della stessa magistratura e anche della pubblica opinione. Non è stato facile (e non lo è ancora oggi) far capire che le mafie non sono forme criminali fisiologiche come ce ne sono state nel passato e ce ne saranno nel futuro. 
Quando si analizzano le cifre di questo originale fenomeno criminale, si resta impressionati dallo stretto rapporto con la società circostante, con la politica nazionale e locale, con gli esponenti del mondo imprenditoriale e delle professioni, con le forze dell’ordine e spesso con uomini di chiesa. I mafiosi sono i primi criminali nella storia che hanno trasformato la loro violenza in potere stabile e duraturo attraverso le relazioni intrecciate con coloro che avrebbero dovuto isolarli, contrastarli e reprimerli. La loro storia non può essere affatto separata dalla storia delle classi dirigenti del nostro Paese. Semplici organizzazioni criminali, infatti, non sarebbero riuscite a durare tanto a lungo né tantomeno a raggiungere un tale potere se non nel quadro di reciproche relazioni con il mondo politico-istituzionale che ad esse si sarebbe dovuto contrapporre. Sono i dati a consolidare questo convincimento.

Migliaia e migliaia di morti ammazzati dal 1861 in poi, di cui almeno 10.000 negli ultimi 30 anni del Novecento. Almeno 1000 civili caduti, tra cui 84 donne e 71 bambini. Centinaia e centinaia di imprenditori, commercianti, sindaci, amministratori locali uccisi. Settanta tra sindacalisti e capilega ammazzati tra il 1905 e il 1966. Quindici magistrati uccisi (più dei 10 caduti per mano dei terroristi rossi e neri), e centinaia di vittime tra le forze dell’ordine, tra cui diversi in attentati mirati. Nove giornalisti ammazzati, tanti ancora oggi minacciati e intimiditi. Secondo i calcoli di Enrico Deaglio, a Palermo e provincia solo tra il 1981 e il 1983 ci sono stati più di 1000 morti. A Napoli, Caserta e Salerno si sono verificati 1598 omicidi solo tra il 1975 e il 1985. A Catania 1000 e a Reggio Calabria 2000 nel periodo 1980/1993. E la mattanza è continuata tra la fine del Novecento ad oggi con altri 3000 delitti commessi nonostante l’enorme calo registratosi in Sicilia. E non sono mancati delitti di mafia al Centro- Nord (il primo eccellente è quello del magistrato Bruno Caccia a Torino nel 1983) con Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia- Romagna che hanno assunto un ruolo centrale negli equilibri mafiosi, in particolare di quelli ?dranghetisti. La nazionalizzazione delle mafie, cioè il loro vasto radicamento nel Centro-Nord, è sicuramente il fenomeno politico-criminale più significativo dell’ultimo trentennio.
Dal 2004 al 2020 sono stati arrestati 76.600 affiliati alle diverse organizzazioni mafiose, di cui almeno 10.000 condannati a lunghi anni di carcere; 759 sono oggi reclusi al 41 bis, il carcere speciale per i mafiosi. È stata adottata una legislazione speciale che non ha analogie in nessun’altra nazione in tempi di pace. Ben 209.108 sono i beni interessati a misure di sequestro e confisca per un valore di 21,7 miliardi di euro, di cui 97.378 immobili e ben 15.059 aziende. Ci sono stati, infine, ben 352 decreti di scioglimento di comuni (tra cui una città capoluogo, una Provincia e diverse aziende che gestiscono la sanità pubblica) in cui il nemico ha fortemente condizionato la gestione della vita amministrativa di intere comunità.
Sono solo alcune cifre di una tragedia nazionale che non è finita affatto e che continua con almeno 10.000 soldati di questo esercito criminale ancora in azione, che continua a detenere una forza economica impressionante. Il ministero dell’Interno, in un recente studio, ha stimato le attuali entrate economiche della camorra in 3750 milioni di euro, quelle della ?drangheta in 3491, mentre Cosa Nostra si attesta a 1874 milioni di euro e la criminalità pugliese a 1124.

