Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 27 novembre 2025
Pino e Maduro
Ahi, Tropical Maduro Caudillo petrolifero nel mirino di Trump
DI PINO CORRIAS
Tropical tempesta a stelle e strisce s’attende sulle coste del disgraziato Venezuela di Nicolas Maduro, il caudillo, che a Caracas cavalca malamente il potere da una dozzina d’anni, moltiplicando l’inflazione, la corruzione e i debiti con Russia e Cina, svendendo il petrolio, riempiendo le carceri di dissidenti e di stranieri, come il nostro Alberto Trentini, da usare come moneta di scambio per futuri ricatti, svuotando i banchi dei supermercati e delle farmacie, arricchendo i ricchi, mandando in malora il ceto medio, affamando e facendo fuggire la sua popolazione che un tempo gli aveva persino creduto.
Maduro, 63 anni appena compiuti, detto “il gallo combattente”, ama il potere, le fanfare e la forza. Con l’esercito, la repressione, le leggi e i giudici ad personam si è fatto padre-padrone del Venezuela. Lo ha demolito un po’ alla volta, fino alle macerie di oggi. Viene da una famiglia cattolica di Caracas. Studia quasi nulla. Diventa autista d’autobus. Ma la sua vocazione è il sindacato. Lo scala. Entra in politica nel Movimento Rivoluzionario Bolivariano. Diventa parlamentare. Lo scopre la stella nascente del socialismo Hugo Chávez, l’ex colonnello dei paracadutisti, che dopo un tentato golpe e il carcere, nell’anno 1998, diventa presidente. Maduro sarà il suo delfino e dal 2013, il suo erede.
Trump se lo è scelto come nemico perfetto: claudicante, con le spalle al muro nell’angolo più a Nord del cortile di casa, il Sudamerica, il continente che respira, controllato a vista dalla fraterna giurisdizione di Washington che fa e disfa regimi dai tempi della Dottrina Monroe, anno 1823. Tra i nuovi arredi barocchi dello Studio Ovale, Trump ha annunciato “azioni segrete della Cia già in corso” per rovesciarlo. E ha promesso: “Maduro ha i giorni contati”. Lo accusa di essere alla guida di un narco-Stato che attenta alla sicurezza nazionale dell’America spedendo il micidiale Fentanyl, la droga sintetica che ogni anno trasforma 80 mila americani in zombie. E anche se non è vero quasi niente – il Fentanyl viene prodotto in Cina, e i grandi trafficanti stanno in Colombia, Ecuador, Messico – ha spedito la più grande portaerei della Marina, la Gerald Ford, davanti alle sue coste, con i motori che ronfano al minimo. Mentre 10 mila marines sono sbarcati a ottobre sulle sabbie di Porto Rico a mimare una esercitazione militare e sono ancora lì, in attesa. Anche loro si godono lo spettacolo dei motoscafi venezuelani che gli F-35 americani ogni tanto intercettano e affondano, nelle acque internazionali. “Sono narcos”, recita l’accusa sulle immagini gentilmente concesse dal Pentagono alle tv del mondo, ogni missile un centro, come un videogioco, niente audio, niente sangue, solo uno sbuffo di fumo e un monito: ecco come trattiamo i nemici dell’America. Anche se nessuna legge lo consente, tranne quella della forza.
Maduro fa più o meno lo stesso sulla terraferma, in patria. L’ultimo World Report sui diritti umani è impietoso: niente libertà di parola, niente indipendenza della magistratura. I media sono controllati dal regime. La polizia abusa dei suoi poteri, arresta senza mandato e senza spiegazioni.
Le carceri sono un buco nero.
L’economia è al collasso: non c’è lavoro, non c’è cibo, non c’è futuro. Tre milioni di venezuelani sono in fuga verso la Colombia e il Perù. L’iperinflazione ha trasformato il Boliver in coriandoli. La disperazione ha moltiplicato i conflitti e la repressione.
E pensare che nel 1971 il Venezuela, 25 milioni di abitanti ai tempi, in gran parte meticci, classe dirigente bianca, per lo più spagnola e italiana, era lo Stato più ricco del Sud America. Galleggiava su 330 miliardi di barili del petrolio più pregiato al mondo. Lo avvantaggiava la dolcezza del clima, la fertilità della terra, le altre ricchezze minerarie. Il benessere faceva contenti tutti. Nessuno pensava a investimenti e riforme. Così che quando negli anni 80 il petrolio precipita da 106 a 32 dollari, il cambio di stagione diventa una voragine, il Pil si dimezza, la povertà raddoppia, i ricchi si prendono quel che resta.
