venerdì 12 dicembre 2025

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L'assetato di Krana!

 

Rep.-Stampa, ultimo capitolo della fuga di Elkann dall’Italia
DI GIANNI DRAGONI
Se fosse un film il titolo potrebbe essere “Prendi i soldi e scappa” oppure “La grande fuga”. La parabola della dinastia Agnelli-Elkann da più di dieci anni oscilla come un pendolo tra Torino e Amsterdam. La decisione di vendere gli ultimi pezzi dell’editoriale Gedi, con Repubblica e La Stampa, suggella l’addio all’Italia di John Elkann. Con buona pace di Carlo Calenda, che ripete in maniera ossessiva di non venire intervistato dai giornali di Elkann perché critica Stellantis. Chissà se il nuovo editore gli darà più spazio.
John Elkann viene designato dall’Avvocato Gianni Agnelli come successore nel 1997, a soli 21 anni, ma prende le redini dell’impero nel maggio 2010, quando viene nominato presidente della Giovanni Agnelli & C., l’accomandita di famiglia da cui discende tutto il gruppo attraverso la holding Exor, controllata al 55% e quotata. L’anno successivo John diventa anche presidente di Fiat, al posto di Luca Cordero di Montezemolo, mentre l’ad è Sergio Marchionne. E dopo due anni comincia la migrazione verso Amsterdam. Nel 2013 Fiat Industrial, la società di macchine agricole, si fonde con l’americana Case New Holland e sposta la sede legale nella capitale olandese. Perché Amsterdam? Il motivo è semplice: le tasse sulle imprese sono più basse rispetto al fisco italiano.
Nel 2014 l’ex Fiat segue la stessa strada. Fca sposta la sede legale ad Amsterdam e la sede fiscale a Londra, dove gli eredi Agnelli sono a loro agio, Exor è il principale azionista del prestigioso settimanale The Economist, con il 34,7%. Un giornale che mantiene autorevolezza e continua a fare profitti (48,1 milioni di sterline l’utile operativo nel bilancio al 31 marzo 2025), a differenza delle testate italiane di Gedi, probabilmente perché continua a essere un giornale libero senza piegare la schiena agli interessi dei suoi padroni. Gedi perde 102 milioni nel 2023 e 45 milioni nel 2024. Nel 2015 trasloca ad Amsterdam la Ferrari. Nel 2016 la raggiungono Exor e la controllante, la vecchia accomandita che diventa Giovanni Agnelli Bv. Il 16 gennaio 2021 nasce Stellantis, dalla fusione tra Fca e la francese Psa. E la sede dov’è? Di nuovo ad Amsterdam.
In questo passaggio c’è un segno tangibile della ritirata degli Agnelli-Elkann dall’Italia, perché la partecipazione nel gruppo automobilistico scende al 15,5%. La crisi di Stellantis è la plastica dimostrazione del disastro della gestione industriale targata Elkann. Nel primo semestre di quest’anno la produzione di auto in Italia è diminuita del 33,6% a 123.905. Ad aumentare sono solo gli ammortizzatori sociali, che coinvolgono oltre metà dei dipendenti.
Di fronte alla crisi Elkann vende. Nel 2019 Fca vende Magneti Marelli per 5,8 miliardi di euro al fondo americano Kkr (che nel 2024 compra anche la rete fissa di Tim con l’assenso del governo Meloni). Exor e gli altri soci incassano un dividendo straordinario, ma l’azienda affonda per i debiti, perché Kkr fonde Marelli con la controllata giapponese Calsonic Kansei appesantendola dei debiti contratti per l’acquisto. Ora Kkr tratta la vendita al gruppo indiano Motherson.
Un altro gruppo indiano, Tata, compra Iveco da Exor per 3,8 miliardi, operazione firmata a fine luglio. I camion agli indiani, il ramo difesa e armi invece passa al gruppo statale Leonardo, che paga 1,7 miliardi (inclusi i debiti finanziari), più del doppio dell’offerta iniziale (750 milioni). Elkann è bravo a trattare e il governo lo asseconda.
A fine 2024 Stellantis vende il 50,1% di Comau al fondo americano One Equity Partners. Elkann spreme anche Ferrari. Nel marzo scorso Exor vende il 4% della società e incassa 3 miliardi. Le azioni Ferrari crollano, il 26 febbraio quotavano 483,1 euro, ai massimi, adesso sono a 314,4 (-35%). In F1 è un flop dopo l’altro: l’ultimo mondiale vinto è quello costruttori nel 2008.
Disastro Juventus. L’ultimo scudetto risale al 2020, i bilanci sono in rosso da nove anni consecutivi per 1 miliardo di perdite, ripianate con quattro aumenti di capitale. La società di criptovalute Tether ha comprato l’11,5%, S&P l’ha definita “opaca”. Tether vuole crescere, ma Elkann la tiene a distanza. Tether ha nominato nel cda un dentista tifoso della Juventus. Ma quanto durerà?