Ciò che colpisce delle mafie è, appunto, la loro lunga durata storica, una presenza che si protrae inarrestabile da due secoli, dai Borbone allo Stato unitario, sopravvivendo al fascismo e ripresentandosi in grande stile nel secondo dopoguerra fino a segnare alcuni dei tratti fondamentali della nostra storia contemporanea. Le mafie sono una forma di arcaicità che ha avuto successo, un residuo feudale che si è trovato a proprio agio nella contemporaneità. Un caso di assoluta originalità e di apparente inspiegabilità: potremmo definirla la più impressionante dinamica della permanenza (per usare le parole di Lucio Caracciolo) nella storia e nella società italiane. Come mai hanno resistito tanto a lungo? Come mai non sono state eliminate nonostante la fortissima repressione a cui sono state sottoposte negli ultimi tre decenni e mezzo dopo aver goduto di più di un secolo di una incredibile impunità?
Tutte le forme criminali che hanno contrapposto il loro potere armato allo Stato moderno sono state sconfitte. L’Italia post unitaria sradicò il brigantaggio in meno di un decennio (causando più morti di tutte le guerre di indipendenza messe insieme). Nel secondo dopoguerra ha debellato il terrorismo etnico in Alto Adige, il separatismo siciliano, il terrorismo politico delle Brigate Rosse e dei neofascisti, il banditismo in Sardegna, i sequestri di persona. Le mafie no.
È imparagonabile, ad esempio, ciò che l’Italia ha fatto contro il terrorismo p olitico tra gli anni ’70/’80 del Novecento (che aveva causato un numero di vittime inferiore a 100, escludendo le stragi) rispetto a ciò che ha fatto contro le mafie. Anzi la lotta al terrorismo politico fece passare sotto silenzio in quegli anni il problema delle mafie al Sud. I migliori investigatori furono usati contro le Brigate Rosse. E fu proprio in quel periodo che la mafia siciliana, indisturbata, aprì delle proprie raffinerie di droga nell’isola e assunse un ruolo centrale nel narcotraffico internazionale e, contemporaneamente, i clan camorristici e le ?drine calabresi divennero protagonisti sulla scena criminale. Ma perché lo Stato è apparso efficiente contro il terrorismo (e contro le precedenti forme criminali) e non contro le mafie? La risposta è molto semplice. I terroristi erano esterni allo Stato, volevano abbatterlo. I mafiosi no, non sono in guerra contro di esso, o in ogni caso non sentono lo Stato avversario, ma solo singoli uomini che lo rappresentano. Inoltre, il terrorismo in genere non è una componente dell’economia mentre le mafie sì. L’economia criminale è contro le leggi dello Stato ma non contro quelle di mercato. Il ricorso ai mafiosi negli affari comincia a presentarsi come una risposta strutturale alle esigenze di una parte dell’economia di mercato.

Tutto ciò ci porta a dire che vanno espulse dal lessico pubblico sulle mafie tre valutazioni sbagliate: che c’è stata una vera guerra tra Stato italiano e mafie; che le mafie rappresentano un antistato; che esse sono espressione di una arretratezza economica.