Saltano le casse dello Stato.
Interviene il Fondo monetario internazionale che offre prestiti e chiede tagli sociali. Monta la protesta, fino alla strage del febbraio 1989, quando per arginare le manifestazioni di Caracas, esce dalle caserme l’esercito, spara, 380 morti.
Entra in gioco Hugo Rafael Chávez che predica socialismo, giustizia sociale per la popolazione meticcia. Stravince le elezioni. Investe in fabbriche, scuola, sanità. In 15 anni di potere raddoppia l’occupazione e il reddito pro capite. Poi arriva la malattia che in un anno si porta via Chávez e la quasi primavera del Venezuela. Maduro vince le elezioni del 2013 per un soffio e una ammissione che diventerà una minaccia: “Sono figlio di Chávez, ma non sono Chávez”. In una manciata di anni – dalla reggia presidenziale di Palazzo Miraflores – reprime ogni dissenso “con le buone o con le cattive” come dichiara nei suoi lunghissimi sermoni che la televisione nazionale ritrasmette. Esautora il Parlamento nel 2017. Nomina i giudici della Corte Suprema che lavorano al suo servizio. Sopravvive a un tentativo di omicidio. Minacciato dagli Usa, si lega sempre di più alla Russia con accordi militari e ai generosi prestiti della Cina. Apre alla Turchia e all’Iran. Oltre all’esercito, gli protegge le spalle la moglie Cilia Flores, avvocato penalista, parlamentare, sospettata a suo tempo di narcotraffico, titolare di molto potere, dura di carattere: “Cilia ti ama o ti odia, non fa negoziati”.
Per tre elezioni di seguito, la coppia presidenziale resiste a forza di brogli. Al suo primo mandato, Trump prova a buttare Maduro giù dalla torre, appoggiando il giovano deputato liberal Juan Guaidó che il 23 gennaio 2019 si autoproclama presidente. Tranne l’Italia che nicchia, lo sostengono apertamente l’Europa, gran parte dell’Occidente e del Sud America. Maduro reagisce: “Non torneremo al Ventesimo secolo dei gringos e dei colpi di Stato. Io sono il solo presidente legittimo”. È sempre più vero il contrario, visto che all’ultimo giro elettorale, luglio 2024, ha oscurato i risultati, limitandosi a dichiarare di aver vinto.
Sparito Guaidó, Trump ci ha appena riprovato con Maria Corina Machado, esponente dell’ultra-destra, che vive clandestina, minacciata da Maduro, protetta dalla Cia. Anche lei si prepara alla guerra, questa volta innalzando il premio Nobel per la Pace che ha appena incassato, grazie a uno di quei giochi di prestigio di cui si nutre la geopolitica. E promette: “La transizione è già iniziata”. Armi, finzioni e propaganda stanno apparecchiando la tavola dell’ultima cena. Il destino del Venezuela è di nuovo in gioco e non sarà Maduro a giocare.
Dimenticanze
Ah già, Gaza
DI MARCO TRAVAGLIO
Sparita dai radar dei media dopo l’accordo di Sharm el Sheikh, da un mese e mezzo la Striscia di Gaza è precipitata nel limbo. Tra la fase 1 del piano Usa-Paesi arabi (la tregua) e la fase 2 (l’improbabile disarmo di Hamas e l’arduo ritiro di Israele, da sostituire con una forza di stabilizzazione per avviare la ricostruzione), c’è l’inverno. Che i 2 milioni di palestinesi affrontano senza un tetto, al freddo, nel fango, tra liquami, detriti e rifiuti. I più fortunati hanno una tenda, quasi sempre sventrata dai nubifragi, ma le organizzazioni umanitarie ne hanno portate solo 3.600, più 129 mila teloni e 87 mila coperte. Servirebbero rifugi e prefabbricati, ma non se ne vedono. Il rapporto appena pubblicato dall’Unctad, l’agenzia Onu per i paesi in via di sviluppo, racconta che “è in gioco la sopravvivenza stessa di Gaza, sprofondata in un abisso creato dall’uomo”. Due anni di cosiddetta guerra hanno “eroso tutti i pilastri della sopravvivenza umana”: scuole, ospedali, forni, negozi alimentari, farmacie. E, “vista la distruzione sistematica subita, esistono seri dubbi sulla capacità di Gaza di ricostruirsi come spazio vitale e società”. L’economia della Striscia è decimata (-87%) e “serviranno decenni per recuperare la qualità della vita pre-ottobre 2023”. Intanto in Cisgiordania “la violenza, la rapida espansione delle colonie e le restrizioni agli spostamenti dei lavoratori hanno fatto regredire il Pil ai livelli del 2010”.
