lunedì 9 marzo 2026

Cattiveria

 


Sfottò

 


Perfetto appunto

 

Marina rivendica l’attentato alla Carta e poi cancella le impronte digitali 


di Daniela Ranieri 

È arrivata la rivendicazione. Marina Berlusconi manda “una lettera” a Repubblica (un modo urbano per non dire che scrive un articolo in prima pagina sul giornale ex progressista che un tempo osteggiava il papà con inchieste ed editoriali, salvo poi, Scalfari vivente, proclamare la riabilitazione di Berlusconi in chiave anti-5Stelle) per motivare il suo Sì al referendum. Nessuna sorpresa nel merito: se non vota Sì la figlia di Berlusconi, chi mai dovrebbe. La frase-chiave è “La giustizia dovrebbe essere un patrimonio comune”, segno che a un certo punto non ci si accontenta più di quello privato; vera proprietaria col fratello del cosiddetto partito Forza Italia, amministrato da Tajani in qualità di mezzadro, Marina non s’accontenta dello spazio offertole (poteva comprare una pagina, ma perché pagare quel che puoi avere gratis?): ci tiene a giurare che le sue motivazioni “non hanno nulla a che fare con il mio orientamento politico, né con il mio cognome”. È solo un buffissimo caso che ella sia figlia di uno che i tribunali li frequentava da imputato e da condannato, che è “sceso” in politica per evitare i processi, che ha governato l’Italia facendosi 41 leggi ad personam per scampare al Codice penale, tra auto-condoni, depenalizzazioni, norme per sottrarsi ai (o scegliersi i) giudici (legittima suspicione, legittimo impedimento, etc.) e che chiamava i giudici “malati di mente”. Né si creda che questa sia una battaglia “di destra”; anzi, dice Marina, “il garantismo è nel patrimonio ‘genetico’ della sinistra”: non avete visto la bandiera rossa sventolare dal ministero di via Arenula?

Sbaglia quindi chi pensa maliziosamente che Marina voglia vendicare il babbo: lei vuole salvare i “valori dell’equità davanti alla legge e del giusto equilibrio tra i poteri, la credibilità delle istituzioni e la qualità della nostra stessa democrazia”, praticamente gli ideali per cui il papà ha donato la vita e su cui fondò FI insieme a Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa da giudici disgraziatamente non separati. Così, cercando di cancellare le impronte digitali dalla legge Nordio, Marina B. finisce per rivendicare la sua parte di attentato alla Costituzione (alla Lega l’Autonomia differenziata, a FdI il presidenzialismo: non ci sarebbe qualche coserellina da mangiare pure per Forza Italia?), casomai qualcuno non avesse ancora capito che il famoso conflitto tra politica e magistratura era in realtà il conflitto tra i politici e la legge.

domenica 8 marzo 2026

Gesta

 


L'Amaca

 



07:45

Il Dio giusto e il Dio sbagliato 

DI MICHELE SERRA


Si dice che il vocabolario di Trump è quello di un bambino di dieci anni che ha letto poco. Ma forse perfino un bambino di dieci anni che ha letto poco si domanderebbe: ma perché mai il capo degli Stati Uniti dovrebbe nominare il capo dell'Iran? Con quale diritto? Secondo quale logica? Qualcosa suggerirebbe al bambino di dieci anni che no, il capo degli Stati Uniti non può nominare il capo dell'Iran, a quindicimila chilometri di distanza.

Nei fatti, per l'anagrafe e anche per la cronaca, non è un bambino di dieci anni, è un maschio anziano di ottant'anni, ebbro di potere, a pronunciare le frasi incredibili che ogni giorno gli escono di bocca. La distruzione, la demolizione, l'annientamento del nemico, in pratica l'assoggettamento di novanta milioni di persone al suo arbitrio personale, sono le parole (testuali) che adopera questo signore, molto simili, per la banale ferocia, a quelle del clero fanatico che da mezzo secolo brutalizza i persiani, i curdi, gli azeri, i turcomanni e le altre etnie che hanno la disgrazia di vivere, volenti o nolenti, dentro i confini della "repubblica islamica", costretti con la violenza e l'intimidazione alla religione unica.