La lotta alle mafie è un campo dove il linguaggio militare non ha nessuna efficacia per spiegarne gli interessi in gioco, seguirne gli andamenti e individuare i contendenti. Questa lotta ha sicuramente i tratti di una guerra civile perché i soldati sono italiani, e di una guerra totale perché miete vittime da più di un secolo e mezzo e ultimamente in tutto il territorio nazionale. Ma le analogie con la guerra si fermano qui. D’altra parte l’impegno repressivo dello Stato è cominciato seriamente solo qualche decennio fa e in diversi territori si può tranquillamente affermare che si è a lungo protratto un duopolio nell’uso della violenza e un duopolio della tassazione (tasse allo Stato e pizzo alle mafie). E poi, che guerra è questa se i nemici spesso sono amici? Se i nemici con i loro voti hanno contribuito a fare eleggere in ruoli istituzionali i loro amici? E se il nemico è foraggiato con i soldi che lo Stato investe nei lavori pubblici? Che guerra è questa se le attività economiche illegali (contrabbando di sigarette, prostituzione e traffico di droga) fanno parte ufficialmente del Pil nazionale, concorrono cioè alla ricchezza del Paese? Che guerra è questa se il nemico si rafforza economicamente spostandosi tranquillamente da un territorio all’altro, si radica nel Centro-Nord e lì costruisce nuove casematte di consenso? Insomma, non è affatto una guerra quella in cui i nemici dichiarati hanno relazioni permanenti con coloro che dovrebbero combatterli!
Scriveva argutamente Giovanni Falcone: «Il dialogo Stato-Mafia, con gli alti e bassi tra i due ordinamenti, dimostra chiaramente che Cosa nostra non è un anti- Stato, ma piuttosto una organizzazione parallela», un potere riconosciuto e legittimato nel corso del tempo da chi il potere istituzionale lo esercita ufficialmente. Se è esistita una politica senza mafia, non è mai capitato che si consolidasse un potere mafioso senza un rapporto con la politica e le istituzioni. Esistono Stati senza mafie, ma mai una mafia che non utilizzi i rapporti con lo Stato e i suoi rappresentanti.
Purtroppo il rapporto perverso tra violenza e potere non è stato mai risolto definitivamente in Italia. È questo uno dei buchi neri della nostra democrazia e della nostra fragile statualità. Il canone del potere in Italia sembra oscillare tra giustificazione della violenza, furbizia e spregiudicatezza, tra Il Principe di Machiavelli e Todo modo di Sciascia. Girolamo Li Causi, il dirigente comunista siciliano che la lotta alla mafia la fece in prima persona, diceva: «Se vuoi capire l’Italia, studia la mafia, interrogati sul suo successo ». E aveva ragione.

Si possono combattere le mafie senza leggi speciali? E senza mettere in campo una reazione più ampia di quella militare-repressiva? Coniugare diritti fondamentali con l’esigenza che lo Stato faccia sul serio lo Stato è una questione aperta e non banale. Ma se la sfida si pone a questa altezza è necessario rivedere alcuni cardini della strategia contro le mafie. A partire dalla norma sullo scioglimento dei consigli comunali: c’è una discrezionalità troppo ampia nella sua applicazione, i funzionari prefettizi non sempre sono all’altezza dei compiti loro assegnati come commissari, in molte realtà gli organi dello Stato appaiono inflessibili più verso i piccoli comuni che verso i grandi. Quando poi si arriva a constatare che ben 78 comuni sono stati sciolti più di una volta, e a volte per ben tre volte (e si potrebbe arrivare addirittura alla quarta!) vuol dire che la legge non è più efficace. Le leggi in genere devono fornire senso dello Stato non paura dello Stato agli amministratori onesti, altrimenti si arriva ad una eterogenesi dei fini: si allontanano i migliori dalla politica locale. Così come si deve radicalmente cambiare passo nell’utilizzo dei beni confiscati, dando la massima attenzione agli aspetti economici della questione: su migliaia di imprese confiscate pochissime sono state rimesse sul mercato. È impressionante la sproporzione tra il valore della ricchezza sottratta ai mafiosi e il ritorno economico per i territori interessati. Finora non è stato dimostrato (nonostante encomiabili eccezioni) che sottraendo i soldi alle mafie si aumenta la ricchezza collettiva.
La lotta antimafia non è un pallino di orde di fanatici che si sono inventati un pericolo che non c’è o che l’hanno ad arte esagerato. E in ogni caso meglio un eccesso di attenzione alle mafie che quel negazionismo su di esse che ha segnato i primi trent’ anni dell’Italia repubblicana. Caratteristica del movimento antimafia negli ultimi decenni è l’affiancamento a chi è preposto all’azione di contrasto di un originale movimento d’opinione prima inesistente. Che questo affiancamento civile abbia potuto generare forme di fanatismo, o di disconoscimento delle garanzie minime di uno Stato di diritto, è fuori dubbio. E vanno assolutamente riportate a sobrietà tutte le persone che operano nel campo, a partire dai magistrati. Ma non si può rimpiangere minimamente la situazione precedente.

