domenica 30 novembre 2025

Buon ascolto

 


No, anon sono gli appellativi che dareste ad un vostro nemico. Questi sarebbero i big del prossimo Sanremo. Buon ascolto!


A proposito di...

 

Raid Stampa, contro Albanese Meloni&C. e Ordine giornalisti
DI MARCO GRASSO
“Condanno l’irruzione a La Stampa, a Torino, è necessario che ci sia giustizia per quello che è successo alla redazione. Sono anni che incoraggio tutti quanti, anche quelli più arrabbiati. Non bisogna commettere atti di violenza nei confronti di nessuno, ma al tempo stesso che questo sia anche un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro, per riportare i fatti al centro del nuovo lavoro e, se riuscissero a permetterselo, anche un minimo di analisi e contestualizzazione”. Sono un caso le parole di Francesca Albanese, che ha commentato così il blitz avvenuto nella redazione della Stampa, vandalizzata da un gruppo di manifestanti che si è staccato dal corteo organizzato dall’Usb contro la guerra. Tantissime le reazioni, a cominciare da quella di Giorgia Meloni: “È molto grave che, di fronte a un episodio di violenza contro una redazione giornalistica, qualcuno arrivi a suggerire che la responsabilità sia – anche solo in parte – della stampa stessa. La violenza non si giustifica. Non si minimizza. Non si capovolge”.
I manifestanti hanno fatto irruzione in una redazione vuota per lo sciopero in corso dei giornalisti. Sciopero che era parte del ragionamento fatto dalla Albanese sul palco della manifestazione Rebuild Justice, a Roma: i giornalisti erano in sciopero, ha argomentato Albanese, ma hanno aggiornato la notizia dell’irruzione, ignorando però i cortei in tutta Italia. L’intervento ha provocato molte reazioni: “Ha bisogno di un medico bravo”, commenta il leader della Lega Matteo Salvini. “Ci chiediamo quando verrà rimossa dai suoi incarichi Onu”, gli fa eco Maurizio Gasparri. “Albanese normalizza la violenza”, attacca Davide Faraone, vicepresidente di Iv. “La violenza si condanna senza se e senza ma. Sono sorpresa, ma non troppo”, commenta Pina Picierno del Pd.
La stessa Albanese, dopo un coro di condanna alle sue parole, è tornata sul tema: “A quanto pare stanno provando ad affossarmi. Non c’è stato nessuno scivolone, vergognatevi. Tutto quello che ho detto e che continuo a dire è che condanno la violenza e condanno l’attacco di ieri a La Stampa. Ma la violenza anche dentro a un sistema violento finisce per rafforzare il sistema che ci opprime”.
La polizia ha identificato 34 persone coinvolte nell’assalto alla redazione torinese, ce n’è una che collegherebbe l’azione al caso dell’imam Mohamed Shahin, portato qualche giorno fa nel Cpr di Caltanissetta a seguito delle parole giustificazioniste del 7 ottobre pronunciate durante una manifestazione. Una vicenda che fu proprio raccontata in prima battuta dalla Stampa. La Corte d’appello ha convalidato il trattenimento dell’imam. Nel provvedimento, oltre a quell’intervento, la polizia cita anche contatti con “soggetti noti par la loro visione fondamentalista”. Nel 2012 l’imam fu fermato con Giuliano Delnevo, giovane morto da foreign fighter in Siria. L’imam, attraverso i suoi legali, ribadisce di essere un uomo di pace. E in sua difesa si è schierata una parte importante della comunità torinese.

Comanda la Krana!

 



Sbellicante

 



Si sapeva!

 