E cosa fa, l'ottantenne della Casa Bianca, per contrapporsi al fanatismo religioso che calpesta la libertà in Iran? Prega il suo Dio, circondato dai pastori evangelici che sono i suoi pasdaran elettorali, e invoca la vittoria contro il Male. A questo si riduce, alla fine, il famoso "primato occidentale"? A contrapporre il Dio giusto al Dio sbagliato? Ma questa, scusate, si chiama: bancarotta morale e bancarotta politica.

Letterina

 


Repubblica pubblica oggi la lettera della figlia di cotanto padre, fautore per vent'anni dell'Era del Puttanesimo. Saccheggiando la dispensa farmacologica e trangugiando Maloox come se piovesse, mi sono imbattuto in alcune frasi della figliola a capo di Mondadori perché scippata a De Benedetti dall'augusto padre, a cui hanno intitolato pure un aeroporto per le ovvie ragioni dell'identità di questo paese, sciaguratamente babbeo e coglione. 

La giustizia dovrebbe essere un patrimonio comune, non una logora bandiera identitaria da sventolare contro l'avversario politico.

Convintomi di essere preso per i fondelli da Ella, ho indossato un cilicio ideale nel leggere la sfacciataggine della zarina che dice "la giustizia dovrebbe essere patrimonio comune!!!" Patrimonio come il ratto ventennale perpetrato dal genitore, il quale ha creato decine di leggi per i suoi porci comodi, Cirelli e company, riducendo prescrizione e affini, sfangandola da giuste espiazioni di colpe, foraggiando maldestri magistrati per mano del pregiudicato amico che, grazie a Scalfaro, non abbiamo visto in tolda al ministero della Giustizia! Patrimonio comune 'na fava! 

Non mi soffermo su altro. Leggetela ben sapendo che questa signora, assieme alla famiglia, detiene banche, Tv, giornali e soprattutto un partito, retto da un Cameriere ora inopinatamente anche Ministro Comico degli Esteri! 

Chi voterà SI al referendum sappia bene che lo equipareremo ad un Gasparri!! 

Patrimonio comune... ma vaffa....!!! 


Giustizia, basta toni da derby il sì non è solo per mio padre 

DI MARINA BERLUSCONI


Gentile direttore,

mentre la nostra attenzione è monopolizzata dall'ennesima guerra sciagurata — come sciagurate sono tutte le guerre — temo si rischi di non cogliere la reale portata di un passaggio fondamentale per la vita democratica del nostro Paese.

Mi riferisco al referendum sulla separazione delle carriere, su cui è doveroso continuare a riflettere pur in un momento drammatico come quello che ahimè stiamo vivendo. Possiamo ancora sperare che il voto del 22-23 marzo si liberi dalle gabbie ideologiche in cui appare sempre più rinchiuso? La giustizia dovrebbe essere un patrimonio comune, non una logora bandiera identitaria da sventolare contro l'avversario politico.

Sembra, invece, che buona parte del dibattito ruoti attorno a una sola domanda, tanto semplicistica quanto fuorviante: e cioè se vogliamo una giustizia «di destra» o «di sinistra». Così il confronto finisce per irrigidirsi in contrapposizioni polarizzate, che impediscono di valutare in modo obiettivo il merito della riforma.

Il rischio è quello di votare più con la pancia che con la testa, perdendo di vista ciò che conta davvero: i valori dell'equità davanti alla legge e del giusto equilibrio tra i poteri, la credibilità delle istituzioni e la qualità della nostra stessa democrazia. Personalità molto autorevoli hanno correttamente invitato alla misura e alla responsabilità. Più modestamente, io invocherei un po' di sano buon senso, per non lasciarci condizionare dal frastuono di un derby tra tifoserie.