Per esempio, come non si fa a cogliere il valore dirompente dell’organizzazione dei familiari delle vittime. Il dolore privato si è trasformato in dolore pubblico, rompendo un altro tabù in base al quale la morte violenta doveva essere tenuta dentro le pareti domestiche. I familiari hanno invertito la rassegnazione e la dimensione privata delle loro tragedie, spingendo le istituzioni a intitolare strade, aule, biblioteche ai loro cari caduti, scrivendo biografie, ispirando mostre, romanzi, film, opere teatrali, canzoni. Sulla base di esperienze fatte in altri contesti (le madri e le nonne dei desaparecidos in Argentina e in Cile) il movimento antimafia si è impegnato a che nessuna vittima innocente debba essere dimenticata. E quando il dolore privato si espone sulla scena pubblica ci possono essere eccessi e qualche protagonismo di troppo (dovuto anche alla non totale elaborazione del lutto da parte di alcuni familiari). Ma meglio il valore dirompente e a volte non equilibrato del dolore pubblico che la rassegnazione privata. Nel Sud tutto ciò è ancora più significativo perché si è dimostrato che in queste terre ci sono state sì le mafie, ma anche chi le ha combattute. In Italia gli eroi civili del secondo dopoguerra sono quasi tutti meridionali, e la lotta antimafia rappresenta il più originale contributo della società civile meridionale ai valori condivisi della nazione.

lunedì 15 febbraio 2021

Pensierino

 Siamo dunque alle solite: da una parte i tecnici, gli scienziati, i virologi ad informarci, a suggerirci azioni tempestivi in grado di bloccare la probabilissima recrudescenza pandemica. Dall'altra il classico manipolo di ignoranti, capitanati dal Capitano di 'sta ceppa, indomito a cavalcare l'onda di sdegno di chi effettivamente sta pagando un prezzo alto per le misure restrittive. Ma non vi è alcuna possibilità di mediare, di addolcire la triste realtà che a volte siamo portati a dimenticare. Per di più è acclarato che le varianti del Bastardo sono già presenti nel nostro paese. Di conseguenza è inutile che Cazzari ed ebeti culturali, s'affannino ad emergere col il lamento proprio di chi bada esclusivamente al sodo, la famigerata percentuale di consensi, infischiandosene altamente se tra non molto ripiomberemo nel pozzo profondo della contagiosità, circondati da decessi e ricoveri in alta intensità. La patata bollente ora è in mani dragoniane, l'uomo per bene è alla finestra, ad assistere alla logica degli interventi, al mugugno dei manigoldi, e alle future restrizioni. Cazzaro permettendo.

Ansia da pista

 


domenica 14 febbraio 2021

Governo Travagliato

 