Solo chi è in malafede e non vuol dare a Trump quel che è di Trump può negare la svolta del 13 ottobre: fino ad allora Israele uccideva in media 100 palestinesi al giorno. Nell’ultimo mese e mezzo le vittime dei raid criminali dell’Idf sono scese a 345, cioè a 7 al giorno: un numero spropositato, ma pur sempre 1/14 di prima. Oggi però l’emergenza più urgente è un’altra: l’inverno all’addiaccio di 2 milioni di persone, per il 40% minori, prive di tutto. Interessa a qualcuno, ora che è finito il derby tra chi urlava al genocidio sionista e chi strillava all’antisemitismo filo-Hamas? Due mesi fa la Meloni, per polemizzare con la Flotilla, sentenziò: “Non c’è bisogno di rischiare la propria incolumità e infilarsi in un teatro di guerra per consegnare aiuti che il governo italiano potrebbe consegnare in poche ore”. Che aspetta a lanciare un ponte aero-navale a Gaza con la Protezione civile, che in tante calamità costruì in poco tempo villaggi di prefabbricati e case di legno? Si spera che non sia un problema di soldi, visti quelli che buttiamo in armi per noi (anche simpatici ordigni nucleari e al fosforo bianco) e per gli ucraini (inclusi quelli col cesso d’oro). E dove sono gl’intrepidi Volenterosi europei, sempre pronti a sperperare miliardi in bombe, missili e truppe? Guardino le immagini che arrivano da Gaza e si vergognino.
L'Amaca
Nessun grado di separazione
di Michele Serra
Nella speranza di emanciparmi dalla mia ignoranza finanziaria, leggo la newsletter di Walter Galbiati su Repubblica online, nella quale, tra le altre cose, si spiegano con chiarezza le oscure dinamiche di bitcoin, stablecoin, criptovalute e altre diavolerie dell’evo digitale. Capisco circa la metà di quanto leggo, e sia chiaro che la metà che capisco è merito di Galbiati, la metà che non capisco è mio demerito.
Due cose mi sbalordiscono — ed è lo sbalordimento tipico dell’uomo del Novecento di fronte al mutare dei tempi. La prima è che è sempre più difficile trovare il nesso tra l’economia reale (il lavoro umano, la produzione e il consumo di beni, la ricaduta della fatica e dell’ingegno sul benessere privato e pubblico) e quella finanziaria. Un nesso residuo ci sarà pure: ma i gradi di separazione sono molteplici.
La seconda, per me ancora più sbalorditiva, è che tra potere politico e potere economico non esiste quasi più distanza. Nessun grado di separazione.
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, e Steve Witkoff, plenipotenziario della Casa Bianca per i negoziati in Medio Oriente e Ucraina, sono tra gli attori principali della scena finanziaria, in specie della valuta digitale (avrò detto giusto?) stablecoin. Che ogni loro atto pubblico sia sospettabile di interessi privati non è nemmeno un sospetto: è una certezza.
In America i ricchi, forse perché non si fidavano più dei politici, hanno preso direttamente in mano le redini del Paese. Moltitudini di poveri applaudono. Con le pezze al culo e le bende sugli occhi: è il populismo, baby.
Lo conosco poco...
