domenica 31 maggio 2026

L'Amaca

 


No, non conta solo la forza

di Michele Serra


La vicenda Trump-Iran comincia a diventare affascinante tanto quanto è allarmante. Inutile spiegare perché: allarmante. Affascinante, invece, è la sequenza sconnessa degli eventi, una specie di show surreale. A partire dal famoso «cambio di regime» che ha rafforzato il regime come null'altro avrebbe potuto fare; e i proclami di distruzione totale seguiti da quattro spari in croce, le minacce reciproche intrecciate a promesse di accordo, il caos geopolitico nel quale l'alleato e il nemico sono figure cangianti. (Nel frattempo, anche approfittando del fatto che quasi tutti gli obiettivi sono puntati su Hormuz, Israele porta avanti il suo brutto lavoro in Libano e a Gaza).

Non ci si raccapezza, ed è evidente che non ci si raccapezza per primo Trump, principale artefice di questa guerra, attualmente nella posizione del bullo che aveva detto «adesso ti spiano» alla sua vittima, e se la ritrova che gli saltella attorno. Con il rischio che i peggiori turbanti di Persia finiscano per diventare, su quel ring, qualcosa che non sono, ovvero eroi dell'antimperialismo, nobili resistenti, alternativa plausibile a un Medio Oriente sottomesso «all'Occidente».

Fatto sta che ne esce incrinata l'idea sulla quale ci siamo molto spesi, in tanti, negli ultimi anni: ormai conta solo la forza. Con lo sfarinarsi delle relazioni internazionali, i più grossi faranno dei più piccoli un solo boccone, si diceva. Non sta andando totalmente così. L'Iran è una potenza regionale e sotto il tallone degli ayatollah sopravvive una civiltà millenaria: ma che riesca a tenere testa a Usa e Israele affiancate non era poi così prevedibile (tant'è che Usa e Israele non l'avevano previsto). Il mondo non è così facile da semplificare, non si lascia ridurre a una sola ragione. Si dubita che Trump possa averlo capito, la speranza è che «conta solo la forza» diventi, a breve, uno slogan fallace.

Mannaggia!

 


Procede senza freni

 



Cattiveria

 



Al galoppo!

 

La parata militare umilia il 2 giugno. E pure i cavalli 


di Tomaso Montanari 

“Chissà che discorsi geniali/ sanno fare i cavalli”. Affiorano alle labbra questi versi di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione della guerra in cui sarebbero stati mute comparse. Chissà che discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2 giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione.

La parata del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione, guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo pronti non già alla vita, ma “alla morte”.

Nello scorso aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco (insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del 2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate, flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori. E invece a Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole, profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima? L’articolo 11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso. Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati a cento anni di storia italiana in cerca d’una ‘guerra giusta’. D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata”.

Ecco perché oggi, invece della della “nazione armata”, vorremmo vedere sfilare la Repubblica disarmata, e disarmante. Vedere sfilare donne e uomini che lavorano negli ospedali e nelle scuole, nei tribunali e nelle procure, nella cooperazione e nel terzo settore, nelle università e nei musei: e anche nelle caserme, sì, ma non in divisa e con le armi. Una parata buona, aperta dalla Flotilla per Gaza e da Emergency, e chiusa dai nostri diplomatici e da chi studia e insegna Diritto internazionale. Di questo abbiamo bisogno, in questo 2 giugno in tempo di guerra e genocidio. Bisogno di cittadine e cittadini pronti a disertare la guerra: a disertarla come quei cavalli in fuga, animali geniali.

Dichiarazioni commentate

 

Due streghe al rogo 


di Marco Travaglio 

Diceva Montanelli: “Appena vedo accendere un rogo, salgo su e abbraccio la strega”. Ora le streghe sono Erri De Luca e Francesco De Gregori. De Luca per ciò che dice: si dichiara “sionista” e contesta il termine “genocidio” per lo sterminio dei gazawi, che chiama “massacro e strage” senz’alcuna indulgenza per gli sterminatori. De Gregori per ciò che non vuole dire: “Non faccio proclami perché non mi sento superiore a nessuno per insegnare come si vive o come si legge un articolo o che posizione prendere su Gaza, su Israele o su Dylan. Ho le idee confuse e… non mi sento di dare lezioni a nessuno, né mi va di prenderne da alcuno, soprattutto da cantanti o uomini di cinema”. Apriti cielo. Anatemi, insulti, appelli a boicottare le loro opere. Come se uno scrittore non fosse libero di usare le parole che preferisce e un cantautore di non schierarsi su tutto (sono i governi che hanno l’obbligo di farlo). E come se il talento di chi scrive libri o musica dipendesse dalle sue idee. Possiamo preferire chi la pensa come noi e lo dice ad alta voce, ma non allestire gogne e roghi sulla piazza social per chi non lo fa.

Peraltro De Luca un errore fattuale lo commette, e grave: su Gaza parla di “guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto”, come “a Mosul, a Raqqa e a Mariupol”. Eh no: in Iran, in Siria, in Ucraina e in tutte le guerre antiche e moderne ci sono eserciti armati fino ai denti che si combattono sul campo. A Gaza ce n’è uno solo: quello israeliano, che colpisce i gazawi per rubare la loro terra dopo averli eliminati o messi in fuga; dall’altra c’è un partito armato clandestino, Hamas, che pratica guerriglia e terrorismo, e non va combattuto con missili, droni e carri armati, ma con l’intelligence e i raid mirati (nessuno lo sa meglio di Israele). Ed è falso che “Israele abbia ripetutamente spostato i civili, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarli dai combattimenti”: ha continuato a sterminare i gazawi anche dopo averli costretti a continui esodi. Questi sono gli errori di De Luca. Non l’aver usato “genocidio” nel senso etimologico di eliminazione sistematica di un intero popolo (i palestinesi sono anche in Israele, dove sono cittadini elettori e nessuno li tocca), anziché in quello più largo dell’Onu (che si attaglia anche al caso di Gaza). E non l’essersi detto “sionista”: il sionismo è il movimento che a fine ’800 teorizzò il diritto degli ebrei perseguitati in Europa ad avere uno Stato nella terra degli avi. Quindi sionista è la risoluzione 181 dell’Onu che nel 1947 spartì la Palestina in due Stati, uno arabo e uno ebraico. E sionista è chiunque si batta per “due popoli, due Stati”. Anche se non lo sa.

sabato 30 maggio 2026

Ignavi

 Iraola ha detto no? Xavi pure? Probabilmente perché i due idioti, l’americano e lo svedese, gli han fatto capire che investimenti ce ne saranno pochi, visto che a loro frega meno di un tallero vincere, essendo maneggioni  finanziari. E poi affidarsi ad un tedesco, quel Rangnick che olezza di snobismo alemanno urticante la passione? E poi Glasner e altri ghiaccioli simili. Sono urticanti e ignavi rispetto alla maglia questa cianfrusaglia di beoti. Un tempo se si fosse liberato il posto di allenatore del Milan ci sarebbe stata la coda per occuparlo, vista la passione e la storia del club. Oggi in mano a questi babbei è una cantilena di “no grazie!” Sogniamo uomini non macchiette: Paolino Maldini su tutti, allenatori come questo eroe che ieri a Monza ha sfiorato la A, con cuore, passione, dignità. Levatevi di torno e dateci un Aquilani, balordi!