Il governo Dragarella
di Marco Travaglio
Siccome ogni Restaurazione ha i suoi rituali, non avrebbe guastato se il governo Dragarella avesse giurato in uniforme da Congresso di Vienna: parrucche imbiancate con codini e fiocchi neri, volti incipriati e impomatati, marsine a coda, culotte, scarpe a punta. Invece i nuovi (si fa per dire) ministri erano tutti in borghese, per non farsi riconoscere. Avevamo promesso un giudizio sul governo quando ne avessimo visti i ministri (per il programma c’è tempo: uscirà dal cilindro di Super Mario un minuto prima della fiducia, o forse dopo, fa lo stesso: è il ritorno della democrazia dopo la feroce dittatura contiana, come direbbe Sabino Cassese). E il momento è arrivato.
Ministri. Il bottino di 209 miliardi del Recovery se lo pappano il premier, il suo amico Giorgetti (Mise) e i suoi tecnici, cioè gli uomini delle lobby: Franco (Mef e Bankitalia), Cingolani (renzian-leopoldino di Leonardo- Finmeccanica che Grillo ha scambiato per grillino) e Colao (Morgan Stanley, McKinsey, Omnitel, Vodafone, Rcs, Unilever, Verizon, con breve parentesi di incompetenza quando lo chiamò Conte per il piano-fuffa Fase-2 e ora tornato il genio di prima); più Giovannini (ottimo prof di statistica alle Infrastrutture). Del resto Draghi se ne infischia e lascia pasturare i partiti con i loro nanerottoli, scelti aumma aumma dai Quirinal Men: so’ criature.
Pandemia. Speranza resta alla Salute, per la gioia di Salvini e dei teorici della “dittatura sanitaria” e del “riaprire tutto”. Ma arriva la Gelmini alle Regioni al posto di Boccia, protagonista di epici scontri con gli sgovernatori. Sarà uno spasso vederla genuflessa alle loro mattane. Al suo fianco, come viceministro, vedremmo bene Bertolaso. E, commissario al posto di Arcuri, troppo efficiente sui vaccini, il mitico Gallera: era stanco, ma si sarà riposato.
Discontinuità. Undici ministri, la metà del governo Draghi, vengono dal Conte-2: i 9 confermati più Colao più il neotitolare dell’Istruzione Bianchi, capo della task force dell’Azzolina per la scuola (tecnico del congiuntivo, dice “speriamo che faremo bene”, ma non è grillino, quindi è licenza poetica). E ora chi la avverte la Concita del “basta ministri scadenti, arrivano quelli bravi”? Fatti fuori Conte, Bonafede, Gualtieri, Amendola e regalato il Recovery ai soliti noti, si digerisce tutto.
Cielle. I garruli squittii di Cassese a edicole unificate indicano che, dopo il lungo digiuno del Conte-1 e del Conte-2, qualche protégé l’ha piazzato. Tipo Marta Cartabia, Guardasigilli di scuola ciellina (come la ministra dell’Università, Cristina Messa), ma pure napolitaniana e mattarelliana, celebre per l’abilità di non dire nulla, ma di dirlo benissimo, fra gridolini estatici di giubilo.
Di lei si sa che sogna “una giustizia dal volto umano” (apperò) e una “pena che guarda al futuro” (urca). Ora, più prosaicamente, dovrà dare subito il parere del governo sul ritorno della prescrizione, previa seduta spiritica con Eleanor Roosevelt che – assicura il Corriere – è “tra le figure femminili ‘decisive’ per la sua formazione” (accipicchia).
Pd. Sistemati tutti i capicorrente Franceschini (al quinto governo), Guerini e Orlando, prende pure l’Istruzione con il finto tecnico Bianchi, due volte assessore dem in Emilia-Romagna: 4 ministri come il M5S, che però ha il doppio di seggi.
5Stelle. Machiavellici alla rovescia, sapevano che senza di loro il Pd e Leu si sarebbero sfilati e Draghi, per non finire ostaggio delle destre, avrebbe rinunciato. Bastava mettersi in attesa e, se proprio Grillo voleva entrare, dettare condizioni minime: Giustizia, Lavoro, Istruzione, Mise o Transizione Ecologica. Invece han detto subito di sì, presentandosi a Draghi con le brache calate e le mani alzate. E hanno ammainato le loro bandiere Bonafede, Azzolina e Catalfo (con Reddito e Inps). Risultato: SuperMario li ha sterminati e pure umiliati, con i pesanti ma inutili Esteri a Di Maio, Patuanelli degradato dal Mise all’Agricoltura, più i Rapporti col Parlamento e Politiche giovanili (sventata la Marina mercantile, ma solo perché non c’è più). Ciliegina sulla torta: la Transizione Ecologica, subito dimezzata, è finita a un renziano. Meno male che Draghi era grillino: figurarsi se non lo era. Insomma: aperta finalmente la scatoletta di tonno, i 5Stelle hanno scoperto che il tonno erano loro.
FI-Lega. Il capolavoro del Rignanese, prima di tramutare Iv da ago della bilancia a pelo superfluo, è aver riportato Salvini e B. al governo. Il resto l’han fatto Draghi e Mattarella, regalando alla destra un governo tutto nordista e i ministeri politici più lucrosi: Mise e Turismo (Giorgetti e Garavaglia), Pa (Brunetta), Regioni (Gelmini) e Sud (Carfagna, con i fondi di coesione Ue, nel fu serbatoio di voti dei 5Stelle).
Ps. Nota per gli storici della mutua che vaneggiano di “fallimento della politica come nel 1993 e nel 2011” e paragonano l’avvento di Draghi a quelli di Ciampi e Monti. Nel ‘93 Ciampi arrivò mentre gli italiani lanciavano le spugne ad Amato e Conso per il decreto Salvaladri e le monetine a Craxi per l’autorizzazione a procedere negata dal Parlamento al pool di Milano. Nel 2011 Monti arrivò mentre due ali di folla maledicevano B. che saliva al Quirinale a dimettersi e poi fuggiva dal retro dopo aver distrutto l’Italia per farsi gli affari suoi. Nel 2021 Draghi arriva mentre Conte esce da Palazzo Chigi a testa alta fra gli applausi e le lacrime. Mica male, per un fallito.