E poi c'è la maglietta
di Mattia Feltri
Matteo Salvini, intervistato da Repubblica, alla domanda su che pensi di Putin – a cui aveva già risposto di volerlo "come presidente del Consiglio" (marzo '14), di ritenerlo "un alleato contro il terrorismo" (febbraio '15), "un leader con le idee chiare per una società ordinata, pulita e armonica" (marzo '15), "una delle persone con le idee più chiare al mondo" (aprile '15), con Marine Le Pen "uno dei migliori statisti in circolazione" (dicembre '15), di ammirarlo "per le idee chiare, la fermezza, il coraggio, l'interventismo e una visione della società che condivido" (dicembre '15), di considerarlo "un amico" (dicembre '15), "una persona libera, non uno schiavo delle banche" (maggio '16), "un gigante" (giugno '16), "una fonte di speranza" (gennaio '17), di desiderare "dieci Putin per l'Italia" (marzo '17), esclamando "meno male che c'è" (aprile '17), poiché "è l'unico in giro per il mondo che abbia le idee chiare" (aprile '17), e anche "uno dei migliori uomini di governo al mondo" (novembre '17), e infatti "mi piace, lo stimo" (dicembre '17), e ribadiva che è "uno dei migliori uomini politici della nostra epoca" (marzo '18), tanto che "gli ho fatto per iscritto i complimenti" (marzo '18), siccome, se non fosse chiaro, "è uno dei migliori uomini di governo che ci siano sulla faccia della Terra" (luglio '19), insomma "un leader stimato e stimabile" (febbraio '20), e stiamo tutti tranquilli che "non ha alcun interesse a fare la guerra" (febbraio '22) – ecco, a Repubblica ha precisato di averlo visto si è no "due volte nella vita" e dunque "non posso dare giudizi su chi non conosco".
A proposito di medioevo
Da Hitler a Stalin, da Putin a Almirante: u n'epoca poco capita e molto strumentalizzata
Povero Medioevo, frainteso da tutti perché il potere lo manipola da sempre
di Federico CanacciniL'età medievale è spesso – oggi meno di un tempo – associata ad un'epoca di guerre e di devastazioni: dalle invasioni barbariche del Quinto secolo, passando per i saccheggi dei Vichinghi e dei Saraceni, fino alle razzie degli Ungari e dei Mongoli. Un clima costante di paura dunque, costellato di battaglie e di assedi: in realtà questa visione è stata parzialmente modificata e ridimensionata dalla storiografia più accreditata che, ad esempio, preferisce parlare di migrazioni di popoli, anziché di invasioni barbariche, con un atteggiamento degli storici europei di oggi più aperti verso l'Altro, consapevoli dell'apporto dei vari popoli al mondo dei nostri giorni, e consapevoli anche dei gravi rischi delle distorsioni che la storiografia ha fatto in passato.
Il Medioevo sarebbe stato inaugurato da una serie di invasioni da parte di popoli rozzi e assetati di sangue che umiliano i cives romani, distruggono una fiorente civiltà, devastano città ricche di teatri, biblioteche, terme, acquedotti, templi. Così un anonimo descrisse la situazione dell'Impero nella seconda metà del Quarto secolo: «L'Impero romano è premuto da ogni lato dalle urla furibonde delle tribù dei barbari, la cui astuzia minaccia le sue frontiere da ogni fronte».
Tra i vari popoli barbarici, alcuni hanno lasciato il segno, tramandando nella memoria collettiva europea – per non dire italiana – un che di spaventoso: «Le loro bestiali e crudeli atrocità non conoscono limiti: distruggono qualsiasi cosa incontrino sul loro cammino, con saccheggi, uccisioni, torture di ogni sorta, incendi e numerosi altri crimini indescrivibili. Non si fermano davanti a nulla e uccidono donne, bambini, vecchi, sacerdoti e altri ministri del culto, devastando le decorazioni delle chiese e di altri edifici».
Se questo ritratto del popolo vandalo corrisponde anche parzialmente al vero, è comprensibile come abbia dato vita a espressioni quali "atti vandalici" e "vandalismo" che, dopo quindici secoli, ancora evocano l'idea della devastazione: guidati dal loro re Genserico, i Vandali misero a ferro e fuoco la città di Roma per due settimane provocando un enorme shock in tutto l'Occidente.
Questo attacco al cuore dell'Impero è rimasto come una macchia nella storiografia romanistica che vedeva nei popoli germanici quasi gli ‘assassini' di un Impero in realtà oramai al collasso e morente. Negli anni Venti del Novecento, questa visione fu recuperata dalla propaganda fascista che, con mire coloniali e imperialiste, ritrovava nella grandezza di Roma le proprie radici e, in chiave razzista, rinveniva nel progressivo imbarbarimento dell'Impero la giustificazione della sua crisi e del suo crollo. Nel 212 d.C. l'imperatore Caracalla – definito "un nemico d'Italia e del popolo romano" dall'intellettuale fascista Ettore Pais – emanò un editto tramite il quale si concedeva la cittadinanza romana a tutti i cives dell'Impero. Un giovane Giorgio Almirante propose come causa di tutti i mali proprio questo editto, da intendersi "come uno dei più clamorosi esempi che la storia di Roma può offrire al riguardo, meglio di qualsiasi disquisizione a fare intendere l'enorme importanza del fattore razza, nella parabola discendente della romanità.