Attorno al desolato

 

Taja’, nun ce lassà
DI MARCO TRAVAGLIO
Vogliono portarci via pure Tajani, il ministro degli Esteri “fino a un certo punto”. Lo fa intendere Pier Silvio B., azionista di maggioranza di Forza Italia per via fidejussoria, che insieme alla sorella continua a dare ordini al partito e pure al governo senza che nessuno faccia notare l’oscena anomalia. Nemmeno nel cosiddetto Terzo mondo (cosiddetto, sennò ci fa causa il Terzo mondo) le aziende posseggono quote del Parlamento: in Italia sì. Dopo aver promosso la Meloni a “miglior premier d’Europa” perché ha appena fatto risparmiare alla holding di famiglia un bel po’ di tasse e accantonato la seccante idea di tosare gli extraprofitti delle banche, il noto figlio di suo padre si dedica al povero Tajani: “Provo vera gratitudine per lui, i vertici hanno tenuto in piedi il partito dopo la scomparsa di mio padre. Ma oggi servono facce nuove e idee nuove”. E tutti sanno quanto tenesse suo padre ai giovani, ma soprattutto alle giovani, specie se minorenni. Come “faccia nuova”, la Famiglia arcoriana ha in mente il ras calabro Roberto Occhiuto, passato dalla Dc al Ppi al Cdu a FI al Ccd all’Udc a FI, consigliere comunale dal ’93, deputato dal 2008, due volte presidente della Calabria: praticamente un neonato. Ma Tajani, all’ennesima ingiunzione di sfratto del padroncino, ha reagito bene: “Sul rinnovamento siamo in perfetta sintonia. Stiamo già facendo emergere molti giovani, penso al segretario nazionale dei giovani”. Che, voi non ci crederete, ma è giovane.
Noi non abbiamo titolo per metterci il dito, ma non comprendiamo che cosa si rimproveri a Tajani. Tutti, alla dipartita del Santo, davano per morta anche FI. E invece esiste ancora. È vero che B. da morto prende molti più voti di Tajani da vivo (o quel che è): sia da chi non ha ancora saputo che B. è morto, sia da chi non ha ancora capito chi fosse B. da vivo. Ma un minimo di gratitudine per Antonio l’Imbalsamatore non guasterebbe: quel 7% di consensi a un partito senza senso, senza idee, senz’anima e senza futuro, buttalo via. Chi altri, nuovo o usato, ci riuscirebbe? Pensa e ripensa, alla fine l’unica spiegazione di tanto astio è che Tajani, nel suo piccolo, forse senza volerlo, è ancora incensurato: manco un avviso di garanzia. E che delfino sei, senza almeno un processo? Ti manca il quid che invece Occhiuto può vantare: una bella indagine per corruzione, che l’estate scorsa lo indusse a bruciare i magistrati sul tempo, ove mai nutrissero cattive intenzioni, dimettendosi da sgovernatore per ricandidarsi subito, senza dare il tempo agli alleati di trovare uno un po’ meno pericolante. E poi quelle tre auto blu (due per sé e una per la famiglia), che a destra fanno sempre curriculum. Tra uno digiuno e uno che viene già mangiato, non c’è partita.

L'Amaca

 

Una cucina grande come il mondo
di Michele Serra
In quanto cuoco e sguattero non occasionale, anzi quasi quotidiano, mi sento anche io, per la mia milionesima parte, patrimonio mondiale dell’umanità, angelo del focolare così come i manuali di economia domestica definivano “mogli, madri e fanciulle”. Ne sono orgoglioso, e in particolare rivendico il largo primato che, in casa mia, il cibo preparato in casa ha nei confronti di quello ordinato con una app.
Incassato il successo, e detto che ogni successo implica la responsabilità di esserne degni, abbiamo due compiti da svolgere. Il primo è battersi perché cucinare rimanga, appunto, un’attività di massa, parte della cultura quotidiana. Almeno nelle grandi città si ricorre all’asporto in misura crescente, soprattutto i giovani: l’organizzazione del lavoro e del tempo libero prevede sempre meno tempo per cucinare in casa.
Il secondo compito è tenere bene a mente che la cucina italiana ha potuto giovarsi, lungo i secoli, di una fantastica ibridazione di ingredienti e di culture, mettendo a profitto il nostro essere al centro di migrazioni (e occupazioni militari) che abbiamo saputo trasformare in ricchezza culturale. Cucina araba, spagnola, francese, mitteleuropea, spezie orientali, ingredienti d’oltreoceano come la patata, il mais e il pomodoro: l’identità della cucina italiana, e non solo della cucina, è forte perché è ibrida. Ogni popolo chiuso langue, e ha identità debole, e ogni popolo aperto prospera, e ha un’identità forte. Dal cuscus della Sicilia occidentale al canederlo delle valli di Nordest, possiamo permetterci una biodiversità gastronomica (credo si possa definirla così) inimitabile nel mondo. Valorizzarla vuol dire capire che non esiste un concetto cristallizzato di “identità”, cucina compresa. I sapori viaggiano, oggi mangiamo ciò che non mangiavamo ieri, domani ciò che non mangiamo oggi.

Natangelo

 



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