Così, per sport...

 


sabato 13 febbraio 2021

E questa l'archiviamo!

 Gedi-Agnelli-Francesco Merlo- Repubblica, contenti sino all'emozione si permettono sguaiatamente di insultare, impoverire, deridere il Premier uscente, un uomo per bene finito quasi per sbaglio nella tana di questi lupi senza alcun sentimento di sazietà.

Ma noi che controlleremo, irrideremo, canzoneremo il nuovo corso, archivieremo pure quest'articolo del Merlo-Agnello- bonomesco, un esemplare triste e solitario, utile solo per proteggere la plutocrazia dei suoi padroni, insensibili a tutto, ancor timorosi che si potesse innescare quel moto ondoso tanto agognato, in grado di ridistribuire le carte, al momento in gran parte nelle immani tasche di lor signori, proprietari sabaudi. 

Lo archivieremo Merlo, lo terremo con noi e ogniqualvolta avremmo necessità di rammentarci in che pozzo di merda il Comico ci ha fiondati, leggeremo questo pezzo, con inalterata nausea.


Quel che resta di Conte

di Francesco Merlo

Sul ponte sventola pochette bianca. Non è stato intonato il requiem di Mozart né di Brahms per Giuseppe Conte che è uscito di scena senza neppure l’applauso da sipario. Al suo posto è tornata la normalità, proprio nell’eccezionalità del governo del presidente, la tanto attesa normalità con gli immancabili caratteri italiani, e valga per tutti Brunetta "il fantuttone", titolo che l’allora ministro si conquistò andando a caccia di fannulloni nella pubblica amministrazione. Per questi "tipi" il tempo della commedia dell’arte non scade mai. Ci vorrebbe un governo Draghi delle anime, dei sentimenti e dei valori per liberare l’Italia dalla Cretinocrazia.
Sicuramente quello di ieri non è stato un 25 luglio, non la fuga dei Savoia né la fine della Dc, né tanto meno la tragedia craxiana, nessuno ha mangiato mortadella in Parlamento come avvenne quando cadde Prodi, non c’è stato neppure l’addio ai monti di Berlusconi che era addirittura diventato una categoria dello spirito. Molto più modestamente con Giuseppe Conte è finita l’epoca della cerimoniosità, dei vezzi, del quasi, del buon ectoplasma affidabile e rassicurante, del leader ad interim, del ‘provvisoriamente al posto di’, del ‘signor nel frattempo’ che, a furia di resistere al fuoco lento con la pazienza dell’arrostito, saliva la scala di seta rossiniana, quella della popolarità che in Italia è sempre effimera.
Diciamo la verità: di Giuseppe Conte non rimane nulla. Il governo Draghi seppellisce infatti le divise dell’ etichetta e dello scrupolo liturgico. E l’Italia ha già dimenticato le iperboli auto celebrative: "vinceremo sempre", "è stato un anno bellissimo" " i miei ministri sono i migliori del mondo", "ci è stato riconosciuto di avere indirettamente salvato vite umane in Europa", "non ci accontenteremo della normalità" e soprattutto"mai una sola giornata sarà sottratta al servizio del Paese", che è il più vecchio luogo comune della retorica italiana, di Renzi, di Berlusconi, di Andreotti, di Craxi e, arretrando ancora, di Mussolini: tutti lasciavano la luce sempre accesa. Quella di Conte si è spenta da sola.