Tre porcellini (più uno)
DI MARCO TRAVAGLIO
Nella Tangentopoli ucraina che decapita, testa dopo testa, la cricca di Zelensky, stupisce solo lo stupore. Bastava leggere l’inchiesta internazionale del 2021 “Pandora Papers” (pubblicata qui dall’Espresso) per sapere che il presidente plebiscitato nel 2019 proprio perché prometteva lotta dura alla corruzione (oltre alla pace con Putin) è al vertice di una piramide corrotta. Il marchio Servitore del popolo della fiction e poi del partito è un’esclusiva del suo padrino, l’oligarca Ihor Kolomoyskyi, re dei metalli, banchiere, presidente del Dnipro calcio, terzo uomo più ricco d’Ucraina, finanziatore di bande paramilitari nere (Azov, Dnipro&C.), proprietario della tv “1+1” che lanciò Zelensky prima di finire ricercato per aver svaligiato la sua stessa banca, fuggire in Israele, tornare in patria e venire arrestato per riciclaggio. Nel 2003 Zelensky, tornato in Ucraina dopo i primi successi nelle tv russe, fonda la casa di produzione Kvartal 95 con due amici e soci: Mindich e Shefir, che posseggono con lui e la moglie Olena quattro società offshore e conti correnti in paradisi fiscali (Isole Vergini, Cipro e Belize). Degli affari legali di Kvartal si occupa l’amico avvocato e produttore Yermak. Shefir si fa diverse case a Londra. Zelensky compra per 3,8 milioni una villa a Forte dei Marmi, intestata a una società italiana controllata da una cipriota. Ma per le elezioni si scorda di dichiararla, come una delle offshore. Appena eletto presidente, Zelensky trasferisce la ditta nelle istituzioni. Il suo socio Shefir è il suo “primo assistente” (sarà licenziato nel 2024 in una delle tante purghe). Il suo legale Yermak è capo dell’Ufficio presidenziale. E intanto Mindich, il terzo porcellino, si butta sulle commesse energetiche e militari e fa affari d’oro.
A luglio le autorità anticorruzione Nabu e Sapo indagano in gran segreto su mega-tangenti nell’energia. E Zelensky vara in tutta fretta una legge per metterle sotto controllo del Pg, che dipende da lui. La piazza e l’Ue lo costringono a una mezza marcia indietro. E venti giorni fa si capisce tutto. Nabu e Sapo calano le carte dell’inchiesta “Midas”: 100 miliardi di mazzette a varie figure del governo e dell’inner circle di Zelensky, riciclati in società fittizie e ville a Kiev e in Svizzera. Il capobanda è Mindich. Gli trovano water, bidet, rubinetti d’oro e chili di contanti nelle credenze, ma sfugge all’arresto in Israele grazie a una soffiata. Intercettato, parlava con Shefir di una colletta da 2,5 milioni per la cauzione di un altro corrotto del giro: il vicepremier Chernyshov. L’altro porcellino, Yermak detto “Alì Babà”, l’hanno perquisito venerdì: stava negoziando la pace (e l’amnistia) con Usa e Ue, ma Zelensky l’ha cacciato. Ora il capo-negoziatore è Umerov, che è indagato da gennaio. Bisogna pur fare pulizia, no?

L'Amaca

 

Chissà se lo sanno
di Michele Serra
C’è da chiedersi se per i manifestanti pro Pal che hanno invaso e vandalizzato la redazione della Stampa, vuota per lo sciopero, in difesa di un imam radicale, sia totalmente trascurabile (o forse: del tutto ignoto) il ruolo politico che il fondamentalismo islamista ha avuto negli ultimi vent’anni (almeno).
Un ruolo nefasto non tanto per il cosiddetto Occidente e in particolare per l’Europa (le cui sorti, per altro, sono del tutto indifferenti a questi giovani europei scontenti di esserlo); ma per i Paesi arabi e il mondo musulmano nel suo complesso, devastati dall’ossessione reazionaria e antimoderna di un clero oscurantista e patriarcale che, ovunque, ha lasciato segni tremendi nella carne dei popoli e delle donne in particolare.
Dalla repressione delle primavere arabe alla teocrazia femminicida di Teheran, dall’orribile regime afgano, per il quale è proibito anche cantare, e per le bambine andare a scuola, alla torsione religiosa che Hamas ha imposto alla resistenza palestinese, un tempo laica e ora islamizzata, per arrivare al giro di vite contro i curdi (laici e di sinistra) per mano dell’islamista Erdogan, è mai possibile che i ragazzi pro Pal non vogliano o non possano mettere a fuoco quanto sia nemico della libertà il fondamentalismo islamico (tanto quanto il fondamentalismo cristiano dei Maga, tanto quanto il disgustoso suprematismo biblico dei coloni israeliani in Cisgiordania)?
Davvero basta essere “contro l’Occidente” per giustificare qualunque paranoia reazionaria, da Putin al jihad? Ma se così stanno le cose, a che vale invocare la libertà e i diritti come bene universale? E con il patriarcato, che nell’Islam fondamentalista conosce il suo trionfo, come la mettiamo?

venerdì 28 novembre 2025

Fiuuuuu!

 

Per fortuna ora a Gaza c’è la pace, il grande popolo israeliano ha riposto le armi e noi possiamo finalmente occuparci delle strenne natalizie!