Arriviamo a un ultimo episodio. Nel 1938 fu proiettato nelle sale cinematrogafiche un capolavoro di Ejzenstejn, Alexander Nevskij: benché ancora da modificare, Stalin lo lanciò anzitempo nelle sale anche perché il cavaliere russo era rappresentato come pater patriae, così come desiderava essere percepito Stalin. L'obiettivo propagandistico, compiuto grazie a una narrazione realistico-socialista, era di idolatrare il leader, ravvivare l'unità nazionale, rinfocolare la paura dell'antico nemico, chiarendo che, se attaccata, la Russia non avrebbe ceduto facilmente: «Chiunque entri da noi con una spada, morirà di spada!», esclamava Nevskij nel film. Nel 1939, a conferma dei reciproci timori, fu firmato il patto di non aggressione Molotov-Ribbentropp, ma nel 1941, contro la Russia di Alexander Nevskij, Hitler scatenò l'Operazione Barbarossa, in onore dell'imperatore svevo. L'invasione dell'Unione Sovietica decretò la fine del Nazismo e la propaganda russa ha sfruttato tutto questo in chiave nazionalista sino ai giorni nostri: il film sembrò quasi a prefigurare la sorte dei Nazisti, inghiottiti dall'Inverno russo.
Nel 1725 Caterina I inaugurò l'Ordine imperiale di Sant'Alexander Nevskij, un ordine cavalleresco e un'onorificenza militare concessa ai cittadini russi distintisi in guerra: due secoli dopo, l'Ordine veniva cancellato dalla Rivoluzione d'Ottobre, ma l'eroe nazional popolare, non poteva passare inosservato a Stalin che aveva già incoraggiato la pellicola. Nel 1942, sul manifesto del film campeggiavano le parole di Stalin: «Lascia che l'immagine coraggiosa dei nostri grandi antenati, ti ispiri in questa guerra».
Nello stesso anno fu riesumata l'onorificenza Nevskij, eliminando le diciture di ‘Imperiale' e ‘Santo': nella nuova realtà sovietica, infatti, non c'era spazio per i santi ma in realtà, benché la sede di Mosca fosse vacante dal 1925, la Chiesa Ortodossa, in occasione della guerra, fu a fianco del popolo e del regime. Il patriarca Sergio esclamò: «Non è la prima volta che il popolo russo deve sopportare tali prove. Con l'aiuto di Dio anche questa volta ridurrà in polvere la forza nemica fascista. La Chiesa di Cristo benedice tutti i cristiani ortodossi affinché difendano i sacri confini della nostra Patria».
L'avvicinamento tra Chiesa e Regime, fino ad allora impensabile, si realizzò in concomitanza alla lotta contro Hitler: la sinergia tra fede e ragion di stato trovò il suo apice nel 1943, quando Sergio fu eletto Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Stalin optò per una riconciliazione col clero per coinvolgere l'intero popolo in una guerra dai toni religiosi che, per una volta, sigillava quell'epica missione nazionalistica dell'Unione Sovietica e che veniva benedetta dai suoi santi guerrieri, in testa Sant'Alexander Nevskij.
E arriviamo a oggi. Il 7 settembre 2010 è stato rifondato da Vladimir Putin l'Ordine di Alexander Nevskij, in sostituzione di quello stalinista: l'onorificenza viene concessa a personaggi di servizio pubblico per meriti nella costruzione dello Stato, per la cultura, l'industria e altre attività. Tra gli insigniti c'è anche il patriarca Cirillo le cui parole, dopo l'invasione in Ucraina, suonano sinistre.
«L'offensiva in Ucraina è una lotta contro il Nazismo, contro le forze del Male i nostri soldati stanno portando a termine la missione dei nostri antenati che combatterono la Grande Guerra Patriottica. Siamo entrati in una lotta che non ha un senso fisico, ma metafisico. Stiamo parlando di qualcosa di molto più importante della politica. Si tratta della salvezza umana, di dove andrà a finire l'umanità, del posto che occuperà alla destra o alla sinistra di Dio».
Questo non avveniva nell'oscuro Medioevo, ma nel 2022. —
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