Tra i confermati al governo non c’è nessun "contiano" ed esce ovviamente anche Rocco Casalino, che stava sempre al suo fianco ed era il suo doppio, il portavoce che guadagnava più del presidente, cervello politico dei grillini che, per conto loro, non ne possedevano.
Casalino ha già scritto il suo libro di memorie e certamente si inventerà l’ennesimo futuro, pescherà un altro coniglio dal suo cilindro.
Molto più povero è il libro del suo presidente, che nel primo governo fu il vice dei suoi vice e poi ne diventò il padrone, il più strambo protagonista di questo nostro tempo instabile. Ricordate? "Non sopporto la definizione Conte - bis, preferisco Conte – due" diceva. Ed era pronto al Conte- tre, al Conte- sempre, con la presunzione di conciliare gli inconciliabili sintetizzandoli in sé, di trasformare se stesso nel leader-tavolo-rotondo, nell’uomo-piattaforma-comune. Conte è stato il luogo politico che di se stesso diceva "sono l’interlocuzione" e si autocitava, parlava in terza persona come la regina Elisabetta: "Vi prometto che il presidente Conte non si lascerà distrarre". E ancora: "Figuriamoci se il presidente Conte ha qualcosa contro qualcuno".
E forse c’è stato, nei quasi tre anni di governi Conte dominati dai grillini un momento fatale che ha cambiato il "contediprima" nel "contedipoi", e non nel senso del banale trasformismo politico, ma in quello antropologico. Ecco: il momento fatale fu la tre giorni degli Stati Generali. Quel professore che dilatava i titoli e truccava il curriculum universitario si vestì infatti da uomo solo al comando, fastoso come Berlusconi, spavaldo come Renzi, sapiente nelle promesse e nel Rinvio come Andreotti, e "nazionalista" come Salvini nell’esibizione dei simboli italiani, da padre Pio al tricolore nella cravatta, dalle dichiarazioni d’ amore per la Patria identificata con se stesso, sino "alla bellezza ci salverà" quando definì Villa Pamphili la sua "location", non opera d’ arte, luogo della memoria, parco, ma "location", il fondale per la cerimonia del nuovo potere, il set cinematografico la scenografia rococò del populismo italiano.
Insomma il suo momento fatale arrivò quando perse la modestia , la furbizia del provinciale che sapeva farsi sottovalutare. Bisogna infatti dire che era stata una parabola italiana quella del folgorante successo del presidente più popolare, una bella lezione per la politica degli spacconi e dei ganassa , dal vaffa di Grillo alla rottamazione di Renzi e ai pieni poteri di Salvini. Conte ce l’aveva fatta proprio perché nessuno lo prendeva sul serio e l’Italia aveva bisogno di un antidoto, di un contravveleno. Lo trovò in quel formalismo coltivato come un tic nervoso, con le giacche di sartoria, la colonia al limone, la lacca nera sui capelli, i gemelli ai polsi, la geometria delle pochette a quattro punte, insomma la cura di sé come ossessione psicosomatica. Conte si impose con l’aria tranquilla, serena, conversativa, amabile e indulgente anche mentre al Senato picchiava Salvini. Ma dagli Stati in Generali in poi si trasformò come Teodosio che davvero credette di poter fare l’imperatore di Roma pur essendo un ispanico, un provinciale, un burino, un ciociaro… Sepolto dalla sua ambizione, il protagonista è di nuovo invisibile.

Ahimè non sono sogni...