È anche per questo che ho deciso di rivolgermi al giornale che lei dirige, la Repubblica, storicamente interprete di una sensibilità politica molto lontana dalla mia; al giornale che ha avversato mio padre a lungo e con una durezza mai riservata ad altri, spesso strumentalizzando proprio temi giudiziari. Insomma, se posso permettermi una battuta, ho deciso di avventurarmi in partibus infidelium. Non ho alcuna intenzione di riaprire antiche polemiche, né mi azzardo a dispensare lezioni di giurisprudenza, che non è certo il mio campo. Né tanto meno pretendo di convincere qualcuno. Semplicemente, vorrei proporre a lei e ai suoi lettori una riflessione pacata sulle ragioni del mio voto, cercando di mettere da parte — perdoni il gioco di parole — ogni logica di parte.

La riforma si articola in punti molto chiari, che si riconducono a un principio su cui penso possiamo essere tutti d'accordo: giustizia e politica dovrebbero correre su binari ben distinti. Perché ciò sia davvero garantito, a mio avviso, occorre una reale separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Solo così la terzietà della funzione giudicante è assicurata, sempre nel pieno rispetto — anzi con un rafforzamento — dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura.

Elemento cruciale della riforma è la creazione di un netto argine all'influenza della politica all'interno del Csm, l'organo di autogoverno delle toghe. L'argine viene introdotto con il sorteggio dei suoi membri che, di conseguenza, verranno liberati dal giogo delle correnti. Non è una proposta nuova: in passato è stata sostenuta anche da autorevoli esponenti della sinistra e il nostro sistema la prevede già in molti casi di particolare rilevanza.

Non dimentichiamo poi che la grande maggioranza dei componenti dei due nuovi Csm sarà comunque composta da magistrati. Stiamo parlando di professionisti che ogni giorno prendono decisioni in grado di incidere sulla libertà e sulla vita delle persone, e che quindi si deve ritenere abbiano tutta l'esperienza necessaria per gestire nomine e trasferimenti all'interno del loro ordine. Il sorteggio verrà usato anche per scegliere i membri della nuova Alta Corte disciplinare, uno strumento fondamentale per valutare in modo più trasparente e davvero imparziale le responsabilità dei magistrati, come già accade in tante altre categorie professionali.

Sono riflessioni come queste, gentile direttore, che motiveranno il mio voto al referendum: possono essere condivise o meno, ma non hanno nulla a che fare con il mio orientamento politico, né con il mio cognome.

La vera giustizia non dovrebbe esporre etichette: dovrebbe, anzi, incarnare un valore totalmente trasversale, quello del doveroso rispetto per i diritti civili delle persone. Un tema, quello dei diritti, su cui il suo giornale è da sempre molto sensibile. Il garantismo, del resto, è nel patrimonio "genetico" della sinistra e impegnarsi a difendere i diritti significa anche essere garantisti. Al contrario, il giustizialismo — che indossi una casacca di destra o di sinistra — è il primo nemico dei diritti, perché comprime le libertà individuali in nome di valutazioni sommarie e spesso emotive. Nessuno può dirsi davvero libero se percepisce l'amministrazione della giustizia come un pericolo da evitare. La giustizia, invece, dovrebbe essere la tutela più forte della libertà di ciascuno.

Per tutti questi motivi, credo che la partita del referendum sia decisiva. E tocca a ciascuno di noi valutarne con serietà i pro e i contro, senza usare i rispettivi schieramenti politici come scorciatoia e senza lasciarci distogliere da slogan che poco c'entrano. Dobbiamo assolutamente riportare il dibattito sull'unica domanda che ha senso porsi: la riforma può davvero cambiarci in meglio? Può davvero rendere la nostra giustizia più libera e più credibile? Solo se riusciremo a interrogarci sul merito potremo dare una risposta responsabile.

Come voterò io penso sia chiaro. Quale sarà l'idea prevalente nel Paese lo vedremo tra pochi giorni. Di una cosa, però, sono certa: se dovesse vincere il sì, non si tratterà di una vittoria del governo o di Forza Italia, né di una vittoria postuma di mio padre. Io penso semplicemente che sarà una grande vittoria degli italiani.

Buon 8 Marzo!